L’uomo automanipolatore

di Giampiero Tre Re
(Testo della conferenza tenuta a Palermo – Palace Hotel – il 26.2.94)

1. Introduzione:

Il luogo di nascita della automanipolazione umana come problema filosofico ed etico si colloca intorno alla metà degli anni ’60. Era l’epoca in cui la minaccia nucleare, l’esplosione demografica, il malessere sociale che si esprimeva nella contestazione giovanile, nelle rivendicazioni dei movimenti operai e di emancipazione femminile, crescevano di pari passo allo sviluppo delle biotecnologie. Le diatribe ideologiche del tempo assumevano il termine con tratti fortemente ideologizzati, intendendo con esso soprattutto l’asfissiante e occulto controllo sociale imposto alle libertà individuali. La temperie culturale di quell’epoca ha esaurito il suo ruolo storico, ma qualcosa di essa sopravvive nella proiezione negativa che continua a produrre nell’opinione pubblica il termine “manipolazione”.
Se dalla storia recente del termine passiamo poi a quella dell’attività che esso designa, ci imbattiamo in un’umanità impegnata in una ininterrotta opera di automanipolazione1. Tale attività è così continua e penetrante da far sospettare che la natura umana consista tutta in questa autocoltivazione.
Quest’ultima considerazione, per il fatto che vi compare il concetto di “natura”, è però fonte di ulteriori equivoci. Ordinariamente, infatti, il termine “natura” possiede almeno tre significati. Un primo significato è attribuito al termine quando “natura” è inteso in senso descrittivo: ciò significherebbe che qualsiasi manipolazione è “innaturale”, ossia artificiosa, prodotta studiosamente dall’uomo. Un secondo significato di “natura” emerge in riferimento alle leggi che regolano i fenomeni naturali e delle quali la ragione umana si serve per manipolare l’ambiente; in questo senso dobbiamo chiederci: possono esservi manipolazioni non “naturali”? Qualsiasi manipolazione tecnico-scientifica infatti non può che operare nello spazio consentito dalle leggi della natura e dalla nostra adeguata capacità di conoscerle. Si parla, infine, di “natura” nel senso prescrittivo di “natura umana razionale”: ed è in questo senso che affermiamo che tutte le manipolazioni devono essere conformi a natura.
Neppure l’uso attuale della parola “manipolazione” (come per l’espressione “manipolazione genetica”) è affatto immune da oscurità. Nel linguaggio familiare o giornalistico, esso si trova di sovente affetto come da una sorta di “sindrome di Cassandra”, vale a dire il sentore di una paurosa catastrofe incombente.

Il catastrofismo legato al termine “manipolazione” non è daltronde del tutto infondato. La ragione morale collettiva, quasi per un suo naturale “istinto”, avverte la corrente di una deriva in atto. Il concetto di mutamento della “qualità della vita”, cioè il miglioramento delle condizioni materiali di sopravvivenza, a causa dell’enorme sviluppo delle possibilità tecniche di intervento su di esse, sembra lentamente trasmigrare verso un ben più minaccioso “mutamento qualitativo” della vita, ossia un cambio radicale nel significato umano della vita e del suo destino. Il rapido imporsi di una disciplina come la bioetica, per denominare la quale -non a caso- si è avvertita la necessità di coniare un neologismo, testimonia l’importanza di tale fenomeno in movimento.
L’ambiguità che affligge il concetto di manipolazione spinge dunque alcuni a diffidarne e limitarne l’uso nel linguaggio tecnico della bioetica. A seconda delle diverse accentuazioni, ora valutativa, ora descrittiva, prevalentemente, ed a volte inconsapevolmente, impresse al termine, il concetto di “manipolazione” possiede, nella letteratura bioetica, un raggio semantico variabile. Si va da un minimo, che comprende solo la manipolazione genetica (molecolare e cellulare) ed embrionale; ad un massimo, che comprende tutte le tecnologie della riproduzione, la sperimentazione su embrioni e i soggetti adulti, la trapiantologia e così via, fino a comprendere virtualmente ogni intervento tecnico sulla dimensione psicofisica della persona.
Appare chiaro, in ogni caso, che non ogni automanipolazione è illecita.
La capacità di autotrascendimento, che è la caratteristica propria ed essenziale della persona umana, deve essere riconosciuta, in definitiva, come la radice ultima dell’attitudine umana a manipolare l’ambiente e ad automanipolarsi. A questa stessa radice risale, in ultima analisi, anche il carattere ambiguo dell’attività del manipolare. L’uomo è una creatura “eccentrica” rispetto alla natura: la comprende solo in qualche modo superandola, la manipola e ne dispone; egli plasma anche la propria natura, supera perfino se stesso; ma non dispone affatto in assoluto di sé. L’uomo, infatti, trascende l’ambiente proprio perché si autotrascende. La natura umana è, in certa misura, indisponibile a se stessa.
Quali dunque i criteri etici per una corretta attività di automanipolazione?

2. Soluzioni sbrigative

A prima vista il concetto di “qualità della vita” sembrerebbe poter costituire un solido criterio regolativo. In realtà non è poi così agevole distinguere, in un intervento manipolatorio, le conseguenze vantaggiose dalle sfavorevoli semplicemente in base al loro impatto sulla qualità della vita2.
Gli equivoci, dei quali già dicemmo, che aleggiano attorno al concetto di “qualità della vita”, sono dovuti al fatto che esso è rilevato, da molti autori, in maniera epistemologicamente sprovveduta: una volta in senso “debole”, meramente descrittivo, e un’altra in senso morale proprio, ossia valutativo. Si nota spesso una concezione puramente igienista o salutista della “qualità della vita”, salvo poi prescrivere questo stesso salutismo, quasi si trattasse di un valore morale in sé, ovvero di un diritto assoluto.

Ci si imbatte pure, con significativa frequenza, nell’opinione che il tecnicamente possibile sia perciò stesso lecitamente fattibile o che allo scienziato debba essere moralmente consentito di fare sempre e comunque tutto quanto sia tecnicamente o teoricamente nelle sue possibilità. Ma l’affermazione, implicita o scoperta, della superiorità del valore-conoscenza sul valore-dignità dell’uomo non è la conclusione di un ragionamento empirico, bensì etico3. Ha alla base un’opzione morale criptica, una sua metaetica più o meno consapevole, più o meno sostenibile. Inoltre ad essa soggiace spesso una visione romantica delle scienze empiriche e dei suoi operatori.

Prendiamo in considerazione, infine, il concetto di “santità della vita”. Quest’ultimo solitamente viene contrapposto a quello di “qualità della vita” quale criterio di demarcazione circa i limiti d’intervento tecnico sull’essere umano. La versione deontologica del concetto di “santità della vita” vorrebbe dedurre la liceità morale di un intervento tecnico da una presunta “natura oggettiva dell’atto”. In questo modo ci si ritiene in grado di distinguere manipolazioni terapeutiche o migliorative, ovviamente lecite, dalle alterative, che sarebbero moralmente inaccettabili. Ma questa distinzione fino a che punto è applicabile in concreto? Ci limitiamo ad un solo esempio: sulla base del suddetto criterio, la fecondazione in vitro eterologa è da considerare terapeutica o alterativa? Di certo, i sostenitori del criterio della santità della vita difficilmente potranno accettare la moralità della fecondazione in vitro eterologa, ma sarà impossibile, sulla base della fantomatica “natura oggettiva dell’atto” dimostrare che la tecnica “eterologa” produca qualche “alterazione”.

Tutte le opinioni in questione hanno in comune un difetto logico: ledono la legge di Hume, cadendo nella fallacia naturalistica. L’errore consiste nel fatto che i suesposti pareri riducono direttamente il concetto valutativo di “manipolazione morale”, che è sempre moralmente illecita, a quello descrittivo di “manipolazione tecnica”, che invece è sempre moralmente indifferente.

3. Soluzione praticabile

La tradizionale visione dell’uomo che sostanzia le basi della cultura etica e giuridica occidentale, si fonda sul gioco dei concetti di persona e natura. Essa ci consente di rinvenire un solido criterio di discernimento etico tra manipolazione lecita e illecita.
Il concetto di persona è l’elaborato filosofico della nozione biblico-sapienziale di “Immagine di Dio”. Quest’ultima fa riferimento ad una teologia della storia, cioè ad un’antropologia teologica come storia della salvezza, offerta da Dio all’uomo in quanto creato e redento in Cristo. Poiché questa storia salvifica (creazione-caduta-redenzione) è il paradigma di ogni esistenza umana, il concetto di persona racchiude in sé una dimensione biografica. La “persona”, in quanto questa è soggetto di attribuzione di una libertà drammatica davanti a Dio, dice storia di libertà, biografia morale. La persona è innanzi tutto possibilità di scelta, tempo opportuno della libertà, irriducibile kairòs.
Le categorie di kairòs, biografia morale e storia di libertà parlano anche della radicale relazionalità e indisponibilità della persona. Nella sua costitutiva storicità la persona non coglie solo una sua specifica assolutezza, ma anche l’indisponibilità della propria origine e dunque una dipendenza che gli è altrettanto connaturale, la quale assume la figura della relazione interpersonale. E’ chiaro che la persona non può aver inizio che da altre persone e in un modo che non sia solo la produzione di un effetto qualsiasi ma che abbia la dignità di una relazione interpersonale che fonda tutte le successive. Perciò questo inizio di cui parliamo è, più correttamente, un’origine, un “esser-generato”.
Il concetto di “natura” dice in primo luogo proprio questo carattere originario dell’obbligazione morale, in qualche modo sempre nuova, prodotta in noi dall’evento della persona ovunque esso risplenda. Il concetto dice anche il valore normativo della specifica assolutezza di cui gode la persona umana: l’essere degna di esser voluta per se stessa. In quanto determinata dall'”esser generato”, la natura in fin dei conti, rientra nella biografia della persona: ciò che specifica la natura è l’origine dell’atto d’essere4.
Essendo la “dignità”, di per sé, qualcosa di legato alla natura piuttosto che alla persona, vale a dire la concreta storia individuale, essa è inalienabile e ha diritto sempre e per sempre al rispetto universale. Dignità umana è, in sostanza, l’uguaglianza di natura tra persone. Un criterio regolativo da tenere in mente per ogni normativa etica può dunque essere il seguente: la dignità di persona richiede la naturalezza dei comportamenti, ossia l’adesione dell’atteggiamento morale personale al sostrato razionale di un comune riferimento a ciò che ci fa uguali in dignità. [Ma allora ciò che è “naturale” emerge storicamente nel fatto stesso del concreto realizzarsi di una collettività comunicante, e storicità e intersoggettività sono i due elementi che formano il terreno della fondazione di ogni discorso morale. La cosiddetta “legge naturale”, più che come un “codice”, figura così come un assioma implicito nella tendenza naturale umana a socializzare sulla base di un sistema di riferimento comune. Se intesa in questo modo l’esistenza di un diritto di natura viene supposta come una specie di modello sperimentale mediante un procedimento di generalizzazione5. Si nutre, cioè, la fondamentale fiducia di poter giungere comunque, sebbene per tentativi ed errori attraverso l’impervia strada del dialogo critico, ad un accordo basato su ciò che accomuna le parti comunicanti, vale a dire proprio l’esercizio della ragione, quand’anche a prendere parte al dialogo etico fossero tutti gli uomini che vengono a questo mondo].

4. Approccio normativo

Come abbiamo visto, l’esser kairos, ossia l’indisponibilità e la non producibilità della persona, implicite nell’esser-generato, sono anche la causa di questo trovarsi inevitabilmente davanti ad un “tu” che ci trascende e dal quale siamo avvertiti trascendenti. Per questa ragione se il manipolare tecnicamente la natura biologica è avvertito come un atto dell’uomo, moralmente indifferente, la manipolazione della natura umana è invece atto moralmente rilevante, proiettato sul piano “rischioso” della libertà.
Non essendo un’attività illecita in sé, il manipolare la biologia della natura umana può essere consentito in determinate circostanze, ma richiede comunque un discernimento morale: quali sono, in ultima analisi, gli scopi perseguiti con l’applicazione di dispendiose tecnologie al genoma umano e alle basi biochimiche della riproduzione e della costituzione somatica della persona? L’intento terapeutico, indubbiamente, e la finalità conoscitiva. Ma come non vedervi anche il segno di un’angoscia epocale per l’indisponibilità del futuro; il disagio di fronte all’irriducibilità dell’altro e alla sua trascendenza; l’insicurezza del proprio “io” che diviene desiderio di radicale controllo del “tu”; il sapere tecnico-scientifico come simbolica della volontà di potenza?
Se dall’indisponibilità dell’essere persona derivano indicazioni sulla natura del manipolare umano, giungono anche orientamenti circa la valutazione prescrittiva di ogni atto di manipolazione. E’ manipolazione illecita qualsiasi genere di intervento dispotico sulla persona, cioè volto direttamente ad appropriarsi o privare qualcuno del diritto inalienabile detenuto da ogni persona di attuare liberamente la propria natura.  E’ altresì immorale bloccare intenzionalmente, deviare, menomare o condizionare il procedere naturale della persona dalle proprie origini parentali verso il proprio autocompimento, o in qualsiasi modo ridurne il raggio delle possibilità di personalizzazione.

Le biotecnologie applicate alla riproduzione umana e l’ingegneria genetica sono le più recenti e radicali forme in cui si presenta storicamente l’attitudine umana all’automanipolazione.
La partita cruciale dell’ingegneria genetica si gioca sulla questione dello statuto ontologico dell’embrione umano ed in particolare sulla questione connessa dell’ominizzazione: “quando” comincia ad esistere la persona? Persona ed individuo umano hanno lo stesso inizio temporale? Dove porre la linea di confine tra il semplice materiale biologico umano e l’esser persona e, dunque, fino a che punto possiamo disporre di detto materiale ai fini della ricerca scientifica e medica?
Nel modo di porre e risolvere il problema dell’ominizzazione riconosciamo spesso il difetto di “fallacia naturalistica”, riscontrato altrove precedentemente6. Chi ritiene che la distinzione descrittiva di una fase pre-embrionale abbia una rilevanza anche etica7, lede la legge di Hume e cade nella “fallacia naturalistica” non meno delle argomentazioni (gradite a tanti teologi cattolici) di coloro che inferiscono l’intangibilità dell’embrione umano fin dal primo istante del concepimento sulla base della semplice osservazione circa l’integrità del genoma umano nello zigote8. Entrambe le posizioni inconsapevolmente consentono su una questione affatto dubbia: ritenere di poter raggiungere la “persona” indagando sul piano empirico e biologico.
Il tentativo di chi cerca l’inizio della persona nel flusso del suo divenire biologico (impianto in utero, abbozzo del sitema nervoso centrale, inizio dell’attività elettrica del cervello o dell’attività motoria ecc.) si espone facilmente alla taccia di biologismo proprio perché ignora la persona come storia di libertà, vedendovi niente più che una cronaca di fenomeni fisiologici. Dobbiamo concludere che la qualità di persona non può esser separata dall’esistenza umana in nessuna delle sue fasi o stadi di sviluppo perché si identifica con la dignità stessa di figlio.

Per ciò che riguarda la fecondazione in vitro (FIVET), diremo che, in quanto la dignità di persona è propriamente l’esser generato, il rispetto della persona inizia col rispetto della dignità propria del procreare umano. Bisogna che, nel riprodursi, l’uomo conservi tutte le caratteristiche dell’atto umano, in primo luogo quelle che fanno sì che la persona si “umanizzi”, ed agendo cresca in umanità: la libertà dell’agire, la verità, ossia la sensatezza umana dell’agire, e l’amore. Conseguentemente costituisce illecita manipolazione qualsiasi intento “produttivo” sulle basi biologiche che situano il rapporto tra l’identità personale di un soggetto e le sue relazioni umane.
Sempre secondo questa visione, essere persona significa inoltre valere per sé di fronte ad un “tu”; dunque non essere disponibili al potere di questo tu, ma solo al suo amore. Il “valere per sé” della persona ne dice quella che potremmo chiamare l’unicità temporale: la persona è un unico kairòs; non attuabile attraverso un processo produttivo, irripetibile, indivisibile per essenza in tutto l’arco del perdurare della sua esistenza nell’essere.
La soggiacente teleologia del personalismo si interroga così innanzi tutto sulle finalità cui è sottoposto l’agire umano: il figlio è forse trattato come un mezzo per la felicità dei genitori e la dignità del nascituro sacrificata al desiderio di essere padre e madre a qualunque costo? Se è discutibile l’esistenza del cosiddetto “diritto al figlio”, è, per contro, assolutamente certa l’esistenza di un diritto alla verità delle proprie origini parentali. Non è lecito scippare ad alcuno il diritto ad un rapporto pieno e personalisticamente significativo con le sue origini parentali. Ecco perché la fecondazione in vitro eterologa, sebbene non presenti apprezzabili differenze tecniche rispetto a quella omologa, si rivela, sulla base delle riflessioni fin qui condotte, come una vera e propria manipolazione indebita della persona del nascituro.

Conclusioni

Le domande fin qui formulate non esauriscono, anzi, rilanciano la complessa questione degli oneri conseguenti all’agire umano. A quale prezzo si ottiene il proprio scopo? Quale sforzo della libertà si è disposti a sopportare, dati gli alti costi umani, richiesti soprattutto alla donna, di tali manipolazioni? A quali disagi si sottopone il proprio partner?
Vi sono poi degli interrogativi che investono la necessità di un consenso non manipolato e pienamente informato per la genuina moralità dell’atto umano. In che misura i partners partecipano alla fecondazione, in che misura sono invece espropriati del giusto controllo sulle proprie facoltà riproduttive? Chi garantisce, ad esempio, che dai gameti dei partners non vengano prodotti più embrioni, da usarsi successivamente per la ricerca?
Infine, quest’ultimo interrogativo pone anche l’accento sulla vigilanza circa la manipolazione e il deterioramento degli standards della cultura morale della collettività comunicante di riferimento. Domandarsi fino a che punto siamo disposti a spingerci, riguardo agli scopi e ai mezzi della ricerca scientifica, non è un problema che possa lasciare il singolo indifferente e interessato solo ai suoi fini individuali.
Il sorgere della persona va posto nel legame indissolubile che esiste tra l’inizio della sua dimensione corporea e le sue origini parentali. Anzi, la responsabilità morale parentale in tanto si estende all’inizio biologico della prole in quanto le origini parentali danno inizio alla persona nella sua interezza.
La legislazione dovrebbe tenere dunque in qualche conto il punto di vista etico sugli inizi della vita umana attraverso il quale si scopre la dignità delle origini parentali di cui nessun essere umano può esser privato senza subire una gravissima manipolazione dei suoi diritti di persona.

NOTE

1Cfr. K. RAHNER, Il problema della manipolazione genetica, in ID. Nuovi saggi, III, tr. it., Roma 1969.
2Cfr. Cfr. Social and Ethical Issues, in TH. A. SHANNON (ed.), Bioethics, basic writings on the key ethical questions that surround the major, modern biological possibilities and problems, Mahwah, N. J. 19873, 408-419.
3S. PRIVITERA, Ingegneria genetica ed embrionale, in F. COMPAGNONI .-G. PIANA-S. PRIVITERA (edd.),  Nuovo dizionario di teologia morale, Cinisello Balsamo 19902, 590-597:591.
4Cioè l’esistenza, la quale nell’ente-uomo coincide con l’esser persona.
5Cfr. F. DE VITORIA, Relectio de Indis, edición critica bilingue por L. PEREÑA y J. M. PEREZ PRENDES, Madrid 1967, 79-80.
6La “fallacia naturalistica” consiste nell’indebito “salto epistemologico” dal piano descrittivo (come può essere un dato biologico) a quello assiologico, cioè l’errore di non stabilire alcuna mediazione teoretica tra l’essere e il dover essere.
7Cfr. il «Rapporto Warnoch» sul quale si basò l’attuale regolamentazione degli esperimenti sugli embrioni umani nel Regno Unito. COMITATO CONGIUNTO DELL’EPISCOPATO CATTOLICO SUI PROBLEMI BIOETICI, «Per incarico dei vescovi della Gran Bretagna. Commenti sul Rapporto Warnock, fertilità umana ed embriologia», in Medicina e morale 6 (1985), 139-180.
8Teniamo a precisare che la nostra critica non intacca le posizioni dei teologi moralisti che si limitano a registrare descrittivamente il “contrasto” tra la negata dignità umana dell’embrione appena concepito e l’integrità del suo patrimonio genetico, che ne indica l’appartenenza biologica alla razza umana. L’onere di provare che tale contrasto non sia che apparente spetta, ovviamente, a chi nega all’embrione il rispetto dovuto alla persona umana.
G. TRE RE, L’uomo automanipolatore 7

  1. Rosa
    19 marzo 2010 alle 18:45

    Caro Giampiero,
    secondo il pensiero buddista, sono i figli a scegliere dove e quando nascere, per perpetuare il loro karma. Non ci sono tutte quelle problematiche morali che descrivi e che, lo ammetto, mi fanno accapponare la pelle! I figli si manifestano quando si presentano le condizioni, fosse anche una un’inseminazione artificiale, una violenza carnale, un incesto, o che so io. Sono sempre a favore della libertà di scelta, anche nel tipo di fecondazione, come per l’interruzione della gravidanza. Pazienza se questa libertà può essere urticante per qualcuno. Non mi piace leggere le cose che hai scritto, ma le rispetto. Nonostante questo, penso che sia sbagliato parlare dell’embrione nei termini che usi tu. Tutta questa enfasi di sacralità, proprio non ce la vedo. E’ ovvio che siete in tanti a pensarla in questo modo, ma io decisamente mi dissocio.

  2. 19 marzo 2010 alle 19:19

    Egregia Rosa:
    “I figli si manifestano quando si presentano le condizioni, fosse anche una violenza carnale, un incesto, o che so io”….
    …se ne sei proprio convinta, auguri per la tua vita e per il tuo confronto con l’aldilà!!!! Ma non vorrei essere nei tuoi panni…

    • Rosa
      19 marzo 2010 alle 19:24

      Ciao Jò,
      scusami, ma non capisco con che cosa o con chi dovrei confrontarmi nell’aldilà.
      E poi, questa parola “aldilà” per me è priva di significato. Forse dovresti spiegarmela meglio.

    • Rosa
      19 marzo 2010 alle 19:57

      La nascita è un grande mistero. Nessun ginecologo sa spiegare perchè, nelle medesime condizioni, un ovulo viene fecondato, e un altro no. Alla fine, chi può saperlo? L’inseminazione artificiale non ti da sicurezza di successo, è sempre un salto nel buio. La vita, si manifesta secondo logiche, per noi assolutamente illogiche. Intendevo dire semplicemente questo. Io sono una fervente buddista, ormai lo sapete tutti, su TdN. Ho sempre scritto della preziosità della vita, ma questa è un’altra storia.
      La vita umana ha tutto il diritto di manifestarsi, ma la donna, che non desidera una gravidanza, ha tutto il diritto di rifiutarla. Quell’embrione dovrà rimanere ancora in una condizione di “latenza”, in attesa di condizioni più favorevoli per “manifestarsi”. La vita è un eterno ciclo di nascita e morte.
      Il problema, secondo me, è capire perchè alcune persone desiderano, a tutti i costi, mettere al mondo dei figli propri. A volte questa ricerca è maniacale e forse questo è l’aspetto veramente aberrante, non le tecniche scientifiche che permettono di aiutarle nel progetto.
      Ma , se alla fine, una coppia non riesce ad avere figli perchè gli spematozoi sono un poco “addummisciuti” perchè non dargli …..un aiutino?

      Quell’ “egregia”…..

  3. 3 settembre 2010 alle 16:56

    Cara Rosa,

    non prima di averti ringraziato nuovamente, replico qui al post in cui mi confermi la tua stima affettuosa (vedi:
    https://terradinessuno.wordpress.com/benvenuti/comment-page-13/#comment-11780
    sia perché il tema di questo forum mi sembra il più adatto, sia perché in questo modo potrò dare una risposta che gli analoghi pareri da te espressi qui sopra attendono da tempo.

    1. La mia non è una bioetica classificabile nel tipo sacralità della vita. Questo è ciò che principalmente intendo con l’espressione Bioetica dei diritti. La mia è una bioetica laica, filosofica; non parte da fondazioni deontologiche trascendenti o rivelate. Su questo piano ritengo di poter dialogare con chiunque e posso trattare un documento scritturistico o teologico o religioso, anche non giudeo-cristiano, buddista, islamico ecc., come un qualsiasi prodotto dell’ingegno umano, valutandolo per la sua intrinseca coerenza razionale.
    2. La mia è una bioetica teleologica, finalistica. Mi esprimo per una fondazione cognitivista, ma al tempo stesso non deontologica, della norma. In altre parole, ritengo che le norme morali debbano appellarsi ad un fondamento ultimo razionale universalmente valido e comprensibile a tutti col lume naturale dell’intelletto, ma questo dovere non ha necessariamente bisogno di un’autorità soprannaturale (eteronoma) né è esso stesso il principio dell’obbligazione.
    3. La bioetica dei diritti è una bioetica personalista: la persona, cioè la singola concreta esistenza umana, è sufficiente a fondare autonomamente l’obbligazione morale ed a rappresentare il fine ultimo di ogni atto umano di tutti i soggetti partecipanti ad una collettività comunicante. Questo esser principio e fine della sua stessa esigenza morale, da parte della persona, avviene tuttavia dentro una sua “natura” linguistica e storica. In altri termini, dentro un dialogo interpersonale virtualmente universale, che nasce nell’intrinseca socialità e nella natura culturale dell’essere umano e che non finirà mai, se non con l’umanità stessa.

    Ti chiedo scusa per la lunghezza del post e per il linguaggio, magari eccessivamente tecnico.
    Rimane ancora da applicare tutto ciò a quel particolare fenomeno della persona che è l’embrione umano. A cominciare dalla questione più fondamentale di tutte e cioè… se l’embrione, pur essendo indubitabilmente umano, sia anche una persona umana.

    • 3 settembre 2010 alle 18:51

      …se l’embrione, pur essendo indubitabilmente umano, sia anche una persona umana.

      Pensi che la questione possa essere risoltra se lo è o se non lo è?

    • 3 settembre 2010 alle 22:43

      @Kal

      Penso sia importante, in via preliminare, riconoscere la natura filosoficamente controversa della questione.
      In breve, riguardo allo statuto personalistico dell’embrione umano, ritengo sbagliato sia affermare che l’identità di essere umano e persona non possa avvenire che da un punto di vista religioso, sia bollare come falsa filosofia le tesi che negano tale identità.

      • 6 settembre 2010 alle 12:26

        Intendevo dire che affermare o negare tout court la natura “personale” dell’embrione è la stessa cosa: l’una e l’altra, messe così e semplicemente, sono solo posizioni apodittiche che non aggiunguono nulla alla comprensione di un problema che ha tutte le caratteritstiche per essere una questione.
        Nulla, in questo momento, ha più sfumature di grigio delle questioni etiche connesse al gardao di conoscenza e abilità della biologia umana ha raggiunto.

        Quanto alle etichette sono perfettamete d’accordo con te.

      • 6 settembre 2010 alle 14:17

        È proprio ciò che avevo in mente parlando della necessità di riconoscere finalmente che la controversia filosofica sullo status di persona dell’embrione umano non è affatto pane per perditempo. Solo che non è ancora il momento di scoprire le carte; ma non ho alcuna intenzione di limitarmi a proposizioni autoritative. Ho dalla mia argomenti troppo eleganti, per accontentarmi di così poco.

        .

    • rosa
      5 settembre 2010 alle 13:28

      L’embrione umano e’ un agglomerato di cellule umane, con delle potenzialita’ di diventare anche una persona, ma di certo, non e’ ancora una persona. Il fatto che in esso sia riposta una mappa genetica umana, non ha per me, alcuna caratteristica che lo differenzia dai miei capelli o da un lembo della mia pelle. Una persona, almeno io la penso cosi’, e’ un essere che ha la drammatica consapevolezza della propria umanita’. Io ed un embrione non siamo affatto la stessa cosa! Inoltre, qualunque sia l’altrui convinzione, ritengo che un embrione faccia parte del corpo della donna che lo accoglie nell’utero e se questa non desidera essere madre, ha ogni diritto di avvalersi di ogni strumento per realizzare il suo libero arbitrio. E’ per questa ragione che sono favorevole all’aborto finalizzato anche al controllo delle nascite. Una donna dovrebbe sempre poter scegliere della sua vita. Un embrione non e’ ancora un cittadino. Non ha ne’ diritti, ne’ doveri. Esiste, ma non appartiene a nessuno stato, se non quello della possibilita’. Fino a quando non diventa un feto e cominci ad immagazzinare esperienze, memorie, relazionarsi con l’ambiente, interagire, e questo credo avvenga quando il suo sistema nervoso e il suo cervello siano ad un grado di sviluppo piu’ evoluto, non posso chiamarlo persona.
      Ciao.

  4. 4 settembre 2010 alle 13:55

    avete mai pensato davanti al sorriso di un bambino quanto sia fantastica la vita, si tutelano luoghi significativi come patrimonio dell’umanità(unesco) e non si difende la vita umana?qualcosa non torna e ci autodistruggiamo

  5. 5 settembre 2010 alle 14:35

    Rosa non penso come te, consideri l’embrione solo un ammasso di cellule come un qualcosa di incompleto che a causa di questo non merita tutela e rispetto. Allora secondo questi criteri possiamo eliminare anche tutti gli ammalati mentali che non hanno uno sviluppo evoluto quindi non definite persone

    • rosa
      5 settembre 2010 alle 17:05

      No, 31. Non voglio dire questo.
      Gli ammalati mentali sono delle persone e dei cittadini. Io rispetto molto ogni diversta’ e ogni minoranza. Rileggi meglio il mio post. Forse non m i sono espressa bene, e’ possibile…. Purtroppo, da dove mi trovo, non m i e’ facile connettermi e non posso essere tempestiva nel rispondere.
      Anche un filo d’erba e’ vivo. Rispetto la vita in ogni sua forma, ma non la santifico. E’ semplicemente un-opportunita’ che non arriva per tutti nello stesso momento.
      Se non sono riuscita ad essere piu’ chiara, cerchero’ di farlo piu’ in la’.
      Ciao cara. Buona domenica. Adesso vado a fare la mostarda…..

  6. 5 settembre 2010 alle 18:20

    é giusto che l’embrione sia vita non solo per fede ma anche per logica. Ciao e buona mostarda

  7. 6 settembre 2010 alle 14:47

    Cara Rosa,

    Il tuo post del 5 settembre 13:28 contiene un “baco”, interessante, come sono sempre le contraddizioni.
    Se l’embrione è indubbiamente, di fatto, un agglomerato di cellule, come un qualsiasi altro tessuto, anche l’organismo dell’adulto lo è; perciò è assolutamente comprensibile che tu dica che l’embrione faccia “parte del corpo della madre”. Ma due righe prima avevi detto “io e l’embrione non siamo affatto la stessa cosa”, sott’intendendo senz’altro che l’io contenga in sé qualcosa di più rispetto ad un capello o lembo di pelle o un qualsiasi altro agglomerato di cellule: un qualcosa che, qualunque esso sia, può però fare la differenza anche tra l’embrione stesso e un suo lembo di pelle o goccia di sangue.
    Questa differenza non può dunque trovarsi nel genoma in sé, ma forse proprio nell’ampiezza delle specifiche possibilità qualitative del suo sviluppo. Voglio dire: un capello vivo ha una sola possibilità: quella di essere capello, magari crescendo quantitativamente. Un embrione, se lasciato essere e curato come persona, ha un ventaglio di possibilità molto più ampio persino di un adulto e soprattutto qualitativamente diverse, fino a poter diventare, crescendo, un teologo o un enologo, mai certamente qualcosa di diverso da una qualsiasi persona.
    Il fatto è che identifichi la persona su due piani diversi: biologico (ad esempio, ne fai dipendere l’esistenza dall’esistenza di attività cerebrale) ed “antropologico” (fai dipendere la persona dall’autocoscienza del’io, dal riconoscimento di diritti, dal sistema di relazioni ecc.). Ciò secondo me è corretto. La contraddizione nasce da due momenti: a) salti da un piano all’altro senza accorgertene; b) non stabilisci una chiara relazione tra i due piani, in particolare quale dei due dipenda dall’altro.
    P.S. 1 l’assenza di riconoscimento di certi diritti è solo un dato di fatto: non ne segue logicamente anche l’assenza di eventuali strutture ontologiche che li reggono.
    P.S. 2 Sembra che usi “potenzialità” e “possibilità” come sinonimi. Lo sono?

    • rosa
      6 settembre 2010 alle 16:41

      Quando qualcuno mi dimostrera’ che un embrione umano ha la consapevolezza di cio’ che e’ …..allora potrei anche
      cominciare a pensarla diver samente, ma fino a quel momento, no. E’ solo un ammasso di cellule che si riproduce. L-embrione e la punta del mio dito sono la stessa cosa. La differenza siamo noi a farla con le nostre aspettative e le aspirazioni. Per me la vita e’ xdappertutto e raramente mi commuovo se penso al sorriso di un bambino, come invece fa 31.
      Credo che simili argomenti siano spesso trattati con troppa enfasi. Fino al terzo mese di gravidanza, ogni donna penso che dovrebbe avere la liberta’ di dire no alla maternita’, tutto qui’.
      Ti abbraccio

      • rosa
        7 settembre 2010 alle 9:35

        …e nemmeno sapere quali sono le giuste scelte da fare, anzi il giusto, o il bene, ammesso esista, e’ insondabile e inconoscibile…. direi che non esiste in termini assoluti. Tutte le nostre azioni, produrranno comunque degli effetti, la cui natura, al momento, ci e’ sconosciuta.

    • 6 settembre 2010 alle 17:15

      Accade spessissimo che le argomentazioni speculative siano conseguenza, non fondamento, delle convinzioni etiche.
      «Fino al terzo mese di gravidanza, ogni donna penso che dovrebbe avere la liberta’ di dire no alla maternita’, tutto qui’».
      Concludi così. Ma chiedo fino a che punto questa tua proposizione conclusiva dipenda da tutto ciò che la precede, e non piuttosto viceversa.

      Si possono elencare moltissimi modi d’essere degli esseri umani che non hanno la consapevolezza di quello che sono. Così come non tratteresti mai un gatto alla stregua d’un filo d’erba (pur non essendo consapevole il gatto d’esser tale, essendo sufficiente che lo sia tu di lui, per modulare di conseguenza il tuo comportamento nei suoi confronti) certamente non solo non tratterai questi umani inconsapevoli come fili d’erba o come le tue unghie, ma ti guarderesti bene dal trattarli per nulla di meno di come vorresti tu stessa esser trattata.

      Il punto è che confondiamo l’essere umano, in astratto (l’animale razionale, la cartesiana res cogitans, l’io penso kantiano) con gli esseri umani, gli infiniti modi in cui un essere umano può essere.

      • rosa
        7 settembre 2010 alle 9:28

        Caro Giampiero,
        tutto bello quello che scrivi, ma resto della mia opinione. Inoltre, essendo buddista con considero minimamen te l’argomento sul piano della morale,come tu sai. Nel buddismo non esiste il giusto o lo sbagliato, ma solo chi vince e chi perde. Nessuno mai potra’ dare giudizi in merito a qualunque cosa, o imporre qualcosa a qualcunaltro.
        Mi sposto su IL RISOTTO perche’ ho qualcosa da racconrtare.

  8. matilda
    6 settembre 2010 alle 19:32

    ..GlI Infiniti Modi in cui un essere umano può anche non essere e restare pur tuttavia se stesso . S’è spenta la Magia ?
    Un Bacio Mati

    • 6 settembre 2010 alle 20:14

      Anche gli infiniti modi di non essere, sì, fanno l’unica necessità possibile all’essere umano: essere persona.
      Grazie di aver riacceso la magia.

  9. 7 settembre 2010 alle 8:27

    Rosa è come se avessi voluro dire che solo ad un certo punto della gestazione esiste un salto di qualità e che la dignità umana la si acquista solo con la nascita con il peso perchè è nato sano e perchè è bello mentre a mio parere dovrebbe dipendere solo dal fatto di esserci e di far parte dell’umanità

  10. matilda
    7 settembre 2010 alle 16:25

    Anche Quando non è mai nato .Resta Figlio
    Lontana dal Romanticismo di pensieri
    Lontana dal desiderarlo Ancora
    Se pur tuttavia Così sano e severo
    Ma Lo Siamo Davvero?

  11. 7 settembre 2010 alle 18:19

    Cara Rosa,
    mi sembrava ci trovassimo d’accordo nel rimanere in una discussione laica. Anche se non fosse falso che per il buddismo «non esista il giusto e lo sbagliato» (cosa di cui dubito, a meno che tu non voglia dire che l’essere buddista non ha alcun peso nelle tue scelte pratiche) ciò dovrebbe per noi restare del tutto irrilevante. Oppure l’appello alle credenze religiose in materia di statuto dell’embrione resta interdetto solo al cattolico?
    Non consideri il problema dello statuto dell’embrione sul piano morale? Benissimo, neppure io. Tutto quello che abbiamo fatto finora è solo chiederci che cos’è l’embrione umano. Ma, se ritieni, possiamo anche fermarci qui.

  12. Rosa
    7 settembre 2010 alle 20:47

    L’essere buddista ha un grande peso nella mia vita, perche’ il buddismo e’ vita quotidiana. In merito al senso del giusto, non mettere al movndo un figlio puo’ essere giusto o sbagliato, chi puo’ saperlo?
    Io non scrivo le cose che scrivo perche’ me le impone la mia convinzione religiosa, ma la religione buddista mi incoraggia a fare scelte e quindi mettere azioni sagge nella mia vita. Quindi, se reputo saggio non continuare la gravidanza, e’ giusto che lo faccia. Il problema nasce quando impongo a qualcun altro di pensare ed agire diversamente. Tu stesso hai spesso insistito sull’importanza del libero arbitrio. Per me, un embrione non e’ una persona e, a modo mio, ti ho spiegato il perche’. Un emvbrione puo’ rappresentare una gioia o una tragedia per la donna ed e’ eclusivamente la donna a do vere prendere decisioni in merito.
    Tu affermi di non affrontare la questione sul piano morale, ma non mi sEmbra cosi’. Perche’ non lasciare la donna libera di scegliere sempre e comunque? Non mi sento mai di entrare nel merito delle scelte degli altri, ne’ di dare giudizi. Tu ne dai? ne darai in commissione a Trapani? scoraggerai i ginecologi a interrompere gravidanze? A me interessa solo sapere questo: se le tue riflessioni te le tieni per te o se le utilizzerai per rendere infelice e condannare qualche donna alla maternita’ forzata.
    Scusami Giampiero caro, da tempo ho imparato che le sovrastrutture rendono tanto infelici le persone. Non esiste un embrione la cui vita sia piu’ importante della donna che lo porta nel suo utero. L’embrione potra’ aspettare tempi migliori per venire al mondo….e non cadra’ il mondo!

  13. 8 settembre 2010 alle 18:21

    Cara Rosa,

    È già la seconda volta, nel corso di questa discussione sullo statuto ontologico dell’embrione umano (cioè, più semplicemente, su cosa sia un embrione umano) che ho l’impressione di essere entrato, mio malgrado, su un terreno troppo personale. Ti ripeto: se vuoi chiudiamo qui questa discussione.
    Rilevo un’altra volta una contraddizione nel tuo ultimo commento: se come dici, e anch’io credo, un’azione può essere morale (giusta o sbagliata che la si giudichi) solo quando è libera e autonoma, allora qualsiasi cosa io dica o pensi dell’embrione non può rendere felice o infelice nessuno. Non è mai il contenuto oggettivo di una proposizione che possa rendere felice o infelice, ma solo la consapevolezza di aver fatto o meno ciò che appariva giusto nella propria personale coscienza.
    Se una donna è felice di aver portato avanti una gravidanza non è per l’approvazione di un altro ma per la sua propria convinzione di aver fatto la cosa giusta. Una donna che interrompesse la gravidanza giudicandola in coscienza un’azione giusta, potrà al massimo rammaricarsi, ma non sarà infelice per quello che ha fatto, checché possa dirne io o la morale religiosa.
    Allo stesso modo, l’infelicità (in questo caso si chiama tecnicamente “senso di colpa”) può essere solo la personale risposta della coscienza di chi compie un’azione pur sapendola, o semplicemente credendola ingiusta in coscienza.
    La mia responsabilità qui è quella di pensare lucidissimamente e fino in fondo, proprio per la delicatezza di non turbare le coscienze con scrupolose bagatelle e cose pensate a metà.
    Aggiungo solo un’ultima cosa. Mentre la felicità è cosa sempre buona, non sempre l’infelicità (senso di colpa) è cosa cattiva, almeno non lo è quando è segno di una coscienza ancora viva. La dolorosa coscienza di aver compiuto deliberatamente un atto, pur rendendosi conto della sua ingiustizia, è preziosa perché presupposto del pentimento e della possibilità di riscattarsi dalle proprie azioni sbagliate.

    • Rosa
      9 settembre 2010 alle 7:48

      Carissimissimo, possiamo interrompere.
      Soltanto una cosa mi preme sottolineare. “Infelicita’” e “senso di colpa” sono due cose assolutamente diverse. Se l’infelicita’ può essere un’opportunita per trasformare la sofferenza ed essere felici, il senso di colpa e’ la rovina del mondo, perchè ci ancora al passato in maniera frustrante. Liberarmi dal senso di colpa è stata la cosa più grandiosa della mia vita e ci sono riuscita grazie ad una pratica costante e faticosissima. Quella donna di cui tu parli nel post, se non imparerà a sfuggire al senso di colpa inculcato dalla cultura cattolica, non sarà mai in grado di fare veramente delle scelte di libertà. La libertà non è compiere azioni libere. ma essere liberi nella testa. Cioè, trasformare profondamente la visione del mondo e della vita. La libertà non solo di avvalersi di una normativa che ti permette l’aborto (una infinità di donne cattoliche lo compiono e poi stanno un’intera vita a piangersi e fustigarsi per averlo fatto. PAZZE! quanta felicità si perdono…), ma quella di pensare intimamente che una donna può essere madre felice anche senza generare.
      La vita è ora, in questo momento.

      Oggi piove.

      • Rosa
        9 settembre 2010 alle 7:56

        Sono senza macchina,
        ho finito i soldi,
        non ho credito nel cellulare,
        ho perso gli occhiali,
        non ho fatto la spesa,
        sono a dieci chilometri dal primo centro abitato,
        non ho l’ombrello
        e piove.

        La vita è veramente meravigliosa!
        Una buona giornata a tutti.

      • 9 settembre 2010 alle 8:25

        «Perfetta letizia».

  14. 9 settembre 2010 alle 14:07

    Sento che oggigiorno il più grande distruttore di pace è l’aborto, perché è una guerra diretta, una diretta uccisione, un diretto omicidio per mano della madre stessa. […] Perché se una madre può uccidere il suo proprio figlio, non c’è più niente che impedisce a me di uccidere te, e a te di uccidere me. […]”» (da “Nobel lectures”, “Peace” 1971-1980, 11 dicembre 1979)
    “Noi combattiamo l’aborto con l’adozione. Se una madre non vuole il suo bambino, lo dia a me, perché io lo amo”.
    (BEATA MADRE TERESA DI CALCUTTA)

    • Rosa
      9 settembre 2010 alle 15:03

      Madre Teresa di Calcutta, dopo avere preso quei bambini, decideva, però, di non curarli con le medicine che il mondo intero mandava per aiutare la popolazione indiana, perchè convinta che le sofferenze avvicinassero a Dio. Per la medesima ragione ha permesso che una infinità di bambini, donne, giovani ed anziani, morissero nei dolori atroci di ogni possibile malattia infettiva e non. A suo dire, bastava il conforto e la preghiera ad accompagnarli in paradiso….

      Sai cosa ti dico? che il più grande distruttore della pace è l’ignoranza.

      Un abbraccio affettuoso.
      P.s. Sono senza famiglia. Se qualcuno volesse adottarmi….

      • 9 settembre 2010 alle 20:33

        Di questa cosa non ne so niente, diceva spesso che le persone sane a volte sono più morte dei moribondi(intendeva una morte spirituale ovviamente).Ti adotto io se vuoi ma ti avverto sono povera con me non mangi di certo le mostarde in ciotole dell800! 😀 t.v.b.

      • 9 settembre 2010 alle 22:03

        Potresti indicarne la fonte?

      • rosa
        10 settembre 2010 alle 8:37

        Non preoccuparti, anche i tortellini vanno bene, anzi……benissimo!!!!

  15. 9 settembre 2010 alle 14:16

    INDIA_-_suore_madre_teresa_(600_x_399)

  16. rosa
    10 settembre 2010 alle 8:36

    @Giampiero

    Un bel po’ di anni fa, quando guardavo ancora la televisione, vidi un programma giornalistico sulla figura di madre Teresa di Calcutta, un personaggio, almeno da come veniva descritto, con dei tratti non sempre trasparenti. Tra le persone intervistate, alcune suore che, testimoni dei fatti che ti ho citati nel post, avevano deciso di abbandonare la missione e ritornare alla vita laica, riferivano che madre Teresa abitualmente bastonava le consorelle e che essere chiamate nel suo studio era fonte di terrore. I medicinali che servivano per curare i suoi malati non furono mai utilizzati, Questi venivano accatastati indistintamente nei magazzini fin oltre la scadenza. Non un antibiotico o un-aspirina venne mai somministrata a quella povera gente. Sono certa che queste notizie siano presenti anche nel web, ma bisogna cercarle. Di certo quelle ex suore non mentivano. Il programma venne dato su rai3 in tempi nei quali ancora non si parlava di beatificazione (madre Teresa era morta da poco tempo), quindi non mi sento di dubitare della veridicita’ di quelle dichiarazioni che, in altri momenti, potevano essere utilizzate come impedimento al percorso di santificazione.

    • rosa
      10 settembre 2010 alle 9:03

      Sto scrivendo da un computer che non e’ il mio e non so usare il copiaincolla. Prova ad andare su youtube e digitare: Il lato oscuro di Madre Teresa: l’amore che non c’era.

      La mia connessione da qui’ non e’ veloce, quindi non sono riuscita a vederlo tutto, ma tu puoi farlo. Credo che ci siano quelle informazioni.

      • 10 settembre 2010 alle 11:01

        C’è stato un crossposting. Mentre tu mi scrivevi di andare su “il lato oscuro di Madre Teresa” io ero già lì.
        Pare che all’origine delle notizie che riporti su Madre Teresa ci sia la vulgata (quasi con le tue stesse parole) di un certo Christopher Hitchens, The Missionary Position (La posizione della missionaria), ed. Verso, 1995. Ecco un brano di una sintesi fattane dal blogger nessuno200:
        «La suorina albanese era interessata a promuovere i suoi disumani principi dottrinali su sventurati moribondi che finivano nel suo ospizio, destinati a non uscirne più e a morire nella sofferenza, giacchè la missionaria non permetteva l’uso di antidolorifici… il dolore avvicina a Gesù!».
        Interessante:
        «In occasione del processo di beatificazione di Madre Teresa, Christopher Hitchens fu chiamato dal Vaticano a svolgere il ruolo un tempo chiamato dell’Avvocato del Diavolo (istituto abolito nel 1983). Egli rese la sua testimonianza da Washington. Non senza ironia, in seguito, Hitchens si sarebbe definito colui che rappresentò il diavolo pro bono» (Da Wikipedia).

      • 10 settembre 2010 alle 15:01

        Aroup Chatterjee.
        Chi era (è) costui? Scrittore indiano, autore del volume Madre Teresa, verdetto finale, 2003.
        L’opera di Chatterjee mi risulta essere meno scandalistica di quella di Hitchens. In sostanza non contesta a Madre Teresa ed alle sue suore alcun malaffare, ma solo che le dimensioni effettive della loro opera caritativa siano assai inferiori a quelle che europei e americani immaginano ed anche a quelle di altri operatori confessionali o laici nel settore umanitario. Inoltre gli aiuti economici che giungono alle suore Missionarie della Carità sarebbero per la gran parte destinati all’evangelizzazione.
        Credo sia sufficiente ricordare che Madre Teresa non si è mai vantata di ciò che Chatterjee le rimprovera e che la sua opera non si misura sulle dimensioni ma per il suo valore testimoniale (ricordo che l’India conta attualmente un miliardo di cittadini e si calcola vi siano 400 milioni di poveri – 100 mln in più rispetto al 2004 – cioè persone sotto la soglia mondiale di sopravvivenza). L’opera di Madre Teresa è indubbiamente antiquata, ma si deve considerare spassionatamente che essa fu un’apripista per tutte le altre organizzazioni umanitarie e quali fossero le condizioni dell’India nel 1948. Infine, chi fa donazioni alle suore Missionarie della Carità sa, fin dal nome, che i suoi contributi finanzieranno opere missionarie.

        Ecco una parte del video Hell’s Angel di Hitchens, mai andato in onda in Italia e negli Stati Uniti, dove il consiglio d’amministrazione dell’emittente che deteneva i diritti dell’inchiesta, in maggioranza composto da ebrei, ne revocò la trasmissione per evitare l’accusa di propaganda anticattolica (fonte: Wikipedia, Hitchens).

    • 10 settembre 2010 alle 10:14

      Insomma, Madre Teresa come Josef Mengele.
      E’ tutto un po’ troppo generico, non ti pare?
      Io ho raccolto i brani che seguono da una fonte molto di parte, il sito del Vaticano. Almeno sappiamo in partenza da che parte sta.
      «Il 17 agosto 1948, indossò per la prima volta il sari bianco bordato d’azzurro e oltrepassò il cancello del suo amato convento di “Loreto” per entrare nel mondo dei poveri.
      Dopo un breve corso con le Suore Mediche Missionarie a Patna, Madre Teresa rientrò a Calcutta e trovò un alloggio temporaneo presso le Piccole Sorelle dei Poveri. Il 21 dicembre andò per la prima volta nei sobborghi: visitò famiglie, lavò le ferite di alcuni bambini, si prese cura di un uomo anziano che giaceva ammalato sulla strada e di una donna che stava morendo di fame e di tubercolosi. Iniziava ogni giornata con Gesù nell’Eucaristia e usciva con la corona del Rosario tra le mani, per cercare e servire Lui in coloro che sono “non voluti, non amati, non curati”. Alcuni mesi più tardi si unirono a lei, l’una dopo l’altra, alcune sue ex allieve».

      In questa uscita che conduce alla presa di coscienza della sofferenza universale, c’è una significativa somiglianza con la bigrafia del principe Siddharta, indiano anche lui. Certo, la risposta che i due le danno è diversa. Quella di Madre Teresa è contrassegnata da una profonda esperienza mistica della sofferenza di Cristo sulla croce:
      «Ma vi fu un altro aspetto eroico di questa grande donna di cui si venne a conoscenza solo dopo la sua morte. Nascosta agli occhi di tutti, nascosta persino a coloro che le stettero più vicino, la sua vita interiore fu contrassegnata dall’esperienza di una profonda, dolorosa e permanente sensazione di essere separata da Dio, addirittura rifiutata da Lui, assieme a un crescente desiderio di Lui. Chiamò la sua prova interiore: “l’oscurità”. La “dolorosa notte” della sua anima, che ebbe inizio intorno al periodo in cui aveva cominciato il suo apostolato con i poveri e perdurò tutta la vita, condusse Madre Teresa a un’unione ancora più profonda con Dio».
      http://www.vatican.va/news_services/liturgy/saints/ns_lit_doc_20031019_madre-teresa_it.html

      Proverò a fare una ricerca sulle suore che accusano Madre Teresa.

    • 10 settembre 2010 alle 10:40

      «Da tempo la stampa internazionale ha cominciato ad occuparsi delle ombre che emergono dietro alla fama della missionaria nota come Madre Teresa di Calcutta. Sono stati raccolti documenti, condotte inchieste, registrate testimonianze, eseguite indagini e più si scava nell’attività realmente svolta da Madre Teresa e più la missionaria appare come un personaggio ambiguo, bigotto, ipocrita, fondamentalista… qualsiasi cosa fosse Madre Teresa non era di certo quello che la maggior parte delle persone oggi crede. La suorina albanese era più interessata a promuovere i suoi squallidi quanto disumani principi dottrinali su sventurati moribondi che finivano nel suo ospizio, destinati a non uscirne più e a morire nella sofferenza, giacchè la missionaria non permetteva l’uso di antidolorifici… il dolore avvicina a Gesù!
      E mentre a Calcutta molte organizazioni umanitarie portavano benefici reali alla popolazione, costruendo veri ospedali e operandovi con serietà, Madre Teresa si costruiva una immeritevole fama mondiale con la sua indubbia capacità mediatica e imbonitrice, realizzando documentari ad arte per magnificare le sue presunte opere di bene (come il reso celebre “something Beautiful for God”), rimbalzando da una parte all’altra del mondo per presenziare cerimonie, ricevere premi, fare comizi e partecipare a cambagne politiche conservatrici. I fondi raccolti da Madre Teresa sono finiti in larga parte nelle casse del Vaticano, il resto nella costruzione di conventi di missionari in tutto il mondo… altro che carità ai poveri tra i poveri, Madre Teresa fu soprattutto una macchina mangiasoldi, in crisi di fede per di più dato che in alcune lettere confidenziali confessa il suo intimo ateismo.
      Ma tutti questi fatti, rigorosamente documentati, non riescono a sfondare la muraglia di santità costruita attorno alla missionaria. Questo ci da la misura di che cosa la stampa di inchiesta deve affrontare, un mostro radicato nelle menti della gran parte della popolazione: la credulità religiosa».
      Fonte:
      http://www.wintermute.it/index.php?topic=1753.0;wap2

      Il testo di cui sopra l’ho trovato, insieme a tutto un gugoliano florilegio dello stesso tenore, semplicemente digitando “la verità su Madre Teresa”. Il blogger fa riferimento a “indagini giornalistiche” e si scaglia contro la “credulità religiosa”. Come prova cita il video che segue, il quale, secondo me, fa effetivamente una sensazionale rivelazione, cioè che esiste una credulità ancora più grande di quella religiosa: la credulità giornalistica.
      Con una perla finale: Madre Teresa era ATEA.

      • rosa
        10 settembre 2010 alle 15:55

        Caro Giampiero,
        credo che esista un’altra credulita’….la piu’ pericolosa di tutte: quella pubblicitaria!

        A questo proposito ricordo il detto di vecchio zio di un mio amico, che recitava cosi’: non dire una bugia piu’ di due volte, perrche’ alla terza, ci credi pure tu.

    • 10 settembre 2010 alle 14:22

      Senti reincarnazione di Santa Rosalia leggeti cosa ha detto il Dalai Lama

      http://www.asianews.co.uk/index.php?l=it&art=19259

  17. rosa
    10 settembre 2010 alle 13:23

    A questo punto devo assolutamente svelare la mia vera identita’. Sono la reincarnazione di Santa Rosalia e salvero’ una seconda volta Palermo dalla peste. Scrivo i miei post da Monte Pellegrino e provengo dal pianeta Marte.

    • 10 settembre 2010 alle 13:28

      Ma vah?! Davvero esistono i marziani?

      • rosa
        10 settembre 2010 alle 15:57

        Certo, caro!

        e sono tutti in Parlamento!!!

  18. rosa
    11 settembre 2010 alle 10:06

    @31,

    ciao bella, ti ho scritto su Hotel Patria

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