Anno B, Pasqua, VI domenica

litterae-testata

COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

leggi tutti i commenti

già pubblicati

Amicizia teologale (ciò che resta di me)

Anno B, Pasqua, VI domenica

At 10,25s.34s.44-48; Sal 97; 1 Gv 4,7-10; Gv 15,9-17
Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia

 

15,9Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.

Che l’amore possa essere oggetto di un comando può certamente apparire cosa paradossale, forse addirittura contraddittoria. La contraddizione però si scioglie quando le particolari condizioni di conoscenza e amore che sussistono nella vita divina immanente si realizzano anche nel mondo. Le relazioni che si stabiliscono tra le persone in presenza di tali condizioni possono allora definirsi “amicizia teologale”.
In poche frasi Gesù delinea una sorta di teologia dialettica della relazione Signore-servo. “Non vi chiamo più servi, ma amici, perché il servo non sa cosa fa il suo signore”. Il rapporto è questione di vita e di morte, certamente, perché tocca l’essenza stessa, l’identità personale di entrambi; ma questo rapporto non è stabilito né sull’alienazione né sull’appropriazione della vita di uno da parte di un altro, ma esclusivamente nel reciproco riconoscimento del significato della propria vita posto in quella altrui. L’iniziativa della libera volontà salvifica rimane prerogativa divina del Signore. Questi tuttavia è “amico”, non despota, perché l’essenza del potere dispotico consiste appunto nel mantenere segrete le proprie intenzioni: “Il servo non sa cosa fa il suo signore”.
Per questo occorre propendere per la lettura più forte del verso 13. L’amore più grande non è quello di chi si “dà” per l’amico, ma piuttosto di chi “mette l’anima” (“tithemi”; “psychè”) nell’altro, quasi radicandola sopra gli amici (ypèr tòn filon autoù) in un fiducioso innesto vitale che ricorda la metafora della vite, espressa appena qualche versetto prima. Si osservi, infatti, che il verbo tithemi (“do”; o “pongo”) viene ripreso anche poco più avanti, dove Gesù dice: “vi ho costituiti”, quasi ad offrire se stesso come terreno su cui radicarsi. E’ più chiaro così che Gesù parla anche della necessità di fondarsi in lui da parte dei discepoli, oltre che ovviamente del dono fatto loro della propria vita, e che l’amicizia teologale stessa “consiste” in questo reciproco affidamento. Infine, deve intendersi che Gesù fa dono ai suoi amici non solo della sua esistenza terrena, ma anche della propria esclusiva relazione filiale con Dio.
Le caratteristiche dell’amicizia teologale procedono dunque dal particolare statuto della conoscenza che il Signore comunica ai discepoli. Si tratta di una sapienza rivelata, dunque trascendente. Se da una parte la rivelazione delle intenzioni del Signore esige accoglienza e ascolto, cioè obbedienza, e quindi non cessa di essere comandamento, ciò non toglie che essa sia per questo stesso anche condivisione di un mandato, un lasciare che l’amico sosti, attraverso di lui, nell’intimità del divino e riposi nella trascendenza del Padre. Ciò costituisce gli interlocutori di Gesù, e Gesù stesso, in una condizione di vita del tutto nuova di fronte a Dio, perché è amando i propri amici ogni giorno fino alla fine che Gesù ha preso coscienza al tempo stesso del proprio mandato filiale. Il successo o il fallimento della sua stessa missione dipendono essenzialmente dal reciproco amarsi dei discepoli. Questo dice l’enfatica triplice ripetizione del “voi” nel verso 16: “Io ho scelto voi, e ho stabilito voi, perché voi andiate…”.
Perciò il vissuto esistenziale teologale di quest’amicizia col Signore, pur fondata su un suo comando, non è la paura, ma una gioia piena e permanente (11).
Il contesto narrativo, quello del rito ebraico della Pasqua, in cui Gesù svolge il ruolo di capo famiglia ed ha davanti a sé gli azzimi e il vino, completa il quadro ermeneutico. Forse Gesù è preoccupato della litigiosità dei suoi discepoli, del loro attaccamento a modelli autoritari, della loro fragilità, della scarsa disponibilità al sacrificio, della loro poca fede e parla un po’ anche per se stesso, oltre che per loro.
E così Giovanni, che non riporta le parole “Questo è il mio corpo, il mio sangue dato per voi”, nel brano odierno tramanda la sua profonda interpretazione ecclesiologica del sacramento. Dice Gesù: Amici, voi siete la mia vita. Il frutto che io ho portato. Ciò che resta di me nel mondo.

leggi tutti i commenti

già pubblicati

Annunci
  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: