Giorgio Chinnici, Bullismo

Bullismo: l’emersione di una realtà antica

Giorgio Chinnici

L’Autore ha insegnato Statistica Sociale Giudiziaria e Statistica nell’Università di Palermo. In atto insegna nel Master di Scienze Criminologiche, presso l’Università La Sapienza di Roma, diretto dal Prof. Francesco Bruno.
E’ vice presidente del Comitato Scientifico del C.I.D.M.A.; fa parte del Consiglio della Fondazione Terranova e della Fondazione Rocco Chinnici.
E’ stato consulente della Commissione Nazionale Antimafia nella XIV legislatura, incarico confermatogli nella corrente XV legislatura.
La sua attività di ricerca privilegia l’ambito criminologico in cui ha prodotto diverse pubblicazioni.

Bullismo: l’emersione di una realtà antica è stato pubblicato per la prima volta, col medesimo titolo, in: “Le nuove frontiere della scuola. Periodico quadrimestrale di cultura pedagogia e didattica” anno V, 15, maggio 2007, 30-37.

Da alcuni anni, in Italia e all’estero, i mass-media riferiscono, con sempre maggiore frequenza, di comportamenti, violenti o molesti, messi in atto da ragazzini, adolescenti e giovani a danno di loro coetanei o di soggetti di età inferiore, soprattutto nell’ambito della scuola.
Lo spazio crescente che sulla stampa occupano tali comportamenti, che si estendono dalle crudeltà più atroci a forme varie di inciviltà, a prima vista considerate piuttosto irrilevanti, ha determinato, a livello di opinione pubblica, attenzione e allarme, fino a configurarne un preoccupante fenomeno sociale di dimensione mondiale.
Qui vogliamo prendere in considerazione la realtà italiana con l’ottica di cogliere gli aspetti caratterizzanti le peculiarità del fenomeno, e ciò per favorire un processo di elaborazione, di strategia di ricerca e di indagine capace di sortire livelli adeguati della sua comprensione.
Per dare una dimensione di contesto, si può dire che il fenomeno occupa un’estesa area all’interno di quella più ampia della devianza minorile. I contorni di tale area sono ancora mobili e fluttuanti, sì da determinare consistenti zone di intersezione con l’area della criminalità minorile tout court.
Per designare il fenomeno, sia a livello di mass-media sia nella letteratura scientifica, si è diffuso e consolidato il termine bullismo, che è la traduzione letterale dell’inglese bullyng, dal verbo to bully, nell’accezione di tiranneggiare, costringere qualcuno a fare qualcosa. Per avere esatto conto del suo percorso semantico, va precisato che il termine non è da ritenere derivazione da bullo.
Questa voce infatti, registrata da tempo nei dizionari, fa riferimento a giovani adulti soprattutto nel senso, non cattivo, di bellimbusto, di ridicolo per la vistosità e l’eccentricità del vestire e, molto limitatamente, di teppista e bravaccio, in ogni caso comunque sempre privo di connotazioni penali e criminali.
Malgrado il termine bullismo sia ormai del tutto invalso nella letteratura scientifica, nella pubblicistica divulgativa e nei mass-media, alcuni ricercatori si attardano ad avanzare riserve sull’opportunità di introdurre questo neologismo nella lingua italiana, al suo posto ritengono pregnante e assai aderente al termine bullyng il lemma “prepotenza”. Restando a livello terminologico, è stato rilevato, pure, che le lingue spagnola e portoghese non dispongono di uno specifico lemma, mentre in Norvegia e Danimarca il termine fa riferimento al fenomeno mobbing, che si modifica in mobbning in Svezia e Finlandia. In proposito è da dire che mobbing è pure termine invalso nella lingua italiana, sia nella letteratura scientifica sia nella pubblicistica più ampia, con l’accezione specifica di molestie di vario tipo nei luoghi di lavoro. In considerazione di ciò, senza entrare in specifiche disquisizioni qui non necessarie va sottolineato che i due fenomeni – bullismo e mobbing – differiscono in modo sostanziale per le caratteristiche dei soggetti coinvolti: ragazzi di scuola elementare e media nel bullyng, lavoratori adulti nel mobbing. Condizioni e ruoli, questi, che determinano motivazioni relazionali e obiettivi da perseguire diversi, dando di conseguenza configurazioni differenti ai fenomeni in questione.
Questa variabilità semantica, chiaramente, non favorisce le elaborazioni di strumenti univoci per l’indagine del fenomeno nei diversi contesti nazionali, anzi, per di più, finisce con l’inficiare la validità delle comparazioni. Ciò costituisce un grave nocumento per la ricerca poiché le comparazioni, hanno un forte potere conducente per individuare le radici strutturali sottese al fenomeno mondiale; è perciò auspicabile e necessario che si pervenga all’uso di una terminologia uniforme condivisa. In linea con questa ottica si pone la conferenza di Utrecht del 1997, la quale ha sollecitato gli Stati dell’Unione Europea ad indagare con sistematicità il fenomeno dell’antisocialità nelle scuole al fine di appontare efficaci politiche preventive. Per 1’Italia, può dirsi che si è dato buon riscontro alle raccomandazioni della Conferenza di Utrecht: lo documentano le numerose ricerche sul tema e l’acquisizione del termine bullismo per connotarli. A suffragare ciò sta l’acquisizione del lemma bullismo nell’edizione del 2004 del dizionario Devoto-Oli, non riportato nell’edizione del 1995. Gli autori, infatti, adottano il criterio secondo cui i neologismi per entrare nel dizionario non devono risultare effimeri, ma avere dignità e durevolezza. Cioè a dire che in esso “deve confluire quanto si è stabilito o viene ad ogni modo considerato come segnale significativo della novità delle lingua”, novità da considerare come traduzione fonetica di una nuova realtà.
Con riferimento ai mass-media, va detto che l’inflazione di articoli su giornali e rotocalchi e di servizi televisivi sul bullismo determina un rimbombo informativo che distorce le dimensioni qualitative e quantitative del fenomeno e ne appanna l’effettiva configurazione.
Ciò perché nell’immaginario collettivo si pongono e si fissano, in modo selettivo, gli aspetti più sensazionali ed emozionali delle narrazioni. Aspetti, questi, che concorrono alla rappresentazione dei profili personologici, sempre più scarnificati del bullo e della vittima quali elementi di una diade avulsa dal suo più ampio tessuto relazionale, culturale e sociale. Tale diade, si configura, così, come entità chiusa, all’interno della quale si istaura un conflitto, privo di spazi di mediazione, la cui soluzione identifica, in maniera netta, un vincitore e un perdente.
Vincitore che, spesso, soprattutto in particolari ambiti sociali, per effetto di uno slittamento semantico, più o meno conscio, si trasforma in vincente. Risulta così alterata tutta la carica di negatività che permea i suoi comportamenti e le sue azioni, con conseguenti ricadute che svisano, inj misura più o meno ampia, l’immagine del fenomeno.
Queste alterazioni e semplificazioni del fenomeno trovano ulteriore rinforzo nella personalità dei protagonisti – bulli e vittime – i cui conflitti sarebbero da considerare manifestazioni isolate della normale irrequietezza ed esuberanza adolescenziale in cui il ruolo di vittima o di autore è puramente casuale.
Questo tipo di lettura, superficiale e banalizzante, è assai diffusa nel largo pubblico, ma anche in ampi settori delle istituzioni che, tra le proprie funzioni, hanno quelle di comprendere e controllare il bullismo.
Per avere conto di questo deficit, diffuso, di adeguate chiavi di lettura del fenomeno, va considerato che l’assunzione del tema nell’agenda della ricerca scientifica italiana è relativamente recente. La prima studiosa che ha intrapreso in Italia ricerche sul tema è stata Ada Fonzi, dell’Università di Firenze, che ha costituito e diretto una qualificata équipe di ricerca. La sua attività ha prodotto, nel 1997, l’edizione del libro Il bullismo in Italia, che riporta i risultati dell’indagine volta a stimare l’incidenza del bullismo nelle scuole elementari e medie del territorio nazionale. Lo studio ha preso in considerazione le regioni Piemonte, Toscana, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Calabria e Sicilia, nelle quali hanno operato gruppi di ricerca e università delle rispettive regioni. La Fonzi, al fine di consentire corrette comparazioni dei suoi risultati con quelli di altri paesi, ha mutuato gli strumenti di ricerca adottati da Dan Olwens, psicologo norvegese che può considerarsi il pioniere della ricerca sul bullismo: nel 1973 pubblicò il primo volume sull’argomento, tradotto nel 1983 in Italia col titolo L’aggressività nella scuola. Queste date spiegano, con tutta evidenza, il ritardo che si registra nella ricerca sulle prepotenze che si esercitano tra studenti, ma anche tra studenti e insegnanti nella scuoa italiana e giustificano, al tempo stesso, l’introiezione carente della reale entità del problema, tanto pregno di articolati risvolti. Va comunque detto che dall’impegno di studio, appassionato e intelligente, della Fonzi è sortito un rigoglio di studi che è all’origine di una notevole produzione scientifica, sia a livello di indagini, sia a livello di divulgazione. La letteratura italiana, oggi, offre pertanto strumenti per una adeguata attrezzatura culturale dei tanti che, a vario titolo, debbono e vogliono intervenire per arginare e controllare le manifestazioni di violenza nella scuola, agendo efficacemente nel complesso di variabili che la producono.
In proposito va richiamata l’attenzione sulla necessità di interventi urgenti e ben mirati: i risultati delle ricerche della Fonzi valutano, in Italia, un tasso di bullismo superiore a quelli degli altri stati d’Europa.
In considerazione di ciò, riveste carattere d’urgenza la predisposizione di interventi atti a far recuperare alla scuola la sua fondamentale funzione di formazione, volta a far introiettare dagli allievi valori che orientino al rispetto dell’altro, alla convivenza pacifica, alla solidarietà, alla legalità, all’impegno prosociale più ampio, nonché al bando di ogni forma di violenza.
Rispetto a questi valori, i bulli si collocano agli antipodi.
Per la loro rappresentazione risulta paradigmatico il ritratto che De Amicis fa nel libro Cuore di un bullo ante litteram. Nel 1886 l’autore descrive la figura di Franti che racchiude in sé i tratti distintivi del prepotente: violento, prevaricatore dei più debole e debole con i forti, privo di empatia, sprezzante dei valori fondamentali per la pacifica convivenza civile. “[Franti] è malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una partaccia al figliolo, egli ne gode, quando uno piange, egli ride. Trema davanti a Garrone, e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi perché ha il braccio morto; schernisce Precossi, che tutti rispettano; burla perfino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per avere salvato un bambino. Provoca tutti i più deboli di lui e quando fa a pugni si inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata. Non teme nulla, ride in faccia la maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno, si porta scuola degli spilloni per punzecchiare i vicino, si strappa i bottoni della giacchetta, e ne strappa agli altri, e li gioca…. I vestiti pieni di frittelle e di strappa che si fa nelle risse. Dicono che sua madre è malata dagli affanni che egli le dà, e che suo padre lo cacciò di casa tre volte; sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo. Egli odia la scuola, odia i compagni, odia il maestro. Il maestro finge qualche volta di non vedere le sue birbonate, ed egli fa peggio. Provò a pigliarlo con le buone ed egli se ne fece beffa. Gli disse delle parole terribili ed egli si coprì il viso con le mani, come se piangesse, e rideva. Fu sospeso dalla scuola per tre giorni, e torno più tristo e più insolente di prima. Derossi gli disse un giorno: – Ma finiscila, vedi che il maestro ci soffre troppo, – ed egli lo minacciò di piantargli un chiodo nel ventre. Ma questa mattina, finalmente, si fece scacciare come un cane. Mentre il maestro dava a Garrone la brutta copia del Tamburino sardo, il racconto mensile di gennaio, da trascrivere, egli gittò sul pavimento un petardo che scoppiò facendo ritronar la scuola come una fucilata. Tutta la classe ebbe un riscossone. Il maestro balzò in piedi e gridò: – Franti! Fuori di scuola! – Egli rispose: – Non sono io! – Ma rideva. Il maestro ripetè: – Va’ fuori! – Non mi muovo – rispose”.

Le indagini scientifiche condotte da molti ricercatori in diversi stati del mondo mettono in evidenza che il bullo di oggi, in tutte le latitudini, conserva i tratti fondamentali della rappresentazione deamicisiana. La persistenza di questi atteggiamenti e comportamenti lungo l’arco temporale di oltre un secolo induce a pensare che il bullismo affonda le sue radici nei fondali dell’animo umano, in cui residuano forze ancestrali che inclinano l’uomo al dominio sul proprio simile attraverso la violenza agita o, anche, semplicemente esibita. Se la violenza è l’ingrediente fondamentale per determinare nel mondo degli adolescenti, e in particolare nell’ambito scolastico, i ruoli di prevaricatore e di prevaricato, l’attenzione e gli interventi devono, oltre al controllo e alla repressione, agire sul nucleo forte dell’aggressività che alberga nell’animo umano e che può sortire esiti positivi e apprezzabili a livello individuale e sociale ma anche effetti di violenza distruttiva devastante per la convivenza civile. Nucleo che produce intense radiazioni che investono e modellano, in varia misura, soggetti singoli, gruppi e intere comunità; per queste ultime la violenza che si origina, a volte, può consolidarsi in specifiche sottoculture. In quest’ottica è poi fondamentale tener conto delle condizioni di contesto di ordine culturale, sociale ed economico su cui la violenza si riverbera. La violenza infatti induce nella collettività risonanze diversificate, strettamente connesse a caratteristiche individuali e di gruppo, che determinano un sentire caleidoscopico e ambiguo che accosta e confonde con passione, pietà, disgusto, sdegno, nonché piaceri inconfessabili, voluptas spctandi, euforia e gradi diversi di fascinazione. Questi atteggiamenti che si riferiscono alla violenza grossolana, fisica, si iscrivono nel più ampio contesto di una cultura che – come dice Ferrarotti – “stimola, giustifica, estetizza la violenza” e che, al tempo stesso determina percorsi psicologici che vanno “ dalla distruttività estatica” al sadismo fino all’estremismo di Nietzsche secondo cui “veder soffrire piace far soffrire piace ancora di più”. A suffragare la visione di Nietzsche stanno tanti episodi di bullismo, qui riportiamo la notizia riferita da Olweus che risulta alquanto emblematica. Il bravo ragazzo Johnny vien usato come ‘giocattolo umano’ dai suoi compagni di classe: lo tormentavano, gli rubavano i soldi, lo costringevano a mangiare erbe e a bere latte misto a detersivo, lo picchiavano, gli legavano le stringhe al collo e lo conducevano come un cagnolino. Interrogati sul perché di quelle violenze inflitte al loro compagno, i torturatori, di certo all’oscuro della visione di Nietzsche risposero, in piena consonanza col filosofo: perché la cosa era divertente.

Uno scenario da indagare: bullismo e mafia.

Dopo l’uccisione, nell’ultimo trentennio del secolo scorso, di tanti esponenti, tra i più qualificati, della magistratura, delle forze dell’ordine, e della politica da parte della mafia, le scuole italiane, in misura prevalente quelle delle regioni meridionali, sono state impegnate in una intensa opera di riflessione sulla realtà mafiosa. Gli alunni e gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado hanno partecipato a lezioni, corsi, conferenze, ricerche e dibattiti volti a far loro prendere coscienza della barbarie criminale della mafia e della sua capacità di inquinamento e di perversione a livello sociale, politico, economico e delle istituzioni, e quindi a suscitare una forte carica di ripulsa verso il fenomeno e i suoi protagonisti e la contrapposizione di modelli di comportamento antimafiosi, improntati alla legalità e alla sua promozione. In proposito, oggi, si deve avere l’onestà, o forse è meglio dire la spregiudicatezza, di riconoscere che tra gli alunni, ma anche tra i docenti, si avverte una certa aria di stanca che conferisce all’attività antimafiosa aspetti di ritualità e quindi di refrattarietà all’assimilazione, diffusa e profonda, dei messaggi che si vogliono veicolare a livello di informazione e formazione di ragazzi e giovani.
Queste considerazioni e valutazioni nascono dalla mia diretta osservazione degli atteggiamenti dei ragazzi ma anche dal confronto con docenti e dirigenti scolastici. A documentare la riduzione di efficacia sortita dai moduli tradizionali di comunicazione della cultura dell’attività mafiosa si attaglia un’amara considerazione di Rita Borsellino, riportata dalla stampa: dei ragazzi di scuola media superiore, cioè di età compresa tra i 15 e i 19 anni, con riferimento a Borsellino e Falcone rispondevano che era il nome dell’aeroporto di Palermo o anche quello di due signori morti in un incidente stradale. Per avere conto di questo stato delle cose, e quindi potere approntare interventi e modi di porsi innovativi, è necessario e urgente procedere a una approfondita ricerca che indaghi l’audience, sotto l’aspetto qualitativo e quantitativo che il tema mafia ha tra i ragazzi della scuola. Occorre pure valutare l’aderenza dei moduli comunicativi ai processi percettivi degli alunni, l’adeguatezza di coloro che sul tema mafia sono chiamati ad assolvere funzioni di docenza, la necessità di selezionare opportunamente tale personale sia al livello di competenza sia di credibilità. Ciò perché va facendosi strada, al livello di opinione pubblica il sospetto che quello che va sotto il nome di “professionismo dell’antimafia” contiene un certo grado di verità. In linea e a sostegno di questa opinione si pongono alcuni personaggi di notevole rilevanza, tra i quali sono da annoverare Leoluca Orlando e Nando Dalla Chiesa, i quali dopo aver reagito a Sciascia, al limite del vituperio, per avere questi parlato di professionisti dell’antimafia, oggi riconoscono che allora Sciascia vide in anticipo quello che oggi è diventato di tutta evidenza. Ancora è da tenere presente che i ragazzi dai 10 ai 19 anni di oggi al tempo delle ultime stragi del 1992, in cui morirono Falcone e Borsellino con le loro scorte, non erano ancora nati o erano solo infanti. Ciò determina in loro l’assenza di un minimo di coinvolgimento emotivo e di forte indignazione per i deliranti attacchi allo Stato della mafia: uomini alquanto rozzi si sono permessi di colpire a morte i rappresentanti delle istituzioni più qualificati sul piano professionale e permeati da particolare tensione morale e civile nonché da apprezzate qualità umane.
Per i ragazzi di oggi il coinvolgimento pieno e convinto sulla barbarie e l’inciviltà che connotano la mafia e i mafiosi non risulta efficace se ancorato, principalmente, alle evocazioni, rituali-commemorative, delle struggenti tragedie che hanno particolarmente lacerato le coscienze delle comunità meridionali delle quali la grande maggioranza di cittadini, di sicura moralità e civiltà, paga un costante prezzo in termini di sottosviluppo economico e di immagine. Convinto che bisogna avviare una fase di diffusa elaborazione sui contenuti e sui metodi, adeguati per muovere a un interesse convinto e a un efficace impegno della popolazione scolastica nella lotta alla mafia, ritengo che, in questa direzione, un abbrivio conducente sia quello di promuovere nella scuola una campagna di riflessione sul bullismo, al fine di evidenziare le sue connessioni e le sue consonanze con il fenomeno mafioso. A ben guardare, infatti, i bulli usano gli ingredienti fondamentali dell’agire mafioso: usano la violenza per sottomettere i ragazzi della scuola, procedono a ricatti ed estorsioni con la minaccia della violenza, impongono comportamenti omertosi alla popolazione scolastica, determinano così ampi strati di conniventi, sia per timore ma anche per convenienze di vario tipo. Si crea così l’equivalente della zona grigia mafiosa che da linfa al bullismo e che crea un ampio bacino in cui crescono bulli attivi e passivi, bulli cioè che pur non mettendo in atto forme di prepotenza spalleggiano o approvano, in vario modo coloro che le prepotenze esercitano. Per questa via si perviene ad aggregazione, più o meno ampie che nuce si configurano come associazioni paracriminali di tipo mafioso. Se si fa riferimento ai risultati di tante ricerche in campo internazionale si trova che il 60% dei bulli, entro il 24° anno di età, è incorso in una o più condanne penali. Questo destino non risparmierà sicuramente i bulli nostrani per i quali, nelle zone meridionali un immediato modello desiderabile di identificazione è il mafioso, in considerazione del prestigio e della ricchezza di cui egli gode per operare al livello di “aristocrazia criminale”. L’osservazione e la riflessione in quest’ottica sul bullismo risultano sicuramente coinvolgenti e conducenti per i ragazzi, essi, infatti, sono investiti da questi comportamenti, nella loro totalità, nei diversi ruoli di vittime, di autori e di spettatori.

Riferimenti bibliografici

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Field E. M., difendere i figli dal bullismo, TEA, Milano 2005
Fonzi A., Il bullismo in Italia: Il fenomeno delle prepotenze a scuola dal Piemonte alla Sicilia, Giunti, Firenze 1997
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Nitzsche F. W., Genealogia della morale, Newton Compton, Roma 1992
Novelletto A. – Biondo D. – Monniello G., L’adolescente violento, Franco Angeli, Milano 2000
Oliverio Ferraris A., Piccoli bulli crescono, Rizzoli, Milano 2007
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Rossella Semplici, Bullismo

  1. Francesca
    4 ottobre 2007 alle 15:08

    Sono dall’idea prof che il bullismo nasce per fare del male,prendendo spunto dalla mafia anche se per fortuna non sciolgono bambini nell’acido ma fanno videi porno molestando ragazzi piu piccoli e ragazze e la cosa che fa piu male e che molestano ragazzi con handicap..Non diamo la colpa solo ai maschi perchè in alcuni casi possono anche essere le ragazze.E brutto sapere che in un luogo dove dovrebbero formarsi persone distinte(in un tempio di cultura forse un tempo non crede)invece ci sono ragazzi che per discuttere non usano le parole ma le mani non ragionano con le loro teste ma con la testa del più”duro” del più “tosto”di quello che vuole rispetto.I mass media i film e un pò tutto il mondo intorno a noi ci istiga alla violenza a non subire e quindi nel rispondere alle provocazioni,credo prorpio che il nostro mondo sta lacrimando…A presto mia cara fonte arrivederla prof ….

  2. 6 ottobre 2007 alle 11:22

    Cara Francesca,

    mi piacerebbe parlare con te di scuola. Trovo interessanti le cose che dici sul bullismo, in particolare il fatto che non c’è distinzione tra maschi e femmine. Secondo te, quanto incide questo fenomeno nel rendimento scolastico? C’è in tutte le classi? Chi è il bullo? Chi è colui che lo asseconda e lo segue? Chi è la vittima? Cosa possono fare le famiglie? Cosa possono fare gli insegnanti? In che senso i media, secondo te, influenzano questo tipo di comportamento “mafioso”?

    Ciao!

  3. francy
    28 ottobre 2007 alle 22:29

    Incide molto sul rendindimento scolastico un comportamento simile.
    Il bullo non è mai il bravo ragazzo colui che studio e
    che ha un’ottima educazione o sogni nel suo futuro o ambizioni,
    desideri.In ogni classe c’è un bullo esistono
    molti modi di esserlo alcuni usano la violenza fisica altri invece usano
    le parole colpendocosi l’emotività del soggetto spingendolo cosi
    ad assumere o prendere scelte difficili come uccidersi perchè non riesco
    a reggere la vergogna…Il bullo non agisce mai da solo alle spalle
    ci sono i compagni e amici che ridono su tutto quello che fa e deridendo
    così e demoralizzando il soggetto che viene cosi maltrattato…La vittima
    ideale è il classico ragazzo debole e piccolo di età e che non puo o magari
    non sa reagire…La famiglia che puo fare?ecco una bella domanda
    e di conseguenza c’è una bella risposta c’è una bella risposta ,possono risalire
    alla fonte che suscita questa voglia irrefrenabile voglia di fare del male
    l prossimo e ai coetanei…La “nostra” tv “spazzatura”fa crescere questa
    violenza nei giovani,come?è facile da capire,la violenza
    nasce già nei cartoni e si conclude nei spettacoli dove litigano verbalmente
    e ridicola questa televisione con questi film violenti…Bisogna dire BASTA
    bisogna che tornino quei programmi di cultura e serietà…Mi spiace veramente
    tanto annoiarla con le mie stupide teorie e chiacchere immature e prive”forse”
    di qualsiasi forma di cultura…Però mi lussinga molto che lei abbia tenuto in considerazione
    cio che ho scritto …

  4. 5 novembre 2007 alle 15:03

    Cara Francy,

    trovo molto interessante quello che hai detto, così come l’hai detto. Mi ha fatto pensare molto il tuo accenno al suicidio, proprio in questi giorni in cui ci troviamo a piangere un altro studente (del liceo Scotti di Ischia) che si è ucciso a causa del bullismo e del mobbing. Tu ne avevi quasi fatto il ritratto in anticipo…
    Ho inserito un nuovo articolo sulla scuola (al momento lo trovi sulla home page di questo sito). Fammi sapere che ne pensi.

  5. Giuseppe Majorca
    12 novembre 2008 alle 19:22

    Mi permetto manifestare la mia idea sul fenomeno del “bullismo” e la connessione dellp stesso fenomeno sociale con la “mafia”. Certamente , prendendo a campione la città di Palermo e, quartiere per quartere, valutando, principalmente, quelli che affondati da anni nel degrado e nell’abbandono ambientale che nel tempo hanno rappresentato nelle “nuove strutture”, si fa per dire, originate da costruzioni realizzata in competizione fra le legioni rigenerate della mafia del dopo guerra e dal “bisogno” popolare, che nello stesso tempo si era determinato. Il seme della discordia a mio parere è stato piantato con l’avvento della seconda guerra mondiale, con l’ingresso della mafia americana che, consentendo avevano aperto la porta alle truppe alleate, stabilendo accordi e compromessi fra la debole democrazia italiana e la mafia. In sicilia ha , conseguentemente, destabilizzato l’ordine e sopratutto, l’educazione sociale, che il governo iteliano ante guerra, aveva debellato o quanto meno contenuto. Pertanto, se non si valutano bene le origini storiche del nostro paese ; dai bulli della dominazione francese (famosi per arroganza e desiderio di conquista), ai borboni che bene o male hanno sviluppato positivamente il meridione; nonchè , dall’unità d’Italia , concretizzatasi da qppena 150 anni , ottenuta , come è noto , con la repressione e con la deportazione dei politici oppositori e delle truppe borboniche nelle carceri piemontesi ; nonchè con la massiccia emigrazione dei meridionali, costituiti non solo da quelli con la valigia di cartone, ma anche da quelli che rappresentavano le radici culturali, plitiche e militari dell’ex regno delle due sicilie . Per brevità, faccio solamente l’esempio dei bulli dei quartieri brancaccio, sperone, Zen, cruillas, michelangelo , uditore , San Lorenzo in stetto collegamento con la vicina provincia ( vedi cronache quotidiano ultimi 50 ammi dal 1948 con il bandito S.Gioliano ad oggi con Riina, Brusca ed i loro succesori.etc. per avere il quadro chiaro di tutto il fenomeno del bullismo e della stretta connessione ed origine dello stesso con il potere politico – mafioso. Cordialmente Giuseppe Majorca – un sicilaino qualunque…

    • GIUSEPPE MAJORCA
      28 ottobre 2010 alle 22:43

      Palermo, lì 28 ottobre 2010

      La radice della criminalità mafiosa non solo in Sicilia ma in tutto il pianeta è nell’abbandono, nell’indifferenza , nella ipocrisia di gruppi sociali che vivono isolati in un egoismo profondo che pervade molte volte ogni singolo individuo che si è costruito il proprio mondo e che alle volte con una semplice elemosina crede di avere fatto il proprio dovere e di essersi assicurato” la redenzione”, dove In verità le isole dove si sviluppa il fenomeno del bulismo sono ubicate ai margini della società chiamata “bene” o “perbene”, dove al mattino esiste il problema di una casa decente, del pasto, del lavoro. Nel mondo sono milioni le famiglie che vivono in pieno degrado, povertà e stato di bisogno permanente. I bambini , sono quelli che apprendono il disagio dei propri genitori e soffono, stringono i denti, sbarrano gli occhi per capire meglio e crescono “arrabiati, demotivati, silenziosi. Proprio gli infanti non appena si afaciano alla finestra della vita e guardano altri bambini benestanti , dove in famiglia ci sono due e tre machine che li vanno a prendere a scuola , già pensano giorno dopo giorno come possono fare a diventare come loro, perchè la loro famiglia vive nella “fame” A questo punto all’uscita dalla scuola vede una bicicleta nuova ed alla terza volta il suo io interiore gli dice anche tu puoi averla rubala. Fra queste emerge l’abrutimento, l’odio, l’invidia, il voler possedere un telefonino , una moto, un auto e non poterla . Al rientro a casa la madre non gli dice neanche dove l’hai , perchè anche Lei è cresciuta nel degrado e nell’indifferenza. Ricordo quando ero bambino che si parlava della fame in India , ora l’India ha la bomba atomica, ma la fame è rimasta nella magior parte delle famiglie. La domenica possibilmente anzicchè andare in chiesa o a giocare come gli altri bambini, pensano come rubare o guadaghare un pezzo di pane per sfamarsi . Se sono fortunati vedono una macchina parchegiata con la radio inserita, mentre uno fa il palo l’altro rompe il vetro e la ruba. Sono propri questi bambini abbandonati dalle Istituzioni e dallo Stato che crescono e diventano i mafiosi del futuro. Accettano lavori qualitativi della criminalità locale e già a soli 16 anni diventano potenziali “boss”. In Italia ormai con l’avvento del fenomeno imigrazione in particolare dell’Europa dell’est superano per prestazioni la criminalità locale ottenendo presumibilmente “il comando” attraverso la tecnica dela “squadra” che forma la banda. Importano prostituzione, esportano presumibilmente merce rubata ed intimidiscono le famiglie . Il fenomeno della criminalità non è generato solo dal bullismo. Lo stesso , non può essere sedato solo con la repressione, ma va aiutato ad uscire dal tunnel cercando di recuperarli fin dalla nascita, come se fossero dei veri “cuccioli” umani.

  6. GIUSEPPE MAJORCA
    29 ottobre 2010 alle 7:41

    Palermo 29 ottobre 2010 La Sicilia è abitata da “ruppi” sociali molto diversi fra loro. Le numerose dominazioni nei secoli dai Greci ai Romani , agli Ai Francesi, agli Spagnoli ,agli Arabi, ai Normanni , hanno contribuito a creare un popolo diffidente, diverso, ma nello stesso tempo geniale e prevenuto contro lo straniero. La concezione di “società in Sicilia non esiste o se esiste si tratta di rarità, esiste invece la socità a carattere familiare
    A differenza del nord dell’Italia la Sicilia è stata per lungo tempo isolata dall’influenza e dall’interesse prima del Governo Sabaudo e dopo da quello Repubblicano. L’esodo delle famiglie e dei giovani che abbandonavano la Sicilia in cerca di una terra più ospitale continua ancora oggi. La mancanza di una politica sociale per il recupero di quelle masse popolari è precaria se non addirittura assente. Ancora si vive alla giornata, le Imprese come è nono , in particolare quelle piccole che caratterizzavano l’operosità del Siciliano di oggi chiudono perchè non reggono più al peso fiscale ed al confronto delle aziende del nord e dei prodotti cinesi . Alla politica del Governo pro tempore che ha sempre visto la Seculia quale colonia da sfruttare per le sue risorse minerarie e per altre risorse .
    L’Imprenditoria che si stava sviluppando negli anni 50 di grande qualità tecnica ed artigianale è stata afondata a vantaggio di una politica che ha interessato da sempre il centro nord. Giorno dopo giorno si assiste a scene di degrado prevalentemente nei quartieri di molte città della Sicilia dove i bambini non vanno a scuola per non hanno ne il panierino , ne il gabriulino con il fiocchetto blu. Ancora siamo purtroppo un paese sottosviluppato che vuole vivere, che vuole reagire, che vuole essere competitivo. a mio modesto parere per ridurre la micro criminalità lo Stato dovrebbe investire in strutture didattiche più vicina alle esigenze di questi quartieri. in particolare a Palermo dove negli ultimi giorni il quotidiano Giornale di Sicilia ha rappresentato lo scenario da “terzo mondo” nel quale nascono , crescono i bambini ed mancanti di ogni necessità primaria. Ed allora si assisotno a devastazione di strutture scolastiche devastate nei predetti quartieri , di inondazioni di immondizia che fanno somigliare quella parte di Palermo e di altre città della Sicilia “isole” di degrado e malgoverno. Il criminale per lo più è il prodotto dell’assenza di uno Stato latitante che con qualche casa economico popolare crede di aver risolto il problema di gran parte delle famiglie Siciliane.

  7. 29 ottobre 2010 alle 11:21

    teppismo, bullismo nonnismo

    cordialmente una vittima qualunque

  1. 5 novembre 2007 alle 17:41
  2. 16 ottobre 2008 alle 9:45

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