Ernesto Ruffini, Una biografia

di Giampiero Tre Re

Estratto, con piccoli adattamenti, della tesi di laurea “L’aggiornamento delle strutture ecclesiastiche nel ventennio post-conciliare a Palermo” (Palermo, 1987).

Il Cardinale Ernesto Ruffini, Arcivescovo di Palermo, morì improvvisamente l’11 giugno 1967 e, cosa che non mancò di impressionare i contemporanei, proprio “sulla breccia”, come egli stesso desiderava e diceva spesso1.
La sua attività era stata, infatti, intensissima: fino all’ultimo faceva frequenti visite alle nuove chiese parrocchiali di Mater Misericordiae e S. Paolo Apostolo a Borgo Novo. Dieci giorni prima aveva presieduto la cerimonia d’erezione della nuova chiesa della S. Famiglia; la sera precedenCard. Ruffini. Fonte: fondo Giordanite al decesso si era recato ad un incontro con i giovani dell’Istituto “Gonzaga”, dei gesuiti. La mattina successiva si recò al seggio elettorale dove votò per il rinnovo del parlamento regionale. Subito dopo fu colto da malore e dopo qualche ora spirò.
La salma rimase esposta alla venerazione dei fedeli per tutta la giornata del martedì, su un alto catafalco posto al centro del coro della Cattedrale. Il giorno successivo ebbero luogo i solenni funerali: l’immensa folla che gremiva la Cattedrale e che si snodò lungo il per corso del corteo funebre dalla Cattedrale alla Chiesa della “Madonna dei Rimedi”, dove Ruffini volle essere sepolto, testimonia l’affetto e la popolarità di cui l’Arcivescovo godeva soprattutto presso la povera gente.
Ruffini era nato, quinto di otto figli, a S. Benedetto Po, nella diocesi di Mantova, il 19 gennaio 1888. Entrò a soli dieci anni nel seminario di Mantova, dove rimase fino al 1910, anno in cui consegue la laurea in teologia dogmatica, presso la facoltà teologica di Milano. Il 10 Luglio dello stesso anno è ordinato prete.
Da allora lascia la sua Mantova per recarsi a Roma, dove frequenterà il collegio Leoniano. Le previsioni sono quelle di tornare presso la sua diocesi d’origine; in realtà la predilezione di Pio X nei suoi confronti farà di Roma la città del nostro giovane prete, fino al 1945.
Quiivi ottiene l’abilitazione di professore in S. Scrittura (1913). Dopo un breve viaggio di studi biblici in Terra Santa è chiamato nell’ottobre 1913 a insegnare al nuovo Seminario Lateranense. Solo quattro anni più tardi ottiene la prestigiosa cattedra di S. Scrittura presso il Pontificio Ateneo di Propaganda Fide, caldeggiata per lui presso il Papa da Mons. Tardini.
Nel 1924 è nominato delegato diocesano di Roma per l’unione Missionaria del clero; sostituto per la censura dei libri al Sant’Offizio; consultore della stessa Congregazione e della Pontificia Commissione biblica.
Nel 1925 è prelato domestico di S. Santità. Nel 1928 avviene la prima grande svolta della sua vita: chiamato ad essere segretario della Congregazione dei seminari e delle università degli studi, vi restò fino al 1945. Gli impegni di governo che tale incarico comportava lo obbligarono a lasciare gradualmente gli studi.
Le opere più significative di questo periodo sono: la riforma degli studi nelle università pontificie (egli fu infatti l’ispiratore della “Deus Scientiarum”, il decreto Pontificio di riforma emanato da Pio XI nel 1931); l’ideazione della nuova sede dell’Ateneo Lateranense; l’appoggio offerto all’erezione del Pontificio Ateneo Salesiano e all’Institute,of Mediaeval Studies di Ottawa, fondato da J. Maritain e E. Gilson; in generale un forte impulso agli studi teologici e al prestigio, fino ad allora languente, della S. Congregazione per gli studi2.
La seconda grande svolta della sua vita fu nel 1945, anno in cui da Pio XII, in seguito alla rinuncia del Cardinale Lavitrano, gli venne offerta la cattedra di S. Massimiliano. Nominato arcivescovo di Palermo l’11 ottobre, l’8 dicembre 1945 fu consacrato vescovo. Il 18 febbraio 1946 fu elevato alla sacra porpora e il 31. marzo fece il suo ingresso in una Palermo prostrata dalla guerra.
Il suo primo discorso dal balcone dell’episcopio tracciò le linee del suo programma che mirava ad alleviare le immani conseguenze della guerra.
Dopo una diagnosi delle miserie in cui si dibatteva il popolo di Palermo, resagli possibile da migliaia di lettere giuntegli da ogni parte e ceto della città3, il Cardinale cominciò a realizzare il suo piano. Sorse così il Poliambulatorio arcivescovile per gli ammalati che non potevano usufruire delle prestazioni mutualistiche di Previdenza Sociale; il Villaggio Cardinale Ruffini, nel quale affluirono gli abitanti delle grotte di Spirito Santo della Guadagna, di Via Perpignano, di Piazza Grande, dell’Albergheria, del quartiere Lo Cicero; gli oratori arcivescovili, dove vennero raccolti e istruiti migliaia di fanciulli.

Nelle zone più depresse della città fece sorgere centri sociali; costruì dodici scuole materne. Per gli anziani impossibilitati ad essere accolti negl’istituti di pubblica beneficenza, creò il “Villaggio dell’Ospitalità” dove trovarono alloggio 80 nuclei familiari. La “Casa della Gioia”, per i bambini gracili e de periti, alle pendici del Monte Caputo, all’interno della quale funzionavano 5 classi elementari parificate. A Boccadifalco funzionava da poco un centro di orientamento professionale.
Come struttura di supporto a tutte queste opere di carità, nel 1954 fondò l’Istituto secolare del le Assistenti Sociali Missionarie, che si preparavano alla loro attività nella Scuola superiore di Servizio sociale “S.Silvia”, istituita dallo stesso Cardinale.
Durante il suo ministero episcopale L’Arcivescovo eresse quaranta parrocchie, fece fabbricare fin dalle fondamenta venti chiese parrocchiali con relativa casa canonica, molte altre ne fece restaurare, compresa la Cattedrale.
L’impatto di questi successi dovette essere enorme e gli guadagnarono un cospicuo consenso, come testimoniano i riconoscimenti ottenuti.
Il 4 settembre 1964 gli fu conferita la cittadinanza onoraria “per gli alti meriti pastorali e sociali”4.
Il sindaco, Paolo Bevilacqua, nel discorso che motivava l’onoreficenza, disse tra l’altro:

«Non altrimenti la Città che da più lustri vi ha visto dedicare ogni energia spirituale e materiale alla sua causa che è poi in particolare modo la causa dei suoi figli più disagiati e bisognosi, avrebbe potuto testimoniarvi, Eminenza, la sua commossa consapevolezza di quanto essa deve al vostro nobile apostolato…»5

Tra il 1964 e il 1966 il Cardinale istituì a Palermo importanti organismi amministrativi e di governo della diocesi. L’8 settembre 1966, in osservanza del Motu Proprio “Ecclesiae Sanctae”, il consiglio presbiterale e il consiglio pastorale. Le norme andarono in vigore l’11 ottobre con valore sperimentale6.
Riservando a se stesso la presidenza, ricostituì il consiglio amministrativo diocesano di cui facevano parte i presbiteri Marcatajo, Carcione, Salvioli, Cambria, Guercio, Randazzo e l’avvocato Nino Chiovaro7.
Nel 1964, certamente sulla spinta della pubblicazione della Costituzione Sacrosantum Concilium (SC), sulla santa liturgia, si assiste a consistenti impulsi al rinnovamento liturgico a Palermo.
Ruffini si assume il compito di far stampare in ottima edizione i canti sacri con accompagnamento da eseguire nelle Messe parrocchiali; in conformità agli artt. 45-46 della SC furono istituite per la prima volta la commissione liturgica composta da Mons. Anselmo Carrubba, dal beneficiano Stefano Ciaulo, dal sacerdote Rosario Mazzola; la Commissione per l’arte sacra (Mons. Prof. Filippo Pottino, Mons. Prof. Filippo Meli, Prof. Michele Dixitdomino) e la commissione per la musica sacra: (Mons. Dott. Lorenzo Profeta, Mons. Vincenzo Cirrincione, P. Domenico Morgante8.

Alla morte di Ruffini, Filippo Aglialoro fu nominato dal capitolo metropolitano Vicario capitolare in sede vacante ed economo. Nel concistoro segreto del 26 giugno 1967 Paolo VI elevò alla sacra porpora l’eminentissimo Card. Francesco Carpino e lo preconizzò alla sede episcopale di Palermo, dopo appena quindici giorni di sede vacante9.

Ruffini al Concilio

La fase antepreparatoria

Alla Commissione antepreparatoria del Concilio, l’11 febbraio 1960 Ruffini inviò un documento contenente i suoi “desiderata”, in vista dell’imminente Concilio, secondo quanto richiesto dalla commissione stessa10.
Lo schema del documento risulta diviso in 30 punti:

1-2. Vigilanza sulle S. Scritture;
3-5. Questioni giuridiche: aggiornamento di organismi esistenti (in cui Ruffini auspica un maggiore controllo grazie ad una più stretta centralizzazione);
6-7. Diritti della Chiesa;
8. Normativa per il riavvicinamento ecumenico;
9. Obblighi inerenti allo stato clericale;
12-15. Direttive per la formazione nei seminari e nelle scuole di teologia;
16-l8. Definizione di norme per il governo della diocesi;
19- 20. Episcopato;
21-25. Disciplina dei religiosi;
26. Indulgenze (lungo articolo);
28-29. Liturgia (importanza di essa; l’arte nella liturgia);
29-30. Dignità della persona; compiti del laicato e attivismo politico.

Come si vede il documento è impostato su uno schema fortemente giuridico di censure, definizioni, proibizioni, norme; auspica, in generale un più stretto centralismo:

«19. Metterre in maggior rilievo l’autorità e la dignità del Vescovo che subordinatamente al papa è “Magister”, mentre tutti gli altri costituiscono la Chiesa discente.
20. Rendere periodiche le conferenze episcopali nazionali, per suscitare maggior impegno nell’azione pastorale e armonia nell’esercitarla»11.

«29. Precisare che cosa si intenda per libertà individuale, familiare e sociale; – quale sia il diritto di proprietà ed i suoi limiti;
– come debba essere rispettata la dignità della persona umana nei vari settori della società specialmente nel campo del lavoro.
30. Stabilire quale sia il compito dei laici nell’apostolato e quale azione sociale sia da evitarsi dai sacerdoti, dissipando l’equivoco cui facilmente dà luogo il termine “politica”.
Oggigiorno la politica entra in tutti i setto ri, dove la religiQne e la morale avrebbero sempre una parola da dire»12.

Questo tipo d’impostazione fondamentalmente giuridicistica, da una parte, ma obbediente da una profonda istanza pastorale, si può rilevare anche in molti dei suoi interventi nell’aula conciliare.

Interventi al Concilio

Ruffini fu uno dei padri conciliari più attivi13. Intervenne 12 volte nella prima sessione; 7 nella seconda; 10 nella terza; 3 nella quarta per un totale di trentadue orazioni. A queste devono aggiungersi 3 interventi scritti (due nella terza e uno nella quarta sessione).
Lo schema del quale si curò maggiormente fu il De Ecclesia, come dimostrano i suoi ben nove pronunciamenti su di esso. Grande interesse attribuì anche allo schema De Ecclesia in mundo huius temporis, la futura Costituzione pastorale Gaudium et Spes, con cinque interventi14.
Nel corso della 31.a congregazione generale (CG) Ruffini avanzò una proposta la quale, oltre che dal punto di vista metodologico, è importante per comprendere l’impostazione pastorale della sua visione ecclesiologica:

«Porro incongrue – ut opinor – tractatur de Ecclesiae necessitate ad salutem in cap. II, quod est de membris Ecclesiae Melius esset coniungere necessitatem cum Ecclesiae natura in I capite; immo optima haberetur rerum ordinatio si in cap. I cum Ecclesiae natura coniungatur Ecclesiae finis, ex quo aperte consequeretur tum Ecclesiae necessitas ad salutem […]
Quaproprter tota constitutio dogmatica de Ecclesia, etiam de brevitati consulendum, contrahi posset, ni fallor, in septem capita, nempe:
Cap. I: de Ecclesia natura et fine […]
Cap. Il: de membris Ecclesiae
Cap. III: de Potestate Ordinis (singulariter de sacerdotio semplici et de episcopatu, qui est Sacramenti Ordinis gradus maximus).
Cap.: IV: de Potestate jurisdictionis
Cap. V: de Ecclesiae magisterio
Cap. VI: de oboedientiae Ecclesiae regimini et magisterio exibenda
Cap. VII: de relationibus inter Ecclesiam et societatem civilem seu Statum […] In Cap. IV, quod sic propono: de Potestate jurisdictionis, apte statui posset quaenam potestatas opportunum agnoscendam sit collegiis episcoporum, conferentiis episcopalibus regionalibus et nationalibus, necnon regimini patriarchali in oriente, religiose servatur semper et ubique primatu regiminis et magisterii Romani Pontificis pro universa Ecclesiae»15.

Nella successiva CG avanzò l’intelligente proposta di suddividere in due schemi la trattazione sulla Chiesa, in base a due diverse prospettive: dogmatica l’una, pastorale l’altra;

«…facile viam inhaeremus plenae consensionis si, agendo de argumentis sicut in praesenti – quae veritatis dogmaticas necessario comprehendunt duo schemata paralela conficentur, nempe dogmaticum unum, pastorale alterum. Schemata stricte teologicum naturae sua esset breve et accuratum, atque doctrinam certam respectu quoque errorum recentiorum confirmaret; schema vero pastorale eandem doctrinam catholicam latius exponerent, captui hominem et societatis temporum nostrorum ita accommodatum; ut lumern Christi omnes admirentur et, Deo adiuvante, libenter sequantur.
Ita haberetur, ut opinor, Ecclesia sub duplici aspectu, quos Em.mus D. Card. Suenens heri appellavit Ecclesiam ad intra et Ecclesiam ad extra»16.

Ruffini al Concilio fu uno dei massimi esponenti dell’ala conservatrice17. Il punto sul quale le sue posizioni divergevano di più dalla maggioranza dei Padri fu il modo di intendere la collegialità e il “munus regendi” di cui il collegio sarebbe investito in forza della consacrazione episcopale.
Già nel corso della seconda sessione Ruffini aveva espresso le sue perplessità per la mancata precisazione dei compiti delle conferenze episcopali e uno scarso approfondimento del senso della collegialità18.
Nella terza sessione il dissenso divenne più aperto.
Insieme al Card. Clemente Micara, Ruffini consegnò a Paolo VI una petizione segreta19. Ruffini e gli altri firmatari ritenevano che la discussione sul terzo capitolo dello schema sulla Chiesa, la futura Lumen Gentium, avrebbe prodotto un indebolimento del primato papale. Essi avrebbero voluto, pertanto, che il Papa fermasse il dibattito conciliare, ma ottennero solo le rassicurazioni contenute nella celebre “Nota esplicativa previa” 20 (16 novembre 1964) allegata in calce alla versione definitiva della Costituzione dogmatica.
Nella petizione del gruppo di minoranza guidato da Ruffini, rimasta inedita fino al 1969, si legge:

«Rimane a nostro avviso ben fondata la preoccupazione che, tanto nel caso del potere giurisdizionale, del singolo Vescovo, quanto in quello del Collegio episcopale, se si afferma la immediata e permanente derivazione da Dio “vi consecrationis”, il Papa non possa lasciare quei poteri privi del loro naturale compimento, che è l’esercizio. Allora il primato verrebbe sostanzialmente compromesso nella sua libertà di azione e ridotto praticamente a “tantummodo officium inspectionis et directionis”»21.

I tradizionalisti dunque temevano che, con l’introduzione del concetto di collegialità, la Chiesa si trasformasse da monarchia a diarchia, passando ad un regime collegiale di governo22, com’è documentato in quest’intervento scritto, presentato da Ruffini dopo la chiusura della LXXXII CG:

«1. Quod sub n. 20 asseritur: “ita munus apostolorum pascendi Ecclesiam permanere in episcopis, sicut munus singulariter Petro a Domino concessum permanet in succesoribus eius” gravissima et valde periculosa ambiguitate laborat, quae verbis “Pascendi Ecclesiam” non aufertur.
2. n. 21 Episcopali consecratione conferri etiam munus regendi, cuius tantummodo exercitium sicut muneris santificandi et docendi pendeant ex communione cum collegii capite et membris, firmi et non controversii argumentis demostrari non potest, ac insuper gravis difficultatibus causam praebere potest.
3. n. 22 (cfr. n. 25) “Exerceri posse ab episcopis in orbe terrarum degentibus potestatem3 quae collegiali dicitur, eorumque ‘cum manent dispersi deliberationes vel decreta vim habere (modo Summo Pontifex ea approbaverit vei libere receperit) summam sollicitudinem et timorem excitat quia Romani Pontifici primatus vix integer remaneret semper.
4. n. 24 Episcoporum missionem canonicam fieri posse per legitimas consuetudines a suprema et universali potestate Ecclesiae non revocatas est affirmatio saltem imperfecta.
5. n. 26 Episcoporum in Eucaristiae celebratione posse Ecclesiae leges, “eius particulari iudicio ulterius pro dioecesi determinare” est concessio quae plus patet quam oportet.
6.n. 29 Diaconos matrimonio Ecclesiae nomine assistere posse mihi non placeti; sed multo magis repugno – et quantum possum – diaconatu (in ritu nostro) uxorato quia dum hic nulla sacri apostolatu necessitate vere exigitur, facile vulnus inferret in legem ecclesiastici caelibatus qua, abhinc saecula multa, Ecclesia latina merito gloriatur»23.

L’ultimo documento che propongo manifesta, in una forma che direi tipica, il prevalente interesse pastorale di Ruffini al Concilio:

«Permulta dicuntur de hominum condicionibus et problematibus (sit venia verbo!) in hoc mundo; sed vix attingitur acervus scelerum et culparum quibus magna pars societatis vitiatur, maxime in nationibus quae de perpolita humanitate gloriantur. Etenim quis ignorat plurimos ex omni ordine sociali aviditate pecuniae incensos esse et nullo satiari lucro? Item neminem fugit morem turpitudinem, contra ipsam legem naturalem, latius in dies diffundi, auctis continuo corruptelae instrumentis.
Profecto paupertas, fames, iniustae discrepantiae, controversiae, conflictationes graviter animos percutitur, excruciant, sollicitant, sed nulla calamitas tam leadit hominem ac personae dignitatem quam vitium cuiscumque generis […]
Ecclesia a servitute captivos liberavit, aegrotos puerosque derelictos et orphanos, materno amore, semper curavit, omni ope annisa est ut pauperes reficerentur et recrearentur, ubique terrarum preaconium veri gaudii promulgavit. Non erit profecto abs re, in memoriam cunctarum gentium paucis revocare quae Ecclesia egerit et adhuc efficiat in bonum totius societatis, non solum ut homines eternam vitam adipiscantur3 sed etiam ut huisce in terris omni prosperitate – quantum possibile est – fruantur»24

Non è possibile ritenere semplicisticamente “conservatore” il contributo dato da Ruffini al Concilio, senza inquadrarlo in tutta la sua visione pastorale. In realtà Ruffini non perde mai di vista l’istanza pastorale che considera caratteristica essenziale del ministero episcopale e della stessa prassi ecclesiale e alla quale anche il magistero conciliare egli ritiene debba conformarsi. Avendo condotto i suoi studi di teologia durante i primi anni del novecento, ed essendosi successivamente allontanato dagli approfondimenti scientifici per assumere incarichi di governo, Ruffini era rimasto estraneo, come studioso, allo sviluppo impresso tra le due guerre e negli anni ‘50 agli studi, biblici, patristici, liturgici, ecclesiologici.
Egli fu uno dei Padri conciliari più anziani, aveva 74 anni all’inizio del Concilio e i suoi interessi tempo avevano smesso di essere puramente accademici per divenire sempre più pastorali. E proprio l’intenzione pastorale è quella che risalta dai suoi “proposita et monita” come dai suoi interventi nell’aula conciliare.
Pertanto fu un conservatore, ma mai in modo chiuso e intransigente. Se alcuni vedono nel Concilio un rinnovamento (o addirittura una riforma) ed altri un deragliamento rispetto a cui chiamarsi fuori o lavorare sotterraneamente per risanarlo, Ruffini preferisce vedervi una continuità nell’alveo della tradizione e si sforza di mettere in evidenza il suo punto di vista.

“Migliorare e crescere”

Durante lo svolgimento sul Concilio, Ruffini non mancò di mediare ai fedeli i contenuti man mano discussi nel Concilio.
La lettera pastorale “Migliorare e crescere”25 è il documento più significativo al riguardo, ma anche la fonte migliore per conoscere quale fosse la prospettiva nella quale il Cardinale inquadrava il Vaticano II.
“Migliorare e Crescere”, del 25 marzo 1965, è divisa in tre grossi capitoli: miglioramento e crescita dell’uomo, della società, della Chiesa. Quello dei tre che maggiormente qui interessa è proprio il terzo: Miglioramento e crescita della chiesa.
Questo paragrafo si apre con una distinzione tra quanto nella Chiesa non può cambiare, perché legato alla divina Rivelazione, e quanto invece muta e si migliora. E’ evidente che il riferimento al Concilio Vaticano II, in questo terzo paragrafo, è preponderante.

«L’invocazione della pace che si recita ogni mattino nella Messa, contiene questa supplica: Signore Gesù Cristo […] non guardare ai miei peccati ma alla fede della tua Chiesa e degnati secondo la tua volontà, di darle la Pace e l’unità.
Si suppone che alla Chiesa occorra pace e unità. È un chiaro esempio di miglioramento che si implora per la Chiesa, cioè che i suoi membri siano in pace ed uniti tra loro […]
Migliorare significa per la Chiesa una maggiore penetrazione nell’intelligenza e nella chiarezza di presentazione della dottrina da Dio rivelata […] Quando la Chiesa riuscisse con la fervida collaborazione dei sacerdoti dei laici e dei devoti a far prevalere nei pubblici ordinamenti i criteri di giustizia e di equità, dei quali è depositaria e instancabile banditrice, nei campi, nelle officine, nelle scuole perch[ si attui l’equilibrio e la parità economica tra le regioni della medesima nazione, e sincera solidarietà tra Paesi ricchi e Paesi poveri, avrebbe conseguito, con suo intimo gaudio, un rilevante miglioramento e una notevole crescita, in perfetta corrispondenza all’altra sua missione»26.

Il paragrafo si chiude con un riferimento ai miglioramenti apportati già dal Concilio Vaticano II e a quelli che si preparavano per la successiva sessione di settembre-dicembre del ‘65.
Evidentemente tutta la lettera si sviluppa per reggere le conclusioni di quest’ultimo paragrafo. L’esigenza che vi è sottesa è di natura pastorale. Il Cardinale vuole che sia chiaro a tutti i fedeli che la spinta conciliare all’aggiornamento è qualcosa di profondamente connaturato all’uomo e alla Chiesa. Lo stesso tipo di aggiornamento e la medesima esigenza chiarificatrice emerge, ad esempio, anche in una breve relazione che Ruffini fece al clero sullo svolgimento dei lavori conciliari nel febbraio 196327, nella quale Ruffini mostra di interpretare il Concilio come un’ampia discussione in materie in cui vige libertà di opinione teologica.
“Insegnamenti del Concilio”

Ruffini non è riuscito, dunque, a fare propria la linea emergente al Concilio. A questo proposito è significativa la lettera pastorale “Insegnamenti del Concilio Vaticano II” della Pasqua del 196628.
Lo scopo della lettera pastorale è quello d’incitare i fedeli al rinnovamento, secondo gli esempi di Cristo, per ottenere anche il rinnovamento della società secondo i dettami del Vangelo. Da un’attenta lettura emerge che non coglie la sostanza del dettato conciliare. Prendendo in esame i decreti conciliari il Cardinale si rifà al Concilio di Trento o al Vaticano I, per la loro interpretazione29.
Le citazioni tratte dai documenti del Vaticano non sono certo pochissime30 ma spesso non sono le più significative e sono talvolta collocate in contesti che non rispettano la ratio delle fonti.
Egli inquadra i documenti del Vaticano Il in uno schema precostituito, che non appartiene al Concilio. Dei Vescovi dice che essi sono «preposti a Chiese particolari cd esercitano il loro pastorale governo sopra la porzione del popolo di Dio che è stata affidata dal Papa, non già sopra le altre Chiese o sopra la Chiesa universale, ma nel loro insieme costituendo la continuazione del collegio o corpo apostolico, hanno potere su tutta la Chiesa, sempre però dipendentemente dal Romano Pontefice che ne è il capo, cioè sempre con lui e mai senza di lui»31.
Dei sacerdoti si dice che sono collaboratori dell’ordine episcopale e, chiamati a servire il popolo di Dio, costituiscono con il loro Vescovo un unico corpo sacerdotale. Sono gerarchicamente dipendenti dal Vescovo, formano un unico presbitero, con la missione di contribuire alla medesima opera che è l’incremento spirituale del corpo mistico32. Dei religiosi si dice che essi hanno contribuito moltissimo alla vita della Chiesa. Essi sono come adornamento della Sposa di Cristo33. Ai laici Ruffini, oltre al diritto di associazione, riconosce solo un ruolo di Chiesa discente34.
È uno schema ancora verticistico e strutturale-istituzionale35, più che misterico-comunionale, che condiziona la logica di esposizione di ciascun paragrafo della sua lettera e perfino la sequenza dei documenti passati in rassegna36.
Al di là di tutto questo, il punto è che Ruffini non coglie la categoria sacramentale come chiave ermeneutica dell’intera ecclesiologia3 come si può facilmente rilevare dal suo modo di intendere la categoria “mistero”:

«Il Concilio Vaticano II, nella costituzione dogmatica che la riguarda, parla spesso del mistero della Chiesa, perché tende ad una meta soprannaturale, è animata dallo Spirito Santo, insegna quanto apprende dalla divina rivelazione e amministra i riti che conferiscono la grazia santificante. Sarebbe però grave errore ritenerla invisibile»37.

Ma soprattutto il paragrafo sulla Madre di Dio, posto a guisa di conclusione, come soleva l’omiletica tradizionale, stravolge la più unificante delle categorie mariologiche del Concilio: la prospettiva ecclesiologica38. Da questa impostazione generale non si discosta neppure la lettera pastorale “Il magistero della Chiesa”, del 19 marzo 196739.
Ruffini nutriva, comunque, nei confronti del Vaticano II un’ammirazione indiscutibile. Si potrebbero accumulare molti documenti al proposito, ma valga per tutti questo solo:

«Se si tiene presente l’immensa mole di lavoro compiuto dal Concilio, non si può fare a meno di ammirare la copia di dottrina trattata dal magistero straordinario della Chiesa e le sapienti norme disciplinari che, senza venir meno alle sacre tradizioni, aprono nuove vie all’apostolato e alla santificazione delle anime nei vari settori del mondo moderno»40.

Del resto era stato lo stesso Ruffini a chiedere un concilio, prima a Pio XII e successivamente a Giovanni XXIII, forse addirittura già al proprio “protettore”, Pio XI: «[Il concilio] lo desideravo da una trentina d’anni», ebbe a dire nel 1963 in una conferenza sul laicato 41.
L’ansia pastorale della quale era animato lo portò a realizzare in tempi brevi alcuni dei maggiori organismi collegiali previsti dal Concilio. La novità del Concilio cominciava a filtrare d’altra parte attraverso il rinnovamento della liturgia.
In un documento del 30 giugno 1965 il Card. Lercaro al riguardo così scriveva a Ruffini: «Se si dovesse narrare, sinceramente e obbiettivamente, quello che è avvenuto nelle Chiese del mondo dopo il 7 marzo, si avrebbe da narrare mirabilia Dei. Ne danno ampia testimonianza le relazioni che per i singoli paesi va pubblicando Notitiae, il bollettino di informazioni del Consilium, relazioni del tutto attendibili…»42.

Il 1965, anno in cui viene pubblicato dalla CEI l’Ordinario della Messa in italiano43 è particolarmente ricco di novità liturgiche che a Palermo come altrove si vanno gradualmente introducendo. Nel mese di gennaio il Cardinale offrì alle religiose e al clero una tre giorni liturgica, dalla quale non furono esclusi i laici che vi parteciparono numerosi44. Pure in quell’anno fu data facoltà a tutti i sacerdoti di impartire l’olio degli infermi e furono introdotte variazioni nel le celebrazioni del Giovedì e Venerdì santo45.

E ancora, Ruffini stabilisce che le letture e la preghiera dei fedeli della Domenica delle Palme siano eseguite in italiano e così pure 1′ orazione di benedizione de le Palme e altre parti della liturgia. Graduale introduzione dell’italiano nella Messa “in coena Domini”. Anche nella veglia pasquale vi sono degli inserti in italiano (orazioni, exsultet, canti interlezionali, letture, compreso, la “Passio”)46.
Per il 28 novembre, prima domenica di avvento, è resa obbligatoria la traduzione italiana dei Prefazi, preparata dal Comitato Episcopale per la liturgia47.
L’anno successivo fu la volta della Messa cosiddetta prefestiva; ottenuta da Ruffini per Palermo e la Sicilia. Dapprima solo a voce, successivamente con decreto datato 29 luglio 196648. Sempre in quell’anno si diede il permesso, secondo quanto alla “Ecclesiae Semper”, della comunione sotto le due specie, per intinzione49. Così, attraverso una più consapevole partecipazione ai sacri riti, la nuova mentalità introdotta dal Concilio rispecchiata nelle nuove norme liturgiche, comincia lentamente a diffondersi anche tra i fedeli.
Un altro importante segnale della volontà di tradurre il Concilio nella vita della Chiesa locale, si ricava dallo sforzo, espresso tra il 1966 e il 1967, di coinvolgimento del clero, attraverso iniziative finalizzate all’aggiornamento culturale. Con una circolare del 18. dicembre 1966 Ruffini indisse un corso di aggiornamento per il clero, riguardante la parrocchia alla luce del Vaticano II50. L’anno successivo un corso d’aggiornamento culturale per il clero e i laici si tenne dal 6.5 al 3.6 con 8 conferenze. I temi trattati erano di estrema attualità: Flaminio Piccoli, “I cattolici e la cultura”, Mons. Francesco Pennisi: “Ecumenismo”; G. Ruschini “La Madonna nel mistero di Cristo e della Chiesa”; R. Falsini: “Importanza della liturgia e la partecipazione attiva dei fedeli; S. Garofalo: “La Bibbia codice perenne di Vita”51.

Con circolare del 6 giugno 1967, «per offrire ai singoli sacerdoti la possibilità di quel rinnovamento che è stato inculcato dal Concilio ecumenico Vaticano II», Ruffini dispose, per il luglio successivo quattro corsi di esercizi spirituali di sei giorni ciascuno, da celebrare a S.Martino delle Scale. Altri tre corsi ebbero luogo a settembre presso la villa S. Cataldo (Bagheria)52. Ma fu con l’inaugurazione che l’Istituto S. Curato d’Ars, già convitto ecclesiastico, avvenuta il 7 novembre 1966 che si ebbe il maggior impulso in questo senso. Ivi i nuovi sacerdoti attendevano per un biennio al loro perfezionamento in pastorale, sociologia, psicologia. È fatto significativo che il programma di studio dell’Istituto S. Curato d’Arrs per l’anno 1967 prevedesse, tra l’altro, anche teologia pastorale conciliare (Gaudium et Spes)53.
Il vero volto della Sicilia

Durante tutto il mese d’ottobre del 1963 il Cardinale presenziò alle adunanze del Concilio intervenendo ogni qualvolta lo richiedesse l’importanza dell’argomento in discussione. In questo periodo tenne anche due conferenze alla presenza di giornalisti italiani ed esteri mettendo in rilievo i pregi del popolo siciliano e confutando le accuse contro di esse diffuse nel mondo54. Da queste conferenze prese vita la lettera pastorale “Il vero volto della Sicilia” della domenica delle Palme 196455. La lettera si compone di tre parti:
a) confutazione di quella che Ruffini chiama, “una grave congiura per disonorare la Sicilia”, della quale identifica tre agenti principali: la mafia, il Gattopardo, Danilo Dolci.
b) una seconda parte in cui elenca “le glorie siciliane”.
c) ed una terza, che potremmo dire “parenetica”, di «incoraggiamenti ed esortazioni». Riguardo alla mafia il Cardinale così scrive:

«Venuta meno la difesa che proveniva dall’organizzazione feudale e infiacchitosi il potere politico, i latifondisti ebbero bisogno di assoldare squadre di picciotti, di poveri agricoltori per assicurare il possesso delle loro estese proprietà. Si venne così a costituire uno Stato nello Stato e il passo verso la criminalità per istinto di sopraffazione e prevalenza fu molto breve. Non può destare meraviglia che il vecchio deplorevole sistema sia sopravvissuto pur essendo cambiato il campo dell’azione. Le radici sono rimaste. Alcuni capi, profittando della miseria e dell’ignoranza,sono riusciti a moltiplicare gruppi di ardimentosi pronti a tutto osare per difendere i loro privati interessi e per garantire la lor supremazia nell’orticultura, nel mercato e nei più disparati settori sociali. Questi abusi sono divenuti a poco a poco tristi consuetudini, perché tutelati dall’omertà degli onesti, costretti al silenzio per paura e dalla debolezza dei poveri, ai quali spettavano il diritto e l’obbligo di prevenire e reprimere la delinquenza a qualunque costo. Si rileva dai fatti che la Mafia è sempre stata costituita da una sparuta minoranza»56.

Dal contesto generale si può rilevare che il suo intento più che a minimizzare il fenomeno mafioso è volto a discernerlo dall’autentica sicilianità.

Anche in questo caso Ruffini non intende condurre una dettagliata analisi sociologica: il suo interesse resta di natura squisitamente pastorale.
Un altro motivo di diffamazione della Sicilia è stato tratto, «di certo contro le intenzioni dell’Autore….», dal romanzo “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi duca di Parma e Principe di Lampedusa57.
Infine il “caso” Danilo Dolci. Ruffini ricorda le opere di Dolci in Sicilia: l’apertura dell’asilo, successivamente soppresso per irregolarità, e,dopo di questo, tutta l’attività pubblicistica di Dolci, che, a detta del Cardinale, diffonde «una viva commiserazione per il popolo della Sicilia»58.
L’istanza pastorale di Ruffini emerge ancora in vari punti della lettera. Quando, a proposito del “Gattopardo” si domanda:«è giusto fare della società di cento anni addietro la società di oggi? È giusto dar credito a un romanzo che un principe deluso compone nell’ultimo anno di vita e nulla sa trovare nella sua gente all’infuori dei difetti che sono anche i suoi?»59.
E ancora, quando scrive, a proposito dell’attività di Dolci in Sicilia, «Dopo più di dieci anni di pseudoapostolato questa terra non può vantarsi di alcuna opera sociale di rilievo che sia da attribuirsi a lui»60
Ernesto Ruffini vede nell’efficacia in ordine alla redenzione sociale dell’uomo il criterio nel quale si misura la validità di un progetto. Sulla misura di tale criterio la Chiesa gli appare «…più che mai, dinanzi a tutte le genti, a guisa di città luminosa posta sul monte, quale custode invitta delle verità divine e della dignità umana»61.; e tra i punti del Concilio, previsti da Ruffini, «…particolarmente preziosi saranno l’estensione del Regno di Cristo, il sollievo dei poveri, la pace dei popoli»62. Viceversa, per Ruffini, «…l’umanesimo materialista non ha al suo attivo alcun miglioramento del costume, alcun accrescimento della libertà interiore, alcuna garanzia di pace sincera e sicura»63.
In questa impostazione e all’interno di questa sfera di interessi va dunque collocata anche la lettera “Il vero volto della Sicilia”. L’ultima parte di essa, richiama l’attenzione della comunità nazionale sui reali problemi nei quali versa la Sicilia:

«La Sicilia di oggi non è la Sicilia di ieri, è migliorata e continua a migliorare sotto ogni aspetto […] la Sicilia è ancora lontana dall’avere quel benessere che le spetta, per troppo tempo è stata quasi dimenticata. Sono necessari provvedimenti che il popolo non può darsi da sé. Occorrono case, scuole, specialmente elementari e professionali, e fonti di lavoro»64.

È evidente qui la tendenza a collocare l’analisi in un quadro più ampio di interconnessioni, tendenza che ritroveremo più tardi in Salvatore Pappalardo. Intanto resta da notare che lo stesso Ruffini riprenderà questo tipo di lettura in “Migliorare e crescere”: dal problema edilizio («difettano ancora molte case, che toglierebbero una buona volta tante care famiglie dai tuguri») alla disoccupazione («uomini e donne ancora cercano un’occupazione da cui trarre i mezzi per portare avanti una numerosa famiglia languente nella miseria») la sperequazione economica, l’emigrazione…65
Proprio in questa direzione il Cardinale orientò la sua azione pastorale realizzando opere quali, il Villaggio Ruffini e le scuole elementari e professionali, già menzionati altrove; che, se recano ormai inevitabilmente i segni di un epoca e appaiono superate, testimoniano un intervento di supplenza svolto dalla Chiesa palermitana a favore dei palermitani in una stagione di grave assenteismo delle strutture e degli interventi pubblici.
La differenza fondamentale tra gli scritti di Ruffini e il successivo stile ecclesiale postconciliare a Palermo non è tanto poggiata sulla differenza degli argomenti, che, anzi, sono precisamente gli stessi (malcostume politico, lavoro, malversazioni di ogni genere di fronte ad una situazione precaria) né nella struttura dei documenti, che in fondo è significativa solo in quanto rimanda ad una diversità più radicale. Di Ruffini impressiona piuttosto il numero di cerimonie, incontri e occasioni piccole e grandi, a cui presenzia. Dall’inaugurazione delle scuole professionali, o dell’Auditorium, o della sala del Piccolo clero della cattedrale, alla Premiazione degli atleti, alla Messa che personalmente celebrava ogni anno nelle fabbriche e in altri luoghi di lavoro, al giuramento dei Carabinieri o la posa di una semplice madonnina davanti ad un asilo: ogni occasione era buona per concretizzare la presenza del vescovo e assicurare la tenuta della Chiesa nel tessuto della vita sociale.
Il fatto è che la Chiesa per Ruffini è ancora una tra le istituzioni culturalmente egemoni, mentre negli anni settanta, in seguito a rivolgimenti politici e sociali come i referendum sul divorzio e l’aborto, la Chiesa riconosce la sua posizione di “autorevole subalternità”.

Ruffini e la politica

Il giudizio su Ruffini è stato spesso emotivo e superficiale, e non solo da parte dei suoi avversari. Questi ultimi ce ne hanno lasciato un’immagine unidimensionale, senza rilievo né prospettiva storica perché non riuscirono a svincolarsi dall’angustia dello stereotipo del Cardinale “politico”. Le testimonianze dei suoi sostenitori, invece, sembrano spesso non andare al di là di una banale letteratura oleografica, forse per il timore reverenziale che incuteva l’enorme stima di cui il Cardinale era circondato.
Il Concilio infine rese di colpo anacronistiche molte delle iniziative di Ruffini, che pure allora erano state innovative, nei limiti del possibile. Probabilmente proprio questo deve aver attratto altrove l’attenzione dei contemporanei, contribuendo alla cristallizzazione di giudizi fortemente divaricati sul suo conto. Dal giudizio di alcuni contemporanei più sereni emerge invece una figura a tutto tondo più articolata e complessa:

«Colui che era stato uno scienziato esatto, acuto e costruttore diventò improvvisanente un vescovo dalla linea tipica, attivissima, rilevata. Palermo porta e porterà per molto tempo l’impronta di una di una attività pastorale organizzativa e sociale, che sorprende tutti […]. Nella sua vitalità aveva un ordine intellettuale, chiarissimo sul terreno teologico, giuridico, sociale pastorale…»66

Altre note caratteristiche ce le fornisce Mons. G. Petralia, parlando della posizione di Ruffini al Concilio:

«La sua posizione può definirsi insieme di “difesa dell’ortodossia” e di “cauta modernità” […] Sulla collegialità dell’episcopato, sembrò sulle prime che l’Arcivescovo di Palermo si fosse collocato all’opposizione. In realtà Egli non era convinto che la collegialità potesse rigorosamente dimostrarsi alla luce della S.Scrittura […]
Quando il terzo capitolo “De Ecclesia” fu sufficientemente chiarito dissipando ogni equivoco, soprattutto quando fu aggiunta la […] “Nota explicativa previa”, allora il Card. Ruffini appoggiò la tesi collegiale»67.

Questo giudizio viene sostanzialmente confermato da due testimonianze a noi più vicine nel tempo:

«Ciò che più colpisce è l’aderenza della prassi al suo magistero sociale. Si potrà pensare a necessità contingenti che lo hanno spinto direttamente a numerose e interessanti applicazioni. Sta di fatto che la sua testimonianza di promozione umana è valida ed esemplare, e rimane una delle sue caratteristiche più rilevanti in molteplici settori»68;

«Ora il binomio “evangelizzazione e promozione umana” è molto abituale per noi, ne comprendiamo subito il significato. Il Cardinale Ruffini ha avuto il merito di anticipare in maniera positiva questo accoppiamento tra un’azione evangelizzatrice, che svolse come Pastore di questa Chiesa, e un’azione promozionale, a tutti i livelli, che esercitò allo stesso titolo di Pastore e con la particolare sensibilità sociale che certamente lo contraddistingueva»69.

Dunque il tratto caratteristico della sua personalità risulta essere la tenace coerenza tra principi e prassi, non disgiunta da elasticità e realistico buon senso pastorale.
Ma si noti qui di passaggio che le due ultime testimonianze sentono il bisogno di riportarne la figura nel solco della linea conciliare mediante il riferimento al te ma di “evangelizzazione e promozione umana”. Ciò se, da una parte, può chiarire qualcosa di Ruffini, può anche essere una forzatura che obbedisce solamente all’esigenza di “normalizzarne” la figura storica. Le premesse conciliari di “evangelizzazione e promozione umana” sono affatto diverse da quelle che Ruffini poneva alla base della sua azione pastorale nel sociale. Ed è significativo che, senza tale forzatura, a soli dieci anni di distanza, il pubblico a cui i due eminenti relatori si rivolgono difficilmente avrebbe colto qualcosa di positivo del personaggio in questione.
Un altro punto che fa molto discutere e sul quale occorre far luce è il pensiero politico di Ruffini:

«Che cosa intendiamo per politica? […] Per noi la politica è la scienza e l’arte del governo, cioè il complesso tanto delle norme teoriche e pratiche che regolano la vita sociale quanto le varie attività che promuovono il bene comune di un popolo mediante la volontaria collaborazione, diretta o almeno indiretta, degli individui che ne fanno parte»70.

La scelta di campo, dal punto di vista politico, fu per lui sempre chiaramente anticomunista, una scelta che non era una semplice opzione partitica, ma inerente ad una precisa esigenza etica, come ben testimonia il brano che segue:

«Dopo i nefandi avvenimenti di Ungheria, dove la lotta per la libertà ai lavoratori è stata dal comunismo ufficiale soffocata nel sangue, e dopo gli insuccessi economici del lavoro asservito al materialismo bolscevico, ci saremmo aspettati il crollo di un sistema sociale filosoficamente assurdo e schiavista, in pratica, qual è il comunismo…»71

Da questo intransigente anticomunismo nacquero, fin dall’inizio dell’episcopato di Ruffini, aspre polemiche, che si sono ripercosse fino ad oggi nel giudizio frettoloso che si sente dare spesso, sotto questo rispetto, sul Cardinale:

«C’è della gente, non sappiamo se in buona o cattiva fede, che pretenderebbe costringerci al silenzio e all’inazione ogniqualvolta è in questione il problema sociale, gridando che si vuol fare della politica»72.

Un giudizio assai equilibrato, infine, è stato espresso da F.M. Stabile:

«Il Card. Ruffini in tempi certamente diversi e senza la riflessione conciliare del Vaticano II, all’indomani della guerra, rivendicava anche per la Sicilia un’alternativa politica cattolica che fosse guidata da una classe dirigente di fede cattolica “stagionata” in obbedienza alla gerarchia. Egli ritenne di avere in Alessi, e soprattutto in Restivo, le figure più significative di questa nuova classe dirigente regionale. Si affermò poi un processo di laicizzazione della DC che in Sicilia non fu primariamente un processo di nuova cultura politica quanto il consolidarsi di un pragmatismo radicato su una autonomia elettorale che permetteva alla nuova classe dirigente di contare ora più sulla gestione del potere per controllare la base elettorale che non sul voto di opinione, anche se motivato con ragioni prevalentemente religiose, delle parrocchie. Ruffini, i vescovi e le parrocchie perdevano così la forza di condizionamento critico, anche se confessionale, della classe dirigente DC, essendosi ormai ridotto il loro appoggio al partito al solo ruolo subalterno agli interessi dei gruppi e delle correnti. L’adesione delle parrocchie fu così inserita in gran parte nel sistema clientelare. Ruffini e l’episcopato siciliano non mancarono tra la fine degli anni ‘50 e durante gli anni ‘60 di esprimere la loro delusione, pur continuando, in funzione anticomunista e per la salvaguardia dei valori cristiani, a chiedere l’unità politica dei cattolici che già nella crisi milazziana si era incrinata. La più grossa affermazione di laicità la DC la vinse nei confronti del mondo ecclesiastico con la svolta a sinistra. Ma era giusto che i vescovi si chiedessero negli anni delle speculazioni selvagge e della mafia quali erano i valori cristiani da difendere!»73.

Note

1 Cfr. E. Gambino, Il pastore sulla breccia, Ernesto Card. Ruffini, Roma 1967, pp. 19-87.
2 Per suffragare tale affermazione E. Gambino rileva che, dopo tanti anni, Ruffini fu il primo segretario di tale congregazione a divenire Cardinale.
3 «Ottantamila domande, da ogni parte della città erano state indirizzate al novello pastore. Il Cardinale volle che un apposito ufficio ripartisse le suppliche per rioni, le dividesse per oggetto, le catalogasse secondo l’urgenza del soccorso richiesto». P. MARCATAJO, in La Chiesa, oggi. Un decennio di episcopato di S. Em. il Cardinal Ernesto Ruffini a Palermo (1946-1956), Palermo, 1956, p. 7.
Ecco un elenco completo delle sue opere a Palermo:
A) Per il Seminario: 1. Seminario Maggiore “S.Mamiliano”, trasferito dalla Sede di Corso Vittorio Emanuele all’attuale sede restaurata e ristrutturata in Via Incoronazione, 2. Seminario minore “Immacolata”, nella ristrutturata “Sesta Casa” in Via Vespri; 3. Seminario minore per gli alunni della prima classe della scuola media inferiore, presso la contrada di Baida (Pa); 4. Istituzione dell’Opera delle Vocazioni Sacerdotali.
B) Per il clero: 1. Convitto ecclesiastico “S.Cura to d’Ars” nella nuova ala di P.zza Peranni; 2. Casa di quiescenza per il Clero “S.Giovanni di Dio”; 3. La Casa del Clero, nei locali annessi alla Chiesa di S.Carlo, per ospitalità a preti di passaggio in diocesi.
C) Chiese. I bombardamenti bellici avevano distrutto, a Palermo, 22 chiese e danneggiate oltre 200. Di queste, 10 furono ricostruite e ampliate, altre in massima parte restaurate. 39 case canoniche, 40 locali per opere parrocchiali, 30 sale per adunanze furono costruiti ex novo; cosi come un totale di 14 chiese, costruite fin dalle fondamenta; altre due erano di prossima inaugurazione, alla sua morte, 3 in avanzata costruzione, 9 di prossima costruzione.
D) Per la cultura: 1. Restauro della Cattedrale (1959); 2. Auditorium del “SS.mo Salvatore”, nella restaurata Chiesa omonima di Corso Vittorio Emanuele (7 marzo 1964); 3. Museo d’Arte sacra (restaurato nel 1952); 3. Archivio storico diocesano (1966).
E) Realizzazioni sociali: 1. Poliambulatorio; 2. Villaggio Ruffini (6 gennaio 1952) capace di ospitare 450 famiglie; 3. Infanzia: Istituto Angelo Custode (1950); Casa della gioia (1961); Colonie estive; 4. Scuola e orientamento professionale: “Servizio sociale Scolastico”, costituito nel 1961 in cinque circoli didattici; “Centro di Addestramento Professionale S.Giuseppe” di Boccadifalco (1964); Pensionato universitario S. Saverio; 5. Assistenti Sociali Missionarie (25 marzo 1954); Scuola Superiore di Servizio sociale S. Silvia (17 dicembre 1952); 6. Anziani: “Villaggio dell’Ospitalità Maria Immacolata”, Passo di Rigano (25 aprile 1956); “Casa della Misericordia”; “Casa della Serenità” (cfr. E. GAMBINO, Il Pastore sulla breccia…, cit., pp. 143-168; 187-242).
F) Scritti e conferenze, (cfr. Ibid., nota bibliografica). La bibliografia completa di Ruffini raccoglie ventuno titoli di opere scientifiche (per tre delle quali egli figura come curatore). Tra di esse spiccano: La teoria dell’evoluzione secondo la scienza e la fede, Roma 1948 e la voce~”Antitipo” dell’Enciclopedia Treccani. Si contano inoltre: tre discorsi commemorativi e ventidue tra articoli e pubblicazioni varie. Le sue conferenze bibliche sono raccolte in un volume a parte: Conferenze bibliche, Roma, 1964. Le altre conferenze si trovano raccolte in Conferenze sociali e religiose (con altri scritti minori), Roma 1965; e Conferenze varie, Roma 1967. Vi è infine un volume che raccoglie le sue Lettere pastorali, Roma 1964.
G) Vi sono infine, naturalmente, i suoi interventi al Concilio, sia nella fase preparatoria che nelle sessioni d’aula. Vedi Acta et documenta Concilio Oecumenico Vaticano II apparando, serie I (Antepreparatoria) Volumen II, Typis poliglottisVaticanis, MCMLX; e Acta Synodalia Sacrosanti Concilii Oecumenici Vaticani II, typis Poliglottis Vaticanis, MCMLXXI-MCMLXXVII.
4 Bollettino ecclesiastico palermitano (di seguito: B.e.p.) maggio-luglio 1964, p. 67. Gli fu inoltre conferita la laurea h.c. in diritto dall’Università di Buenos Aires (ottobre 1950) e quella in Filosofia dall’Università di Palermo (9.6.1956); cfr. E. GAMBINO, Il Pastore sulla breccia…, cit., p. 37.
5 B.e.p., agosto-settembre 1964, p. 99.
6 B.e.p., agosto-settembre 1966, pp. 139-141.
7 B.e.p., marzo-aprile 1964, p. 7
8 B.e.p., marzo-aprile 1964, p. 35
9 B.e.p. giugno1967, p. 105 e B.e.p., settembre-ottobre 1967, pp. 196-197
10 Acta et documenta Concilio Oecumenico Vaticano II Apparando, Series I (Antepraeparatoria) Volumen II Consilia et vota Episcoporum ac praelatorum Pars III: Europa Italia (sub secreto), Typis Polyglottis Vaticanis, 1960. 165 Em.mi P.D. Ernesti Cardinali Ruffini, Archiepiscopi panormitani 502-505, Prot. 37-XIV-60; Palermo 11.2.1960.
11 Acta et Documenta…, cit., p. 304
12 Ibid, p. 305
13 I dati che seguono sono desunti da Acta Synodalia… (ASV II), cit.
14 Per la storia di Ruffini al Concilio cfr. B KLOPPENBURG 0.F.M. As vicissitudines da Lumen Gentium na aula conciliar, in G. BARAUNA, A Igreja do Vaticano II, Petrolopolis, Rio de Janeiro, 1965, pp. 194-251, spec. 205-216.
15 Acta Synodalia …, cit., vol. I, Periodus prima, pars IV, CG XXXI-XXXVI, pp. 128-129.
16 Acta synodalia…, Vol. I, per. I, pars IV, pp. 290-291
17 «…o Cardeal Ruffini, o incontestavel e inteligente líder dos conservadores no Concilio», B. KLOPPENBURG, cit., p. 206.
18 Cfr. Acta Synodalia…, vol. Il, per. II, pars. IV p. 476
19 Cfr. A. ACERBI, Da una ecclesiologia giuridica a una ecclesiologia di comunione. Analisi del passaggio nella elaborazione della Costituzione Dogmatica “Lumen Gentium”, Milano, 1974, p.461.
20 Il Concilio Vaticano II. Cronache…, cit., pp. 446-448; 482-490
21 J. SARAIVA MARTINS, “De episcoporum collegialitate in II Vaticana Synodo”in Claretianum 9 (1969), p.102. Commentando LG 22,3 Congar scrive: «Nella tesi di un unico soggetto sempre collegiale, il Papa è caput non sul collegio ma nel collegio […] Resta la questione di sapere […] se la qualità di caput pone nel Papa una qualità e un modo di potere specifica-mente diversi da quelli che sono propri del corpo episco pale nel suo insieme […]. Così il testo della LG – prosegue Congar – non dirime la discussione tra i teologi (scil. sostenitori della tesi monarchica e quelli sostenitori della collegialità). Del resto è stato redatto -ne siamo testimoni – prudentemente con questa intetizio-ne” (Sinodo, primato e collegialità episcopale, in V. FAGIOLO-G. CONCETTI, (a cura di), La collegialità episcopale per il futuro della Chiesa dalla prima alla seconda assemblea dei Vescovi, Firenze, 1969, p. 61). Congar continua dicendo di propendere per la Collegialità vista l’impostazione di Rahner (Episcopat und Primat, Freiburg, 1961 e altri scritti) e gli studi storiografici sulla collegialità di G. Alberigo, Beumer, Urresti).
22ACERBI, cit., p. 461
23 Acta Synodalia…, cit., Vol. III, Pars. I, p. 639: «Summa animadversiones in cap. III “De Constitutione hierarchica Ecclesiae et in specie de Episcopato”, CG LXXXII.
24 Acta Synodalia…, cit., Vol. IV, Pars III, pp. 21-23, CG CXXXIII.
25 ERNESTO CARD. RUFFINI, Arcivescovo di Palermo e Amministratore apostolico di Piana degli Albanesi, Migliorare e crescere, lettera pastorale, Palermo, 25.3.1965.
26 Ibid. 45.
27 B.e.p., marzo-aprile 1963, p. 28.
28 E. Card. Ruffini, Insegnamenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, lettera pastorale per la Pasqua 1966.
29 Introducendo l’esposizione della Sacrosantum Concilium (SC) Ruffini richiama il Concilio di Trento; apre il paragrafo sulla Lumen Gentium (LG) citando il Vaticano I, sess. IV Constitutio dogmatica I: De Ecclesia Christi (Praefat.) Denz. 1821; in un punto richiama anche Pio X (Ibid. 6-7). Lo scopo è sempre quello di mettere in evidenza la continuità del Vaticano II nella tradizione.
30 Dei Verbum 6 (Dio può essere conosciuto tramite il lume naturale della ragione) a proposito della compiutezza della Rivelazione in Cristo; LG 8, rapporti tra la comunità visibile e la comunità spirituale; LG 6,a proposito delle immagini sulla Chiesa; LG 23, a proposito della responsabilità dei Vescovi nei confronti della Chiesa universale; LG 25, idem; Sc 41, ne1 contesto già detto; il Decreto sul rinnovamento della vita religiosa 14, nel contesto del consiglio dell’obbedienza; Unitatis Redintegratio 1, sulla divisione della Chiesa; n. 5, Chiese orientali; Ad Gentes 7 e 8, rispettivamente evangelizzazione e universalismo; Gaudium et Spes 45, sul matrimonio; n. 57, cultura, n. 78, pace; Apostolicam Actuositatem 29, 32, 24, sulla relazione tra gerarchia ed apostolato dei laici, n. 10, sulla necessità di accostarsi alla S. Liturgia; n. 22,1, sulle competenze giuridiche della S. Sede in materia liturgica; nn. 103-104, sul culto da tributarsi alla Vergine Maria; Presbiterorum Ordinis 9 e 11, nel contesto della relazioni tra laici e presbiteri; Gravissimum Educationis 3-5, sull’opera educatrice della Chiesa; QS 41 in un contesto polemico nei confronti dell’umanesimo ateo. La dichiarazione sulla libertà religiosa è citata al n. 10 a proposito della “libertà religiosa civile”; Il n. 56 della medesima a proposito della carità con la quale trattare coloro che sono nell’ignoranza di Cristo.
31 Ibid., p. 10.
32 Ibid., p. 12.
33 Ibid., p. 15.
34 In merito alla tendenza restrittiva di Ruffini riguardo ai laici cfr. A. ACERBI, Da una ecclesiologia…, cit., p. 137: il ‘sacerdozio’ dei fedeli è inteso, da Ruffini, in senso metaforico (i laici “offrono” se stessi a Dio); ibid., p. 138: Il sensus fidelium è per Ruffini “eco” del magistero.
35 «Duae gravissimae veritates, quae ampliorem sermonem certe meretur.
1) natura essentialiter socialis ecclesiae;
2) eiusque unitas, quae est ecclesiae proprietas et nota precipua»: Acta Synodalia…, cit., vol. I, pars I, p. 392; cfr anche Acta Synodalia…, cit., vol. II, pars I, pp. 628-630 e A. ACERBI, Da una ecclesiologia…, cit., pp. 308-309.
36
DIO (Dei Verbum):
Creatore (dottrina dei tre volumi)

Rivelatore (missione di Cristo; Dei Verbum
missione degli apostoli,
missione dei Vescovi)
La Chiesa (Lumen Gentium):
Struttura della Chiesa,
Vescovi, presbiteri, religiosi, laici (questi
ultimi, propriamente, sarebbero popolo di Dio)
Unità della Chiesa; ecumenismo, missioni
Relazioni della Chiesa:
-con se stessa: Educazione Cristiana
-con Dio: Liturgia
-con il mondo: Gaudium et Spes e Inter Mirifica

37 Insegnamenti…, cit., p. 7
38È interessante notare l’uso che Ruffini fa della categoria “corpo mistico” come principio unitario della sua visione ecclesiologica, senza cogliere affatto quella di “Popolo di Dio” che è propria della Lumen Gentium. Questa categoria induceva Ruffini ad opporsi anche ad una applicazione ecclesiologica dell’escatologia (cfr. A. ACERBI, Da una ecclesiologia…, cit., pp. 265-266) perché sotto tale rispetto la Chiesa altro non è che la realizzazione attuale del Regno di Dio in terra.
39 E. Card. Ruffini, Il magistero della Chiesa, lettera pastorale, Palermo, 1967.
40 B.e.p., novembre-dicembre 1965, p. 127. Invito sacro per la conclusione del Concilio.
41 Cfr.E. RUFFINI, Il laicato. Collegamento della Chiesa con la società moderna, in Id. Conferenze Varie, Roma 1967, p. 174 e ID. li S.Padre Giovanni xxìti nel primo anno di pontificato in Conferenze varie, cit., p. 148.
42 Consilium ad exsequendam constitutionem de sacra liturgia. Prot. 3061/65 Città del Vaticano 30.6.1965, firmato da Giacomo Card. Lercaro in B. e. p., Luglio-Agosto 1965, pag. 66-72. Il documento contiene le norme di transizione in attesa degli sviluppi successivi alla Costituzione Sacrosantum Concilium vi si dice che le norme liturgiche sono concepite con una certa flessibilità che permetta l’adattamento e quindi una maggiore efficacia pastorale; si dà notizia del lavoro che il Consilium, diviso in 40 gruppi di studio, va svolgendo; si parla dell’altare versus populum prescritto nelle nuove Chiese; la collocazione del Tabernacolo. «Fino al 1947 il movimento liturgico era iniziato, sorretto,guidato dall’opera privata di singoli volenterosi o di famiglie religiose. Pio XII nel 1947 pose quel movimento alle dirette dipendenze della gerarchia (enc. Mediator Dei, numero 108). Questa posizione è stata rafforzata e direi canonizzata dal Concilio Vaticano II che ha dato alle conferenze episcopali e ai singoli Vescovi ordinari diversi poteri prima esclusivi della Sede Ap.ca» (Ibid.).
43 B.e.p., gennaio-febbraio 1965, pp. 8-13.
44 B.e.p., gennaio-febbraio 1965, p. 16.
45 B.e.p., marzo aprile 1965, p. 27-29.
46 Ibid., p. 30.
47 B. e. p., settembre-ottobre 1965, p.100.
48 B. e. p., ottobre-dicembre 1966, p. 151.
49 B.e.p., gennaio 1966, p. 20.
50 B. e. p., ottobre-dicembre 1966, 173-175.
51 B. e. p., marzo-aprile 1967, p. 95.
52 B. e. p., giugno 1967, p.114s.
53 B. e. p., settembre-ottobre 1967, p. 237.
54 Cfr. B.e.p. novembre-dicembre1963, p. 143
55 E. Card. Ruffini, Il vero volto della Sicilia. Lettera pastorale; Palermo 1964.
56 Ibid., pp. 4-5.
57 Ibid., p. 5.
58 Ibid., 7. Danilo Dolci, sociologo, scrittore, poeta, conferenziere, nato a Sesana (Trieste), 1924, premio Lenin per la pace del 1958, ha vissuto a lungo a Partinico (Palermo) dove creò una scuola materna sperimentale. Morì a Partinico nel 1997.
59 Ibid., p. 6.
60 Ibid., p. 7.
61 Insegnamenti del Concilio, cit., p. 8.
62 Ibid., p. 4.
63 Migliorare e crescere, cit., p. 7.
64 (i). Id., Il vero volto…, cit., p. 12.
65 Migliorare e crescere…, cit., p.10, passim.
66 G. SIRI, prefazione, in E. Gambino, Il Pastore sulla breccia…, cit.
67 G. PETRALIA, Il padre conciliare, in E. GAMBINO, cit., pp. 118, 120-121. A proposito dei dubbi di Ruffini sulla fondatezza scritturistica del concetto di collegialità: «Fino ad oggi non son riuscito a persuadermi che Gesù Cristo abbia costituito un collegio degli apostoli, il cui erede sia il collegio dei vescovi»; Ruffini cit. in A. ACERBI, Da una ecclesiologia, cit., p. 275.
68 A. POMA, Grande dono di Dio alla Chiesa, in AA. VV., Il Cardinale Ruffini dieci anni dopo, Palermo 1977, p. 27.
69 S. PAPPALARDO, Ricordatevi delle vostre guide, in Il Cardinale Ruffini dieci…, cit., p. 7.
70 E. Ruffini, Il laicato cattolico, Palermo 25.3.1958, in Lettere Pastorali, Roma, 1964 p. 159. Un particolare interesse per questo problema emerge anche dalla linea mantenuta da Ruffini al Concilio, specie nella discussione sulla libertà religiosa; cfr. A. ACERBI, La Chiesa nel tempo. Sguardi sui progetti di relazioni tra Chiesa e società civile negli ultimi cento anni, Milano 1979/2, p. 258.
71 E. Ruffini, Il lavoro, Palermo, 25.3.1957, in Lettere Pastorali, cit., p. 142.
72 Id., Il dovere sociale, Palermo 25.3.1947, ibid., p. 23; cfr.anche Il laicato cattolico, cit., p. 160. «Sul piano politico Ruffini è sempre stato estremamente coerente era un anticomunista deciso e pronto a battersi, ma egualmente pronto ad accettare la realtà. Così quando la conferenza episcopale italiana si trovò nel 1962 a dover dire una parola sull’accordo che il congresso democristiano di Napoli stava per intraprendere con i socia listi, Ruffini si schierò tra quei vescovi che a certe condizioni ritenevano realizzabile la formula dell’”apertura a sinistra”» (B. LAI, Il Resto del Carlino, cit. da N. BARRACO, Il ‘reazionario’, in E. GAMBINO, cit., p. 169). Sostanzialmente sulla stessa linea è il giudizio di Nino Barraco: «A mano a mano che si consolidava la democrazia, i temi sociali maturavano in Italia nuovi sviluppi di autonomia e di coraggio. Qui un altro slogan […] privo di fondamento, nato da una erronea interpretazione del concetto di ordine sociale che il Card. Ruffini teneva ben saldo, ci diede la favola del Cardinale “reazionario“ […] Sul piano strettamente politico, si può ricordare, infatti, che, quando in Sicilia si presentò nel settembre del ‘61 la grave questione di provvedere in qualche modo al governo della cosa pubblica, con la prospettiva di una triplice soluzione 1) scioglimento dell’ARS; 2) governo di maggioranza relativa costituito, ancora una volta, dai partiti comunista, socialista, cristiano sociale; 3) governo democristiano, con partecipazione dei socialisti, il Cardinale, attraverso una nota ispirata su “Voce nostra” con titolo “I cattolici rimangono in attesa”, consentì, su alcune garanzie, la terza soluzione» (Ibid., p. 174).
73 Lettera circolare ciclostilata dell’11.7.1986, e in “Città x L’Uomo”, A proposito della mancata elezione del cattolico Urbani, 3-4 (agosto 1986) pp. 17-21. Cfr. anche Id., Ruffini, in F. TRANIELLO e G. CAMPANI, Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, Casale Monferrato 1984, pp. 753-754 e l’analisi dell’episcopato di Ruffini sotto il pontificato di Pacelli dallo stesso autore presentata al Convegno di Bari del 1985 su Pio XII.

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  1. 15 aprile 2016 alle 21:02

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