Martirio e vita cristiana. Note in margine ad un convegno

Recensione:

S. Barone (a cura di), Martiri per la giustizia. Testimonianza cristiana fino all’effusione del sangue nella Sicilia d’oggi. Atti del seminario di studio tenuto a S. Cataldo 12 febbraio 1994, Salvatore Sciascia editore, Caltanissetta-Roma 1994, pp. 158, L. 22.000.

GIAMPIERO TRE RE

Pubblicato per la prima volta nel 1994.

E’ possibile estendere la categoria di martirio a quei cristiani che furono uccisi non ‘in odio alla fede’ (odium fidei) ma a causa del loro impegno per la giustizia? Su quali basi teologiche è possibile applicare alle vittime della mafia l’espressione ‘martiri della giustizia ed indirettamente della fede’, recentemente pronunziata da Giovanni Paolo II nel corso del suo ultimo viaggio apostolico in Sicilia (maggio 1993)? Il “martirio per la giustizia” rappresenta un legittimo sviluppo del concetto tradizionale o piuttosto rischia di banalizzare il senso del martirio cristiano stemperandolo in una sorta di generica religione civile? A queste domande intende rispondere il volume, una raccolta di contributi offerti nel corso del seminario di studi ´Martiri per la giustizia: testimonianza cristiana fino all’effusione del sangue nella Sicilia d’oggiª, tenutosi, a cura dell’Associazione ‘Amici di Argomenti’, il 12 febbraio 1994 presso il Centro Studi ‘A. Cammarata’ di S. Cataldo (CL). Il libro è stato presentato il 24 settembre 1994, presso la medesima sede, nel contesto del dibattito ‘Martirio e vita cristiana, oggi e qui’, un seminario tramite il quale si è inteso stabilire una ulteriore tappa di un cammino che condurrà a interrogarsi, nel prossimo dicembre, sull’impatto religioso ed etico del fenomeno mafioso. L’ormai celebre invettiva pronunciata da Giovanni Paolo II contro la mafia e le uccisioni di Padre Giuseppe Puglisi e Don Giuseppe Diana, che appaiono sempre più una “risposta” di mafia e camorra alla presa di posizione del Papa, giustificano l’insistenza con la quale C. Naro e gli altri studiosi raccolti attorno alla rivista ‘Argomenti’ ritornano sul tema di una specifica lettura cristiana e teologica dell’odierno passaggio culturale del nostro meridione.

La tesi che unisce i vari contributi e garantisce l’organicità dell’opera è espressa in termini espliciti nell’articolo di Giuseppe Savagnone è possibile un discorso specificamente ecclesiale sul tema della mafia che sia al tempo stesso ‘socialmente rilevante’ e ‘teologicamente fondato’. Pertanto il libro vorrebbe indicare una via che spinga la riflessione e la prassi delle Chiese siciliane oltre la ‘falsa alternativa’ che ha fin qui tenuto imprigionate le nostre Chiese, continuamente oscillanti tra il rigoroso silenzio osservato fino ad un recente passato dall’episcopato isolano e un magistero, a noi più vicino nel tempo, appiattito sulle analisi, le tesi e persino il linguaggio dell’antimafia diffusa nella società civile.

Una volta messa in evidenza la sua legittimità teologica, il tema del ‘martirio per la giustizia’ potrebbe dunque costituire il punto di partenza di un vocabolario teologico (“struttura di peccato”, “nuova evangelizzazione”…) sulla quale articolare le ‘ragioni cristiane’ del rifiuto della mafia.

Per questo motivo, se l’articolo di La Delfa risponde al compito di tracciare le coordinate della teologia tradizionale sul martirio, C. Caltagirone e A. Giliberto, rifacendosi rispettivamente a K. Rahner e R. Fisichella, prendono in considerazione l’ipotesi di una ´espansioneª del concetto di martirio fino a comprendervi l’esplicita e consapevole donazione di sé nell’amore. Gli autori rispondono dunque positivamente alla domanda iniziale sulla possibilità di estendere la categoria di martirio alla ‘testimonianza della verità e del bene morale’ (Barone), sulla base di un ripensamento della fede ´come dinamicamente aperta e inglobante la carità’ (Giliberto). Da diversi punti di vista, G. Anzalone e C. Naro completano l’analisi corredandola di un approccio storico al tema. Il primo coglie, attraverso lo studio di certi dettagli della omiletica dedicata alle vittime della violenza mafiosa, una evoluzione verso una specificità teologica del linguaggio ecclesiastico sulla mafia. Naro scorge il motivo principale, anche se non unico del “silenzio” della Chiesa ufficiale sul fenomeno mafioso, nella emarginazione politica in cui la Chiesa, ed in particolare l’episcopato siciliano, venne a trovarsi, per propria scelta, in seguito all’unità d’Italia. A conforto della sua tesi egli afferma che la lettera pastorale Il vero volto della Sicilia (1963) con la quale il card. Ruffini rompe il secolare silenzio della Chiesa ufficiale sulla maffia, rappresenta una svolta che contrassegna un nuovo clima politico di collaborazione tra Chiesa e Stato.

Ci sia consentito di osservare, in questa sede, che forse il giudizio di Naro è più calzante per quanto riguarda il periodo monarchico ed in particolare per la fase del liberalesimo al potere in Italia, piuttosto che per il ventennio fascista e ancor più per l’Italia repubblicana e democristiana (quella che, per intendersi, è indicata oggi come prima repubblica). Se infatti in epoca prerepubblicana il clero siciliano osservava un silenzio polemico ostentando disinteresse per gli affari di uno Stato rispetto al quale si autoemarginava, di certo non si può parlare di Chiesa delle catacombe a proposito del sostanziale silenzio sulla maffia che si protrae tuttora a partire dalla metà degli anni ’80. Al proposito debbo dichiararmi in sostanziale disaccordo con il collega G. Anzalone quando afferma che ad una ‘fase della denuncia’ (1975-1985) della Chiesa siciliana sul fenomeno maffioso, siano seguite una ´fase della riflessione’ e addirittura sia in atto una ‘fase di evangelizzazione’. In realtà non si vede alcuna successione di fasi; tutto rimane immobile e silente finora nella Chiesa siciliana, persino dopo il martirio di Puglisi. Non si riscontra nessuna pastorale organica che tenga conto del radicamento storico e sociale della maffia e del suo impatto sull’evangelizzazione, nessuno sforzo per superare il ritardo culturale che gli intellettuali cattolici in genere registrano sul fenomeno maffioso, fino al punto di ripetere frusti luoghi comuni ormai da lungo tempo sfatati dagli studiosi. Il punto di visuale che Anzalone assume (le omelie ai funerali degli assassinati per mano maffiosa) è troppo ristretto perché egli possa dedurne le suddette conclusioni. Le varie trasformazioni dell’atteggiamento dell’episcopato siciliano di fronte al fenomeno maffioso sono sÏ da leggere nel contesto del succedersi di sempre nuovi assetti nell’equilibrio di poteri tra Chiesa e Stato ma questa equazione non sempre può esser letta univocamente. Le denunce, specialmente del card. Pappalardo, a cominciare dagli anni ’70, se esprimevano una disponibilità della Chiesa siciliana postconciliare a collaborare con lo Stato per la formazione di una moralità e di una coscienza civica dei cittadini, aprivano anche una situazione di radicale conflitto col partito cattolico al potere; fin quando non fu chiaro, intorno alla metà degli ’80, che occorreva o riformulare complessivamente il sostegno dell’episcopato nazionale al partito unico dei cattolici o tacere.

Sulla possibilità, infine, di estendere il concetto di martirio a coloro che hanno immolato la loro vita per amore della giustizia, desideriamo offrire un nostro contributo tramite una proposta: sottoporre il concetto di martirio al vaglio di quella legge della crescita che regola lo sviluppo dottrinale, di cui per primo parlò esplicitamente S. Vincenzo di Lerino (Commonitorium I, 26) e che il Card. J. H. Newman si applicò a perfezionare nel suo libro Lo sviluppo della dottrina cristiana. Di recente il concetto, noto col nome di ‘legge della gradualità’ è stato ripreso dal magistero pontificio e sinodale ed applicato al campo pastorale e della pedagogia morale. Non è possibile condurre in questa sede un’analisi che richiederebbe ben altra cura ed attenzione. Mi permetto di rimandare per le linee storiche e teoretiche essenziali al mio articolo ‘Legge della Gradualità‘ in Dizionario di Bioetica. E’ possibile però ipotizzare con buona probabilità che l’applicazione al concetto di ‘martiri per la giustizia’ dei criteri scoperti dal Lerinese e da Newman per discernere il genuino sviluppo di una dottrina dalla degenerazione approderebbe alla conclusione che ci troviamo di fronte ad un caso di autentico e legittimo sviluppo dottrinale. Nel concetto tradizionale di “martirio”, riconosciuto semper et ubique nella Chiesa sono infatti contenuti in nuce i criteri di ecclessialità, permanenza delle strutture originarie, coesione interna e potere esplicativo del concetto, che ritroviamo in seguito anche nell’idea di ‘martiri per la giustizia’ (Cfr. R. Fisichella, in Ho Theologos).

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