Non cognitivismo in bioetica. Un colloquio con D. Neri

IL NON COGNITIVISMO IN BIOETICA
E ALCUNE QUESTIONI CIRCA L’ABORTO EUGENETICO

di Giampiero Tre Re

Due articoli di Demetrio Neri, di recente apparsi su Segno, sono il punto di partenza di questo contributo al dibattito bioetico in Italia, ove il panorama appare dominato dalla contrapposizione tra la bioetica cosiddetta cattolica e la laica. Più che di uno scontro ideologico l’autore del presente articolo ritiene debba parlarsi piuttosto di un confronto tra presupposti epistemologici alternativi, tra cognitivismo e non cognitivismo. I modelli metabioetici di riferimento hanno poi sempre un effetto diretto sulle soluzioni concrete che ciascuno di essi è in grado di indicare per i casi di conflitto tra i valori in gioco in determinate circostanze dell’agire pratico. A titolo esemplificativo si esamina qui di seguito la soluzione normativa che lo stesso Neri propone circa l’aborto “eugenetico”.

Fin dai suoi inizi come scienza a sé stante la bioetica si è presentata sotto la forma di un pensare “ecumenico”. Fenomeni come l’accelerazione dello sviluppo tecnico-scientifico nel campo delle comunicazioni, della medicina, dello sfruttamento e distribuzione delle risorse ambientali; la planetarizzazione dei problemi; la crescente integrazione mondiale e lo sviluppo dei diritti umani, svolgono un ruolo decisivo su quello che si può ormai definire un mutamento qualitativo dell’esigenza morale dell’agire umano in contesti culturali sempre più marcatamente multirazziali, pluralistici e secolarizzati, fino a giustificare, con la bioetica, l’idea di una filosofia della qualità della vita distinta dall’etica classica. Il movimento bioetico prova oggi a svolgere il suo compito di riflessione etica transideologica e interdisciplinare muovendosi secondo due opposte direttrici: da una parte, tramite una parcellizzazione dei problemi etici che possa consentire di raggiungere accordi pratici in tempi accettabili. L’altra direttrice risale invece a livelli sempre più formali di riflessione, fino a porre la questione dei presupposti epistemologici (metodo, oggetto, linguaggio, controllabilità) indispensabile per determinare il tipo e il grado di certezza, insomma la fondazione scientifica delle conclusioni formulabili in bioetica.
Entrambi i versanti sono percorsi rispettivamente in due articoli di Demetrio Neri recentemente apparsi su «Segno». Qui prenderemo questi due interventi come guida nello svolgimento di alcune riflessioni con le quali vorremmo mettere in luce la stretta dipendenza che costantemente vincola agli orientamenti epistemologici di fondo le conclusioni normative dell’etica applicata.

1. La bioetica “cattolica” e la bioetica “laica” in Italia: tra cognitivismo e non cognitivismo.

Nel primo dei due articoli in parola (Le vie della bioetica in Italia: quale confronto?1) l’A. traccia le linee essenziali della storia della bioetica in Italia, ove la disciplina è caratterizzata, a suo dire, dal dibattito tra la bioetica “cattolica” e la  “laica”. La linea di confine che Neri demarca fra le due consisterebbe nel fatto che la bioetica cattolica stabilisce, al di sopra dei tre criteri regolativi di benevolenza, autonomia e giustizia, universalmente riconosciuti2, il principio deontologico della «sacralità della vita umana biologica»3. Ciò farebbe sì, sempre secondo Neri, che la bioetica cattolica risulti rigida e intransigente sia dal punto di vista delle sue conclusioni, incapaci di porsi seriamente il problema dell’individuo concreto in situazione, sia nel dialogo con altre impostazioni etiche4. Una rappresentazione esemplare delle posizioni della bioetica cattolica in Italia viene indicata da Neri nel Centro di Bioetica del Policlinico Gemelli di Roma, diretto da Mons. Elio Sgreccia.
C’è sempre un certo rischio di eccessiva semplificazione quando parliamo di una bioetica cattolica, così come quando si ragiona di una morale, di una filosofia o una politica “cattolica”. Lasciando da parte il problema della specificità stessa della morale cristiana, così come esiste una pluralità di opzioni politiche compossibili col Vangelo, esiste ben più di una morale cattolica. E il family feeling, il tratto distintivo che le accomuna tutte, non è certo il principio deontologico5! Neri non ignora che il Centro di Bioetica di Sgreccia non esaurisce affatto il panorama italiano della bioetica cattolica; tuttavia egli dialoga con Sgreccia quasi che le posizioni di quest’ultimo, per il fatto di esprimere gli orientamenti in qualche modo ufficiali del magistero cattolico rappresentino anche le posizioni tipiche della bioetica cattolica. Questo punto di partenza rischia di portare fuori strada, come vedremo subito, rispetto agli interessi di una bioetica veramente laica, ossia in quanto pensare puramente e semplicemente filosofico, dotato di una sua autonoma capacità di conseguire risposte certe e vere circa gli oggetti adeguati ai suoi metodi, prescindendo da qualsiasi opzione religiosa o ideologica di fondo.
Come ottimamente mette in evidenza Neri, «tutte le concezioni della vita moralmente buona hanno piena cittadinanza»6. Tutti, cattolici e laici, convengono almeno su questo: oggetto dell’etica è la «vita moralmente buona» o il «bene». La divergenza o il conflitto tra l’etica cosiddetta cattolica e la laica non consiste affatto nell’oggetto assegnato alla riflessione morale sotto l’aspetto formale, bensì sulla fondazione del bene, ossia sul carattere oggettivo dei contenuti e delle concretizzazioni storiche del bene, sul potere prescrittivo delle conclusioni cui giunge il discorso morale e infine sulla qualità performativa goduta dal linguaggio etico. Da questo punto di vista, a voler essere esatti, il contrasto non si pone tanto tra l’etica cattolica e quella laica bensì tra cognitivismo e non cognitivismo, tra pretesa di scientificità che taluni rivendicano all’etica e il semplice valore convenzionalistico che altri le riconoscono7.

1.1. L’impostazione non cognitivista del discorso bioetico.

In breve, il non cognitivismo è quel tipo di fondazione epistemologica del discorso etico che fa risalire l’agire morale a preferenze del tutto soggettive e perciò ultimativamente non conoscibili.
Di tipo non cognitivista è, ad esempio, l’etica che necessariamente scaturisce dal pensiero scientifico di K. R. Popper8. Nel percorso intellettuale che lo porta dalla Logica della scoperta scientifica alla Società aperta e i suoi nemici, Popper scorge nel delirio holistico di certe teorie, come la psicanalisi o il marxismo, che pretendono di spiegare troppo o addirittura di essere in grado di conoscere il mondo per intero, un errore logico consistente nel voler identificare i valori morali con dati o verità di fatto, descrittivamente rilevabili. Questo errore logico è noto col nome di “fallacia naturalistica” (Moore) e può essere definito come una flagrante violazione della “legge di Hume”, ossia il trapasso dal piano dell’essere fattuale a quello del dover essere morale senza che sia posta fra loro alcuna mediazione teoretica. Ma ciò che più conta, almeno nella prospettiva in cui ci troviamo, è che a questo errore formale si collega, secondo Popper, ogni pericolosa visione totalizzante ed organizzazione autoritaria delle società. Il controsenso e il pericolo di tali teorie starebbe precisamente nel fatto che esse fondano il carattere obbligatorio dei loro giudizi morali su una visione dommatica della scienza e su una confusione tra il piano ipotetico e descrittivo del discorso scientifico e quello etico-normativo. Pertanto, ricordata la validità congetturale di tutta quanta la conoscenza scientifica e negata ogni legittimazione alla pretesa di scientificità all’etica, il valore dell’agire morale resta legato esclusivamente all’atto della decisione ultima del soggetto. In tal modo la fondazione non cognitiva dell’etica appare a Popper un sufficiente presidio nei confronti di ogni dogmatismo morale.
Si esalta di solito il carattere pluralistico, tollerante, antiautoritario delle etiche che si richiamano al non cognitivismo. Sembrerebbe infatti che il non cognitivismo si presti meglio allo scopo di un’etica liberale e “autonoma”, a misura dell’individuo, un’etica dell’età adulta della ragione, dalla forte accentuazione umanistica. In particolare, la fine dell’illusione sulla possibilità di una convergenza universale sui presupposti metaetici, viene da più parti ritenuta un passaggio obbligato verso l’integrazione mondiale dei codici etici, i cui prodromi si scorgono, per esempio, nel progressivo affermarsi di un “ecumenismo” dei diritti umani e nello sviluppo della stessa bioetica.
Tuttavia, quando si passa dal piano delle enunciazioni generali a quello dell’etica applicata, l’asserita autonomia morale e indipendenza di giudizio finisce per coincidere più che altro col senso comune e la tirannia dell’omologazione e del conformismo. Pur prendendo atto delle sue buone intenzioni, il non cognitivismo appare sfornito, nella pratica, di sufficienti difese immunitarie nei confronti dell’arbitrio morale. Sulla base dei medesimi presupposti che fanno dipendere il bene dalla decisione del soggetto -individuale o collettivo- è possibile costruire tanto un’etica liberale quanto una di tipo totalitario: ciò che occorre infatti è solo la possibilità di disporre del necessario consenso. Una volta assunto un punto di vista metaetico non cognitivista, tutto ciò che chiederemo ad un qualsiasi discorso morale è che esso segua argomentazioni rigorose, plausibili e convincenti. La necessità che un’etica formuli asserzioni che siano conformi a verità, oltre che persuasive, è questione che il non cognitivista considera volentieri priva di senso.
Impostata in tal modo, la coerenza formale di una dottrina sembra assumere una certa prevalenza sulla sua efficacia pratica nel bene; la validità di un’etica sembrerebbe così risiedere più nella esattezza e cogenza delle sue deduzioni che nella capacità di promuovere nuove e più umane possibilità dell’agire. Ora, può ben accadere che il vero bene non abbia dalla sua, in qualche particolare circostanza storica, né i migliori argomenti né la maggioranza dei consensi. Un’accusa sovente rivolta al non cognitivismo è pertanto quella di essere una forma mascherata di conformismo o di esitare in un’etica meramente sociologica e al tempo stesso di essere inconcludente sul piano pratico. Sulla base di un tale convenzionalismo epistemologico ed etico, le armi della critica si rivelerebbero miseramente spuntate nel combattere il non cognitivismo implicito, ad esempio, nella paranoica coerenza dell’ideologia nazista.

1.2. Il cognitivismo in bioetica.

Respinta ogni forma di idolatria della ragione e smitizzata ogni illusione di onnipotenza, la migliore tradizione etico-filosofica cattolica, di chiaro stampo cognitivista, manifesta una sua realistica fiducia sulle possibilità dell’intelletto umano. Le etiche di tipo cognitivistico, infatti, iniziano il proprio discorso morale ammettendo apertamente o semplicemente supponendo la possibilità di conoscere scientificamente le radici ultime dell’agire morale.
Il cognitivismo riconosce allo statuto della verità morale una sua particolare natura che le consente al tempo stesso, e senza incorrere in un’infrazione alla legge di Hume, di essere oggetto sia di indagine scientifica sia di una scelta libera della persona.
Infatti, per quanto il bene in se stesso non sia affatto dipendente dalla plausibilità degli argomenti né dall’esistenza fisica dei valori, bensì dalla propria inerente verità, lo speciale statuto della verità morale fa sì che il bene si comunichi solo per lo strumento del linguaggio, e quindi tramite argomenti, così come non è possibile, spesso, percepirne l’esigenza se non in valori concreti messi in crisi dalle trasformazioni attraversate da una collettività umana. Quantunque il bene morale si imponga presto o tardi, almeno nell’ottica del cognitivismo, per la sua intrinseca verità, ciò avviene sempre in un valore concreto o in un quadro assiologico condiviso e diffuso all’interno di una vicenda, non di rado travagliata e tortuosa, che fondi l’identità di un determinato gruppo umano. Il bene morale è dunque sempre concepito all’interno di un orizzonte organizzato di valori, nel quale il soggetto morale si costituisce come tale. Il costituirsi della persona in un orizzonte di senso è atto eminente della libertà; ma nient’affatto arbitrario, in quanto è aperto ad una specifica forma di controllo da parte dell’ortoprassi: lo specifico grado di forza veritativa che un determinato quadro assiologico può esprimere è dato infatti dalla sua capacità di ispirare prassi morali sempre nuove e creative; di integrare stabilmente e armonicamente i valori; di riscuotere, nel tempo, il più vasto consenso morale.
Ogni teoria cognitivista deve ammettere dunque l’esistenza di uno specifico carattere della verità morale che fa di questa verità una verità libera ed in certa misura aperta all’influsso del processo maieutico e storico della scoperta dei valori. Ciò avviene tuttavia entro precise condizioni di possibilità, di valutazione e di controllo per mezzo di un metodo scientifico adeguato; cosa di cui l’etica, appunto, si fa carico. Ma quest’ultimo argomento esula dal tema che ci siamo proposti e richiederebbe una trattazione a parte.

2. Il potere normativo dei presupposti epistemologici in bioetica.

Abbiamo detto che le due teorie generali, e reciprocamente alternative, della fondazione ultima del bene -cognitivismo e non cognitivismo- possiedono ciascuna un loro specifico “potere veritativo”, cioè una loro capacità ermeneutica delle esigenze attuali del bene e, al tempo stesso, una specie di “coefficiente di traducibilità” dei presupposti metaetici, che esse rispettivamente incarnano, in un certo grado di sensibilità nella percezione dei valori da parte dei soggetti morali e in un certo grado di abilità nel porre comportamenti concreti moralmente creativi.

2.1. La posizione normativa di D. Neri circa l’aborto “eugenetico”.

Il secondo dei due contributi di Neri che qui prendiamo in considerazione, L’aborto ‘eugenetico’ e il fantasma dell’eugenetica9, offre un esempio di come sia possibile procedere alla elaborazione di una casistica morale a partire da una posizione non cognitivista.
L’articolo pone in questione l’aborto comunemente detto “terapeutico”, che, con maggiore esattezza, Neri denomina “eugenetico”, ossia motivato da gravi malformazioni del feto per cause genetiche. Neri esprime la sua posizione, apparentemente paradossale, nella maniera che segue:

«Conosco personalmente […] casi di madri che hanno avuto bambini handicappati e hanno dedicato la loro vita (spesso senza molto sostegno da parte della società) per cercare di offrire a questi bambini […] il miglior prospetto di vita possibile. Si tratta di casi di dedizione che non possono non suscitare la nostra ammirazione: ma ciò non toglie che queste madri, se avessero saputo di portare in grembo un bambino handicappato, avrebbero fatto meglio a scegliere di abortire»10.

L’argomento principale che Neri adduce ad avvalorare l’affermazione suddetta è questo:

«…è un dato di fatto che avere un handicap è oggettivamente un danno, uno svantaggio, una cosa non desiderabile. Se così non fosse, perché mai ad esempio in tutte le leggi sulla procreazione assistita che consentono il ricorso al donatore viene richiesto lo screening del seme donato? E perché ci saremmo impegnati, attraverso campagne di vaccinazioni, contro il vaiolo e la poliomielite? Appunto per evitare ai bambini quello che sarebbe giustamente considerato il danno di una cattiva nascita […] Mi riesce difficile immaginare qualcuno che possa consapevolmente volere (anche nel senso che non lo evita, potendolo fare) che un bambino abbia una cattiva nascita e quindi sia destinato a soffrire e magari a morire prematuramente»11.

Sano, solidissimo, vecchio buon senso12.
Data l’inconoscibilità dei presupposti metaetici ultimi, il non cognitivista giudica la bontà di una decisione in base alla valutazione delle sue conseguenze. Sempre per effetto del suo orientamento non cognitivista, egli negherà pertanto ogni altra considerazione alla questione dei mezzi. Poichè dunque la qualità morale deriverebbe direttamente dalla decisione del soggetto e non dallo sforzo di conformare la decisione al vero bene, per Neri non corre alcuna differenza morale (così come non v’è alcuna differenza logico-linguistica) tra l’azione deliberata e positiva di interrompere la gestazione di un feto malformato, e il prevenire in ogni modo la malformazione. Dunque, alla fine, nessuna differenza tra l'”impedire la nascita” di feti malformati sopprimendo la malformazione o, al limite, sopprimendo il feto. Allo stesso modo, prolungando la logica dell’argomento, non ci sarà differenza morale tra il lasciar nascere un feto malformato e il non far nulla per evitare, il volere o il provocare deliberatamente la nascita di bambini malformati. Tutto ciò che ci sarebbe da considerare, sotto il profilo morale, è solo che «non è giusto mettere al mondo bambini handicappati»13.

2.2. L’aborto eugenetico nella propettiva del cognitivismo.

L’impostazione metaetica del cognitivismo mostra innanzi tutto di possedere gli strumenti adatti ad una terapia del linguaggio etico. Dal momento che il bene è ultimativamente conoscibile, il cognitivista sa che esistono innanzi tutto valori che sono tali solo in senso descrittivo (a seconda della terminologia propria a vari autori: valori “fisici”, “non morali” o “pre-morali”) che divengono veri e propri valori morali solo quando il soggetto li assume orientandoli al bene supremo secondo un ordine ragionato di finalità. Così, ad esempio, di fronte all’espressione: «occorre evitare in ogni modo la nascita di feti malformati», il cognitivista si chiede se l’espressione ambigua «in ogni modo» sia da intendere in maniera descrittiva o precettiva: «in ogni modo» tecnicamente possibile o «in ogni modo» moralmente lecito?
Anche l’argomentazione teleologica, in contesto cognitivo, non si limita alla ponderazione di conseguenze fisiche dell’azione umana riconducendola (fallacemente) all’utilità o alla piacevolezza dei suoi effetti, ma alla sua capacità di rispettare un ordine globale di finalità tra valori pre-morali e valori morali. Ecco allora riemergere la questione dei mezzi. Anche se non ha la presunzione di conoscerlo o di possederlo a priori, il cognitivista dà per scontato che non può non esistere, in generale, un ordine “giusto” dei valori e che questo ordine non solo può e deve essere conosciuto, ma val la pena cercare con tutte le forze. Ora, la qualità morale di un valore non è affatto un quid intrinseco alla cosa, quasi una sua qualità naturalistica, ma dipende dalla volontà deliberata del soggetto morale di rispettarne la giusta collocazione nell’ordine dei valori. Per dirla con una frase fatta, il fine non giustifica i mezzi perché la scelta dei mezzi condiziona la bontà del fine.

«Supponiamo -continua Neri interrogando il senso comune- che ognuno di noi possa scegliere tra un prospetto di vita senza handicap e un prospetto di vita con handicap. Non riesco ad immaginare qualcuno che possa scegliere il secondo prospetto, poiché è evidente ad un livello intuitivo che un prospetto di vita senza handicap è migliore di uno con handicap […] Mi sembra quindi evidente che se la malformazione è oggettivamente un danno per chi ne è vittima, allora una madre farebbe male a scegliere di non abortire»14.

L’argomento appena citato ha l’irrimediabile torto di urtare la legge di Hume. Il «dato di fatto»15 che è meglio vivere senza handicap, a dispetto di ciò che a Neri appare immediatamente evidente, non dice proprio nulla circa i nostri doveri morali verso i feti portatori di handicap di vario grado e tipo. Il portatore di handicap fisici può ad esempio accedere a valori attinenti a gradi superiori di vita umana (psichico, morale, spirituale) ed esprimerli in attività superiori (culturali, artistiche, politiche, religiose…). Ma quand’anche così non fosse, ci sarebbe ancora da considerare lo statuto ontologico dell’embrione umano, come pure l’estensione e la portata dei suoi diritti fondamentali.
Volendo, poi, mantenersi sul piano, che Neri pare prediligere, dell’attenzione alla sensibilità morale dell’uomo comune, il cognitivista, grazie alla distinzione tra valori pre-morali e valori morali consentitagli dalla sua fondazione assiologica generale, potrebbe sempre interrogare il senso comune in questi termini: E’ preferibile una vita senza handicap fisici ma vuota, noiosa, moralmente misera e insensata o un’esistenza con handicap ma umanamente ricca, buona e compiuta?
La risposta non sarà affatto scontata, nemmeno per l’uomo della strada.

NOTE
1In Segno, XIX (1993) N. 141, 59-77.
2Cfr. Ibid., 70-71.
3Ibid., 71.
4Cfr. Ibid., 67-68 e 71.
5Cfr. P. CATTORINI, Qualità della vita ed etica clinica. Introduzione e principi generali, in S. LEONE – S. PRIVITERA (edd.), Il contesto culturale dell’etica della vita, Armando, Roma-Acireale 1994, 9-10.
6Ibid.,  64.
7S. PRIVITERA, Cognitivismo/decisionismo, in S. LEONE – S. PRIVITERA (edd.), Dizionario di Bioetica, Acireale-Bologna 1994, 154-158.
8Cfr. G. TRE RE, Bioetica e manipolazione dell’uomo, in Bioetica e Cultura, II (1993) 4, 179-207.
9In Segno, XX (1994) N. 155, 47-52.
10Ibid., 47.
11Ibid. 48.
12 Cfr. anche le seguenti asserzioni: «voglio ripetere che la ragione fondamentale a favore dell’aborto eugenetico ha a che fare prima di tutto con il benessere degli individui direttamente interessati» (p. 50). E ancora: «C’è però un senso in cui tutti siamo o dovremmo essere a favore dell’eugenetica e questo è il senso catturato dall’etimologia della parola: io non credo infatti che vi sia persona la quale non desideri che i bambini nascano “bene” e cioè entro i limiti di ciò che può ritenersi una nascita “normale”» (p. 52).
13Ibid, 49.
14Ibid, 48.
15Ibid.

  1. Clelia
    8 febbraio 2011 alle 17:20

    Davvero molto interessante!

  2. giusy silvia
    24 maggio 2012 alle 13:11

    Ancora non ho le idee chiare, ma penso che questo argomento è come una luce accesa e che rimarra sembre accesa perchè chi ” impara a conoscere certi argomenti non li dimenticherà più.”
    A presto e che il signore c’è la mandi buona…

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