Compendio del Beneficio di Gesù Cristo crocifisso verso i Cristiani

Compendio del celebre trattato del beneficio di Gesù Cristo crocifisso verso i Cristiani
di Benedetto Fontanini da Mantova

(ca 1490-dopo 1555)

Prefazione
Questo trattato, pubblicato anonimamente nel 1543 e falsamente attribuito durante secoli a Aonio Paleario (1503-1570) (vedere l’edizione di 1871 del compendio), era probabilmente il libro più popolare della Riforma italiana. Pier Paolo Vergerio, vescovo di Capo d’Istria, afferma che, nello spazio di dieci anni, se ne vendette a Venezia quaranta mila esemplari. Fu tradotto in tedesco, in inglese, in francese ed in altre lingue. Ma tale fu la potenza dell’Inquisizione, che tutti questi esemplari in diverse lingue furono presi e bruciati, a tal punto che vari autori avevano dichiarato che quest’opera non si troverebbe più. Ma nella Università di Cambridge fu trovato poco prima l’anno 1842 una copia dell’edizione italiana del 1543, con una traduzione francese del 1551 e una della versione inglese del 1518.

In questo estratto d’un libro molto più esteso l’editore si è sforzato offrire al lettore i pensieri e gli argomenti i più importanti dell’autore, sopra il soggetto della giustificazione.

Del beneficio di Gesù Cristo crocifisso verso i Cristiani
La Scrittura Santa dice che Dio creò l’uomo ad immagine e similitudine Sua, ma avendo disubbidito a Dio, l’uomo perdette questa immagine e diventò simile al demonio che lo aveva sedotto. Così i nostri primi padri ci hanno lasciato per eredità l’ingiustizia, la empietà ed il timore di pensare a Dio; in guisa che ci è impossibile, colle nostre proprie forze, di amare Iddio e di conformarci alla Sua volontà. In questo modo noi siamo diventati nemici di questo Dio, il quale, essendo un giusto giudice, deve punire i nostri peccati. In somma, la nostra natura si è tutta corrotta; — essa è serva del peccato, del diavolo e della morte. Noi abbiamo perduto la capacità di giudicare sanamente; noi chiamiamo il bene male ed il male bene; stimiamo le cose false per vere e le vere false. E però il profeta dice che ogni uomo è bugiardo e che non vi è alcuno che operi bene (Salmo 14:3; 116:11). Il diavolo, come forto armato, signoreggia in pace nel suo palagio, cioè questo mondo, del quale esso divenne principe e signore.

Ora, se noi desideriamo ricuperare l’immagine di Dio, è necessario che conosciamo prima la miseria nostra. Perciocchè siccome niuno mai cerca il medico se non è infermo, così niuno va a Cristo, unico medico delle anime nostre, se non conosce l’anima sua essere inferma. Nè niuno può conoscere la eccellenza di Cristo, nè l’obbligo che gli deve avere, se non discende nella cognizione dei suoi gravissimi ed odiosissimi peccati.

Il nostro Dio diede la legge per mezzo di Mosè, la quale proibisce la concupiscenza e comanda che amiamo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze, ed il prossimo come noi stessi, intendendo per prossimo così gli amici, quanto i nemici. Vuole che noi facciamo ad ognuno quello che desideriamo che sia fatto a noi, ed amare tutte le cose altrui come le nostre proprie (*). L’uomo, risguardando, come in un lucido specchio, in questa santa legge, tosto conosce l’infermità sua e l’impotenza di ubbidire ai comandamenti di Dio, e di rendere il dovuto onore ed amore al Creatore.

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(*) Infatti la legge dice: «Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo». (Esodo 20:17) (Nota di BibbiaWeb)
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Adunque il primo ufficio che fa la legge è questo, che fa conoscere il peccato, come afferma San Paolo (Romani 7:7) : «Io non ho conosciuto il peccato se non per la legge.»

Il secondo ufficio della legge è di fare abbondar l’offesa: perchè essendo noi separati dall’ubbidienza di Dio e fatti servi del diavolo, e pieni di viziosi affetti e appetiti, non possiamo tollerare che Dio ci proibisca la concupiscenza, la quale tanto più cresce, quanto più è proibita. Onde San Paolo dice che il peccato era morto, ma essendo venuto il comandamento, il peccato rivisse ed io morii (Romani 5:20; 7:9).

Il terzo ufficio della legge è che manifesta l’ira ed il giudizio di Dio, il quale minaccia morte e pena eterna a quelli che non osservano pienamente la Sua legge; perciocchè la Scrittura Santa dice: «Maladetto chi non osserverà costantemente tutte le cose che sono scritte nel libro della legge» (Deuteronomio 27:26): Perciò, dice San Paolo, che la legge è amministrazione di morte, e che ella opera ira (2a Corinzi 3:7; Romani 4:15).

Avendo adunque la legge scoperto il peccato, e accresciutolo, e dimostrato l’ira e furor di Dio contro il peccato fa il quarto ufficio, spaventando l’uomo, il quale, vedendo che non può soddisfare a questa santa legge, viene in disperazione, si adira contro Dio, e non vorrebbe che Egli fosse; temendo di essere gastigato e punito acerbamente da Lui per cagione del suo peccato.

Il quinto ufficio della legge ed il suo proprio fine, è più eccellente e necessario, e che dà necessità all’uomo di andare a Cristo, il grande avvocato e l’unico mediatore tra l’uomo e Dio.

Avendo adunque il nostro Dio mandato il Suo unigenito Figliuolo, acciocchè Esso ci liberi dalla maledizione della legge, ci riconcilii col nostro Dio , ci rigeneri e disponga la nostra volontà alle buone opere, e ristabilisca in noi questa immagine di Dio, che noi avevamo perduto per la colpa dei nostri primi parenti; e conoscendo noi, che sotto al cielo non è dato altro nome agli uomini, nel quale ci possiamo salvare, fuori che il nome di Gesù Cristo, — corriamo coi passi della viva fede a Lui nelle braccia, il quale ci invita sì misericordiosamente, gridando: «Venite a me tutti voi che siete affamati ed aggravati, ed io vi ricreerò» (Matteo 11:28). Qual consolazione, quale allegrezza, in questa vita si può assomigliare a quella di colui, il quale sentendosi oppresso dalla gravezza intollerabile de’ suoi peccati, ode così dolci e soavi parole del Figliuol di Dio, che gli prometto tanto benignamente di ricrearlo e liberarlo da così grave peso? Ma il tutto consiste che conosciamo davvero la infermità e miseria nostra; perchè non gusta il bene, chi non ha sentito il male, e perciò Cristo dice: «Se alcuno ha sete venga a me e beva;» quasi voglia dire, che se l’uomo non si conosce peccatore, se non ha sete della giustizia, non può gustare quanto dolce sia questo nostro Gesù Cristo, quanto sia soave pensare e parlar di Lui, ed imitar la sua santissima vità.

Se dunque conosciamo la infermità nostra per l’ufficio della legge, ecco che Giovan Battista ci mostra col dito il Medico benignissimo, dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio, il quale leva il peccato del mondo» (Giovanni 1:29). Pareva che l’uomo si potesse dolere che senza sua cagione fosse nato e concetto in peccato, per il quale la morte regna in tutti gli uomini; ma ora è tolto via ogni lamento, poichè se il peccato entrò nel mondo per un uomo, nello stesso modo la giustizia e la vita eterna sono venute a noi per un solo uomo, — Gesù Cristo (Romani 5:17,19).

Per queste parole di San Paolo, conosciamo apertamente che il peccato non è di maggior efficacia che si sia la giustizia di Cristo, per la quale siamo giustificati appresso a Dio; imperocchè siccome Cristo è più potente di Adamo, così la giustizia di Cristo è più gagliarda del peccato di Adamo; e se il peccato di Adamo fu bastante a costituirci peccatori e figliuoli d’ira, molto maggiormente sarà bastante la giustizia di Cristo a farci giusti e figliuoli di grazia. Di qui si conosce in quanto errore sieno quelli che per alcuni peccati gravi si diffidano della benevolenza di Dio, giudicando ch’egli non sia per rimettere e perdonare ogni grandissimo peccato; avendo già Esso gastigato nell’unigenito suo Figliuolo tutti i peccati, e per conseguenza fatto un perdon generale ad ognuno che crede all’Evangelo, cioè alla felicissima nuova, che hanno pubblicata per il mondo gli apostoli, dicendo: «Vi preghiamo per Cristo, riconciliatevi con Dio, perciocchè Colui che non conobbe mai peccato, è stato fatto esser peccato per noi, affinchè noi diventiamo giustizia di Dio in Lui » (2a Corinzi 5:20,21).

Questa immensa benignità di Dio, prevedendo Isaia, scrive queste divinissime parole, le quali dipingono tanto bene la passione di Gesù Cristo Nostro Signore, e la cagione di essa: «Veramente Egli ha portati i nostri languori, e s’è caricato delle nostre doglie; ma noi abbiamo stimato che Egli fosse percosso, battuto da Dio, ed abbattuto. Ma Egli è stato ferito per i nostri misfatti, e fiaccato per le nostre iniquità; il gastigamento della nostra pace è stato sopra lui, e per i suoi lividori noi abbiamo ricevuta guarigione. Noi tutti eravamo erranti come pecore; ciascun di noi s’era volto alla sua via, ma il Signore ha fatta avvenirsi in lui l’iniquità di tutti noi»(Isaia 53:4-6). Oh grande ingratitudine, oh cosa abominevole, se facendo noi professione di cristiani, ed intendendo che il Figliuol di Dio ha tolto sopra di sè tutti i peccati nostri, i quali Esso ha scancellati col suo preziosissimo sangue, lasciandosi gastigare per noi in croce, nondimeno pretendiamo di volerci giustificare, e impetrare la remissione dei nostri peccati con le nostre opere, quasi che i meriti, la giustizia, il sangue di Cristo a ciò far non basti, se non vi aggiungiamo le nostre sozze giustizie, macchiate di amor proprio, di interesse e di mille vanità, per le quali abbiamo piuttosto da domandare a Dio perdono, che premio: e non pensiamo alle minacce che fa San Paolo ai Galati i quali, ingannati dai falsi predicatori, pretendevano di volersi giustificare per la legge, ai quali dice: «O voi che siete giustificati dalla legge, voi siete separati da Cristo, voi siete scaduti dalla grazia» (Galati 5:4).

E se il cercare la giustizia e la remissione de’ peccati per la osservazione della legge, la quale Dio con tanta gloria ed apparato diede sul monte Sinai, è un perder Cristo e la grazia Sua, che diremo noi di quelli che pretendono di volersi giustificare appresso a Dio con le loro leggi ed osservanze? Se Dio non vuol dare questo onore e questa gloria alla legge Sua, vogliono questi che la dia alle loro leggi e costituzioni? Questo onore si dà solamente al suo unigenito Figliuolo. Esso solo col sacrificio della sua passione ha soddisfatto per tutti i nostri peccati, passati, presenti e futuri; come dimostra San Paolo agli Ebrei, capitoli 7, 9 e 10; e San Giovanni nella sua prima epistola capitoli 1 e 2; se questa soddisfazione di Cristo viene applicata per la fede alle anime nostre, godiamo indubitatamente della remissione dei peccati, e per la giustizia di Lui diventiamo giusti presso a Dio. Onde, dice San Paolo ai Filippesi, avendo detto che, secondo la giustizia della legge, era vissuto irreprensibile, soggiunge: che stimava tutta questa sua giustizia secondo la legge come uno sterco, per avere la giustizia che è di Dio e che si ha per la fede (Filippesi 3:6,10).

O parole notabilissime, le quali ogni cristiano dovrebbe scolpire nel suo cuore, pregando Dio che gliele facesse gustar perfettamente. Ecco come San Paolo dimostra chiaramente, che chiunque conosce veramente Cristo giudica le opere della legge dannoso in quanto elleno sviano l’uomo dalla fiducia in Cristo e il fanno confidare in sè stesso; ed esagerando questa sentenza soggiunge: che giudica ogni cosa uno sterco, per guadagnare Cristo e trovarsi incorporato in Lui; ed acciocchè meglio intendessimo quello che egli voleva dire, soggiunge ed inculca, che egli rifiuta ogni giustificazione esteriore, ogni giustizia che sia fondata nell’osservanza della legge; e voleva essere rivestito della giustizia che dona Dio per la fede a coloro che credono.

È ben vero che si trovano nella Santa Scrittura alcuni passi che pare contraddicano a questa dottrina; ma questi passi sono stati spiegati da interpreti, i quali hanno dimostrato apertamente che quelli che li hanno intesi in questo senso non li hanno intesi. Noi dunque, fratelli dilettissimi; non seguitiamo la stolta opinione dei Galati insensati, ma la verità che c’insegna San Paolo, e diamo tutta la gloria della nostra giustificazione alla misericordia di Dio ed ai meriti del suo Figliuolo, il quale col sangue Suo ci ha liberati dalla condannazione della legge, e dalla tirannide del peccato e della morte, e ci ha condotti nel regno di Dio per donarci eterna felicità. Dico che ci ha liberati dalla condannazione della legge, avendo soddisfatto a tutte le sue esigenze; di modo che noi possiamo comparire sicuramente al tribunale di Dio, essendo vestiti della giustizia del suo Cristo e liberati per Lui dalla maledizione della legge, e dall’impero del peccato e della morte, la quale non ci può più tenere prigioni, essendo stata superata da Cristo per la risurrezione, e per conseguenza da noi che siamo suoi membri; di modo che noi possiamo dire con San Paolo e col profeta Osea: «La morte è stata abissata in vittoria. O morte, ove è il tuo dardo? o inferno, ove è la tua vittoria?» (1 Corinzi 15:54,55) Cristo ha percosso il capo al velenoso serpente, cioè al diavolo, perciocchè tutti quelli che credono in Cristo, vincono con Cristo il peccato, la morte, il diavolo e l’inferno. Questo è quel felicissimo e benedetto seme di Abraamo, nel quale aveva promesso Dio di benedire tutte le genti. Le forze di tutto il mondo raccolte insieme, non erano bastanti a vincere questa impresa tanto grave; ma il nostro Dio, Padre delle misericordie, mosso a compassione delle nostre miserie, ci ha donato il Suo unigenito Figliuolo, il quale ha portato la maledizione in vece nostra, ed è stato fatto nostra benedizione e giustificazione, purchè l’accettiamo rinunziando a tutte le nostre giustificazioni. Abbracciamo, fratelli dilettissimi, questa giustizia per la fede, teniamo per fermo di esser giusti, non per le opere nostre, ma per i meriti di Cristo. Viviamo allegri e in buona coscienza verso Dio, sicuri che Cristo ha annichilato tutte le nostre ingiustizie, e ci fa giusti e santi nel cospetto di Dio; il quale, quando ci vede incorporati nel suo Figliuolo per la fede, non ci considera più come figliuoli di Adamo, ma come figliuoli suoi, e ci fa eredi, col suo legittimo Figliuolo, di tutte le ricchezze sue.

Tanto opera questa fede santa e viva, che colui il quale crede che Cristo abbia tolto sopra di Sè i suoi peccati, diventa simile a Cristo, e vince il peccato ed il diavolo. La Chiesa, che si compone di tutte le anime fedeli, è la sposa di Cristo. Noi sappiamo il costume del matrimonio, che i due divengono una medesima cosa; e le facoltà tutte di amendue divengono comuni, onde lo sposo dice, che la dote della sposa è sua, e la sposa similmente dice, che la casa e tutte le ricchezze dello sposo sono sue; e così sono veramente, altrimenti non sarebbero una carne, come dice la Scrittura. In questo medesimo modo Dio ha sposato il suo dilettissimo Figliuolo colla Chiesa e ne ha fatto un solo essere. La Chiesa non aveva cosa alcuna che fosse sua propria, se non il peccato; e nondimeno il Figliuol di Dio non si è disdegnato di pigliarla per diletta sposa con la propria dote, che è il peccato; e per l’unione che è in questo santissimo matrimonio, quello che è dell’uno è ancora dell’altra. Cristo dice dunque: la dote della: Chiesa, sposa mia cara, cioè i suoi peccati, le trasgressioni della legge, l’ira di Dio per i suoi peccati, e tutti gli altri suoi mali, — sono diventati in poter mio, e a me sta negoziare di essa come più mi piace; e perciò voglio gettarli nel fuoco della mia croce, ove li consumo e li annichilo.

Vedendo adunque Dio il suo Figliuolo tutto imbrattato dei peccati della sua sposa, lo flagellò uccidendolo (*) sopra al legno della croce. Ma perché era suo dilettissimo ed ubbidientissimo Figlio, lo suscitò da morte a vita, dandogli ogni podestà in cielo ed in terra, e collocandolo alla sua destra. La sposa similmente dice con grandissima allegrezza: «I reami e gl’imperi del mio diletto Sposo sono miei, io sono regina ed imperatrice del cielo e della terra, le ricchezze del mio Marito, cioè, la Sua santità, la Sua giustizia, con tutta la Sua potenza sono facoltà mie. Il mio Sposo essendo interamente a me, ne risulta che tutto ciò ch’Egli è e che ha è mio; e per conseguenza in Lui sono santa, giusta e pura. In Lui sono formosa e bella.» Si può veramente dire che in virtù dell’unione della Chiesa con Cristo, come Egli è stato inchiodato alla croce per lei, così in Lui il cristiano è morto e risuscitato. In Cristo egli è salito al cielo ed è fatto partecipe della natura divina. Dall’altro lato, tutti i peccati che il cristiano ha commessi sono, in qualche modo, diventati quelli di Cristo, poichè Egli li ha presi sopra di Lui, affinchè la sua sposa stia sempre allegra e contenta, e che non tema. O immensa bontà di Dio, quanta obbligazione ha il cristiano a Dio! Non è amore umano tanto grande, che si possa comparare all’amor di Dio. Onde San Paolo dice: «Che Cristo amò la Chiesa, la sua cara sposa, e si offerse per quella alla morte della croce per santificarla, purificandola col lavacro dell’acqua per la Parola; per congiungerla a Sè stesso, gloriosa Chiesa, che non avesse macchia, nè crespa alcuna, nè cosa alcuna simile (Efesini 5:25-27).

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(*) La Scrittura non dice che Dio ha ucciso suo Figlio. Cristo è stato colpito, è stato abbandonato da Dio durante le tre ore di tenebre della croce, ma dopo è entrato volontariamente nella morte (Giovanni 10:17-18; 10:30). (Nota di BibbiaWeb)
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Avendo noi adunque dalla Santa Scrittura la testimonianza di queste e tante altre promesse, sparse in diversi luoghi di essa, non possiamo dubitare che così non sia; e la Scrittura, parlando generalmente, niun deve dubitare che a Lui non appartenga quello che essa dice.

Il che, acciocchè meglio s’intenda (consistendo in ciò tutto il misterio della fede), poniamo un caso, che un re buono e santo faccia pubblicare un bando, che tutti i ribelli sicuramente ritornino nel suo regno, perciocchè egli, per i meriti di un loro consanguineo, perdonerà a tutti. Certamente niun de’ribelli dovrebbe dubitar di non avere impetrato veramente il perdono della sua ribellione, ma dovrebbe sicuramente ritornare a casa sua per vivere sotto all’ombra di quel santo re; e se non vi ritornasse, ne porterebbe la pena, perciocchè per la incredulità sua morirebbe in esilio e in disgrazia del suo re.

Questo santo re è il Signor del cielo e della terra, il quale, per la ubbedienza e merito di Cristo nostro consanguineo, ha voluto perdonare tutte le nostre ribellioni, ed ha fatto fare un bando per tutto il mondo, che sicuramente tutti ritornino al suo regno. Chi adunque crede a questo bando, ritorna a Dio, dal quale fummo scacciati per il peccato. Chi non dà fede a questo bando, non gode di questo perdono generale; ma per la sua incredulità rimane in esilio, lungi da Dio, sotto la tirannide del diavolo, e vive e muore in estrema miseria in disgrazia del re del cielo e della terra; e meritamente, perciocchè non possiamo far maggiore offesa a Dio, che farlo bugiardo ed ingannatore; il che facciamo non dando fede alle promesse sue.

Oh quanto è grave questo peccato dell’incredulità; la quale, quanto è in sè, priva Dio della sua gloria e della sua perfezione, oltre al danno della propria dannazione. Ma all’opposto, colui che si accosta a Dio con vero cuore nella certezza della fede, credendo alle promesse di Lui senza un minimo sospetto, tenendo per certo, che tutto quello che Dio promette conseguirà; costui, dico, dà gloria a Dio, costui vive in continua pace ed in continua allegrezza, lodando e ringraziando sempre Dio che l’ha eletto alla gloria della vita eterna.

Quando noi siamo in questo modo sicuri della benevolenza di Dio, non abbiamo paura della morte. Questa santa ed animosa fiducia della misericordîa di Dio, dilata il cuore e lo indirizza verso Dio con dolcissimi affetti, e l’empie di ardentissima carità! Perciò l’apostolo Paolo (*) ci esorta che andiamo con fiducia al trono della grazia, e ci consiglia di non rigettare la nostra confidenza, la quale ha grande retribuzione di premio. Questa santa fiducia è generata nel cuore dello Spirito Santo, che ci è comunicato per la fede. E di qui procede che noi siamo incitati al bene operare; e tanta potenza e tanta inclinazione a ciò conseguiamo, che siamo prontissimi a fare e tollerare ogni cosa intollerabile per amore e gloria del nostro benignissimo Padre e Dio, il quale per Cristo ci ha arricchiti di così abbondante grazia e benevolenza, e fatti, di nemici, carissimi figliuoli.

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(*) Piuttosto l’autore dell’epistola agli Ebrei. (Nota di BibbiaWeb)
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Questa vera fede non è donata da Dio all’uomo, che tosto egli è spinto da un violento amore alle buone opere, e a rendere frutti dolcissimi a Dio ed al prossimo, come ottimo albero: siccome è impossibile accendere un fascio di legna che non mandi fuori la luce. Questa è quella santa fede, senza la quale è impossibile che alcuno possa piacer a Dio (Ebrei 11:6), e per la quale tutti i santi del Vecchio e Nuovo Testamento si sono salvati, come testifica San Paolo di Abramo, del quale dice : «Abramo credette a Dio, e gli fu imputato a giustizia» (Romani 4:3); e ai Galati 3:11 : «Or che per la legge niuno sia giustificato appo Dio è manifesto, perciocchè il giusto viverà di fede.» Nè solamente San Paolo cogli scrittori sacri, ma i dottori che vennero dietro a loro hanno confermata ed approvata questa santissima verità della giustificazione per la fede, dimostrando che gli uomini divengono giusti credendo, quand’anche non abbiano mai fatto alcuna opera buona, come il ladrone fu giustificato senza le opere della legge, perciocchè il Signore non ricercò quello che per lo addietro avesse operato, nè aspettò che operasse alcuna cosa, dopochè ebbe creduto ; ma lo giustificò per la confessione sola e l’accettò per compagno nel paradiso. Ed eziandio quella femmina così celebrata nell’Evangelio di San Lucca ai piedi di Gesù Cristo udì: «I tuoi peccati ti son rimessi;» e poco da poi, «la tua fede ti ha salvata, va in pace » (Luce. VII, 48-50). Adunque l’uomo è giustificato per la fede, al quale niente giovano le opere della legge. E chi sarà colui che si possa gloriare della sua giustizia, udendo dire a Dio per il profeta: «ogni nostra giustizia è come panno lordato?»

E certamente è grande temerità di coloro che pretendono di pervenire alla giustificazione per l’osservanza dei comandamenti di Dio, i quali tutti si comprendono nell’amar Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze, ed il prossimo come sè medesimo. Chi sarà dunque così arrogante e mentecatto, che ardisca darsi a credere di osservare intieramente questi due precetti? e che non veda che la legge di Dio, richiedendo dall’uomo una perfetta affezione, condanna ogni imperfezione? Consideri adunque ognuno le sue operazioni, le quali in parte gli paiono buone, e troverà se esse si debbono chiamare trasgressioni delle legge santa, poichè sono operazioni impure ed imperfette. Di qui risonano quelle voci di Davide : «Non entrare in giudicio col tuo servo, perchè niun vivente sarà giustificato nel cospetto tuo» (Salmo 143:2).

Ma ritornando al nostro proposito, consideri il peccatore arrogante, il quale facendo alcune opere lodevoli nel cospetto del mondo, pretende di giustificarsi nel cospetto di Dio, consideri, dico, che tutte le opere che vengono da impuro cuore ed immondo, sono anche esse immonde e impure, e per conseguente non possono essere grate a Dio, nè efficaci a giustificare. Bisogna adunque prima purificare il cuore se vogliamo che le nostre opere piacciano a Dio; e la purificazione consiste nella fede, come afferma lo Spirito Santo per bocca di San Pietro (Atto 15:9). Allora le nostre opere saranno approvate da Dio, in quanto sono frutto e testimonio della fede, per la quale siamo salvati e introdotti nella possessione del regno eterno, che ci ha apparecchiato il nostro Dio e Padre dalla creazione del mondo; non già per i nostri meriti, ma per la sua misericordia, per la quale ci ha eletti e chiamati alla grazia dell’Evangelo, e ci ha giustificati per glorificarci in sempiterno col suo unigenito Figliuolo Gesù Cristo, Signor nostro.

La fede che giustifica è un’opera di Dio in noi, per la quale il nostro vecchio uomo è crocifisso, e noi risuscitati in Cristo diventiamo nuova creatura e figliuoli carissimi di Dio. Questa divina fede è quella che ci identifica colla morte e risurrezione di Cristo, e per conseguenza ci mortifica la carne cogli affetti e colle concupiscenze. Poichè conoscendoci noi, per la efficacia della fede, morti con Cristo e risuscitati con Lui (Romani 6, Colossesi 3), comprendiamo allora che, come tale, ci appartiene di mortificare i nostri membri terrestri, cioè gli affetti viziosi e gli appetiti della carne, e di menare una vita spirituale e santa, simile a quella che viveremo nel cielo dopo la risurrezione.

Questa fede ci fa godere del perdono, che proclama l’Evangelo, ci dà una coscienza tranquilla e ci mantiene in una perfetta e santa allegrezza. Per questa medesima fede riceviamo lo Spirito Santo, il quale ci unisce a Cristo e fa che Egli abita nei nostri cuori, e ci muove alle stesse opere di santità che faceva Cristo mentre Egli conversava cogli uomini; cioè, inclina le nostre anime all’umiltà, alla mansuetudine, all’amore ed all’ubbidienza. Questa fede divinamente ispirata non può star senza le buone opere e la santità. Perciò quasi sempre San Paolo chiama santi quelli che noi chiamiamo cristiani, i quali se non hanno lo Spirito di Cristo, non sono di Cristo (Romani 8:9), e conseguentemente non sono cristiani; e se hanno lo Spirito di Cristo che li conduce e li governa, non saranno pigri a fare le buone opere, perchè lo Spirito di Cristo è Spirito di carità, e la carità non può essere oziosa, nè cessare dalle buone opere. Anzi, per dire il vero, un uomo non può mai fare buone opere se prima non si conosce giustificato per la fede.

La fede che giustifica è come una fiamma di fuoco, la quale non può se non risplendere. Se noi vediamo una fiamma di fuoco che non luce, conosciamo quella esser dipinta. Così, quando noi non vediamo in un uomo la luce delle buone opere, è segno che questo tale non ha la vera fede, la quale Dio dona a tutti coloro che son giustificati.

Possiamo ancora assomigliare questa santissima fede che giustifica, alla divinità di Gesù Cristo, il quale essendo vero uomo, ma senza peccato, operava cose stupende, sanando gl’infermi, illuminando i ciechi e suscitando i morti. Ma queste opere miracolose non eran cagione che Cristo fosse Dio; innanzi che operasse alcuna di queste cose egli era Dio. Così la vera fede viva è un principio divino nell’anima del cristiano, il quale opera mirabilmente, nè mai si trova stanco delle buone opere; ma queste opere non sono cagione che il cristiano sia cristiano, ma egli, perché è cristiano per la fede, fa tutte quelle buone operazioni. Come la divinità di Cristo era la cagione de’suoi miracoli, così la fede, operando per amore, è cagione delle buone opere del cristiano.

Così noi stabiliamo le buone opere, affermando che la fede che giustifica non può essere senza buone opere, e nondimeno non sono le buone opere che ci fanno giusti, ma la fede, e la ragione è che per la fede ci vestiamo di Cristo (Galati 3:26,27), facendo nostra la giustizia e santità Sua.

Ora giudichi il pio cristiano qual di queste due opinioni sia più vera, più santa e più degna di essere predicata; o la nostra che illustra il beneficio di Cristo ed abbassa l’arroganza umana; o l’altra, la quale oscura la gloria di Cristo ed innalza la superbia umana.

Di più, diciamo che coloro che son giustificati per la fede, conoscendosi giusti per la giustizia di Dio eseguita in Cristo, non fanno mercatanzia con Dio delle buone opere, pretendendo con esse di comprar da Lui la giustificazione, ma infiammati dall’amore di Dio, e desiderosi di glorificar Cristo, attendono con ogni studio a fare la volontà di Dio, e combattono virilmente contro all’amor proprio, contro il mondo ed il diavolo. E quando cadono per fragilità della carne, risorgono tanto più desiosi di bene operare e tanto più innamorati del loro Dio, considerando che i peccati non sono loro imputati da Lui per la loro incorporazione con Cristo, il quale ha soddisfatto per tutti i suoi membri sul legno della croce; e sempre intercede per essi. Dio li riguarda sempre con volto placidissimo, e li regge e difende come carissimi figliuoli, ed alla fine donerà loro la eredità eterna, facendoli conformi alla gloriosa immagine di Cristo.

Questi incitamenti amorosi sono quelli che movono i veri cristiani alle buone opere; i quali sono invitati dallo Spirito Santo, che abita in loro, a vivere come si conviene a figliuoli di un tanto Padre, e si vergognano di non servare il decoro della loro celeste nobiltà. Mettono ogni studio ad imitare Gesù Cristo, ponendo l’anima per i fratelli, facendo bene ai nemici, gloriandosi nelle ignominie e nella croce del Signor Nostro Gesù Cristo. Chi non sente nel suo cuore questi divini affetti ed effetti, ma è dedito alla carne ed al mondo, tenga per fermo che egli non ha ancora la fede che giustifica, non è membro di Cristo, perchè non ha lo Spirito di Cristo; e chi non è di Cristo non è cristiano.

Benchè abbia già fatto intendere come il cristiano si veste di Cristo, nondimeno ne vogliamo parlare alquanto, sapendo che il ragionar di Cristo e di doni Suoi al pio cristiano, non può mai parer nè lungo nè molesto, quantunque fosse replicato mille volte. E siccome alcuno si veste di una bellissima e preziosa veste quando vuole appresentarsi al cospetto di un signore, così il cristiano, ornato e coperto di Cristo e di tutte le sue perfezioni, si appresenta innanzi a Dio, Signore di tutto, confidandosi nei meriti di Cristo, non altrimenti che se esso avesse meritato e conseguito tutto quello che Cristo ha conseguito e meritato. La fede fa che noi possediamo Cristo e tutto quello che è di Lui, come ciascuno di noi possiede la sua propria veste.

Il vestirsi di Cristo altro non è che tenere per fermo che Cristo sia nostro; come nel vero è se noi il crediamo. Il cristiano deve avere una ferma fede e persuasione che tutti i beni, tutte le grazie e le ricchezze di Cristo sono sue; perciocchè avendoci Dio dato Cristo, come può essere che non ci doni ogni cosa con Lui (Romani 8:32). Se questo è vero, come è vero, il cristiano può dire con verità: «Io sono un figliuolo di Dio, la legge non mi può accusare, essendo fatto mia la giustizia di Dio per la fede.» Qual animo è così abbietto, vile e freddo che, considerando l’inestimabile grandezza del dono che ci ha fatto Dio, dandoci il suo dilettissimo Figliuolo con tutte le sue perfezioni, non s’infiammi di un ardentissimo desiderio di essere simile a Lui nelle buone opere? essendo Egli stato dato a noi dal Padre, ancora per esempio, acciocchè la vita nostra sia un ritratto della vita di Cristo. Perciocchè , come dice San Pietro: «Cristo ha patito per noi lasciandoci esempio, acciocchè seguiamo i vestigi suoi».

Il vero cristiano innamorato di Cristo dice fra sè stesso: «Poichè Cristo non avendo bisogno di me, mi ha ricuperato col suo proprio sangue, ed è diventato povero per arricchir me; medesimamente io voglio dare la roba e la vita propria per amore e salute del prossimo.» Se noi non amiamo i nostri fratelli, per i quali Cristo ha sparso il suo prezioso sangue, non possiamo dire in verità che amiamo Gesù Cristo.

Quando conosciamo Cristo come cosa nostra, con tutte le Sue ricchezze, altro non ci resta a fare se non glorificar Dio colla imitazione di Cristo, e far quello stesso ai nostri fratelli che Cristo ha fatto a noi. Viviamo di maniera che il mondo, a mal suo grado, conosca e vegga cogli occhi gli stupendi effetti che opera Iddio in coloro che sinceramente abbracciano la grazia del Vangelo. Veggano, dico, gli uomini del mondo con quanta tranquillità d’animo i veri cristiani sopportano la perdita della roba, la morte dei loro figliuoli, le ignominie, le infermità del corpo e le persecuzioni dei falsi cristiani. Veggano come essi soli adorano Dio in spirito e verità, accettando dalle mani di Lui tutto quello che loro avviene; e tenendo per buono e per santo tutto quello che Egli fa, ed in ogni cosa prospera ed avversa; lodandolo e riconoscendo per gran dono di Dio il patire principalmente per il Vangelo; poichè la tribulazione opera la pazienza, la pazienza la prova, e la prova la speranza, e la speranza non confonde, imperocchè, quando noi stiamo forti e costanti, siamo sostentati dalla mano di Dio.

Ma perchè tante parole? Assai ci deve bastare di sapere che i veri cristiani per le tribulazioni si vestono della immagine di Cristo crocifisso: la quale, se porteremo volontieri, ci vestiremo poi della immagine di Cristo glorioso. Perciocchè, siccome abbondano le passioni di Cristo, così per Cristo abbonderà ancora la consolazione nostra, e se sopportiamo seco Lui, insieme regneremo.
http://www.bibbiaweb.org/doc/bfm_beneficio_cristo_crocifisso.html

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