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Perché scelgo lo stato laicale. Lettera di un giovane prete al suo vescovo

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A Sua Eccellenza rev.ma
Salvatore De Giorgi, Arcivescovo.

Prima di iniziare questa memoria desidero benedire la bontà di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo che mi ha chiamato al servizio della comunità ecclesiale ed all’annuncio del Vangelo tramite il dono soprannaturale del sacerdozio. Dichiaro di amare la comunità ecclesiale e di venerare tutti i suoi insegnamenti.

Eccellenza, mi risolvo dopo una lunga ed attenta riflessione a chiedere la riduzione allo stato laicale con annessa dispensa dal celibato. Questa richiesta è stata preceduta da alcuni periodi di pausa dall’esercizio del ministero che Sua Eccellenza ha voluto concedermi perché giungessi ad una decisione ben ponderata. Nel corso di quest’ultimo anno si sono chiarite in me le principali motivazioni, generali e particolari, e le cause, recenti e remote, che mi conducono a questo passo.

Non occorre molto per raccontare la mia storia vocazionale. Sono nato il sabato di Pasqua del …., secondo di quattro figli maschi, in una minuscola casa popolare del quartiere palermitano della Noce. Mio padre era operaio, mia madre casalinga. L’educazione mia e dei miei fratelli è semplice: la scuola, la parrocchia di S. Ernesto, ove ebbi la fortuna di essere affidato, sin dall’età di cinque anni, per la preparazione alla prima comunione e successivamente come piccolo ministrante ed iscritto all’azione cattolica, alle cure di Don («Padre») Giuseppe Castiglione, morto in fama di santità. Ricordo che sin da allora manifestavo la volontà di essere prete. La mia famiglia è religiosa da sempre; la figura del sacerdote (Don Francesco Pizzo ed il cugino Giuseppe, parroco di S. Ernesto, Don Fanara…) è sempre stata presente e familiare per noi piccoli.
All’età di nove anni lasciai questo ambiente ricco di rapporti ed esperienze per andare a vivere con una coppia di zii (lei sorella di mia madre, lui di mio padre) senza figli. Questa zia era stata adottata e viveva, insieme al marito, praticamente nella stessa casa di una sorella della madre, sposata ed anche lei senza figli. Gli zii inoltre vivevano nello stesso stabile ed in stretta comunione di rapporti con la mia nonna materna, vedova, la seconda delle tre figlie di quest’ultima ed altre quattro sorelle della nonna, tutte nubili.
Le condizioni economiche di questa nuova famiglia erano sensibilmente migliori rispetto a quella dei miei genitori ma andavo ad inserirmi in una realtà che mi era estranea, dominata da una moltitudine di figure femminili, per lo più anziane, e da nessuna figura materna. La voglia di non deludere, soprattutto nella scuola, e la difficoltà di manifestare bisogni, disagi e desideri, ma soprattutto il trauma di essere strappato all’ambiente d’origine, fecero di me un bambino isolato e nevrotico. Perciò ho vissuto il mio ingresso al seminario minore, nell’autunno del 1970, senza il dolore della separazione dalla famiglia, anzi, come la coronazione di un desiderio coltivato da tanto tempo.
Ricordo gli anni del seminario minore tra i più belli della mia giovinezza. La sede si trovava allora in via Vespri, un grande complesso che il Card. Ruffini aveva dotato di alcune strutture d’avanguardia: laboratorio scientifico, palestra, campi sportivi ed una grande cappella. Qualcuno lamentava che il seminario non contasse che centodieci alunni, quell’anno. La mia classe era composta da ventiquattro ragazzi. Il clima era sereno, c’era un’atmosfera di impegno, tutto un fervore di attività parallele alla preghiera ed allo studio: sport, teatro, cinema, giardinaggio. In estate ci si recava per un mese a Baida per il seminario estivo. In quegli anni ho incontrato alcuni dei sacerdoti che più stimo: Salvatore Di Cristina, Pietro Magro, Giovanni Oliva, Pino Sclafani, Mario Golesano, Salvatore La Sala, Pino Puglisi ed allacciai amicizia con parecchi compagni, alcuni dei quali sono sacerdoti: Cesare Rattoballi, Mario Cassata… Erano anni di sperimentazione, anche nella Chiesa ed il seminario era un vero laboratorio di nuove proposte formative. Allora non potevo certo rendermene conto, ma le idee del Concilio passavano attraverso lo stile e la prassi dei superiori, quasi sempre giovani sacerdoti o addirittura freschi di studi e prossimi all’ordinazione. Ma le idee nuove e le inquietudini che filtravano dal mondo esterno, a mano a mano che la crisi degli anni ’70 andava maturando, portavano con loro anche dei problemi. Le vocazioni andavano scarseggiando, il numero dei seminaristi diminuiva sensibilmente ogni anno.
Nel 1974 la «Sesta Casa», il vecchio seminario minore di via Vespri, fu chiusa per sempre. Ci trovammo così in quarta ginnasiale, essendo rimasti una ventina, a dover cambiare sede ed istituto scolastico. Trovammo sistemazione presso l’attuale Seminario Maggiore, in via Incoronazione; per la scuola ci recavamo ogni mattina al seminario di Monreale, nei cui locali era distaccata una sezione del ginnasio Guglielmo II. Si tratta di anni importanti per la mia formazione umana ed affettiva. Nonostante i ritmi comunitari, non mancavano i contatti con giovani non seminaristi. Tra i nostri compagni di classe c’erano anche alcune ragazze. Fu senz’altro per via di quest’aria di apertura che, conclusisi i due anni di ginnasio, noi seminaristi decidemmo di iscriverci al liceo statale Vittorio Emanuele II pur continuando l’esperienza comunitaria a tempo pieno nella comunità del seminario minore. I superiori, in particolare Don Salvatore Di Cristina, nominato rettore proprio quell’anno, assecondarono la decisione. Essendo rimasti in quattordici ci trasferimmo nella sede di Piazza Peranni. Si trattò di un’esperienza dolorosa ed esaltante ad un tempo. L’affiatamento tra noi ed i superiori, Di Cristina, prima, Alessandro Manzone e Rosario Giuè successivamente, era così forte che si può parlare davvero di una comunità autogestita fino nei più piccoli dettagli: dalla liturgia, alla formazione, gli orari, ai contatti con l’esterno, alla manutenzione della casa, la pulizia degli ambienti, il giardino, l’arredo e persino la preparazione della colazione e della cena. I rapporti con i compagni e le compagne di scuola erano intensi ed essi frequentavano assiduamente e con naturalezza la nostra casa.
Ma si trattava degli ultimi slanci di un’esperienza in via di esaurimento. I tempi della sperimentazione erano ormai finiti, il seminario minore era destinato a scomparire; la Curia, attraverso l’economo, ci faceva sapere che non era vantaggioso tenere in piedi una comunità di poco più di dieci seminaristi. Il seminario minore doveva chiudere. Poiché noi seminaristi avremmo voluto proseguire in una istituzione della diocesi il nostro cammino vocazionale, il Card. Pappalardo, nel corso di una nervosa riunione, ci disse che avremmo dovuto noi stessi trovare qualche sacerdote disposto ad assumersi l’incarico di rettore. Ricordo che contattammo, tra gli altri, il compianto Don Giosuè Bonfardino, il quale rifiutò.
La brusca fine del seminario minore per banali motivi di amministrazione avrebbe lasciato in me un risentimento profondo che non sarei mai più riuscito a superare. Mi sentivo tradito dalla mia Chiesa. Per la prima volta mi rendevo conto che motivi di carattere economico avevano la meglio su qualsiasi altra considerazione e valore in una scelta pratica della diocesi e potevano prevalere persino sulle persone stesse.
Trascorsi a casa dei miei l’ultimo anno di liceo e il primo di teologia. Anni importanti anche questi, perché ricchi di idealità, progetti, sogni; di affettuosi rapporti di profonda amicizia con molti coetanei e di speciale tenerezza per una ragazza.
Nell’autunno del 1979 entrai come interno al seminario maggiore. Il rettore era allora Mons. Vincenzo Cirrincione, attuale vescovo di Piazza Armerina. L’intero gruppo dei superiori era stato nominato proprio quell’anno. La comunità del seminario maggiore, infatti, usciva da un periodo drammatico. L’anno precedente si erano verificati episodi di omosessualità nei quali erano coinvolti alcuni seminaristi; uno di questi aveva infine tentato di suicidarsi in seminario.
Al “minore” avevo vissuto un’esperienza formativa ed umana di prim’ordine, che sovrastava di gran lunga gli stili e i modelli – che mi apparivano grossolani, sprovveduti dal punto di vista pedagogico, spiritualmente poveri e culturalmente antiquati – proposti dai responsabili negli anni del seminario maggiore. Il tipo di prete che in quel mondo a misura di parroco si andava formando mi appariva del tutto estraneo alla necessità di incarnare un’umanità a misura del mondo, di plasmare in se stessi il modello dell’uomo di tutti, di rappresentare esistenzialmente l’uomo delle beatitudini, le forme di un’umanità universale. Preparati a compilare a dovere il modulo del processicolo matrimoniale – come ebbe a dire icasticamente, appena qualche anno fa, un vescovo siciliano – ma incapaci di un’ermeneutica salvifica dell’oggi.
Gli anni del seminario maggiore trascorsero proficuamente, dal punto di vista della mia preparazione teologica, ma con un disagio e una delusione crescenti dal punto di vista umano. A causa delle lotte intestine al collegio dei docenti, della scarsa considerazione da parte dell’episcopato siciliano e della crisi legata al delicato passaggio istituzionale verso l’erezione a facoltà teologica, gli allievi dell’Istituto teologico S. Giovanni, ed in particolare i seminaristi, vivevano un profondo malessere. L’ultimo nostro anno di teologia fu particolarmente sofferto. Gli allievi furono, in maniera più o meno aperta, accusati dal Preside, Mons. Crispino Valenziano – una persona ossessionata dalla paura che la sua creatura potesse naufragare – di complottare contro la facoltà. I seminaristi che sostennero in quell’anno l’esame di baccellierato si videro abbassare di un voto il risultato dell’esame finale. Io stesso fui più volte convocato dal Preside ed invitato a cambiare istituto.
Anche in questa circostanza il Card. Pappalardo si sottrasse alle sue responsabilità. Solo in un’occasione, quando ormai la data dell’ordinazione presbiterale era stabilita, si limitò ad affermare: «non ti avrei mai ordinato diacono se avessi saputo di te certe cose…».
Poi mi consegnò il seguente biglietto:

Ecco alcuni punti sui quali il caro… è invitato a riflettere e progredire:
– segno d’intelligenza è non l’essere tenacemente attaccati al proprio giudizio ma saper considerare e tenere in conto anche le idee e le ragioni degli altri;
– accettare norme ed indicazioni di comportamento che vengono date da persone responsabili non è subire violenza dall’esterno, ma vivere nella Comunità ed evitare atteggiamenti singolari o stravaganti o talora pericolosi;
– le qualità e le doti che si possiedono devono essere sempre messe a servizio del ministero e mai fatte prevalere su di esso e sulle sue esigenze;
– la funzione di guida e di leadership va svolta con semplicità e modestia, procurando di mettere in mostra ed utilizzare le capacità degli altri.

Fui ordinato presbitero il …………….. Quell’anno ho anche conseguito, con il giudizio di magna cum laude il grado di baccelliere presso la facoltà teologica di Sicilia.
Solo dopo i primi tre anni di ministero presbiterale, svolto come vice parroco presso la parrocchia di …. («andrai con Don …., che ti conosce bene… Non posso mandarti in una parrocchia qualsiasi, rischieresti di bruciarti subito…», aveva detto il Cardinale il giorno dopo la mia ordinazione) e di insegnamento della religione cattolica presso il liceo scientifico …, ottenni dall’Arcivescovo il permesso di trasferirmi a Roma per un periodo di studi, durato quattro anni, presso la Pontificia Università Gregoriana, conseguendo la licenza in teologia morale con il voto di magna cum laude. Nel frattempo svolgevo attività pastorale, prevalentemente al servizio dei giovani, presso la parrocchia romana di Stella Mattutina. Nel 1987 ho anche ottenuto la laurea in storia e filosofia presso l’Università di Palermo con la votazione finale di 110 e lode.
Non potendo continuare gli studi a Roma, soprattutto a causa delle ristrettezze economiche in cui mi trovavo, non godendo allora di alcun sostentamento, tornai in diocesi. Il mancato sostentamento economico si era protratto, dal settembre 1986 agli inizi del 1990, per tutta la durata dei miei studi di perfezionamento in teologia morale presso l’Università Gregoriana di Roma. Al proposito ripeto quanto già ho avuto modo di dire a Sua Eccellenza e cioè che il Card. Pappalardo assicurò che si sarebbe provveduto in qualche modo al mio sostentamento, assicurazione cui la diocesi non riuscì in seguito ad ottemperare, nonostante per due volte, in tempi diversi, avessi fatto presente la cosa allo stesso Arcivescovo e al responsabile dell’istituto diocesano per il sostentamento del clero, allora Mons. Vincenzo Manzella. La mia permanenza romana ed i miei studi furono in qualche modo resi possibili solo ed esclusivamente grazie alla carità di alcuni amici sacerdoti (Don Piero Magro, in primo luogo), di alcune persone buone e dell’ospitalità dell’amatissimo Mons. Gabriele Perlini, parroco della comunità romana di Stella Mattutina.
Se menziono questi fatti è solo perché tutto ciò ebbe conseguenze negative che si sono prolungate fino a tempi recenti. Infatti proprio a causa delle ristrettezze economiche in cui versavo mi vidi nell’impossibilità di conseguire il dottorato in teologia e dovetti proseguire la stesura della tesi a Palermo. Rientrato a Palermo dal mio soggiorno di studi a Roma ho iniziato la stesura della tesi di dottorato sotto la direzione del prof. S. Privitera. Dal 1990 ad oggi ho insegnato teologia morale fondamentale e tenuto seminari sul gradualismo teologico-morale, prima presso lo studio teologico «S. Luca», di Catania, poi a Palermo, presso la nostra facoltà teologica, col titolo di assistente alla cattedra di teologia morale e dal 1994-95 anche presso l’Istituto teologico «B. Giovanni Duns Scoto», della provincia siciliana dei frati minori conventuali, tenendovi i corsi di morale fondamentale, dottrina sociale della Chiesa, morale della vita fisica, logica e cosmologia. Dal 1994 sono dottorando presso la cattedra di filosofia del diritto dell’Università di Palermo. Ho svolto la mia attività di ricerca anche attraverso la pubblicazione di articoli su riviste scientifiche ed intervenendo a conferenze e convegni dedicati soprattutto a tematiche di bioetica, etica sociale, diritti dell’uomo. Dal 1993 al giugno del 1996, infine, ho prestato il mio servizio pastorale presso la chiesa di …., in qualità di rettore.
Il …. ho consegnato le mie dimissioni dalla facoltà teologica di Sicilia e successivamente da tutti gli altri incarichi di insegnamento teologico. Anche se precedute da una lunga crisi iniziata con il martirio di Padre Puglisi, che diede l’avvio in me ad una riflessione sulle colpe della nostra comunità diocesana in quella morte, le vicende cui sono legate tali dimissioni costituiscono la causa prossima che mi fa risolvere alla richiesta di lasciare il ministero.
Non credo sia il caso di scendere ulteriormente nei dettagli di questa vicenda, che, del resto, ho già illustrato a Sua Eccellenza nella mia lettera del …. Ripeto solo che le mie dimissioni furono dovute al fatto che in vari colloqui e, in almeno un’occasione, anche in presenza del preside e del vice preside di allora, rispettivamente i professori Salvatore Di Cristina, e Aldo Naro, il prof. Salvatore Privitera ha rinunciato alla difesa della mia tesi dottorale sulla (a suo tempo da lui presentata, nel suo impianto generale, al consiglio dei docenti di codesta facoltà ed in quella sede debitamente approvata) motivando questa sua posizione con la denuncia dell’errata impostazione della tesi, dalla quale procederebbe, ad onta di numerose ed esplicite dichiarazioni in contrario in essa contenute, la fallacia logica di stampo relativista, decisionista, non cognitivista…
In realtà il rifiuto del direttore della tesi a difenderla in sede dottorale fu dovuta ad una sua incomprensione o/e intolleranza di una impostazione teologico-morale diversa da quella che egli riteneva di dover personalmente sostenere. A questo proposito colgo l’occasione per ribadire la mia adesione a tutto ciò che è insegnato in materia di morale dal Magistero ecclesiale, ed in modo particolare dal concilio Vaticano II, e nuovamente respingo qualsiasi accusa di relativismo morale.
L’episodio delle mie dimissioni dalla facoltà teologica, come dicevo, è stato particolarmente rilevante per la mia richiesta di essere sospeso dal ministero. Come si vede da questa deposizione, nel corso di quasi quattordici anni di ministero non ho mai ricoperto particolari responsabilità pastorali. La mia presenza ecclesiale è stata caratterizzata da una certa marginalità. Prima che accadesse l’ultimo degli episodi esposti ritenevo, in tutta semplicità, che ciò corrispondesse alle intenzioni dichiarate dei superiori, in particolare dell’Arcivescovo, il Card. Pappalardo, e successivamente del suo vicario generale Mons. Salvatore Gristina; l’intenzione, cioè, che il mio ministero si svolgesse nel campo della ricerca teologica e dell’insegnamento. Questo, infatti, era il compito esplicitamente assegnatomi dall’Arcivescovo per motivare, per esempio, la mia permanenza a Roma e tutti gli altri incarichi pastorali affidatimi in questi anni. Perciò l’indifferenza manifestata dai superiori di fronte alle mie dimissioni dall’insegnamento presso la facoltà è stata per me profondamente rivelatrice dei dubbi e del sostanziale scetticismo che in realtà essi nutrivano sull’autenticità del mio impegno ecclesiale e sulla mia fedeltà al Magistero.
Certo, la mia sfera affettiva non è integra, nel senso che mi porto dentro ferite antiche alle quali si sono sovrapposti successivi errori. In particolare, sin dalla formazione in seminario e dall’ordinazione ho sempre commesso un errore di valutazione, che mi ha portato a credere che questa mia fragilità non mi avrebbe impedito di perseguire l’obiettivo di contribuire “dall’interno” alla crescita della Chiesa. Perciò nonostante l’attrattiva della vita coniugale e nonostante l’inadeguatezza dell’istituzione del celibato ecclesiastico rispetto alla sensibilità ed alla cultura degli uomini e delle donne di oggi fosse sempre più chiara nella mia mente, mi sono sforzato di rimanere fedele al ministero ed alla promessa di celibato per amore del mio popolo, anche a prezzo di sacrifici e dilanianti rinunce. Ma una volta giunto alla conclusione di essere stato deliberatamente posto in isolamento per tredici anni (e, ancor prima, fin dai tempi del seminario maggiore) oggi avverto che sarebbe contrario alla volontà di Dio reprimere il desiderio di ricostruire una mia integrità affettiva e di conquistare un equilibrio interiore con l’aiuto della persona che amo. Ma credo soprattutto che il Signore mi chiami oggi ad un ministero di carità, ancora più impegnativo, nella vita coniugale, nell’accoglienza della vita, nell’educazione dei bambini e dei giovani all’amore, nell’aspirazione ad una pienezza di vita umana.
Quanto ai miei superiori di questi anni mi rammarico solo della loro sconfortante mancanza di coraggio che ha seppellito, per accidia, per cupidigia, vanità, attaccamento al potere o semplicemente per paura di supposti «atteggiamenti singolari, stravaganti e talvolta pericolosi», innumerevoli talenti che lo Spirito aveva disseminato nella comunità ecclesiale.

Eccellenza, eccomi alla fine di questa confessione. In questi giorni cerco di relativizzare la mia esperienza e di inserirla in un più grande travaglio in cui si trova tutta la Chiesa.
Non penso di sbagliarmi, almeno su questo: una parte delle mie contraddizioni sono in realtà quelle di tutta intera la nostra comunità, che, proiettata su uno scenario che è sempre più vasto ed assume sempre più le dimensioni universali di quella messe su cui si posa lo sguardo di Cristo nel vangelo, in qualche modo, nonostante tutto, va liberandosi delle sue visioni contingenti. Forse questa goccia di sofferenza nel mare della Chiesa e del mondo potrà rivelarsi non del tutto inutile in futuro. Allora potrà ricevere un bagliore di significato nella logica che sostiene la speranza del chicco di grano.

Eccellenza rev.ma,
approfitto dell’occasione, nel consegnarle questa nuova versione leggermente riveduta della mia memoria per la dispensa, per porgerle l’augurio di un S. Natale e rinnovarle i sensi della mia stima e del mio affetto per lei.
Sento dai giornali e dai discorsi di tanti amici che anche l’arcivescovo di Palermo è finalmente impegnato in modo convincente nella fatica di quanti cercano di redimere le nostre Chiese da ogni collusione ed indulgenza nei confronti di certe forme di peccato. Lei, Eccellenza, ha saputo trovare parole migliori – vorrei dire “più evangeliche” ma certamente più sincere – di quanto non si sia riusciti nel nostro recente passato ecclesiale. Parole più credibili perché invitano a denunciare il male guardando in primo luogo a quello che è presente proprio in seno alla stessa comunità ecclesiale.
Non è affatto un caso che avvengano solo adesso fatti di inaudita gravità, che sembrano riportarci a trascorsi tenebrosi, e scene penose come quella che vede il nostro vescovo pubblicamente schiaffeggiato dal prete palermitano più notoriamente corrotto degli ultimi trent’anni.
Vorrei consolarla, Eccellenza, anche se ne sono del tutto indegno, dicendole che stanno semplicemente colmando la loro misura. Mi riferisco, oltre alla persona che ha compiuto questo gesto, anche ad altre che lei ha in qualche modo allontanato ed altre ancora che rimangono tuttavia al loro posto. Sono mercenari, non pastori, che, nonostante l’avvicendarsi nella cattedra palermitana di tre cardinali, hanno sempre goduto il favore di chi invece avrebbe dovuto allontanarli. Sono gli stessi che, forse perché troppo occupati a progettare centri commerciali, hanno lasciato solo e senza aiuti P. Puglisi e quei pochi impegnati nei centri sociali, l’unico efficace strumento non repressivo che in questi anni la comunità civile e quella ecclesiale abbiano saputo inventare per combattere la mafia. Sono gli stessi che hanno spogliato parrocchie ed antiche chiese, depredato ed abbandonato al degrado il patrimonio culturale e spirituale della Chiesa, mentre decine di parroci di periferia venivano lasciati operare, per anni ed anni, senza strutture, senza oratori, senza canonica, senza neppure luoghi di culto degni di questo nome, in luoghi malsani, capannoni industriali, autorimesse…
Quegli equilibri di potere che hanno impedito per anni lo sviluppo civile, economico, culturale e spirituale del Paese sono stati garantiti, nella nostra città da queste stesse persone scambiando consenso e privilegi. Ovunque, nella Chiesa di Palermo per venticinque anni è prevalso il calcolo economico sull’interesse pastorale ed il benessere spirituale della nostra gente.
Ma certamente lei conosce tutte queste cose.
Nell’esempio biblico del servo sofferente a causa degli empi l’uomo buono trova il proprio conforto.
Desidero ringraziarla ancora una volta per la bontà, anzi la delicatezza, con la quale lei mi ha trattato nel breve periodo in cui le sono stato affidato come sacerdote e per il bene che lei ha già fatto a questa Chiesa.

Fraternamente suo

Palermo, 17 dicembre 1997

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  1. lauviaha
    5 febbraio 2009 alle 5:12

    Non è Cristo la strada da seguire? La Sua vita non è l’esempio?

  2. Sebastian
    5 febbraio 2009 alle 7:42

    Sono daccordo con lauviaha. E’ Cristo da seguire. Ascolta bene maria stella, si segue Cristo, non i chirurghi plastici più gettonati del momento. Se non righi dritto, farai la fine di una mia amica. Ti racconto:

    La ragazza era in ospedale per un banale intervento ma mentre è nel blocco operatorio vive una strana esperienza.. Vede Dio che le tende la mano…” è arrivata la mia ora.?” chiede. “No di certo, risponde Dio, ti rimangono ancora 43 anni, 20 giorni e 15 ore di vita ”
    Rassicurata da queste parole la mia amica decide alcuni giorni dopo di sottoporsi ad alcuni interventi estetici : liposuzione su addome e cosce, lifting al viso, seno nuovo, collagene al labbro superiore, protesi per rialzare i glutei e si fa segare 2 costole per avere la vita piu’ sottile.

    Esce finalmente dall’ospedale, inguaianata in un meraviglioso Balenciaga, tacchi a spillo, splendida e pronta per una nuova vita ancora molto lunga.

    Quando, attraversa la strada e … wrooooommm…. viene messa sotto da un tir. Qualche attimo dopo si trova davanti a Dio e incredula fa: “Scusa, ma… non mi avevi detto che avevo ancora oltre 40 anni di vita..???”

    E Dio, dall’alto della sua saggezza le risponde: “Cavolo… non ti avevo riconosciuta!!!!”

    ih ih ih ih

  3. Rosalba
    5 febbraio 2009 alle 8:16

    Carina! Rispecchia bene la realtà – non realtà in cui siamo immersi

  4. maria stella
    5 febbraio 2009 alle 15:27

    seb
    raccontala tutta la tua amica aveva 80 anni per questo dio nn l’ha riconosciuta.

    ma che fai .

  5. maria stella
    5 febbraio 2009 alle 15:29

    per lauviha
    per rosalba

    in linea generale concordo

  6. 30 marzo 2009 alle 9:05

    Sinceramente ho sempre pensato che il celibato dei preti Cattolici di rito latino sia uno sbaglio in quanto, se ci pensate bene, chi meglio di un sacerdote con una famiglia alle spalle può capire le dinamiche della stessa e aiutarla con la parola di Dio?
    E’vero che chi ha fatto questa scelta è consapevole dell’obbligo del rispetto del celibato, ma penso che la chiamata di Dio come proprio discepolo può andare tranquiillamente di pari passo con la costutuzione di una famiglia Cristiana e spesso il celibato può diventare anche una forma di impedimento per molte persone a prendere i voti stessi!
    L fede in nostro signore Gesù Cristo e la famiglia Cristiana sono la stessa cosa e non dovrebbero essere scisse l’una dall’altra.
    Saluti John

    • 30 marzo 2009 alle 13:44

      Grazie per il contributo, caro John.
      Una famiglia propria non potrebbe rappresentare una distrazione dall’attività pastorale a tempo pieno o, peggio, costituire la tentazione di tramandare di padre in figlio le prerogative sacerdotali creando così un vera e propria casta clericale ereditaria?

      • 30 marzo 2009 alle 17:51

        Beh, caro John: in passato, persino in presenza della ferrea legge del celibato non sono mancati fenomeni di nepotismo nella Chiesa di Roma. In certi periodi il papato è stato appannaggio di poche famiglie romane o italiane, perché nonostante la natura carismatica del sacerdozio cristiano, non sono mai mancate tendenze lobbistiche per il controllo del potere ecclesiastiastico.
        Comunque…
        Lei è un laico? È giovane, si è mai posto la problematica vocazionale?

  7. 30 marzo 2009 alle 15:50

    Bè non penso che il dono sacerdotale possa essere tramandato di padre in figlio visto che la Chiesa e la fede non sono certo rettorati universitari!
    Anzi, l’abolizione dell’obbligo di celibato può favorire nuove vocazioni spesso soppresse da questa scelta obbligata che secondo me può nel corso del tempo portare solo uan crisi delle vocazione già esistente come spesso afferma anche il parroco della mia chiesa!

  8. 31 marzo 2009 alle 7:59

    Bè lo Stato Pontificio ormai non esiste da un secolo e mezzo, contrariamente ai rettorati inuversitari che si tramdandano ancora da padre in figlio e spesso senza alcuna forma di meritocrazia.
    Laico è una parola che vuol dire tutto o niente anche perchè tranne chi veste gli abiti talari siamo tutti laici, diciamo allora che sono un cattolico!

    • 31 marzo 2009 alle 8:35

      Sì, sì, certo, acqua passata, non discuto, ci sono volut terremoti e rivoluzioni, ma come Dio ha voluto ce l’abbiamo fatta.
      No, volevo solo chiederle se lei è prete, consacrato, o ha mai pensato di farlo, oppure se è sposato… Così per capire come lei personalmente si pone di fronte alla problematica
      Perché insiste sul mondo universitario? È uno studente, uno strutturato nell’università?
      Una buona giornata.

      • 29 maggio 2009 alle 22:59

        Preti sposati fra paure e silenzi
        di Davide Romano
        Facebook, martedì 12 maggio 2009 alle ore 20.13

        Qualche tempo fa, ha fatto il giro del mondo la vicenda del presbitero veneto don Sante Sgutti, reo di aver confessato ai propri fedeli di avere da tempo una compagna e un figlio da lei, e per tale motivo sospeso dal suo vescovo «a divinis». Storia che ha avuto come prevedibile effetto anche quello di riaprire – con la leggerezza e l’approssimazione di sempre – il solito dibattito sul celibato ecclesiastico. Ma quello dei sacerdoti che gettano alle ortiche la tonaca per motivi «amorosi», nella Chiesa cattolica romana, è un problema che potremmo dire ormai più che secolare. E calcolarne il numero non è affatto semplice. Esistono cifre ufficiali, diffuse dallo stesso Vaticano, ma si tratta solo di numeri indicativi a causa dell’oggettiva difficoltà a reperire i dati. L’Annuarium Statisticum Ecclesiae che la Santa sede edita ogni anno, ad esempio, fornisce i numeri relativi alle defezioni del clero: il termine include anche coloro che hanno lasciato per motivi diversi dal matrimonio. Secondo l’ultimo Annuarium, nel 1998 si sono avute 618 defezioni di cui 31 nel nostro Paese. Un calcolo fatto dall’organo della Santa Sede, L’Osservatore Romano, nel 1997, confrontando i dati dal 1970 al 1995, ha ottenuto una cifra complessiva di circa 46 mila preti che hanno abbandonato il ministero nel solo arco di un quarto di secolo.

        Secondo il canonista Vincenzo Mosca, sarebbero invece più di mille ogni anno le defezioni sacerdotali (diocesane e religiose) nel mondo. Ancora oggi, per ogni otto nuovi sacerdoti, almeno uno abbandona il ministero. I sacerdoti “laicizzati” viventi nel mondo, sempre secondo Mosca, sarebbero quindi più di 50 mila.

        Non è d’accordo Mauro Del Nevo, presidente della associazione di presbiteri con famiglia «Vocatio», secondo il quale la cifra andrebbe addirittura raddoppiata. «Soltanto in Italia – dice – i sacerdoti coniugati sono da 8 a 10 mila e 120 mila in tutto il mondo».

        I picchi di richiesta di dispensa dall’esercizio del ministero si sono avuti nel 1976-77, quando ne sono state inoltrate da 2500 a 3 mila. Attualmente se ne concedono da 500 a 700 l’anno. Negli ultimi anni sono aumentate quelle da parte dei sacerdoti ordinati da un solo anno, in alcune diocesi si raggiungerebbe addirittura una percentuale del 50 per cento.

        Ma dietro alle discussioni sui numeri spesso si celano storie di sofferenza causate da una dura lex canonica a cui sembra si sacrifichi volentieri l’uomo e non viceversa.

        «Quando sono andato dal mio vescovo per dirgli che mi ero innamorato e che volevo lasciare il ministero, lui mi ha risposto che per bere un bicchiere di latte non era necessario mettersi una capra in casa. Allora ho capito che la mia compagna era la cosa più pulita che mi fosse rimasta». Ha voglia di raccontare e raccontarsi Paolo, ma a patto che il suo vero nome non venga fuori. «Se sanno che ho parlato con un giornalista – spiega – mi tolgono la cattedra di religione che mi hanno dato per vivere, dopo che ho lasciato il ministero».

        Come lui, anche gli altri preti sposati, incontrati in un viaggio in una sorta di Chiesa clandestina, hanno accettato di parlare, con l’unica eccezione di soli tre casi, sempre con la condizione che non venisse fatto il loro nome e che non fossero resi riconoscibili dalle storie che raccontavano. Perché hanno paura delle ritorsioni da parte della gerarchia. Sembrerebbe che una “certa” cultura si sia insinuata anche nei rapporti fra pastori e sudditi. Ci sono anche numerosissimi casi di vescovi che seguono con particolare attenzione le vicende dei sacerdoti che smettono la tonaca.

        Ma i preti sposati nelle città ci sono e dicono pure messa nelle loro case. Le chiamano «chiese domestiche», con tanto di fedeli e sacramenti, compreso il battesimo e la confessione. Alcuni di loro concelebrano anche, ma con discrezione, nelle parrocchie di presbiteri amici. Eppure pochi sanno che esistono e non se ne parla mai sui mezzi d’informazione cattolici, naturalmente.

        «Quando te ne vai – dice uno di loro – in mano ti trovi solo una laurea in teologia, un titolo che lo Stato non riconosce neppure. E, con la tua nuova situazione, spesso con un bimbo in arrivo, magari a quarant’anni suonati, non puoi fare lo schifiltoso. Accetti le loro condizioni e ti metti in un angolo. Perché è questo quello che vogliono: che tu scompaia».

        In genere, infatti, le cattedre vengono assegnate in diocesi vicine dove non sono conosciuti. Ma non tutti ottengono l’insegnamento.

        «Dipende – spiega Salvatore – dalla rapidità con la quale ottieni la dispensa per sposarti, perché, finché il processo canonico non si chiude, non puoi fare nulla. Io, ad esempio, ho fatto i lavori più umili per diversi anni perché la mia richiesta non era “spinta” a Roma da nessuno. E poi dipende anche dal vescovo perché è lui che patrocina il tuo caso e, se non siete in buoni rapporti o non ti stima, ti devi rassegnare e cambiare aria».

        Ma ci sono anche quelli che non ci riescono ad attendere i tempi, è il caso di dirlo, biblici, circa dieci anni, e che perdono la fede o cambiano Chiesa.

        È il caso di Mauro che, dice lui, in un momento di disperazione è diventato pastore in una Chiesa protestante.

        «Quando sanno che hai abbandonato il ministero – racconta – sono i primi ad aprirti le porte». Adesso Mauro è rientrato nella Chiesa cattolica, ma è considerato un apostata e i tempi del suo processo si stanno sensibilmente allungando.

        Fausto ha 37 anni, e ha lasciato l’abito dopo un solo anno dall’ordinazione. È sposato con una fervente cattolica. Ma solo in municipio: davanti a Dio non può, perché aspetta da anni una dispensa papale che non arriva mai. Vive con sofferenza l’impegno che profonde con la moglie in parrocchia. Sono peccatori e non possono accedere ai sacramenti. Neppure alla confessione: per la Chiesa, chi si sposa davanti al sindaco è un concubino.

        Don Franco Maggiotto, 70 anni, sposato da più di trent’anni, vive ad Alpignano, vicino Torino. «Innanzitutto – esordisce – rifiuto decisamente la qualifica di ex prete. Al momento della mia ordinazione, mi hanno ripetuto fino alla nausea che sarei stato sacerdote in eterno. Sono prete, non ho mai smesso la tonaca, e sono felicemente sposato». Non ha ovviamente alcun rapporto con la curia vescovile di Torino, ma a lui questo non importa. È animatore di tre comunità di base, una a Finale Ligure e due in provincia di Torino. Ha rotto con la chiesa ufficiale dopo una drammatica esperienza vissuta da un suo confratello verso la fine degli anni 60. Un prete si innamorò perdutamente di una giovane donna. Per le pressioni e le violenze subite da entrambi, questo prete si impiccò e la ragazza impazzì.

        «Per me – racconta don Franco – fu un’esperienza terribile che mi portò a rifiutare un modo di intendere il sacerdozio antiumano, non biblico, perché in realtà proibisce all’uomo di incontrare l’altro. Nella Bibbia si afferma che “Non è bene che l’uomo sia solo”, sono le gerarchie cattoliche ad essere nell’errore non i preti che si sposano». Ma la critica di don Franco si accentra principalmente su quello che lui definisce “il sistema platonico”, quel sistema che, rinchiudendo l’uomo su se stesso, ne impedisce appunto l’incontro con l’altro e quindi gli fa negare l’essenza stessa del messaggio di Cristo, facendolo diventare pedofilo oppure omosessuale. «Questa realtà – afferma don Franco – la si può toccare nell’elevato numero di preti gay o pedofili di cui in Italia non si parla, ma che riempiono le cronache giornalistiche di altre nazioni».

        Paolo Falcone è un prete sposato della diocesi di Roma. «Spesso nei discorsi tra vescovi e preti sposati – ricorda – si sente dire “continua a pregare, ti ricordo nelle mie preghiere, il Signore ti accompagni” e via con altre balle spaziali. Una cosa che non si sente mai è “ti aiuterò per i tuoi diritti, parlerò della tua situazione economica al commercialista o all’economo della diocesi, tutelerò i tuoi diritti acquisiti…”». «Io per lo meno – sottolinea – sono stato abbandonato completamente. Sono stato nel ministero dal 1988 al 1996. Poi dopo tre anni di esercizi spirituali, senza una storia, sono venuto via dal ministero pastorale. Nessuno che mi abbia dato nessuna possibilità. Dopo un po’ scrissi a tutti i cardinali residenti a Roma chiedendo di aiutarmi a sopravvivere. Mi dissero che non conoscevano nessuno, che non avevano nessuna possibilità nemmeno di ascoltarmi e che comunque avrebbero pregato per me». «Dopo anni di stenti e ancora grosse difficoltà – aggiunge -, sto vivendo un momento con mia moglie abbastanza sereno, anche se sempre sul “trapezio”. Vorrei chiedere a chi conosce meglio questa realtà, se esiste un modo per avere i contributi previdenziali e i versamenti del Tfr previsti dalla legge italiana». «Ho un grande sogno – confessa -, costituire un sindacato preti sposati per iniziare una trattativa con la Cei per chiedere i nostri diritti maturati e avere per lo meno il trattamento di fine rapporto, oppure iniziare una serie di vertenze al giudice del lavoro visto che alla chiesa gerarchica abbiamo dato i migliori anni della nostra vita e abbiamo ricevuto “calci in faccia” e belle parole».

        Ma ci sono anche le donne dei preti: le «tentatrici», le «rivali di Dio». Come le ha chiamate qualcuno. Rosa è una libera professionista, affermata e stimata, ha un fidanzato col quale progetta di sposarsi, ma quando era ancora una studentessa ha avuto una storia con un giovane prete.

        «Un giorno, però, ho scoperto che aveva anche altre ragazze, cinque o sei – ricorda -. Poi è scoppiato lo scandalo subito coperto dalla Curia. Lo hanno mandato fuori a meditare e studiare, poi è tornato qui a continuare quello che faceva prima, adesso so che l’hanno spedito per punizione a fare il vice parroco in un’altra diocesi. Tutto questo mi è servito a capire che certi uomini non pagano mai per i loro errori, a patto però che siano ecclesiastici».

        Già non molto considerate all’interno della Chiesa, le donne che si innamorano dei preti vengono spesso maltrattate.

        È il caso di Gianna, sposata, un marito lontano, e due figli già grandi, che ha commesso l’errore di aspettare un bambino da un parroco di frontiera. Lui ha improvvisamente scoperto la vocazione missionaria, e per questo è stato spedito in America Latina, mentre lei si è trovata a gestire da sola una situazione drammatica. La Curia è intervenuta per darle una mano soltanto quando lei ha minacciato di fare scoppiare lo scandalo. Prima l’avevano liquidata come «pazza».

        Situazione simile a quella di Laura che, stanca di essere relegata al ruolo di amante con un bambino di pochi mesi da crescere, un giorno ha preso «il frutto del peccato» e lo ha portato nella chiesa dove il suo lui celebrava. Vedendolo così solenne e ieratico che benediceva, racconta, non ce l’ha fatta più ed è esplosa. Com’è finita? Il reverendo, notissimo teologo di orientamento progressista, è andato a insegnare in una prestigiosissima istituzione accademica ecclesiastica in un’altra città, a lei è stato promesso un “sostegno” purché tacesse. Situazione che ha accettato ma, commenta, con il cuore davvero a pezzi. Storie di sofferenza, quindi, di umiliazioni e di abbandoni che raramente approdano alle pagine dei giornali o all’attenzione dei media in un Paese, l’Italia, in cui la Chiesa cattolica ha un enorme potere come in nessun altro oggi.

        È vero, ammette il teologo e storico della Chiesa don Francesco Michele Stabile «il problema è che non se ne parla perché a “certe cose” non bisogna neppure far cenno se non nel chiuso delle Curie. I vescovi, infatti, non comunicano in Vaticano nemmeno i numeri degli abbandoni. E quelli che lasciano vengono ridotti al silenzio ed emarginati».

        Basterebbe, suggerisce Giovanni Franzoni, ex abate benedettino e uno degli indiscussi protagonisti del rinnovamento conciliare nella Chiesa, «ritornare alla semplicità evangelica d’altronde applicata senza problemi dalle Chiese Orientali, dai Protestanti e persino dai cattolici della chiesa romana di rito orientale: il prete deve avere la libertà di vivere la propria vocazione di servizio o nel celibato scelto liberamente o nel matrimonio. L’amore umano non è concorrenziale all’amore per Dio».

        A conferma di ciò, scorrendo i dati relativi alle defezioni degli ultimi anni, salta subito all’occhio l’assenza di abbandoni nella piccola ma antichissima eparchia greco-cattolica di Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, in Sicilia.

        «Noi seguiamo la consuetudine della Chiesa dei primi secoli e di quella Ortodossa – spiega l’eparca Sotìr Ferrara. In dieci anni di episcopato, non ho mai avuto un prete che lasciasse perché da noi possono diventarlo anche gli uomini sposati. Anzi, questi, come dice esplicitamente San Paolo, sono anche i migliori presbiteri perché più realizzati umanamente e affettivamente più sereni. La Chiesa latina, invece, nonostante l’emorragia continua di chierici, si ostina a mantenere una legge che è solamente umana e che non ha nessun fondamento né nel Vangelo né tantomeno nella Tradizione».

        In verità, una speranza in passato si era intravista quando il primate d’Inghilterra, il cardinale Basile Hume, recentemente scomparso, aveva proposto allo stesso Papa di concedere, in occasione del giubileo dell’Anno santo del 2000, “un’amnistia verso i preti sposati” riammettendoli al ministero. Il porporato inglese aveva presente la situazione, che costituiva quasi un precedente giuridico, di numerosi preti passati dalla Chiesa anglicana a quella cattolica con tanto di moglie e figli. La richiesta però era stata fatta cadere nel vuoto.

      • 29 maggio 2009 alle 23:10

        Mistero buffo.
        Perché un prete anglicano che volesse diventare cattolico non deve rinunciare alla famiglia, mentre un prete cattolico che volesse tenersi la famiglia deve rinunciare ad essere cattolico?

  9. 7 giugno 2009 alle 7:13

    Benedetto XVI ha approvato in questi giorni una modifica del codice di diritto canonico che affida ora al vescovo il potere di richiamare il prete che vive in situazione di concubinato e di ridurlo allo stato laicale anche se quest’ultimo non lo richiede.
    «E’ un primo passo per per rimediare a gravi ingiustizie e porre fine all’ipocrisia di notorie “doppie situazioni”», dice sul quotidiano La Stampa (6.6.09) Gianni Gennari, il vaticanista ex prete, sposato dal 1984 dopo aver ottenuto la dispensa.
    «La Chiesa ha tempi lunghi ma cresce al suo interno il desiderio di abolire il celibato ecclesiastico», conclude Gennari.

    • 7 giugno 2009 alle 18:09

      @Gennari
      L’articolo della Stampa non dice molto (vedi qui sopra il mio primo commento del 7 giugno), ma devo rispondere a Gennari che la norma, messa in questi termini, mi pare inapplicabile.
      Se ho ben capito non ogni violazione della castità provocherebbe la risposta disciplinare in questione, ma solo una violazione di fatto delle promesse celibatarie. ll celibato ha questo di impagabile: è giuridicamente chiarissimo. Il concubinato è invece quanto di più ambiguo possa stabilirsi nella relazione tra due persone. Ma che dovrebbe fare il vescovo, dare ascolto alle chiacchiere della gente, assoldare detectives per indagare nella vita privata dei suoi preti…? E se fosse il vescovo stesso in una tale situazione? Com’è possibile dimostrare una situazione di concubinato? Come distinguerla da una relazione occasionale? E perché il concubinato andrebbe punito con la riduzione ex officio allo stato laicale e non invece un’abituale promiscuità con partners diversi? Se c’è differenza tra le due situazioni, direi che sarebbe moralmente preferibile la prima. Per non parlare delle convivenze omosessuali, che continuerebbero a sfuggire e a provocare disparità di trattamento.
      Insomma, credo che, alla fine, risulterebbe premiato chi si camuffa meglio, chi riesce meglio nella non difficile arte del mimetismo, chi è più abile ad occultare le proprie situazioni irregolari. E dove sarebbe la novità?
      Una maggiore equità può aversi in un solo modo: abolendo il celibato obbligatorio. Bisogna avere il coraggio di fare la cosa giusta.

  10. Sebastian
    7 giugno 2009 alle 7:42

    Forse perchè il prete cattolico ha tradito una promessa e l’anglicano no?

    • 7 giugno 2009 alle 17:07

      @Seb
      Ciò avverrebbe per esser venuti meno alla promessa di celibato, dici? Uhm…
      Vediamo un po’.
      La promessa di celibato è compiuta dai candidati al diaconato immediatamente prima di ricevere l’ordinazione. Ciò indicherebbe che il celibato è essenziale per l’accesso agli ordini sacri, almeno nella disciplina latina, e dunque che tu avresti ragione. Ma dal Vaticano II in poi non è più così: i candidati al diaconato, se uxorati, possono ugualmente ricevere il sacramento dell’Ordine. Il diaconato, infatti, non differisce dal sacerdozio e dall’episcopato per essenza, ma solo per grado: tutti e tre gli ordini insieme configurano il medesimo sacramento. Dunque non c’è nulla in più o in meno nell’essenza del diaconato che possa giustificare una sua speciale disciplina. Non rimane che la volontà del legislatore, il quale certamente tiene in conto motivi tradizionali e di opportunità pastorale. Il vescovo latino, insomma, è canonicamente obbligato a scegliere i candidati al sacerdozio tra i celibi, anche se in linea teorica potrebbe scegliere anche tra i coniugati, come dimostra il fatto che esistono diaconi uxorati.
      A cosa viene meno esattamente, dunque, chi viola la promessa di celibato? La regola disciplinare sembra essere questa: l’ordine sacro ti conferma nello stato di vita, uxorato o celibatario, in cui ti trova. Anche su questo si può discutere perché un cambio nello stato di vita del ministro ordinato non può cambiare l’essenza del sacramento; possiamo essere davanti ad un’irregolarità, non necessariamente a una causa dirimente. In altre parole, la risposta discplinare dovrebbe guardare al tipo di irregolarità in questione, prima di ridurre allo stato laicale, non semplicemente al fatto che uno stato di vita precedente all’ordinazione sia cambiato o che una promessa è stata infranta. Ad esempio: è certamente cosa diversa che un prete sposato divorzi e acceda a nuove nozze, rispetto ad un prete celibe che chieda di sposarsi in prime nozze.
      Allora? Visto che l’oggetto di un’eventuale mancanza di fedeltà alla promessa celibataria non è necessariamente in insanabile conflitto con l’essenza del sacramento dell’Ordine, come si spiegano secondo una misura di giustizia queste disparità di trattamento disciplinare di situazioni peraltro identiche? Infatti, ministri sacri uxorati esistono già nelle comunità cattoliche. Non mi riferisco solo ai diaconi cosiddetti “permanenti” (figura di ministro, sia detto chiaro, che non esiste nella tradizione: un diacono “permanente”, cioè che non possa mai diventare presbitero o vescovo è come dire un elefante nano). Mi riferisco ai presbiteri delle comunità cattoliche di rito greco, oppure appunto ai preti anglicani passati, armi, bagagli e famiglie, al clero cattolico.
      Credo che non resti che una risposta: il Papa considera questi preti anglicani dei convertiti: il valore della loro salvezza eterna è preminente rispetto ad ogni altra considerazione. Il cattolico che lascia il sacerdozio non rischia la salvezza eterna, l’anglicano che rimane tale, sì: meglio uxorato, dunque, che dannato! Al di là dell’ottima intenzione, che non discuto, mi domando: che immagine di rapporto ecumenico tra Chiese abbiamo in mente, se le stesse differenze disciplinari possono partecipare e, alla fine, rinforzare la linea di confine tra salvezza e perdizione?

      • Sebastian
        7 giugno 2009 alle 20:49

        Beh si, suoi preti anglicani meglio uxorati che dannati ci avevo pensato pure io, in realtà. E’ un atteggiamento giustificabile classico della Chiesa cattolica allargare le braccia più possibile ai fini della salvezza di più uomini possibile. Non potrebbe fare altrimenti secondo la sua logica.
        Sulla questione prete celibe evidentemente la tradizione ha la supremazia su tutto il resto e, non tollera un cambio dello stato di vita che evidentemente colloca nel girone degli sconfitti, dei perdenti, di chi non è stato capace di durare fino in fondo come, il Cristo che si è immolato fino alla morte. Si, perchè immagino poi, che il termine di paragone sarà quello, probabilmente.
        Direi abbastanza crudele… quando, indiscutibilmente non esiste cosa migliore e “divina” dell’amore fra gli uomini chiunque essi siano. Ce ne fosse, e tanto!

        In ambito ecumenico mi trovi daccordo. Ma la Chiesa non perde mai l’occasione di porsi sempre e comunque un gradino al di sopra delle altre confessioni religiose. Ci vuol umiltà e servizio, non supremazia ed arroganza.
        Al Vesak ho cercato e voluto l’incrocio degli sguardi in preghiera con un monaco buddista. Io e lui. Ci siamo capiti intelligentemente al volo in meno di 10 secondi. Questo perchè ci siamo posti ambedue spontaneamente all’ascolto l’uno dell’altro con estrema umiltà (senza neanche capire una parola di ciò che recitava); esattamente come 2 bambini. Una serenità fiabesca ha pervarso me e sono sicuro anche lui, la sua mimica facciale mutava parallelamente alla mia. Ci siamo voluti bene di un amore puro. Che meraviglia. Penso sia questa la strada da seguire, poi il resto verrà da se.

        Saluti.

  11. 8 giugno 2009 alle 2:14

    Se c’è una cosa che questa vicenda dei preti anglicani passati al clero cattolico con tutta la famiglia dimostra è proprio che lo spirito vero del cattolicesimo non è mai stato quello di misurare la fedeltà a Cristo con la coerenza formale ad una sia pure venerabile tradizione, come il celibato. Il Vaticano II dimostra che dello spirito del cattolicesimo fa parte un ideale di serietà sulle regole che la comunità ecclesiale si è data nel tempo ma anche una capacità di riconoscere la differenza tra le proprie regole e la somma misura della giustizia, cioè l’amore di Cristo.
    Un fatto che non si può ignorare è che il celibato obbligatorio è norma di diritto umano, non divino; non porta in sé nessuna necessità in ordine alla salvezza, ma solo considerazioni di prudenza e opportunità pastorale.
    Perciò sono certo che la Chiesa saprà prima o poi mettere mano anche su questo punto disciplinare di enorme importanza per una serena crescita delle comunità ecclesiali cattoliche.

    • Sebastian
      8 giugno 2009 alle 6:47

      Dimmi un pò, in tutta onestà e coscienza, da uomo a uomo. Tu, avendone la possibilità, ci torneresti a fare il prete, ovviamente conservando lo stato di vita in cui ti trovi?

  12. 8 giugno 2009 alle 12:30

    Mi sembrerebbe il caso di sentire anche il parere della gentile signora candidata presbitera, non credi?
    In ogni caso penso di no (lutto elaborato).

    • Sebastian
      8 giugno 2009 alle 14:02

      Bon.
      L’ho sempre sostenuto che i migliori preti sono quelli spogliati.

  13. 17 giugno 2009 alle 13:27

    «Non smetteremo mai di raccontarlo, perché nessuno possa mai dimenticare di quanto sarebbe bello se per ogni mare che attraversiamo ci fosse un fiume per noi.
    E sulla sua corrente posarci con la leggerezza di una sola parola.
    …Sarebbe dolce la vita, qualunque vita, e le cose non farebbero male, si avvicinerebbero a noi come portate dalla corrente.
    Si potrebbero prima sfiorarle, poi toccarle e solo alla fine farsi toccare, farsi ferire anche, morirne anche, perché no?
    Ma tutto sarebbe finalmente umano. Basterebbe la fantasia di qualcuno, un padre, un amore, qualcuno…
    Lui sì che saprebbe inventarla, una strada, qui, in mezzo a questo deserto, in questa terra che non sa più sognare.
    Una strada clemente e bella.
    Una strada da qui al mare»

    (A. Baricco)

    Dedicata a Maria Teresa, che me l’ha dedicata.

  14. Rosalba
    21 giugno 2009 alle 12:40

    @ Giampi
    Eppure qualcuno su questa terra sa ancora sognare e crederci così tanto da realizzarli, questi sogni. E se la strada ci è aperta da qualcuno che crede in noi e che ci aiuta a spianare la strada… ben venga! La vita è come un fiume impetuoso, dolce e forte allo stesso tempo: devi seguirne la corrente ed avere fiducia in essa ed in Chi la guida.
    Buona domenica a tutti

    • 21 giugno 2009 alle 18:13

      Cara Rosalba,
      Per una strana coincidenza il 18 giugno sul quotidiano “la Repubblica” sono usciti due articoli. Uno, a firma di Eugenio Scalfari, è un colloquio-intervista con il Card. Martini sul suo libro “Siamo tutti sulla stessa barca”, recentemente uscito in collaborazione con don Verzè. In questo libro Martini ritiene praticabile una via di misericordia nei confronti delle coppie di divorziati risposati secondo il rito civile (vedi: https://terradinessuno.wordpress.com/2009/02/27/sullestraneamento-della-chiesa-dalla-societa-contemporanea/#comment-5318

      L’altro è un semplice trafiletto, che riporto qui di seguito:

      «E il cardinale porta al Papa la petizione contro il celibato

      Repubblica — 18 giugno 2009 pagina 22 sezione: CRONACA
      CITTÀ DEL VATICANO – Sul celibato sacerdotale il Papa non fa marcia indietro perché, avverte, chi serve Dio deve sempre avere come «modello» la figura di Gesù Cristo che non si sposò. Lo ha ribadito Benedetto XVI a uno dei suoi più stretti collaboratori, il cardinale di Vienna Christoph Schoenborn, inedito latore di una petizione di un gruppo di autorevoli cattolici austriaci favorevoli – tra l’ altro – al sacerdozio femminile, ai preti sposati e all’ abolizione del celibato per i preti. Del documento – che Schoenborn si limita solo a portare in Vaticano senza condividerne il contenuto, come lui stesso precisa alla Radio Vaticana – si è discusso il 15 e il 16 giugno nella riunione che Ratzinger ha tenuto con i vescovi austriaci. «Il Santo Padre – ha rivelato il porporato – ci ha molto colpito sul celibato, che in Austria, e soprattutto nella regione di Linz,è un tema molto ‘ caldo’ . Ha detto che la questione, in fondo, è se crediamo che sia possibile e che abbia senso vivere una vita fondata solo e soltanto su una cosa, Dio, e seguendo solo la figura di Cristo». E la risposta di Ratzinger è stata netta e inequivocabile, sostenendo che è giusto che «il servizio che i preti svolgono per Dio assuma una precisa forma di vita, il celibato, come lo ha inteso Gesù». Posizione che lo stesso Papa rilancerà nell’ anno sacerdotale che inizia domani. -».

      Fin qui la notizia. Secondo il Card. Schoenborn, il Papa avrebbe dunque detto che la posta in gioco sul celibato ecclesiastico è «se crediamo che sia possibile e che abbia senso vivere una vita fondata solo e soltanto su una cosa, Dio». Occorre dunque una certa cautela, non trattandosi di parole del papa, ma solo un suo pensiero riportato da altri. Per comodità di ragionamento diamo tuttavia per garantito che le parole di Schoenborn corrispondano effettivamente all’intenzione del papa.
      La prima riflessione è che nella Chiesa attuale convivono i Martini e i Ratzinger. “Solo uno dei due è papa”, sento già obiettare qualcuno.
      La seconda riflessione: cosa c’entra “la possibilità e il senso di una vita fondata solo su Dio” col carattere OBBLIGATORIO del celibato ecclesiastico? La questione non tocca direttamente il celibato, ma il fatto che un vescovo non possa scegliere i propri preti ANCHE tra uomini sposati, neppure se diaconi. Non si tratta di vietare a nessuno la scelta celibataria bensì di permettere l’accesso al sacerdozio a chi ha fatto la scelta coniugale. Penso si possa dire che “il senso di una vita fondata su Dio” risulti più evidente in un contesto di scelte che di obblighi.
      La terza riflessione: Solo il celibe esprime esistenzialmente “la possibilità e il senso di una vita fondata solo su Dio”? Ciò non implica una inadeguata considerazione della vita matrimoniale, che pure, a differenza del celibato, è dichiarato sacramento da Cristo stesso?
      La quarta riflessione: Legare così strettamente l’idea di una vita fondata esclusivamente su Dio al celibato non introduce inevitabilmente una discriminazione di dignità all’interno del sacerdozio stesso, facendo dei diaconi o dei preti uxorati, che esistono già nella Chiesa cattolica, dei sacerdoti di serie B?
      La quinta e ultima riflessione: Visto che (ad onta del fatto che Gesù conduce, secondo i vangeli, uno stile di vita laicale, non certo sacerdotale) la scelta di vita celibataria nello stato laicale è ormai una rarità e viene ormai fatta solo in vista del sacerdozio o della consacrazione, “la possibilità e il senso di una vita fondata solo su Dio” è ormai da considerarsi qualcosa di riservato al clero? Il laicato cattolico dovrà rassegnarsi a considerare se stesso una forma imperfetta di vita cristiana?

      Ci verranno mai delle risposte convincenti? Continuiamo a sperare.

  15. 27 dicembre 2011 alle 14:41

    Con Padre Puglisi, 18 settembre 1986

    • 27 dicembre 2011 alle 22:13

      la vita non è breve ma può essere grandissima come ci insegna Padre Puglisi. un saluto a tutti,

  16. Rosa
    27 dicembre 2011 alle 19:51

    A volte, con delicata malinconia, mi sembra di avere perduto occasioni importanti. Come quella volta che scappai, invece di restare, o che rimasi, invece di fuggire….
    Non sono più la ragazza del ginnasio che cantava nei corridoi durante la ricreazione; porto ancora la coda di cavallo, ma il mio viso è solo un pallido ricordo di quello che fu un tempo. Eppure, tutta la vita che abbiamo vissuto fino a questo istante (anche quei maledettissimi errori che ci fanno ancora mordere le labbra), fa di noi, di ognuno di noi, un meraviglioso racconto. La foto che hai appena pubblicato mi sgomenta, lo ammetto, ma ho tanto rispetto delle tue scelte di vita. Ciò che reputo essere davvero importante per un uomo è potere continuare a fare scelte. Scegliere tutti giorni dove indirizzare la propria esistenza, quali esperienze vivere profondamente. Mi hanno insegnato che non si butta via nulla.
    Che sacrilegio non fermarsi a raccogliere!
    Ciò che ti auguro è di poter continuare a raccogliere liberamente ciò che pensi sia prezioso per la tua vita. La vita….è così breve….
    Un abbraccio.
    Rosa

  17. nino
    28 dicembre 2011 alle 0:18

    @Rosa
    E’ molto profondo quello che hai scritto. Condivido pienamente quando dici che per un uomo è importante poter continuare a fare delle scelte. Mi permetto di aggiungere, libere scelte. Nulla va buttato perchè ogni cosa ha un senso e a noi spetta capirne il significato più profondo. Grazie per queste edificanti pensieri.
    @ Giampi
    cosa dirti? Questa foto rievoca tanti ricordi e momenti assai importanti della nostra vita. Tu lo sai bene. Spesso mi ripeto che siamo stati fortunati ad incontrarci e a condividere i nostri pensieri e i nostri tanti dubbi. Siamo cresciuti così e tutto questo è potuto accadere perchè siamo stati, e spero lo siamo ancora, uomini liberi.

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