R. H. Benson, Il dominatore del mondo

ROBERT HUGH BENSON

 

IL DOMINATORE DEL MONDO

 

ROMANZO

Traduzione dall’inglese di Corrado Raspini

PROLOGO

– Mi dia tempo a riflettere, – disse adagiandosi, il vecchio signore.

Percy, frattanto, ricompostosi sulla sedia, aspettava con il mento appoggiato alla mano.

La stanza silenziosissima, dove i tre uomini tenevan seduta, addobbata con l’estremo buon senso dell’epoca, era priva di finestre e di uscio; poiché, da sessant’anni, essendosi accorti che lo spazio non è limitato alla superficie del globo, gli uomini di tutto il mondo avevano incominciato a fabbricar sottoterra. Il vecchio signor Templeton abitava una casa posta quindici metri circa sotto il livello del Tamigi, e comoda, anzi che no, per la sua situazione. Egli infatti dovea muovere solo cento passi per raggiungere la stazione della Seconda Rete Centrale delle automobili, e fare mezzo chilometro per arrivare a quella dei velivoli di Blackfriars; se non che, oltrepassati oramai i novant’anni, egli non usciva quasi più, di casa.

Quella stanza poi, spalmata in ogni parte del verde e delicato smalto siliceo prescritto dall’ufficio d’Igiene, soffusa della luce solare artificiale scoperta quarant’anni prima dal gran Reuter, presentava le tinte di un bosco a primavera; riscaldata e ventilata dalla classica persiana a muro, manteneva la temperatura costante di diciotto gradi.

Il signor Templeton era un uomo alla buona, contento di vivere come aveva vissuto prima suo padre; anche la sua mobilia era un po’invecchiata sia dal fatto del lavoro come del disegno, sebbene costruita, secondo il sistema invalso, di ferro smaltato di un amianto indistruttibile, gradevole al tatto e all’apparenza simile al mogano. Due scansie piene di libri si allineavano ai lati della stufa elettrica dal piedestallo di bronzo, presso la quale sedevano i tre uomini; ed occupavano le estremità della sala due ascensori idraulici, di cui uno conduceva alla camera da letto, l’altro saliva per diciotto metri fino al corridoio che metteva sulla banchina.

Il P. Percy Franklin, l’anziano dei due preti, era un uomo di singolare aspetto. Non oltrepassava i trentacinque anni ed aveva i capelli tutti bianchi; i suoi occhi grigi, sotto nere sopracciglia mostravano una vivacità particolare, quasi appassionata; ma il naso ed il mento sporgenti, il taglio netto della bocca rivelavano all’osservatore una volontà ferma e risoluta: era uno di quelli uomini che non si possono guardare una sola volta.

Il P. Francis, seduto dall’altro lato del caminetto, si ravvicinava più al tipo ordinario. Infatti, nonostante lo sguardo dolce ed attraente degli occhi bruni, nulla mostrava di energico sul volto; si notava, anzi, una femminile, malinconia nei movimenti vaghi delle labbra e nel languore delle pupille.

Il signor Templeton, vecchio venerando dalla faccia vigorosa, piena di rughe e completamente rasa come quella di tutti gli uomini d’allora, riposava sul suo cuscino ad acqua calda, con una coperta sui piedi.

Infine egli parlò, guardando prima a Percy, che gli sedeva, a sinistra.

– Sicuro! – disse – è una faccenda seria il ricordare tutti gli avvenimenti; ma ecco in breve come io me li rappresento. In Inghilterra il nostro partito corse i primi pericoli quando fu eletto il Parlamento del Lavoro nel 1927; ciò dimostra quanto l’Herveismo avesse profondamente pervaso l’atmosfera sociale. Anche prima vi erano stati dei socialisti ma nessuno pari a Gustavo Hervé specie negli ultimi suoi anni; per lo meno nessuno del medesimo suo valore. Questi, come forse, ella avrà letto, insegnava un materialismo ed un socialismo assoluti spinti fino alle estreme conseguenze.

Per lui la patria era un avanzo di barbarie ed unico vero bene la soddisfazione dei sensi. Naturalmente, tutti si burlavano di lui dicendo che, fuori della religione, nulla poteva giustificare tra le moltitudini la conservazione del più elementare ordine sociale; ma i fatti gli diedero ragione. Caduta la Chiesa di Francia sul principio del secolo e dopo i massacri del 1924, la borghesia si accinse alla propria riorganizzazione; e questo movimento straordinario, seriamente iniziato, penetrò nel medio ceto negando la patria, la distinzione di classi, e di fatto, qualsiasi istituzione militare. La Massoneria, si capisce, era quella che dirigeva tutto il movimento. Questo si diffuse in Germania, dove l’autorità di Carlo Marx:….

– Sì, o signore – prese a dire pianamente Percy – ma, se non le dispiace, si parlava dell’Inghilterra…

– Ah!… giusto!… dell’Inghilterra!… Dunque nel 1927 il partito del lavoro si impadronì del potere, ed inaugurò effettivamente il Comunismo. Tutto questo accadeva molto tempo prima che io fossi in grado di serbarne memoria; ma mio padre soleva riportare a tale epoca l’inizio di siffatti eventi. Solo mi reca meraviglia che non abbiano avuto un corso più rapido; suppongo vi fermentasse ancora un buon fondo dell’antico lievito «Tory»; ma, poi, i secoli, per lo più, camminano con maggior lentezza di quel che si crede, specialmente quando si muovono dietro una spinta! Comunque, il nuovo ordine di cose nasceva allora; ed i Comunisti non hanno fin qui sofferto considerevoli rovesci, se non in parte nel 1935. Blenkin fondava il Nuovo Popolo ed il Times cessava di pubblicarsi; ma, fatto abbastanza strano, la Camera dei Lords cadeva definitivamente solo nel 1945. La Chiesa Stabilita spariva finalmente nei 1939.

– E quali effetti ne derivarono per la religione? – domandò pronto Percy, mentre il vecchio, fatta pausa ad un leggero accesso di tosse, sollevava il suo inalatore: il prete era sollecito di attenersi all’argomento.

– Fu questo un effetto più che una causa – rispose l’altro -. Difatti quelli che si chiamavano allora i Ritualisti, dopo un disperato tentativo di penetrare nella corrente operaia, si convertirono al Cattolicesimo in seguito alla Convocazione del 1929, quando il «Credo» niceno fu abbandonato; e, noti bene, erano i soli a conservare un po’di zelo per la religione. I membri superstiti della Chiesa Nazionale, e fu questo, se mai, l’effetto che derivò dalla sua caduta, si fusero con quelli della Chiesa Libera la quale non richiedeva più che un’adesione di sentimento. La Bibbia aveva perduto ogni autorità, dopo i rinnovati attacchi della critica tedesca nel 1930, e, in grazia della teoria kenotica, sul principio del secolo, la divinità stessa di Nostro Signore non era altro che una parola vuota. Si vide più precoce ancora quel breve e strano movimento tra i Liberi Ecclesiastici allorché i Ministri, i quali non facevano di più che seguire la corrente – e si lasciavano tirar volentieri – abbandonarono il loro antico stato. E’ poi curioso leggere nelle storie di quel tempo, come essi furono chiamati pensatori indipendenti; era proprio vero l’opposto!… che cosa dicevo?.. Ah! ecco: tutto questo ci preparava il terreno, cosicché la Chiesa, per il momento, fece straordinari progressi; dico straordinari date le circostanze, poiché, come ricorderà bene, si trovava in condizioni peggiori di venti o dieci anni addietro. Per esprimermi con parola rude, credo che incominciasse la separazione delle pecore dai capri. Le persone religiose erano tutte cattoliche e individualiste: quelle irreligiose rifiutavano in blocco il soprannaturale, e si facevano dalla prima all’ultima materialiste e comuniste. Ma il nostro progresso si dovette ancora a pochi uomini di valore, come il filosofo Delaney, i filantropi Mc. Arthur, Largent ed altri. Parve che Delaney ed i suoi discepoli dovessero superare tutte le difficoltà…

Ricorda la sua Analogia?.. Oh! sì; nei libri di testo essa è tutto…. Si procedeva tanto bene, quando, alla chiusura del Concilio Vaticano, già convocato nel secolo XIX e non mai fino allora disciolto, noi soffrimmo numerose apostasie, a causa delle ultime definizioni: quello che fu chiamato l’Esodo degli Intellettuali.

– Per le decisioni bibliche… – soggiunse qui il prete più giovine.

– In parte per questo; in parte per la gran lotta iniziata con il sorgere del Modernismo, nel principio del secolo; ma più ancora per la condanna di Delaney e del nuovo trascendentalismo, come era allora comunemente concepito. Delaney, ben lo sa, non si riconciliò con la Chiesa. Poi fu condannata l’opera dello Scotti intorno alle religioni comparate… Dopo questi fatti i Comunisti camminarono a grandi passi, sebbene lentamente. Se ciò le sembrasse anormale, le dirò solo che non può immaginare l’irritazione provocata dal Progetto delle Industrie Necessarie divenuto legge nel 1960. Le masse popolari videro la fine di ogni iniziativa in quella nazionalizzazione dei mestieri; ma, come ella sa bene, non si mossero per nulla; certo la nazione vi andava dietro senza saperlo.

– E in quale anno – domandò Percy – passò il Progetto della Maggioranza a due terzi? – Oh! molto prima: un anno o due dalla abolizione della Camera dei Lords. E fu questo una necessità; in caso contrario gli individualisti ne sarebbero impazziti… Certo il Progetto delle Industrie Necessarie fu inevitabile. Il popolo vi sì era in parte assuefatto molto tempo addietro, quando, cioè, furono municipalizzate le ferrovie. Si vide per il momento un improvviso risveglio di mestieri, in quanto che tutti gli individualisti li favorivano; – fu fondata allora la scuola di Toller – ma presto furono tratti anche loro agli impieghi governativi, perché il limite del sei per cento per ogni lavorazione privata non era davvero un incentivo; e poi il Governo pagava bene.

Percy scosse la testa.

– Sì, ma non riesco a comprendere, scusi, come le cose siano arrivate a questo punto, oggi; non mi ha detto ella forse che procedevano lente? – Sì, – rispose il vecchio – ma non dimentichi la Legge intorno ai poveri, che diede ai Comunisti una stabilità imperitura.

Oh! Braithwaite faceva bene i suoi affari!…

Il prete più giovane gli rivolse un’occhiata interrogativa.

-… l’abolizione del lavoro a domicilio – concluse il signor Templeton! – Storia vecchia, naturalmente, per voi; io però ricordo, come se fossero d’ieri tali avvenimenti che segnarono la caduta della Monarchia e delle Università.

– Ah! sì? – disse Percy. – Mi piacerebbe ascoltarla su questo punto, signore!…

– Ci vengo subito, padre. Orbene, senta quello che fece Braithwaite. Mentre nel vecchio sistema tutti i poveri si trattavano alla pari – e non eran contenti – nel nuovo furon divisi in tre categorie, con l’affrancamento delle due prime.

Quelli che non valevano assolutamente nulla rientravano nella terza, considerati qual più qual meno come delinquenti: ben s’intende, dopo un accurato esame. Furono poi riorganizzate le Pensioni di Vecchiaia… Ella vede quali affermazioni di forza per i Comunisti! Gli Individualisti – li chiamavano ancora Tories quando ero ragazzo – fin d’allora non hanno avuto più fortuna, ed ora non sono più che un carro sconquassato. Gli operai, in massa, vale a dire il novantanove per cento si schierarono contro di loro.

Percy alzò gli occhi, e l’altro continuò:

– Furono poi sotto Macperson riformate le prigioni, tolta la pena di morte, stabilita nel 1959 ufficialmente l’educazione laica, ed abolita in pratica l’eredità con la riforma della tassa di successione.

– E come era regolata questa tassa nel vecchio sistema? – Come era regolata?… Sembra incredibile: facendo pagar tutti nella stessa maniera! Venne prima la Legge sui Beni Mobili, modificata poi nel senso che la ricchezza ereditata pagasse il triplo di quella acquisita; e così in seguito fino alla accettazione delle dottrine marxiste nel 1989. La prima legge, però, fu promulgata nel 1977… Ebbene, tutto questo pose l’Inghilterra alla pari del continente, con il quale, fino allora, non aveva in comune se non l’ultimo schema della Industria Libera dell’Occidente. Fu questo, ricordi, l’effetto della vittoria dei socialisti in Germania.

– E come potemmo evitare la guerra con l’Oriente? – domandò ansiosamente Percy.

– Oh! è una storia lunga! In poche parole, fu l’America che ce lo impedì; noi perdemmo l’India o l’Australia. Dal ’35 non vi fu altro fatto che portasse i Comunisti così vicino ad una caduta; ma Braithwaite ne uscì con grande abilità, ottenendoci, una volta per sempre, il protettorato del Sud-Africa; fu, perciò, un uomo astuto, anche troppo….

Il signor Templeton cominciò nuovamente a tossire.

Francis intanto sospirava e prendeva sulla sedia un’altra posizione.

– E l’America? – domandò Percy.

– Oh!.. su questo punto il fatto si complica molto. Comunque, essa, consapevole della propria forza, si annesse il Canada nel medesimo anno, ponendoci in uno stato di fiacchezza estrema.

Percy si alzò.

– Signore – domandò – non ci avrebbe un atlante comparato? – E’ lì – rispose il signor Templeton, accennando uno scaffale.

Percy guardò un minuto o due le carte spiegandole sopra i ginocchi; poi, paragonando i numerosi casellari colorati del ventesimo secolo con i tre grandi acquarelli del ventesimo primo, disse sommessamente: – Certo, ora è molto più semplice! – Ed incominciò a percorrere con l’indice i confini dell’Asia. Le parole Impero d’Oriente correvano attraverso il giallo pallido dai Monti Urali a sinistra fino allo Stretto di Behring a destra,- riallacciandosi in lettere cubitali attraverso l’India, l’Australia e la Nuova Zelanda; quindi mise gli occhi sul color rosso. Questo si distendeva su di un tratto ben più breve, ma non meno importante, ricoprendo non solo l’Europa propriamente detta, ma tutta la Russia fino ai Monti Urali e l’Africa del Sud. La Repubblica Americana, contrassegnata in azzurro, spaziava sopra l’intero continente e spariva a grado a grado a sinistra dell’emisfero occidentale in un nembo di punti azzurri sul color bianco del mare.

– Oh! si, è molto più semplice – confermò senz’altro il vecchio signore.

Percy chiuse l’atlante e lo rimise al posto.

– E presentemente, signore, che cosa ci minaccia? Il vecchio statista conservatore sorrise, e poi disse:

– Non lo sa che Iddio! Se l’Impero d’Oriente si muove, noi non possiamo nulla contro di lui; e non so spiegarmi perché non si sia mosso ancora. Suppongo ne siano causa le discordie religiose.

– E c’è il caso che l’Europa si divida? – Oh! no, no!… Noi conosciamo il pericolo che ne sovrasta. L’America, sì, correrebbe in nostro aiuto, senza dubbio…

Ma ciò nonostante, Iddio ci salvi, o, dirò meglio: Iddio vi salvi se quell’impero si muove, poiché esso conosce bene fin dove arriva la sua forza.

Vi fu un momento di silenzio; quella stanza sotterranea tremò lievemente al passare di una enorme macchina sul viale di sopra.

– Profetizzi, signore – disse improvvisamente Percy – ed intendo, sull’avvenire della religione.

Il signor Templeton aspirò un’altra lunga boccata dal suo apparecchio, poi riprese:

– In sostanza, vi sono tre forze religiose: il Cattolicesimo, l’Umanitarismo e le Religioni di Oriente. Su queste ultime nulla posso dire, sebbene inclini a credere che il Sufismo resterà vincitore. Ma… potrebbe accadere anche diversamente; l’Esoterismo, per esempio, cammina a gran passi, e questo non è che un Panteismo: La fusione poi delle due dinastie cinese e giapponese può imbrogliare tutti i nostri calcoli; ma in Europa e in America la lotta è aperta fra le prime due forze; qualsiasi altra è un elemento trascurabile. E il mio pensiero, se desidera conoscerlo nella sua genuina verità, è che il Cattolicesimo, umanamente parlando, decade ora con una rapidità spaventosa. Non vi ha dubbio che il protestantesimo è morto: si è dovuto alla fine riconoscere che una religione soprannaturale implica un’autorità assoluta, e che il giudizio privato in materia di fede, non è altro che un principio di disgregazione. E’ altresì vero che la Chiesa Cattolica, come unica istituzione che si arroghi un’autorità soprannaturale, con la sua logica irresistibile deve accattivarsi la simpatia di tutti quei cristiani, che nel soprannaturale mantengono sempre la fede: i pochi Fadisti superstiti qui ed in America non contano nulla. E sta bene! Ma non è men vero, d’altra parte, che l’Umanitarismo, contrariamente alla aspettazione comune, è per divenire esso stesso una religione, una religione però antisoprannaturale: è panteismo. Sotto l’influenza della Massoneria sta perfezionando il suo rituale, ed ha esso pure il suo credo: l’uomo è Dio etc. etc. Può dunque offrire un efficace nutrimento alle aspirazioni religiose; vagheggia delle idealità, pur non chiedendo nulla, che sia al di sopra delle facoltà dello spirito. Di più, ci hanno tolto tutte le Chiese e le Cattedrali, ed incominciamo di già a promuovere la Religione del cuore. Inoltre essi possono spiegare liberamente i loro simboli; ciò che non possiamo far noi. Io ritengo che tra altri dieci anni questa sarà la nuova religione legalmente riconosciuta. E noi cattolici adesso perdiamo terreno, come lo abbiamo continuamente perduto da più che cinquant’anni.

Saremo, almeno di nome, una quarantesima parte in America, in grazia del movimento cattolico dei primi anni del secolo ventesimo; ma di Francia, di Spagna siamo spariti, ed in Germania restiamo una piccola minoranza. Teniamo, sì, la nostra posizione in Oriente, ma anche là, secondo le statistiche, non superiamo i duemila: pochi e dispersi. Ed in Italia?.. Abbiamo, sì, riconquistata Roma, ma non c’è altro. Qui abbiamo tutta l’Irlanda e forse una sessantesima parte dell’Inghilterra, del Vallese e della Scozia, ma ci contavamo uno ogni quaranta, settant’anni fa. Si aggiunga l’enorme progresso della Psicologia, tutto contro di noi per un secolo intero. Prima avevamo da fare con il puro e semplice materialismo, sempre più o meno inefficace per la sua grossolanità; fintanto che la Psicologia non scese alla riscossa.

Disgraziatamente dopo aver vinto, essa reclama tutto per se il regno dello Spirito, vuole spiegare naturalmente anche le aspirazioni al soprannaturale. Questa la sua pretesa! No, padre, non vi ha dubbio, noi siamo quasi perduti e camminiamo verso una catastrofe, per la quale io penso che dovremmo trovarci preparati da un momento all’altro.

– Però…

– Senta: in un uomo già sull’orlo del sepolcro può darsi che sia effetto di debolezza senile; tuttavia io continuo a credere che il caso è disperato. In verità la catastrofe mi sembra vicina… no, non vedo un raggio di speranza finché…

Percy gli rivolse un’occhiata penetrante….

– Finché… non ritorni… il Signore! – concluse il vecchio statista.

P. Francis sospirò ancora; nella stanza, nuovo momento di silenzio.

– E la caduta delle Università? – disse infine Percy.

– Eh! caro padre, è un fatto simile alla caduta dei Monasteri sotto Enrico VIII, coi medesimi risultati, i medesimi argomenti, i medesimi incidenti. Le Università erano le fortezze dell’Individualismo, come i Monasteri del Papismo, e furono però guardate con diffidenza e paura. Quando il Governo cominciò ad investigare sul numero di coloro che nei conventi si ubriacavano con il vino di Oporto, il popolo sentenziò subito che i frati avevano fatto il loro tempo e non conseguivano lo scopo. Eppure vi era più d’una ragione per conservare le case religiose; ammesso il soprannaturale, queste ne derivano, quasi direi, per necessaria conseguenza. Gli istituti di educazione secolare devono invece offrire qualche cosa di concreto, di visibile per la quantità, e la qualità; e le Università non poterono dimostrare d’aver prodotto alcun che di notevole sotto l’uno o l’altro aspetto. Non essendo quindi la distinzione tra fisico e il metafisico fine a se stessa, gli Universitari del secolo XX all’Inghilterra, non andarono a genio. E non saprei dire che andassero molto a genio anche a me, individualista impenitente, se non fosse stato per un sentimento di compassione! – Ah! sì?… – disse Percy.

– Oh! era una cosa da far pietà! Le scuole di Cambridge con la sezione di Oxford furono l’ultima speranza, poi doverono soccombere come le altre. I vecchi magistri si aggiravano qua e là con i loro libri, ma nessuno li ricercava, perché andavano troppo in su con le speculazioni. Di essi, alcuni finirono nelle Case dei poveri di prima o seconda categoria, altri furono raccolti da qualche ecclesiastico caritatevole; e, andato a vuoto un tentativo di riconcentrarli in Dublino, presto il popolo se ne dimenticò affatto. Gli edifici poi servirono per tutti gli usi. Oxford diventò per poco tempo uno stabilimento di ingegneria, Cambridge una specie di laboratorio governativo. Io mi trovavo, come ella saprà, al Collegio Reale e anche lì accadde quello che si può immaginare di più disgustoso, sebbene io acconsentissi di convertire la cappella in museo. Non era certo un bel vedere gli oratori pieni di esemplari anatomici; tuttavia credo che non fosse molto più brutto che il conservarvi delle cotte o delle stufe! – E lei, come se la cavò? – Oh!… io potei salir presto in Parlamento, e di più possedevo un po’ di danaro; ma alcuni miei colleghi la rimediarono male. Una piccola pensione fu data solo a quelli privi di lavoro; e suppongo, sebbene non ne sia certo, che gliela passino ancora. Potrà riconoscerli in me: essi erano poco più che dei ruderi pittoreschi, cui faceva ornamento una fede religiosa! Percy sospirò ancora, guardando il volto venerando di quel vecchio, pien di gaiezza nel riandare memorie lontane.

– E di questo parlamento Europeo che cosa ne pensa? – Oh!… io non dubito che sarà un fatto compiuto, purché si trovi un uomo, il quale possa dargli un impulso efficace.

L’ultimo secolo ci ha portati a questo: il patriottismo è giunto rapidamente alla sua fine, ma avrebbe dovuto morire come la schiavitù ed altre cose mostruose, per opera della Chiesa Cattolica. Senza di essa invece lo ha ucciso il mondo, che già si schiera contro di noi formando una specie di antichiesa cattolica. La Democrazia sociale ha fatto ciò che avrebbe dovuto fare la Monarchia divina. Trionfando quella nell’esplicare il suo programma, aspettiamoci di nuovo la persecuzione… Ma, lo ripeto, la guerra d’Oriente potrebbe salvarci sopravvenendo… chi lo sa?…

Percy restò in silenzio per qualche minuto; alzatosi poi ad un tratto, riprese a dire in Esperanto:

– Bisogna che io parta, giacché sono le nove passate. Per ora, tante grazie, signor Templeton! Francis, alla sua volta si alzò, mostrando l’intero abito da prete di color grigio scuro, e prese il cappello.

– Ebbene, padre – soggiunse il vecchio signore – venga qualche altro giorno, se le pare che io stasera non sia stato troppo espansivo. Ha ancora da scrivere la lettera, nevvero? Percy fece cenno di sì.

– Ne ho scritta mezza stamattina: sentivo gran desiderio di levarmi ancora a volo d’uccello sugli avvenimenti prima di acquistarne una cognizione adeguata, e però la ringrazio infinitamente di avermene offerto il modo… E’, in verità, una fatica improba questa lettera quotidiana al Cardinale Protettore, ed ho intenzione di rinunciarvi, si mi sarà concesso.

– Padre, non rinunci; mi sia lecito dire, qui a quattr’occhi, che lei possiede uno spirito d’osservazione acutissimo, e Roma non può far nulla se non ha informazioni precise. Non credo che i suoi colleghi siano da tanto….

Percy sorrise, alzando i neri sopraccigli come in atto di schivar quelle lodi; infine disse, rivolto a Francis:

– Andiamo, Padre.

I due preti si separarono sulla gradinata attigua al corridoio, ma Percy rimase per alcuni istanti con lo sguardo fisso all’intima scena autunnale, sforzandosi di comprenderne il muto linguaggio. Le cose udite nella sala sotterranea del vecchio Templeton sembravano rischiarare di una luce strana la maestosa visione di prosperità che gli si parava davanti.

L’aria splendeva come di giorno, giacché la luce artificiale lo aveva anticipato, e Londra non conosceva più differenza tra il giorno e la notte.

Egli si trovava in una specie di chiostro vitreo, impiantito di uno strato massiccio a base di gomma, che impediva il rumore dei passi, in fondo presso la base della gradinata, in due file distinte da un divisorio passeggiavano a destra ed a sinistra un’infinità di persone, senz’altro frastuono all’infuori del brusìo in lingua Esperanto animato ed incessante in quel va’ e vieni.

Attraverso il vetro del pubblico passeggio scorse il piano largo, liscio e nero d’una via scanalata da parte a parte, e, non senza ragione, libera dai pedoni. Infatti nel medesimo istante, dalla parte di Westminster vecchia, un suono simile al ronzio di un gigantesco alveare si avvicinava crescendo, e subito dopo un oggetto luminoso strisciava rapido come freccia, sfolgorando da ogni lato; quindi il suono si affievoliva nel ronzio di prima, e taceva poi affatto dopo il turbinoso passaggio da sud ad est del grande Postale Governativo. Era la via riservata unicamente alle vetture di Stato, le quali non potevano corrervi con una velocità di più che centocinquanta chilometri l’ora.

Ogni altro rumore era soppresso in quella città ingommata; le vetture ad uso dei passeggeri transitavano cento metri più lontano, ed il traffico sotterraneo correva ad una profondità tale da rendersi sensibile unicamente per il tremolìo del suolo. I periti del Governo s’erano affaccendati negli ultimi venti anni per eliminare anche queste vibrazioni e per levare il ronzìo ai veicoli ordinari! Prima ancora che Percy si avviasse, sentì venire dal cielo un grido prolungato di una bellezza spaventosa e straziante: levati appena gli occhi dalle onde uniformi del Tamigi, le sole ribelli a qualsivoglia trasformazione, vide, su in alto, dirimpetto ad alcune nuvole sinistramente illuminate, un oggetto oblungo e fine, chiaro di una luce incantevole, guizzare verso il nord, poi dileguarsi ad ali spiegate.

Quella musica celeste, lo sapeva, era la voce dei velivoli europei che annunciavano così l’arrivo alla capitale della Gran Bretagna.

– Finché… non ritorni… il Signore!… – ripeté a se stesso P. Percy, e per breve tempo l’antica angoscia tornò ad opprimergli il cuore. Come era difficile tenere lo sguardo fisso a quel lontano orizzonte; mentre il mondo giaceva in quel bassopiano, attratto ed avvinto dalla sua potenza e dal suo splendore! Oh!.. sì!… Egli aveva sostenuto poco prima, disputando con il P. Francis, che complessità meccanica non è sinonimo di grandezza vera, e che nell’esteriorità più fastosa si nasconde più sottile l’insidia. Sì! egli che aveva creduto alle proprie parole, faceva ora tacere l’ultima debole voce di dubbio con un magnanimo sforzo, gridando internamente all’Uomo di Nazareth, che rendesse il suo cuore simile al cuore di un fanciullo.

Quindi serrò le labbra, chiedendo a se stesso quanto tempo ancora resisterebbe P. Francis alle impressioni mondane; e discese fino in fondo la gradinata.

LIBRO PRIMO L’AVVENTO

CAPITOLO PRIMO

I.

Oliviero Brand, il nuovo deputato di Croydon, sedeva nello studio davanti alla macchina da scrivere, con gli occhi rivolti verso la finestra. La sua casa si ergeva a nord sull’estremità d’una diramazione delle colline di Surrey, ora tutte quante intersecate e traforate in modo da non riconoscerle affatto: solo un comunista come lui poteva riconfortarsi a tale spettacolo. Immediatamente sotto le ampie finestre il piano bene arginato declinava rapido per una cinquantina di metri, terminando ad un’alta muraglia, oltre la quale il mondo e le opere dell’uomo trionfavano a vista d’occhio. Due ampie strade, simili a battuti ippodromi, larghe trecento metri e scavate una ventina di piedi entro il terreno convergevano per un miglio formando poi una maestosa congiunzione. Quella di sinistra era la linea principale per Brighton, segnata in lettere minuscole sulla Guida ferroviaria; quella di destra, la seconda linea per i distretti di Tunbridge ed Hasting.

Ciascuna era divisa per lungo da un muro di cemento; da una parte di questo sopra verghe d’acciaio correvano i tranvai elettrici, dall’altra parte si allineava il tracciato per le automobili, spartito a sua volta in tre sezioni: la prime per le vetture governative dalla velocità di centocinquanta miglia l’ora, la seconda per le vetture private, di non più che sessanta; la terza per quelle pubbliche a buon mercato, di soli trenta chilometri, con stazioni fisse ad ogni cinque miglia.

Contiguo a questa ultima correva lo stradale destinato ai pedoni, ai ciclisti, ai carri ordinari, cui non era permessa una velocità superiore alle dodici miglia 1’ora.

Di là da queste grandi linee si distendeva l’immenso piano dei tetti con piccole torri qua e là ad indicare gli edifici pubblici, dal distretto di Caterham a sinistra, fino a Croydon sul davanti: tutto nell’insieme chiaro e brillante in quell’aria senza fumo, e più lontano verso ovest e nord le collinette suburbane spiccavano nel bruno cielo di aprile.

Recava poi singolare meraviglia l’assenza di rumori gravi, nonostante la densità della popolazione. Tolto lo stridio delle verghe d’acciaio per i treni in corsa e le risonanze armoniose dei grandi battelli aerei nel loro incontrarsi e sfuggirsi, allo studio di Oliviero altro non giungeva se non un blando e tenue sussurro che pervadeva l’aria, simile al ronzio delle api in un giardino Oliviero, che amava ogni manifestazione della vita umana – in tutto visione e settore di affari – si accorse non senza ridere un poco di se medesimo, di essersi messo a guardar l’aria; quindi serrò le labbra, rimise le dita sopra i tasti continuando a preparare il suo discorso.

La casa di Oliviero Brand era nella situazione più felice: eretta nell’angolo d’una di quelle immense ragnatele che ricoprivano allora la contrada, gli offriva tutto ciò che poteva essere vantaggioso ai suoi intenti. A causa della stretta vicinanza con Londra costava pochissimo, giacché tutte le persone facoltose si erano ritratte almeno cento miglia dal centro tumultuoso dell’Inghilterra; e nel tempo stesso tanto quieta, quanto egli poteva desiderare. Da una parte in dieci minuti andava a Westminster, in venti, dall’altra, al mare, ed aveva il suo collegio elettorale disteso davanti a se come una carta spiegata. Inoltre essendo la stazione centrale di Londra ad una distanza di soli dieci minuti maggiore, egli aveva a sua disposizione le arterie di prim’ordine verso ogni capoluogo dell’Inghilterra.

Per un uomo politico di modesta fortuna, chiamato a parlare una sera ad Edimburgo, la sera di poi a Marsiglia, tale abitazione era si comoda quanto quella di qualsiasi altro onorevole collega d’Europa.

Oliviero era un uomo piacevole nell’aspetto, di poco più che trenta anni, di carnato bianco, con i capelli di un bruno metallico, tagliati corti, occhi piccoli, bruni, virili, affascinanti. Quel giorno poi egli sembrava in modo particolare contento di se stesso e di ogni altra cosa. Scrivendo muoveva leggermente le labbra, chiudeva ed apriva gli occhi dalla commozione, e interrompeva ripetutamente il lavoro guardando attorno distratto, sorridente, esaltato.

Frattanto, apertosi l’uscio, entrò visibilmente agitato un uomo di mezza età, con un fascio di carte, le posò senza far motto sulla tavola, disponendosi tosto ad uscire; ma Oliviero gli fe’ cenno con la mano, diede di piglio ad una leva, e poi disse:

– Che cosa abbiamo di nuovo, signor Philipps? – Notizie dall’Oriente, signore – rispose il segretario. Oliviero gettò di traverso una rapida occhiata e pose la mano sul plico.

– E’ un messaggio completo? – domandò.

– No, signore; la comunicazione è interrotta di nuovo, ma vi si fa il nome di Felsemburgh.

Oliviero sembrò non udire; sollevò rapidamente le sottili stampe e cominciò a svolgerle.

– In cima al quarto foglio, signor Brand – disse il segretario.

Oliviero scosse con impazienza la testa, e l’altro, come se quella mossa fosse stata fatta per lui, uscì nell’istante. Il quarto foglio stampato di rosso su fondo verde parve assorbire del tutto l’attenzione di Oliviero. Infatti lo lesse due o tre volte, immobilmente adagiato sulla poltrona; poi mandò un sospiro e si rimise a guardare attraverso la finestra.

In quel mentre l’uscio si aprì daccapo ed apparve un’alta ed elegante giovine signora.

– Ebbene, mio caro, che cosa abbiamo di nuovo? – domandò appena entrata.

Oliviero scosse la testa, strinse le labbra, quindi rispose:

– Nulla di preciso! anzi, meno preciso del solito; senti! E, ripreso il foglio verde, incominciò a leggerlo a voce alta; mentre la giovine signora si accomodava da una parte nel vano della finestra.

Era una creatura veramente leggiadra; alta e snella, aveva gli occhi grigi, severi ed ardenti, salde e rosse labbra ed un bel portamento in tutta la persona.

Attraversata pian piano la stanza mentre Oliviero stava per riprendere il foglio, si era già messa a sedere, entro la sua veste bruna, con atteggiamento pieno di grazia insieme e di dignità. Si sarebbe detto che ella ascoltasse con deliberata calma, se non fosse stato per la curiosità che le traspariva. dagli occhi. La comunicazione era questa:

«Irkutsk – 14 aprile – Ieri – come – negli altri giorni -, ma parlasi – defezione – dal – partito – Suffita – Truppe – continuano – raccogliersi – Felsemburgh – arringata – moltitudine buddista – Attentato ­ contro – Lama – Venerdì – passato – per opera – degli – anarchici – Felsemburgh – partito alla volta di Mosca – per arrestare – egli…».

– E questo è quanto!.. – concluse tristemente Oliviero. – La comunicazione, secondo il solito, è interrotta.

La giovine si mise ad altalenare con un piede.

– Io – disse – non ci capisco proprio nulla; ma chi è poi questo Felsemburgh? – Bimba mia, è la domanda che si fanno tutti!… Di lui sappiamo solo che fu aggregato negli ultimi momenti alla Deputazione Americana. Lo Herald la settimana scorsa pubblicò la sua biografia, ma è stato smentito. Comunque riman certo che Felsemburgh è proprio un giovine, vissuto, almeno fino ad oggi, completamente oscuro.

– Ma non è più oscuro, adesso!… – osservò la giovine.

– Senza dubbio! pare che diriga lui ogni cosa, giacché degli altri non si fa mai parola. Gran fortuna che sia del buon partito.

– E tu che ne pensi? Oliviero tornò ancora a vagare con gli occhi fuori della finestra.

– Io – disse – penso che qualche cosa sta maturandosi; ma mi meraviglio che debba accadere per opera di un uomo solo: è troppo grande, per potersi immaginare. L’Oriente, non vi ha dubbio, si è preparato negli ultimi cinque anni ad una spedizione contro l’Europa: l’America sola ha potuto arrestarlo, ed ecco un tentativo per arrestarlo ancora. Ma, perché Felsemburgh si sarebbe messo a capo? Qui si interruppe.

– In ogni modo deve essere un linguista formidabile; ha parlato a più di cinque nazioni, e forse egli fa da interprete agli Americani. Cristo!, sono ben curioso di sapere chi egli sia! – Non ha altri nomi? – Giuliano, credo. Così almeno era appellato in un messaggio.

– E come giungono queste notizie? Oliviero scosse la testa.

– Per iniziativa privata. Le agenzie europee non funzionano più. Ogni stazione telegrafica è guardata giorno e notte, e vi sono linee intere di velivoli tese su di ogni frontiera. L’Impero d’Oriente crede di fare i conti senza di noi.

– E se abbiamo la peggio? – Ah! mia cara Mabel, se si scatenasse l’inferno… – e lasciò cadere le mani, dolente.

– E che cosa fa il Governo? – Lavora giorno e notte, anche nella rimanente Europa. Sarà una Armageddon (1) spaventosa, se scoppierà la guerra.

– Vedi tu altri casi possibili? – I casi son due – rispose pacatamente Oliviero -: o che l’Oriente, davanti all’America si tenga fermo per semplice paura, o si persuada a conservare la pace per il bene dell’Umanità. Potessero una volta capire che la solidarietà è l’unica, speranza che resti al mondo!… Ma con quelle religioni maledette…

La giovine signora guardò sospirando l’immensa distesa dei tetti al di sotto della finestra.

La situazione era, in verità, grave quanto altra mai. Quel vasto Impero risultante da una confederazione di stati sotto il dominio del Figlio del Cielo (resa possibile dopo la fusione delle dinastie Giapponese e Cinese, ed il crollo della Russia) aveva rinvigorite le proprie energie e, negli ultimi trentacinque anni, resosi ben consapevole del proprio valore, aveva messe le sue gialle e scarne mani sull’Australia e sull’India. E, mentre nelle altre parti del mondo si compiacevano di scherzare sulla follia della guerra perfino dopo la caduta della Repubblica Russa sotto i colpi coalizzati delle razze gialle, queste ultime erano state sempre in agguato. La civiltà dell’ultimo secolo minacciava di ripiombare nel caos.

A dir vero non davano pensiero in Oriente le moltitudini immense, ma i condottieri che ne avevano intrapresa la espansione, dopo tanti secoli di torpore; ed era arduo trovare il modo di arrestarle a questo punto del loro cammino. Un aspetto particolarmente truce dava poi al fatto la voce che vi fosse il fanatismo religioso dietro a questo movimento; e che l’ammorbato Oriente si fosse proposto di convertire con i moderni surrogati del ferro e del fuoco coloro che non professavano altra religione all’infuori di quella dell’Umanità.

Ad Oliviero tutto questo faceva semplicemente orrore. Quando, affacciato alla finestra, volgeva l’occhio intorno a Londra, distesa tranquillamente davanti a se; quando, percorrendo con l’immaginazione l’Europa intera vedeva intangibili le conquiste del senso comune ed il trionfo del fatto sopra le fiabe selvagge del Cristianesimo, gli sembrava intollerabile perfino la pura possibilità che il mondo fosse ricacciato nella barbara confusione delle sètte e dei dogmi; e proprio a questo avrebbe portato un attacco dell’Oriente contro l’Europa!…

Perfino il Cattolicesimo, non se lo nascondeva, perfino il Cattolicesimo sarebbe risorto: quella strana fede che si era sempre più accesa ogni qual volta la persecuzione l’aveva oppressa per estinguerla. E tra tutte le forme di fede, il Cattolicesimo sembrava ad Oliviero la più grottesca e tirannica; e però un tale presentimento lo turbava molto più della materiale catastrofe, che, con l’intervento dell’Est, avrebbe insanguinato l’Europa.

Come aveva detto tante volte a Mabel, solo questo poteva sperarsi da un punto di vista religioso: che il Panteismo quietista, il quale aveva, fatto nell’ultimo secolo giganteschi progressi in Oriente ed in Occidente, tra i Maomettani e i Buddisti, tra gli Hindous e i Confuciani, potesse servire a reprimere la soprannaturale frenesia dei loro mistici fratelli. Il Panteismo, come egli lo intendeva, era la sua fede. Iddio era per lui l’insieme degli esseri viventi, in perpetua evoluzione; sua essenza, l’unità impersonale. Quindi la rivalità individuale costituiva la grande eresia che metteva l’uno contro l’altro arrestando il progresso, che, secondo lui, consisteva nell’assorbimento dell’individuo nella famiglia, della famiglia nella nazione, della nazione nel continente, del continente nel mondo. Ed il mondo stesso, in ogni suo momento, non era più che la manifestazione d’una vita impersonale.

Era questa in realtà l’idea cattolica, meno l’elemento soprannaturale; era l’unione dei beni terreni l’abbandono del soprannaturalismo da una parte e dell’individualismo dall’altra: era un tradimento appellare da un Dio immanente ad un Dio trascendente; non esisteva Iddio trascendente: Dio, in quanto poteva esser conosciuto, era l’uomo.

Pertanto Oliviero e Mabel, marito e moglie alla moda, per aver contratto quel matrimonio a scadenza, riconosciuto allora dallo Stato, erano molto lontani dal condividere le idee stupide e grossolane comuni ai puri materialisti. Il mondo per loro palpitava di una vita intensa, che si espandeva sui fiori, sugli animali, sull’uomo, qual torrente di forza meravigliosa scaturito da fonte oscura ad irrigare tutto ciò che partecipa del moto e del sentimento; ed era ancor più ammirabile la divina epopea dell’Universo, appunto perché resa comprensibile alla mente emanata da Lui.

Rimanevano sì dei misteri, ma misteri che lusingavano, invece di sconcertare la mente, spiegando nuove glorie ad ogni scoperta che l’uomo avrebbe fatto. Anche le cose inanimate, i fossili, la corrente elettrica, le stelle lontane erano atomi scossi dallo spirito del mondo, che ci inebria della sua presenza e ci parla della sua natura. L’annuncio, per esempio, dato dall’astronomo Klein venti anni avanti, che alcuni pianeti fossero indiscutibilmente abitati, quale cambiamento non aveva mai prodotto nelle opinioni intorno all’umano destino! Ma poi, condizione unica del progresso, della edificazione di Gerusalemme su questo pianeta, toccato in sorte all’uomo per sua dimora, doveva essere la pace, non la spada che Cristo aveva portata e Maometto abbrutita; pace che nasce dall’intendimento, invece di sorpassarlo, pace che proviene dal sapere che l’uomo è tutto e che solo può evolversi mediante la cooperazione dei suoi simili.

Ad Oliviero ed a sua moglie l’ultimo secolo era apparso come una rivelazione. Morte a poco a poco le vecchie superstizioni, si diffondeva. già la nuova luce; lo Spirito del mondo s’era svegliato; il sole spuntava in occidente. E pertanto, con orrore e ribrezzo stavano per vedere le nubi addensarsi una volta di più su quella parte del mondo, che era stata la culla di tante superstizioni.

Alzatasi frattanto, Mabel si avvicinò allo sposo e gli disse:

– Non ti perdere di coraggio, mio caro! vedrai che tutto finirà come per il passato. Gran fortuna per noi che l’Oriente segua in tutto i consigli dell’America e che questo signor Felsemburgh sia, come pare, del buon partito.

Oliviero le strinse la mano e le diede un bacio.

II.

Mezz’ora dopo, a colazione, Oliviero sembrava grandemente abbattuto. Sua madre, vecchia signora di quasi ottant’anni, che non si era fatta vedere fino a mezzogiorno, se ne avvide subito, e dopo averlo guardato una volta o due rivolgendogli qualche parola, sedette in silenzio davanti alla mensa.

La piccola sala da pranzo, contigua allo studio di Oliviero, era veramente graziosa nel suo addobbo, allora comunemente in uso, di color verde chiaro; le finestre guardavano un giardinetto, ed un’alta muraglia ricoperta di edera segnava il confine. La mobilia di foggia usuale: nel mezzo una gran tavola rotonda, con intorno tre ampie sedie con braccioli ed appoggiatoi convenienti, ed il centro della tavola appoggiato visibilmente su di un largo piedestallo cilindrico sosteneva i piatti. Da trent’anni correva l’uso di collocare la sala da pranzo sopra la cucina; e quello di far salire e discendere le pietanze per mezzo di un apparecchio idraulico era divenuto comune nelle case dei benestanti. Il pavimento era ricoperto di quella preparazione a base di sughero, detta asbesto, inventata in America, silente al tatto e nitida, gradevole perciò tanto ai piedi che agli occhi.

Mabel ruppe la prima il silenzio:

– Lo farai domani, il discorso? – domandò ad Oliviero alzando la forchetta.

Oliviero si animò un poco ed incominciò a parlare. A Birmingham si agitavano reclamando per la seconda volta il libero scambio con l’America, non bastando loro le facilitazioni commerciali con il resto dell’Europa. Ed essendo affidato a lui l’incarico di rimetterli in quiete, voleva in primo luogo persuaderli che si agitavano inutilmente, finché la vertenza tra l’Europa e l’Oriente non fosse appianata; in secondo luogo indurli a non recar fastidi al Governo con tali minutaglie; ma al tempo stesso doveva dir loro che il Governo li avrebbe appoggiati e che il libero scambio sarebbe quanto prima ritornato in vigore.

– Sono una massa di stupidi! – aggiunse crudamente; – stupidi ed egoisti come bambini che gridano a pane dieci minuti prima del pranzo: aspettino un poco, e lo avranno di sicuro! – E tu li tratterai in questa maniera? – Sicuro! dirò loro che sono stupidi! Mabel rivolse allo sposo un’occhiata di compiacenza. Sapeva bene che la popolarità di Oliviero poggiava soprattutto sulla sua franchezza, e che le masse popolari si sentivano con piacere bistrattate e malmenate da una persona intelligente, che parlando balzava e gesticolava con un impeto così affascinante: questo piaceva tanto anche a lei! – Come farai il viaggio? – In velivolo. Prenderò quello delle diciotto a Blackfriars; i1 comizio ha luogo alle diciannove, e sarò di ritorno alle ventuno.

Qui entrò a parlare calorosamente della sua prossima comparsa, mentre la madre lo guardava con il dolce e calmo sorriso di vecchia donna. Mabel martellava mollemente il damasco con le dita….

– Fai presto, caro – disse -: alle tre devo trovarmi a Brighton.

Oliviero inghiottì l’ultimo boccone, mise al posto il suo piatto, osservò se tutti gli altri piatti vi erano, quindi pose una mano sotto la tavola. Ad un tratto il cala-pranzi s’aprì senza far rumore, e i tre commensali rimasero lì, indifferenti al tintinnio delle stoviglie che saliva dal basso.

La vecchia signora Brand era, una donna sana d’aspetto, rosea nelle sue rughe, e portava in capo una veletta come usava cinquant’anni prima. Quella sera però, sembrava anche lei un poco abbattuta, pensando che la comparsa di suo figlio non avrebbe avuto un grande successo; poi non le andavano a genio quelle vivande artificiali; erano gingilli di sabbia, e lo avrebbe fatto notare in seguito.

Frattanto dopo lieve tintinnio e con un rumore di cosa mollemente sospinta, il cala-pranzi ricomparve al suo posto recando la bellissima imitazione di un pollo arrosto.

Dopo colazione Oliviero e Mabel rimasero soli un minuto o due, prima che questa si avviasse per prendere la corsa di quarto grado delle quattordici e mezzo, sulla linea principale di sinistra.

– Che cosa ha mamma? – domandò Oliviero.

– Senti: è quel cibo artificiale! Ella dice che non può assuefarvisi, e non le confà.

– E nient’altro? – No caro; ne sono certa, giacché fino a questo momento non ha detto nulla.

Oliviero aspettò, rassicurato da queste parole, la partenza di sua moglie. Veramente la mamma lo aveva un poco turbato tempo fa con certe parole che le erano uscite di bocca. Educata per pochi anni nel Cristianesimo, pareva serbarne talora qualche residuo di infezione; tant’è vero, si compiaceva di tenere con se un vecchio Giardino dell’Anima; sebbene protestasse il suo sdegno per siffatte assurdità. Tuttavia Oliviero avrebbe preferito che lo buttasse nel fuoco, essendo la superstizione una cosa funesta lasciata viva, e capace di riaffermarsi dentro un cervello indebolito. Il Cristianesimo, come ripeteva tante volte, era una religione barbara e sciocca: barbara per la innegabile stranezza ed assurdità, sciocca per il totale distacco dalla corrente inebriante della vita umana. Sapeva bene che tale credenza si trascinava ancora qua e là nella penombra di qualche piccola chiesa, gridava con sentimentalità isterica nella Cattedrale di Westminster dove, entrato una volta, fu preso dal furore e dalla nausea; non poteva essere altro che un accozzo di strane ed ingannevoli parole per gli incompetenti, i vecchi ed i gonzi. Gli faceva orrore il solo pensiero che sua madre tornasse a riguardarvi con simpatia.

Personalmente, per quanto poteva ricordarsi, era stato sempre contrario alle concessioni accordate a Roma ed alla Irlanda, sembrandogli intollerabile che queste due terre fossero date in balia di sì stupida e perfida insensatezza, divenendo covi di sedizione e pestiferi focolai sulla faccia della umanità: mai si era potuto accordare con coloro, i quali stimavano cosa migliore il concentrare il veleno dell’occidente piuttosto che diffonderlo. Ma, in ogni modo, il fatto era questo: Roma fu rinunciata a quel vecchio vestito di bianco, in cambio di tutte le chiese parrocchiali e cattedrali d’Italia; e qui, si capisce bene, l’oscurantismo medioevale regnava sovrano; e l’Irlanda, conseguito trent’anni prima il Governo autonomo e dichiaratasi cattolica, aveva aperto le braccia all’individualismo più violento. L’Inghilterra aveva acconsentito sorridente, vedendosi libera da chi sa quante sommosse, per l’immediata partenza verso quell’isola, di una metà della sua popolazione cattolica; ed in conformità della sua politica coloniale in senso comunista, aveva concesso tutte le agevolezze all’individualismo, con il fine di spingerlo gradatamente ad una spontanea riduzione all’assurdo.

Frattanto, in Irlanda, accadevano i fatti più curiosi. Oliviero aveva letto, con divertimento amaro, di certe apparizioni…

di una signora con il manto celeste, e di altari eretti dove si erano posati i suoi piedi; ma, in verità, non si era divertito punto per la cessione di Roma, giacché il trasferimento della capitale a Torino aveva tolto alla Repubblica Italiana tutto il suo prestigio sentimentale e coronato la vecchia religiosa follia di una aureola seducente di memorie storiche.

La cosa, per altro, non poteva durar più a lungo: il mondo aveva aperto gli occhi, finalmente! Partita la moglie, rimase alcuni momenti alla porta ad inebriarsi, per sua tranquillità, della splendida visione di reale progresso, che gli si dspiegava davanti: l’interminabile distesa dei tetti, le ampie volte vetrate dei bagni pubblici e dei ginnasi, gli edifici scolastici terminanti a cupola, dove ogni mattina si insegnavano i doveri del cittadino; le gru simili a ragni giganteschi, le impalcature sorgenti qua e là; né lo turbavano le poche punte dei campanili. Laggiù, entro la scura caligine di Londra, spettacolo di bellezza vera, si diffondeva lo sciame immenso degli uomini e delle donne che avevano, dopo tanto, imparata la prima lezione del nuovo vangelo: che non c’è Iddio, ma l’uomo, non il sacerdote, ma il deputato, non il profeta, ma il pedagogo. Quindi ritornò alla composizione del suo discorso.

Anche Mabel stava un poco sopra pensiero, mentre, seduta con il giornale in grembo, filava di corsa sull’ampia linea di Brighton. Le notizie dall’Oriente l’avevano turbata più di quanto ella avesse dimostrato a suo marito; ma ciò nonostante le pareva incredibile che minacciasse un reale pericolo di invasione: la vita in Occidente appariva così sensata e tranquilla!… e, se gli uomini posavano ora il piede su di un fermo terreno, come pensare che sarebbero risospinti nei bassifondi melmosi? Questo contraddiceva a tutte le leggi della evoluzione e del progresso! Mabel non poteva neppure ammettere che i disastri rientrassero nei metodi della natura….

Sedette quieta guardando il minuscolo frammento di notizie; poi lesse l’articolo di fondo, che parve, esso pure, di un contenuto terrificante. Nel mezzo del compartimento vicino due uomini parlavano sul medesimo soggetto: uno descriveva le costruzioni meccaniche del governo da se visitate e la foga che dominava su di esse senza un momento di tregua; l’altro si limitava a fare delle interrogazioni e a proporre quesiti. Tutte cose da incoraggiare fino ad un certo punto. D’altra parte per la mancanza di finestre ella non poteva guardar fuori; e poi su quella linea primaria la intensa velocità le avrebbe impedito di fissare gli occhi su cosa alcuna. Il lungo compartimento, pavesato di eleganti vetrami, racchiudeva dunque tutto il suo orizzonte; ed osservò nella volta bianca del convoglio i deliziosi dipinti dalle cornici di quercia, poi le alte poltrone a molla, i globi che diffondevano dal di sopra quella luce pastosa… poi una mamma ed un bambino che le sedevano di faccia. Finalmente al suono del grande segnale la leggera vibrazione si fece più forte, e, un istante dopo, apertasi automaticamente la porta, Mabel usci sulla piattaforma della stazione di Brighton.

Nel discendere la gradinata che conduceva al piazzale della stazione ella notò avanti a se un prete, che sembrava a primo aspetto un vecchio robusto e ben portante, poiché, malgrado i suoi capelli bianchi, camminava con passo forte e risoluto; ed arrestatosi ai piedi della gradinata e voltosi di profilo le mostrò, con grande sua meraviglia, il viso di un giovine di belle ed energiche fattezze e l’occhio vivace di color grigio sotto il nero sopracciglio.

Quindi Mabel continuò attraverso il piazzale, dirigendosi alla abitazione della zia.

In quel mentre, senz’altro preavviso, all’infuori di un sibilo acuto di su dal cielo, seguirono diverse ed orribili cose.

Una grande ombra oscurò il suolo ai suoi piedi; uno strepito come di qualche cosa che si squarcia attraversò l’aria, seguito da un boato simile all’ansar di un gigante; e, mentre ella si arrestava sbalordita, con nuovo fracasso pari a quello di mille caldaie sfracellate, un oggetto enorme piombò davanti a lei, sul pavimento di guttaperca riempiendo la metà del piazzale, contorcendo nella parte superiore le grandi ali che turbinavano e battevano l’aria quali braccia di estinti orrendi mostri; mentre grida umane si levavano da ogni parte ed incominciava quasi istantaneamente un formicolìo di vite spezzate.

Prima di rendersi ragione dell’accaduto, Mabel si senti spinta in avanti come da una pressione violenta, finché tremando in tutta la persona, venne ad imbattersi in qualche cosa di simile al corpo sfracellato di un uomo che mandava gemiti, disteso ai suoi piedi.

Nel linguaggio articolato che veniva da quel corpo, ella sentì ben distinti i nomi di Gesù e di Maria, poi una voce sussurrarle improvvisamente:

– Mi lasci passare, signora; sono un prete.

Ristette un momento ancora, stordita dall’inopinato avvenimento, e vide, pur senza capirne il motivo, quel giovine prete dai capelli bianchi, inginocchiato, trarre un crocifisso dalla veste aperta sul davanti, poi chinarsi, fare celermente un segno con la mano: dopo di che ella udì un mormorio sommesso in un linguaggio sconosciuto.

Quindi il prete si alzava con il crocifisso in mano, si inoltrava nel pavimento insanguinato da questa o da quella parte come ad un cenno ricevuto. Frattanto dalla scalinata del grande ospedale, a destra, calavano alcuni figuri a capo scoperto, tenendo ciascuno una specie di vecchio mantice da fotografie. A Mabel balzò il cuore di gioia nel riconoscere in quelli i ministri della euthanasia; quindi si sentì come presa per la vita; e rivoltatasi indietro si trovò di faccia una moltitudine che si agitava gridando, dietro una linea di poliziotti e di borghesi, i quali avevano fatto cordone per tenere indietro la gente.

III.

Oliviero fu terribilmente costernato, quando la madre, mezz’ora dopo, corse a lui con la notizia che uno dei battelli volanti governativi era caduto sulla piazza della stazione a Brighton proprio dopo che il convoglio delle quattordici e mezzo aveva scaricati i passeggeri. Egli sapeva bene quel che voleva dire tale notizia, ricordando un avvenimento simile di dieci anni prima, verificatosi appena approvata la legge contro i votanti privati: voleva dire che erano periti tutti quelli che si trovavano dentro il battello e molti più ancora nella piazza dove era caduto… e che cosa dedurne? Il messaggio era più che chiaro: Mabel si trovava di certo in piazza a quell’ora! Spedì un telegramma disperato alla zia per chiedere notizie, e si lasciò cadere tremando sulla poltrona ad aspettare la risposta. Sua madre gli sedeva accanto.

– Piaccia a Dio!… – esclamò per una volta sola; e si arrestò confusa, come se Oliviero le mostrasse corruccio.

Il Fato però fu pietoso, giacché tre minuti prima che Philipps ritornasse con la risposta, Mabel stessa entrava nella stanza, alquanto pallida, ma sorridente.

– Cristo!… – esclamò Oliviero; e diede in un forte singhiozzo balzando dalla sedia.

Poco ella aveva da raccontare non essendo pubblicata finora alcuna relazione del disastro; si diceva però che le ali, da una parte, avevano cessato affatto di funzionare. Descrisse tuttavia quell’ombra, indi il sibilo… il crollo… poi tacque.

– Ebbene, mia cara?… – le domandò Oliviero sedendole accanto ancora pallido e prendendole la mano.

– Ma non sai che c’era un prete?.. – disse Mabel; – lo avevo visto anche prima alla stazione.

Oliviero sorrise nervosamente.

– Ed era là, inginocchiato, con il suo crocifisso, prima ancora che giungessero i medici. Ma, mio caro, è proprio vero che la gente crede tutte queste cose? – In fede mia, si immaginano di crederle, per lo meno! – Il fatto fu così… così inaspettato; e nondimeno egli era là come se lo avesse presentito. Ma, Oliviero, come è possibile che le credano? – Gli è che gli uomini si adattano a creder tutto, purché vengano avvezzi di buon’ora.

– E quell’uomo, voglio dire il morente, anche lui, sai, ci credeva! Me lo dicevano i suoi occhi – Mabel si tacque.

– Cara, ebbene? – Oliviero, che cosa dici tu alla gente, quando muore? – Che cosa dico? ma nulla! che cosa vuoi che dica? Del resto, non ho memoria d’aver veduto morire alcuno.

– Neppure io, fino ad oggi – replicò la giovine con un leggero brivido – Quelli della euthanasia si misero subito all’opera.

Qui Oliviero le strinse con tenerezza la mano.

– Gioia mia, che cosa orribile deve essere stata? tu tremi ancora! – Ma no… Ascoltami: se avessi avuto qualche cosa da dire a quei morenti, gliel’avrei detta volentieri: stavano proprio davanti a me. Avrei voluto, ma mi accorsi di non aver nulla; né mi sarebbe stato possibile mettermi a parlare a loro della umanità! – Cara mia, è una cosa ben triste, ma non devi angustiarti troppo; tutto è passato ormai.

– E per loro… è dunque tutto finito? – Ma sicuro!…

Mabel strinse alquanto le labbra, poi sospirò.

Un pensiero angoscioso l’aveva occupata durante il ritorno, e benché vi riconoscesse un semplice effetto di nervi, non le era riuscito ancora a liberarsene: come aveva detto al marito, ella si era trovata per la prima volta in faccia alla morte.

– E quel prete… quel prete… crede anche lui che tutto sia finito? – Cara mia, te lo dirò io quel che crede; egli crede che quell’uomo a cui ha mostrato il crocifisso, sul quale ha pronunciato alcune parole, sia ancora vivo, nonostante che il suo cervello sia disfatto; non sa, però dove precisamente si trovi: o in una specie di forno a bruciare a fuoco lento, o, per sua fortuna, se quel pezzo di legno produsse il suo effetto, in un luogo posto di là dalle nuvole davanti a tre persone che sono una sola, sebbene siano tre. Crede poi che quivi dimori altra gente, specie una signora vestita di blu, e molti altri individui vestiti di bianco con le teste sotto le ascelle, e più ancora con le teste piegate da una parte; e che tutti con le arpe in mano cantino e suonino senza smettere mai passeggiando sopra le nuvole, e trovando assai gradimento in simile occupazione. Crede altresì che queste graziose creature guardino continuamente a basso verso quelle del forno suddetto, pregando le tre persone di liberarle. Ecco ciò che crede quel prete; vedi bene che è inverosimile! Dirò meglio: sarà bello e poetico, ma non è vero! Mabel sorrise graziosamente. Non aveva mai udito esporre così bene una simile dottrina.

– Tu hai ragione, mio caro! no… non è vero! Ma come può crederci quel prete, che sembrava così intelligente! – Ecco, amor mio; se ti avessero detto fin dalla culla che la luna è una forma di cacio fresco e fino ad ora te lo avessero ripetuto ogni giorno, non penseresti mica a crederlo adesso! Eppure in cuor tuo tu credi che i veri preti siano i ministri della euthanasia senza dubbio! Mabel, soddisfatta si alzò sorridente.

– Oh! Oliviero, come conosci bene tu il segreto della consolazione e del conforto! Quanto ti sono grata! Però bisogna che mi ritiri: mi sento ancora tutta tremante! Attraversando la stanza si arrestò all’improvviso, e mostrò una scarpa.

– Come mai?… – incominciò con voce mancante.

La scarpa aveva una macchia strana color di ruggine.

Oliviero, veduta Mabel rifarsi pallida, corse subito a lei.

– Mia cara, fatti coraggio! Essa lo guardò come per dargliene prova, ed uscì.

Ritiratasi Mabel, Oliviero rimase per qualche momento lì, dove essa lo aveva lasciato. Dio mio! come era felice! E qual vita sarebbe ora la sua senza quella creatura? Nemmeno poteva pensarvi. La aveva conosciuta giovinetta sette anni prima, e dopo un anno di matrimonio le era apparsa come un essere necessario al compimento della sua esistenza.

Certo, il mondo anche senza di lei avrebbe continuato il suo cammino; quanto a sé, egli supponeva che avrebbe potuto vivere lo stesso, ma non gli sarebbe bastato l’animo di farne la prova. Per le sue idee intorno all’amore, nel nodo che lo univa alla moglie, vedeva solo una duplice simpatia di corpo e di spirito; ma in Mabel egli amava la pronta intelligenza e soprattutto i pensieri che rispecchiavano i suoi così esattamente. Erano come due fiamme congiuntesi per formarne una terza più grande. Senza dubbio una fiamma può continuare ad ardere senza l’altra – e difatti un giorno sarebbe stato così – ma intanto quell’ardore e quella luce erano inebrianti! Oh! come godeva che il battello aereo l’avesse risparmiata nella sua caduta! Di una comprensione più giusta della dottrina cristiana non si dava pensiero, ritenendo come indiscusso che i cattolici credessero proprio in quella maniera lì. In coscienza non stimava più blasfemo presentare il Cristianesimo come aveva fatto a Mabel di quel che non fosse il mettere in ridicolo gli idoli Fijan con gli occhi di madreperla, e con la parrucca di crine di cavallo; non eran cose da prendere sul serio, ecco tutto! Aveva, sì, tentato una volta o due in vita sua di rendersi ragione come mai un essere dotato di intelligenza potesse credere simili sciocchezze; ma gli corse in aiuto la psicologia, insegnandogli a spiegare ogni cosa con la suggestione. Sì! questa detestabile dottrina era stata, per tanto tempo di ostacolo al diffondersi di quella euthanasia così splendidamente pietosa! Aveva corrugato un po’ le ciglia ricordando il piaccia a Dio della vecchia madre, aveva riso della povera donna e della sua compassione puerile, ed era ritornato al lavoro con il pensiero – a suo dispetto – rivolto al turbamento della moglie per una goccia di sangue cadutale sulla scarpa…. Sangue? Ma il sangue era una cosa pari ad ogni altra! E come comportarsi alla sua vista? Nel modo che ci suggerisce la splendida dottrina della Umanità, di quel magnifico Iddio che muore, e rinasce diecimila volte il giorno, che è morto ogni giorno come il vecchio, pazzo e fanatico Paolo di Tarso dacché mondo è mondo; ed è risorto non una volta sola come il figlio del falegname, ma tutte le volte che un fanciullo viene alla luce. Questa la risposta; e non era, davvero, più che soddisfacente? Il signor Philipps rientrò un’ora dopo con un altro fascio di carte.

– Nessuna notizia – disse – abbiamo ancora dall’Oriente.

CAPITOLO SECONDO

I.

Nella corrispondenza con il Cardinale Protettore d’Inghilterra Percy Franklin impiegava direttamente due ore, indirettamente quasi tutto il giorno. Da otto anni la Santa Sede aveva modificato la sua regola di condotta conformandosi alle esigenze dei tempi; cosicché ogni importante metropoli del mondo cattolico aveva, oltre un amministratore, anche un rappresentante in Roma, il cui ufficio era di tenersi in relazione con il Papa e con il popolo da se rappresentato. In altre parole, l’accentramento era cresciuto in conformità con le leggi della vita, e con esso anche la libertà di metodo e l’estensione della autorità. Il Cardinale protettore d’Inghilterra era il benedettino abbate Martin, cui Percy, insieme con altri dodici tra vescovi, preti e laici, con i quali però gli era vietata ogni intesa vera e propria, doveva scrivere tutti i giorni una lettera circa gli avvenimenti più importanti, di cui potesse aver notizia. Era perciò una vita singolare quella del P. Percy. Abitava due stanze messe a sua disposizione in Arcivescovado a Westminster, era addetto come membro non mansionario alla Cattedrale, pur conservando sempre la più ampia libertà. Si alzava presto, e dopo un’ora di meditazione celebrava la Messa; poi prendeva il caffè, recitava parte dell’Ufficio, quindi si metteva a stendere con accuratezza la minuta della sua lettera. Alle dieci riceveva i visitatori, e fino a mezzogiorno soleva trattenersi ordinariamente con quelli che venivano per interessi propri, o con i cinque o sei riferitori incaricati di recargli brani di giornali con i loro commenti. Pranzava in comune all’Arcivescovado, e dopo un’ora usciva subito per consultare quelle persone che potevano dare maggiore affidamento nei loro giudizi. Ritornava alle sedici per il tè, e fatta la visita a Gesù Sacramentato e finito l’Ufficio, si metteva alla redazione finale della lettera, che, per quanto breve, richiedeva molta attenzione e critico discernimento. Dopo cena stendeva qualche appunto per il giorno dopo, riceveva nuove visite e si coricava alle ventidue. Poi, due volte la settimana, doveva assistere ai Vespri e cantare la Messa tutti i sabati: una vita, dunque, severa e senza posa, e non scevra di pericoli.

Qualche settimana dopo la visita a Brighton, un giorno, quando stava appunto per finire la lettera, venne il servitore ad annunciargli che il P. Francis lo aspettava al pian terreno.

– Tra pochi minuti – disse Franklin senza alzare gli occhi; vergò le ultime linee, spiegò il foglio, e si mise a rileggere il suo latino traducendolo mentalmente in inglese.

Westminster, 14 maggio.

Eminenza, Da ieri in qua non ho raccolto che poche notizie. Sembra certo oramai che il progetto per l’adozione dell’Esperanto come lingua di stato sarà discusso a Giugno; così mi ha detto Johnson.

Questa, come le ho osservato altre volte, è proprio l’ultima pietra che riattacca 1’Inghilterra al Continente… fatto veramente increscioso ai tempi che corrono. Si prevede l’entrata di molti ebrei nella Massoneria; finora se ne tenevano, fino ad un certo punto, lontani, ma la abolizione dell’idea di Dio ne attira quelli tra di loro, crescenti ogni giorno di numero, che hanno ripudiato la nozione di un Messia personale: è purtroppo la Umanità quella che si fa strada! Oggi ho udito in città parlare a tal proposito Rabbi Simeon, e sono rimasto confuso agli applausi che egli riceveva. Presso altri acquista sempre maggior credito la speranza che debba ora trovarsi un uomo capace di dirigere il movimento comunista e di ridurre in unità compatta tutte le sue forze.

Le accludo su tale soggetto, estratto dal Nuovo Popolo, un verboso articolo, cui fanno eco i sentimenti dei più. Dicono che la causa stessa dovrà suscitare un tale uomo, dopo avere avuto per centinaia di anni profeti e precursori, oggi affatto spariti. E’ strana, per quanto superficiale, la somiglianza di tali idee con quelle cristiane…. L’Eminenza Vostra vorrà notare che una similitudine, quella della nuova corrente è adoperata con particolare eloquenza.

Ho saputo che i Wargraves, antica famiglia cattolica di Norfolk, hanno abiurato il Cattolicesimo, insieme con il loro cappellano Miklem, al quale si dice dovuta in tutto tale apostasia. L’Epoca annuncia il fatto con grande soddisfazione, a causa delle sue circostanze speciali… ma disgraziatamente tali casi sono tutt’altro che rari!… Grande inquietudine in mezzo al laicato. Negli ultimi tre mesi sette preti della Diocesi di Westminster ci hanno abbandonati; d’altra parte annuncio con piacere alla E. V. che l’Arcivescovo ha ricevuto nella Comunione Cattolica il Vescovo anglicano di Carlisle con sei membri del suo clero; il che ci aspettavamo da alcune settimane. Le accludo brani tolti dalla Tribuna, dal London Trumpet, dall’Osservatore, con le mie note. L’E. V. vedrà quanta indignazione ha destato quest’ultimo fatto.

P.S. I Wargraves e gli otto preti dovrebbero esser colpiti di formale scomunica rispettivamente a Norfolk e a Westminster, senza aspettare ulteriori notizie.

Percy posò il foglio, riunì le altre sei o sette carte contenenti gli estratti e le sue sommarie osservazioni, firmò l’ultima e mise tutto dentro una busta stampata.

Quindi, presa la berretta, si avviò verso l’ascensore.

Al suo primo entrare per la vetrata del parlatorio si accorse che la crisi era venuta, se non di già oltrepassata.

P. Francis visibilmente soffriva, ma aveva, altresì qualche cosa di aspro negli occhi e sulle labbra mentre stava ad aspettare. Scosse bruscamente il capo, e disse:

– Padre, son venuto a dirle addio; non ne posso più!…

Percy fece di tutto per non dimostrare il suo turbamento, ed accennatagli una sedia, si pose lui pure a sedere.

– Tutto è finito! – riprese l’altro con voce risoluta. – Io non credo nulla, ma è già un anno che non credo più nulla! – Vuol dire, forse, che non sente, che non sperimenta più nulla? – domandò Percy.

– No, non è questo, padre – replicò l’altro. – Le dico che non mi rimane più nulla; già non potrei neppur discutere in questo momento; non ho che da dirle: Addio! Percy non sapeva che cosa rispondere. Aveva trattato con P. Francis per più di otto mesi, dacché questi gli aveva confidato che la sua fede se ne andava; capiva la lotta amara che doveva straziarlo, e commiserava quella povera creatura, comunque travolta nel turbine vertiginoso della nuova Umanità.

Gli avvenimenti contemporanei esercitavano un’attrattiva terribile: la fede, salvo per chi fosse convinto la volontà e la grazia esser tutto e l’emozione nulla, si trovava nelle condizioni di un fanciullo, che insinuatosi tra i congegni di una immensa macchina, poteva sì o no uscir vivo, ma ad ogni modo abbisognava di nervi d’acciaio per tenersi fermo.

Gli era difficile giudicare fino a qual punto fosse colpevole il suo amico, per quanto convinto in coscienza che egli dovesse realmente ritenersi colpevole. Nei secoli di gran fede la più inadeguata comprensione delle dottrine religiose può sostenere la prova; ma in quelli di critiche investigazioni solamente gli uomini dal cuore umile e puro si possono esporre per lungo tempo al cimento a meno che non siano protetti da un miracolo di ignoranza.

Mentre Psicologia e Materialismo dietro una considerazione unilaterale sembravano poter spiegare ogni cosa, mancava nei più una rigorosa esperienza dei fatti spirituali per comprendere la pratica inadeguatezza di simili dottrine. E, per ciò che riguardava la personale responsabilità del P. Francis, egli non si poteva nascondere che nella religione del suo collega troppa importanza era data al cerimoniale e ben poca alla preghiera. L’esterno riassorbiva l’interno.

Così Percy agì in modo da non dimostrare nei vividi occhi grigi quella compassione che internamente provava.

– Ella pensa, si capisce, che tutto questo avvenga per colpa mia – disse Francis con tono piuttosto aspro.

– Mio caro Padre – rispose Percy, immobile nella sedia, – io so che la colpa è sua! Mi ascolti: Ella dice che il Cristianesimo è assurdo ed impossibile, eppure sa che non è. Potrà essere non vero – lasciamo andar questo, sebbene io sia convinto della assoluta sua verità – ma non può essere assurdo, dacché uomini dotti e virtuosi continuano a credervi.

Dire che è assurdo è effetto di orgoglio, è come ammettere che tutti coloro i quali vi aderiscono siano non solamente ingannati, ma privi di intelligenza ed anche….

– Benissimo! – interruppe l’altro; – faccia conto allora che io ritiri la parola e dica di credere che sia non vero! – Ma lei non ritira nulla – replicò pacatamente Percy – e continua a credere che sia assurdo: me lo ha detto una ventina di volte. Sì! glielo ripeto, è orgoglio… e questo basta a spiegare ogni cosa. Sono le disposizioni morali, quelle che contano soprattutto; forse vi saranno altre ragioni…

P. Francis alzò la testa.

– Oh! la vecchia storia! – disse affettando disprezzo.

– Se mi dà la sua parola d’onore che in questa faccenda non vi è di mezzo la donna, e che lei non si propone il conseguimento di qualche altro fine perverso, io sono disposto a prestarle fede! Ma… ella dice bene, è una vecchia storia!…

– Ed io le giuro che non è vero! – esclamò l’altro.

– Sia ringraziato Iddio, allora! – disse Percy; – vi sarà un ostacolo di meno per ritornare alla fede! Seguì un momento di silenzio.

Percy, in verità, non poteva dire di più. Gli aveva parlato tante volte di quella vita interiore dove la verità si fa manifesta, dove gli atti di fede ricevono la loro conferma; aveva raccomandato la preghiera e l’umiltà, finché non si accorse che tali nomi riuscivano tediosi a P. Francis, il quale rinfacciava al suo collega di consigliare atti di pura auto- suggestione. Questi oramai disperava di poter illuminare un uomo, il quale non si accorgeva che, se l’amore e la fede possono da un punto di vista considerarsi come fenomeni auto-suggestivi, da un altro punto si manifestano come realtà vere, quali sono, per esempio, le facoltà artistiche, ed esigono i medesimi perfezionamenti; e che l’amore e la fede generano la certezza della loro oggettiva realtà, ed effettuano e sperimentano cose, le quali effettuate e sperimentate risultano di gran lunga più reali ed obiettive delle stesse cose sensibili. Per quell’uomo l’evidenza aveva perduto ogni valore.

Egli si tacque depresso ed agghiacciato da quella crisi; guardò distrattamente l’antico e nudo parlatorio, le sue tozze finestre dalle persiane fatte a stuoia, dominato da un pensiero di disperazione per quel povero fratello umano, che aveva occhi e non vedeva, orecchi e non udiva. E desiderò che, datogli l’ultimo addio, si partisse: che cosa rimaneva più da fare per lui? P. Francis, che sedeva con la posa fiacca dell’uomo confuso, parve indovinare il pensiero dell’altro e ad un tratto si alzò dicendo:

– Lei è annoiato di me, e me ne vado! – Oh! caro fratello mio, non sono annoiato, – rispose schiettamente Percy; – solo mi addolora terribilmente il pensare che tutto ciò che lei rinnega è vero! L’altro lo guardò fisso e poi replicò:

– Ed io so che vero non è! Potrà esser bello, potrei desiderare di credervi ancora, penso che non sarò più felice, ma… ma è così….

Percy sospirò.

Gli aveva ripetuto tante volte che il cuore è un dono divino come la mente, e che non tenendone conto per la ricerca di Dio, ci si espone a brancolare tra le rovine. Ma, il prete non aveva mai voluto fare di queste parole una applicazione a se stesso, accampando sempre il vieto argomento psicologico della suggestione che spiega ogni cosa.

– Suppongo, – soggiunse quest’ultimo, – che la romperà del tutto con me! – E’ lei invece – rispose P. Franklin – che la rompe con me! Posso io seguirla, se persiste nelle sue opinioni? – Ma non potremmo restare amici come prima? – Amici? Non è l’amicizia unione di sentimenti? quale sorta d’amicizia può dunque restare tra noi due? L’altro si fece ancora più triste nel volto.

– Eppure non lo vedo impossibile….

– Giovanni!… – esclamò Percy – la cosa è troppo chiara: possiamo pretendere di rimanere amici, quando lei, da una parte, non crede più in Dio? Per questo io sono persuaso che neppur lei lo crede possibile! Francis si alzò.

– Ebbene, sarà come lei vuole! Io me ne vado.

Francis si mosse verso l’uscio.

– Giovanni! – soggiunse Percy – e va via in codesta maniera, senza neppure darmi la mano? L’altro si volse, visibilmente sdegnato.

– Perché ella dice di non poter essermi amico! Percy allora capi e sorrise.

– Oh!… è questo tutto ciò che lei intende per amicizia, nevvero?… Sì, possiamo trattarci cortesemente l’uno con l’altro, se così vuole.

E si alzò calmo porgendogli la mano; Francis lo fissò per qualche istante, mentre le sue labbra tremavano; quindi si mosse nuovamente senza proferir parola.

II.

Percy restò immobile finché udì la campanella automatica annunciare di fuori che P. Francis era veramente uscito; quindi uscì lui pure avviandosi per il lungo vicolo che portava alla cattedrale. Attraversata la sacristia udì il suono dell’organo, ed entrando nella cappella, dove si celebravano le funzioni parrocchiali, si accorse che i Vespri non erano ancora terminati dentro il gran coro. Scese diretto sotto la navata, volse a destra, e, attraversato il centro, si pose in ginocchio.

Volgeva il tramonto. Il vasto e cupo recinto era qua e là rischiarato da sprazzi di luce rossastra che penetrando di fuori si riflettevano sui maestosi marmi e sulle dorature, finalmente compiute per la generosità di un ricco convertito. Si ergeva davanti il coro con una fila di canonici dalle due parti in roccetto e pelliccia; nel mezzo un vasto baldacchino, sotto il quale, ora, come già da più di un secolo, ardevano sei ceri, e più indietro saliva l’ampia linea dell’abside, che terminava su nella volta scura traforata di finestroni, dalla quale la immagine del Cristo dominava nella sua maestà. Percy volse intorno gli occhi per qualche momento prima di dar principio alla preghiera, inchinandosi alla magnificenza del luogo, al coro echeggiante, al modulare dell’organo, alla esile e morbida voce del celebrante. A sinistra rosseggiavano le luci rifratte delle lampade accese davanti a Gesù Sacramentato, a destra dodici candele tremolavano sparse qua e là ai piedi delle scarne immagini, e su in alto pendeva la gigantesca croce, con quel macilento ed esangue Uomo Povero, che tutti coloro i quali miravano a lui, invitava al suo amplesso divino. Quindi nascose il volto fra le mani, mandò due lunghi sospiri, e si dispose a pregare.

Secondo l’usato egli cominciò la sua orazione mentale con un risoluto atto di rinuncia al mondo dei sensi: figurandosi come di dover sommergere una superficie, egli fe’ forza a se medesimo per discendere nell’intimo del suo spirito; finché il cadenzare dell’organo, il rumore dei passi, la durezza del banco, tutto gli apparve esterno ed estraneo, e sentì nella sua persona il solo cuore che palpitava, la sola mente che foggiava immagini sempre nuove, e suscitava emozioni troppo languide per manifestarsi nei loro atti.

Discese poi più profondo rinunciando a tutto ciò che egli era, a tutto quel che possedeva; e gli parve che anche il suo proprio corpo svanisse, e che l’intelletto ed il cuore, trepidanti alla divina presenza, nella quale ritrovavano se medesimi, si riunissero intimamente docili alla volontà di Colui che era loro protettore e signore.

Mandò nuovi sospiri sentendo la divina presenza alitargli dintorno, ripeté meccanicamente alcune parole, e cadde in quella calma che fa seguito al totale rinnegamento di se medesimo. Così rimase per qualche tempo. Echeggiavano dall’alto la musica divina, il clangore delle trombe, il sibilo dei flauti, ma come vani rumori di strada che non turbano chi è immerso nel sonno.

Si trovava ora dentro il velame delle cose, di là dai confini del senso e della riflessione, in quel recesso, la cui via tanti sforzi gli era costata! in quella meravigliosa regione dove ogni realtà apparisce evidente, dove le percezioni vanno e vengono con la rapidità della luce, dove il potere della volontà coglie ora uno, ora quell’atto, gli dà forma e lo esegue, dove tutte le cose si incontrano, dove il vero si conosce si opera e si gusta, dove Dio immanente e Dio trascendentale si unificano, dove l’aspetto esteriore del mondo si rende noto per il suo aspetto interiore, dove la Chiesa con i suoi misteri si vede dal di dentro in un nembo di gloria.

Rimase alcuni istanti raccolto in quello stato, quindi, ritornato in sé, così parlò a Dio: «Eccomi, o Signore, alla vostra presenza; io vi conosco!… non v’è altri che Voi e me… Tutto pongo nelle vostre mani: il Vostro rinnegato prete, il Vostro popolo, il mondo e me stesso… tutto, tutto io dispiego davanti a Voi!…». Qui tacque, per ponderare i suoi atti, finché tutto quel che pensava gli parve giacere siccome un piano ai piedi di un’alta montagna.

«…io stesso, o Signore, senza la Vostra grazia, mi troverei nelle tenebre e nella afflizione; Voi solo mi liberate! Conservate dunque, e compite l’opera vostra dentro l’anima mia, sostenetemi perché non vacilli; ché, se ritraete la vostra mano, eccomi ripiombato nella profondità del nulla!».

Così egli supplicò, tenendo brevemente, in spirito, le braccia tese, pieno di speranza e di confidenza. A questo punto gli parve che la sua volontà vacillasse, e ripeté per renderla ferma gli atti di fede, di speranza, di amore; poi mandò un nuovo lungo sospiro sentendo la divina Presenza agitarsi e fluttuare all’intorno; poi ricominciò : «Signore, mirate il vostro popolo; molti fuggono da Voi. Ne in aeternum irascaris nobis, ne in aeternum irascaris nobis! Io mi unisco ai santi, agli angeli, a Maria regina del cielo; guardate a loro, guardate a me ed esauditeci; emitte lucem tuam et veritatem tuam! la luce, la verità! Non ci gravate di un peso, che noi non possiamo sostenere, perché non rispondete, o Signore?».

Si contorse impaziente in una agitazione di desiderio e di attesa, sentendosi spezzare i muscoli in quello sforzo.

Quindi si ricompose, ed incominciò il rapido corso degli atti muti, che egli conosceva bene essere l’elemento essenziale della preghiera. Gli occhi dell’anima vagavano da un punto ad un altro, dal Calvario al Paradiso, e di nuovo alla terra inquieta e sconvolta. Vide il Cristo morire nella desolazione; mentre la terra tremava e gemeva; Cristo, grande Sacerdote, regnare dal suo trono in un ammanto di luce, Cristo paziente nell’immutabile silenzio delle specie sacramentali, e lo additava nei vari aspetti agli occhi dell’Eterno Padre.

Quindi attese il colloquio, e udì parole tanto tenere, ma che trasvolavano come frecce, in modo che egli versava lacrime e sangue per lo sforzo di fissarle, di comprenderle, di rispondervi. Vide il Corpo Mistico nella agonia, disteso sopra il mondo come su di una croce, muto nel suo dolore, e quei nervi strappati e contorti, finché la passione gli offrì questo quadro a guisa di fulgido lampo: il sangue vivo cadeva a stilla a stilla dalla testa, dalle mani, dai piedi; è il mondo si era assembrato ridendo e scherzando: Ha salvato gli altri e non può salvare se stesso…. scenda il Cristo dalla croce e crederemo in lui. Lontano, dietro le siepi e dentro le grotte, gli amici di Gesù spiavano e singhiozzavano; Maria stessa taceva, trafitta da sette spade; neppure il discepolo che Egli amava aveva una parola di conforto. Vedeva che neppure dal Cielo sarebbe venuta una parola: agli angeli stessi era stato imposto di riporre le spade e di aspettare l’eterna potenza di Dio, poiché l’agonia era appena incominciata e mille errori dovevano prodursi ancor prima che venisse la fine, la somma ultima della crocifissione….

Gli era d’uopo vigilare nell’attesa senza fare altro: la resurrezione doveva apparirgli quasi come una speranza concepita nel sogno. Il sabato non era giunto ed il Mistico Corpo doveva giacere segregato dalla luce, e la dignità stessa della croce ritirarsi nell’oscurità insieme con la conoscenza che il Cristo vivesse ancora. Quel mondo interiore, la cui via gli era costata tanto sforzo, era tutto acceso di angoscia, amaro come il fiele, illuminato da un chiarore scialbo, ultima effusione della sofferenza, e dava alle sue orecchie un suono, il quale cresceva in un grido… e questo grido lo opprimeva, lo trafiggeva, lo distendeva come su di un patibolo….

Dopo, la sua volontà si sentì depressa, sfibrata. – O Signore, mormorò, – è troppo, è troppo grave per me!…

Dopo alcuni istanti egli era nello stato di prima, traendo lunghi e penosi sospiri. Si lambì le labbra riarse, e aprì gli occhi verso l’abside, perché si faceva sempre più scuro.

Taceva ora l’organo, il coro era finito, spente le candele; anche la luce crepuscolare era sparita dalle pareti, e solo torve e gelide facce guardavano dalla volta e dai muri. Era dunque ritornato alla superficie della vita e non ricordava che in modo confuso le cose vedute.

Ma si sentiva in dovere di raccoglierne le fila, di sforzarsi a riconnetterle a sé; pagare ancora il suo tributo al Signore che aveva dato se stesso ai suoi sensi ed al suo spirito. Quindi si alzò esausto ed affranto e si avviò verso la Cappella del SS. Sacramento. Quando egli apparve ben eretto fuori del mucchio delle sedie con la berretta rimessa sui bianchi capelli, vide una vecchia signora che lo guardava attentamente. Esitò per qualche momento nel dubbio che ella fosse qualche penitente; la signora se ne avvide, e si fece avanti.

– Scusi, signore… – incominciò.

Cattolica non era di certo. Percy intanto levò la berretta.

– In che posso servirla? – Scusi, signore, ma… era a Brighton lei, a quell’infortunio di due mesi fa? – Sì, signora!…

– Ah! mi son bene apposta… Mia nuora lo vide, quel giorno! Percy rimase male; si inquietava un po’ d’essere facilmente riconosciuto per i capelli di vecchio ed il viso di giovine.

– Vi era anche lei, signora? Essa gli diede un’occhiata piena di dubbio insieme e di curiosità, squadrandolo dal capo ai piedi; quindi raccoltasi, rispose:

– No, signore! fu la mia nuora. Le chiedo scusa, signore, ma….

– Dica pure!… – soggiunse Percy, facendo di tutto per celare ogni minima impazienza nella sua voce.

– Sarebbe lei l’Arcivescovo, signore? Il prete sorrise mostrando i bianchi denti.

– Oh! no… signora! non sono che un povero prete. L’Arcivescovo è il Dr. Cholmondely. Io sono il Padre Percy Franklin.

La vecchia signora non aggiunse parola, ma, guardandolo sempre, gli fece un inchino all’antica.

Percy entrò nell’oscura e maestosa cappella per terminare le sue preghiere.

III.

Quella sera al refettorio dei preti si faceva un gran parlare intorno alla diffusione della Frammassoneria. Il fatto si verificava da parecchi anni, ed i cattolici ben riconobbero il pericolo che li minacciava, giacché la professione massonica e la fede cattolica eran dichiarate incompatibili da qualche secolo per la risoluta condanna inflitta dalla Chiesa alla Massoneria. Ognuno dovea decidersi tra quest’ultima e la sua fede religiosa.

Molti fatti straordinari vennero alla luce durante l’ultimo secolo. Prima fu l’assalto organizzato contro la Chiesa di Francia; quello che i Cattolici avevano sempre sospettato, divenne certezza per le rivelazioni del 1928, quando il P.

Gerolamo, domenicano ed ex-massone, rese noti tanti misteri intorno ai Liberi Muratori. I cattolici avevano avuto indubbiamente ragione; e la Massoneria, per lo meno negli alti gradi, fu ritenuta responsabile in tutto il mondo dell’insolito movimento contro la religione. Se non che il P. Gerolamo morì nel suo letto, e tutto fu finito. Le splendide donazioni in Francia ed in Italia ad Ospedali, ad Orfanotrofi e ad altri istituti di beneficenza fecero dileguare i sospetti, in modo che la Massoneria per cinquanta anni e più poté passare davanti alla pubblica opinione per una vasta società filantropica. Ora i dubbi ricominciavano daccapo.

– Mi è stato detto che Felsemburgh è massone – osservò Mons. Macintosch, l’amministratore della Cattedrale -; gran maestro o giù di lì.

– Ma Felsemburgh chi è? – domandò un giovine prete.

Monsignore raggrinzò i labbri e tentennò il capo. Era uno di quegli umili individui, così fieri della propria ignoranza come altri potevano essere della propria scienza; si vantava perfino di non aver letto opera alcuna che non portasse l’imprimatur, perché, come soleva ripetere, un sacerdote deve proporsi come fine la conservazione della sua fede e non l’acquisto della scienza mondana. Percy in più d’una occasione, gli aveva quasi invidiato il suo punto di vista! – Felsemburgh è un mistero – disse un altro, il P. Blackmore – ma pare che egli abbia destato la commozione generale: oggi sulla banchina si vendeva la sua biografia.

– Incontrai tre giorni fa un senatore d’America – soggiunse qui Percy – e mi disse che anche là di Felsemburgh non conoscono altro che la meravigliosa eloquenza. E’ apparso da un anno sulla scena del mondo, e già sembra tirarlo tutto dietro a se con un metodo veramente originale; è altresì un grande linguista, e lo hanno mandato per questo ad Irkutsk.

– Bene!… Per ritornare ai massoni – continuò Monsignore – la faccenda è seria davvero: nell’ultimo mese quattro miei penitenti hanno lasciato la Chiesa per ascriversi alla Massoneria.

– L’arruolamento delle donne è stato un vero colpo da maestro – mormorò il P. Blackmore, mescendosi del claretto.

– E’ strano che abbiano esitato così a lungo a tal uopo – osservò Percy.

Altri due preti confermarono i fatti; essi pure avevano recentemente perduto dei penitenti a cagione della Massoneria. Si diceva che fosse imminente la pubblicazione di una Pastorale in proposito.

Monsignore tentennò il capo come per fare un cattivo presagio, e disse:

– Ci vorrebbe altro!…

Percy ricordò che la Chiesa aveva già detto l’ultima parola alcuni secoli avanti scomunicando i membri di tutte le società segrete; e con questo aveva fatto quanto era in suo potere.

– Salvo il rammentare senza tregua tale proibizione ai suoi figli – soggiunse Monsignore -. Predicherò domenica prossima su questo punto! Rientrato in camera, Percy fece un segno ad una delle note già prese, sembrandogli opportuno aggiungere qualche altra osservazione intorno alla Massoneria nella lettera al Cardinale Protettore. Quindi aprì le sue lettere private, facendosi da quella che riconobbe spedita dal Cardinale.

Coincidenza strana, tra le domande che in essa gli rivolgeva il Cardinale Martin, egli ne trovava una proprio su questo medesimo soggetto: «Che cosa si dice della Massoneria? Corre voce che Felsemburgh sia massone. Raccolga più notizie che può intorno a lui. Mandi qualche sua biografia americana od inglese. Continuano ancora le apostasie dei Cattolici a cagione della Massoneria?».

Scorse anche le altre domande; esse erano soprattutto in relazione con le note precedentemente spedite, ma vi si faceva due o tre volte il nome di Felsemburgh.

Posò la lettera e si mise a pensare.

Cosa strana che il nome di quell’uomo fosse sulla bocca di tutti, sebbene poco o nulla si sapesse di lui! Percy aveva comperato per curiosità tre fotografie che pretendevano di essere la vera effigie di quel singolare personaggio: una delle tre poteva darsi che fosse autentica; le estrasse da un casellario, e se le distese davanti. La prima rappresentava un omaccio feroce, barbuto come un cosacco e con gli occhi stralunati. Evidentemente questa era spuria: non doveva essere altro che il prodotto della immaginazione grossolana nel foggiarsi un uomo che esercitava tanto potere sull’Oriente.

La seconda mostrava una faccia piuttosto grassa, con gli occhi piccoli ed il pizzo sul mento; questa poteva esser genuina, molto più che portava a tergo il nome di una ditta di New-York.

Osservò infine la terza. Questa presentava un viso oblungo, completamente sbarbato, con un paio di lenti sul naso; viso intelligente senza dubbio, ma poco energico, mentre Felsemburgh doveva essere di una energia straordinaria.

Percy inclinò a credere che la più probabilmente genuina fosse la seconda; ma di certo non si poteva, stabilir nulla. Le confuse sbadatamente insieme e le rimise al posto. Quindi, appoggiati i gomiti sulla tavola, si mise a pensare. Richiamò alla mente le notizie su Felsemburgh fornitegli da Mr. Varhaus, senatore americano; ma neppur queste erano tali da spiegare i fatti.

Felsemburgh, secondo la versione comune, non seguiva i metodi usuali della politica moderna: non sorvegliava la stampa, non deprimeva né sosteneva alcuno, non aveva subalterni fissi, ed era alieno dalle corruttele. Insomma nessun particolare difetto di quelli comuni agli uomini politici gli si poteva rimproverare; anzi sembrava che la sua originalità consistesse nell’avere in quel momento le mani nette ed un passato senza macchia, più che nel suo carattere affascinante. Si poteva dire il tipo del cavaliere antico: puro, schietto, seducente come un candido fanciullo; egli aveva sorpreso i popoli sorgendo come visione dalle fosche acque sconvolte del socialismo americano, da quelle acque così accanitamente arrestate nel loro irrompere rovinoso dopo lo straordinario rivolgimento sociale suscitato dai discepoli di Mr. Heart un secolo fa. Fu allora che la plutocrazia ebbe fine. La famosa legge sui vecchi nel 1924 aveva sgonfiato alcune delle più fetenti vesciche di quel tempo, e i decreti del 1926 e 27 tendevano ad impedire che si rigonfiassero daccapo per riconquistare in qualche modo la potenza di prima.

Questo salvò indubbiamente l’America, sebbene in una maniera così triste e così poco poetica a descriversi. Ed ora dal basso piano socialista si levava questo eroe leggendario, che non rassomigliava alcuno dei precedenti… Così riferiva il senatore….

Ma era un affare troppo complicato per il momento, e Percy pensò ad altre cose.

Si guardò attorno, pensò che il mondo circostante era stanco e sfibrato; nessun uomo gli ispirava fiducia, nessuno mostrava una attività tale da prendere in considerazione. Non avrebbe voluto criticare i suoi colleghi di sacerdozio….

ma per la infinitesima volta non poteva fare a meno di constatare che essi non erano uomini atti a fronteggiare la situazione. Non che egli si stimasse da più! riconosceva anzi la propria incompletezza, e, pur troppo ne aveva avuto prova nelle sue relazioni con il P. Francis e con tanti altri, i quali negli ultimi dieci anni si erano rivolti a lui nelle crisi spirituali.

Ed anche l’Arcivescovo, santo quanto ce ne poteva entrare, con tutta la sua fede bambina, era uomo da guidare i cattolici inglesi e confondere i loro nemici? No! in questo mondo era finita per gli uomini grandi! e che farci pertanto? Egli nascose il viso tra le mani.

Ecco: alla Chiesa occorreva un nuovo ordine religioso. Quelli antichi furono regole-limiti per correggere e non commetter difetti; ora si richiedeva un ordine senza tonsura od abito speciale, senza tradizioni o costumi; un ordine, i cui membri non dovevano distinguersi se non per l’intero e cordiale sacrificio di se medesimi, un ordine alieno dal menar vanto dei privilegi anche più santi e senza un passato storico più o meno glorioso in cui trovare compiacente rifugio. Doveva costituire come i franchi-tiratori dell’Esercito del Cristo, come erano stati i Gesuiti, ma senza quella reputazione fatale, dovuta non alle loro colpe…. Ma, occorreva un fondatore… – Quale, in nome di Dio? – Un fondatore nudus sequens Christum nudum… sì, dei franchi tiratori, preti, vescovi, laici e donne con i tre voti ed una clausola speciale che vietasse soprattutto e per sempre il possedimento della ricchezza in comune. Ogni donazione doveva consegnarsi al Vescovo di quella diocesi in cui era stata fatta, al quale spettava di provvedere a tutti il necessario alla vita ed al lavoro. Oh! un ordine simile, che cosa non avrebbe potuto fare?…

Ma egli era fuori della realtà, in un mondo di poetiche fantasie!… Allora ritornava in se e si chiamava pazzo! Non era forse antico il progetto quanto i Colli Eterni, e vano di pratici risultati? In verità la fondazione di quell’ordine fu il sogno di ogni fervente cristiano fin dal primo anno della nostra salute. Sì… egli era un pazzo!… Ma ritornò a pensarci ancora.

Qualche cosa di simile ci voleva contro i Massoni; ed anche le donne!… Non erano progetti innumerevoli andati a vuoto, per aver dimenticata l’influenza che può esercitar la donna? Non fu tale trascuratezza quella che rovinò Napoleone? Dopo aver confidato in Giuseppina che lo deluse, egli non confidò in nessun’altra donna….

Nella Chiesa Cattolica le donne dovrebbero prestare non opera direttiva, ma lavoro domestico ed attendere alla educazione. Ma non vi era posto per altre attività all’infuori di queste?.. Impossibile pensarvi; tali cose non spettavano a lui! Se il papa Angelico che regnava ora in Roma non ci aveva pensato, perché avrebbe dovuto occuparsene un pazzo e vano prete in Westminster? Così ancora una volta si percosse il petto e riprese il breviario. Terminato, una mezz’ora dopo, il divino ufficio, ritornò ai suoi pensieri, e questa volta al povero padre Francis: che cosa stava egli facendo adesso? aveva forse gettato via il collare romano dei servi di Cristo? infelice!… E lui stesso, Percy Franklin, fino a qual punto era responsabile di quella apostasia? Quando, dopo un leggiero colpo alla porta, comparve P. Blackmore per fare un po’ di conversazione prima d’andare al riposo, Percy gli narrò il caso.

P. Blackmore si levò la pipa di bocca e sospirò profondamente.

– Io sapevo che doveva finir così, – disse.

– Ben!…

– E’ stato abbastanza onesto. – spiegò Percy, – mi disse otto mesi fa di essere agitato da dubbi.

P. Blackmore si rimise a fumare, pensieroso.

P. Franklin, le cose, in realtà, sono molto serie; è la medesima storia dappertutto. Che cosa sta per accadere nel mondo? Percy tacque, meditando la risposta.

– Mi sembra che quaggiù cammini tutto ad ondate… .

– Lei dice? – O come? P. Blackmore lo guardava attentamente.

– A me sembra invece che tutto si trovi in una calma mortale. Si è mai trovato ad un tifone in mezzo al mare? Percy fece cenno di no.

– Ebbene! la calma è il peggior malaugurio; il mare è quieto come l’olio, ci sentiamo mezzi morti, non possiamo far nulla, e dopo viene la tempesta.

Percy lo guardava a sua volta con attenzione. Era nuovo questo modo di parlare in bocca del suo interlocutore.

– La storia è là ad insegnarci che la calma ha preceduto le più grandi burrasche: così fu prima della guerra d’Oriente, prima della rivoluzione francese, prima della riforma. Ora tutto è quieto in mezzo ai flutti oleosi, come ottant’anni fa in America. P. Franklin, io penso che ci sia qualche cosa per aria….

– Si potrebbe sapere? – disse Percy chinandosi avanti.

– Ebbene, io vidi il signor Templeton la settimana antecedente alla sua morte… è lui che mi ha messo in testa quest’idea.

Veda padre, può darsi che ci cada sopra le spalle quest’affare di Oriente; ma, comunque sia, non lo credo! mi sembra invece che qualche cosa di sinistro vada maturandosi per la religione… Padre, ma… in nome di Dio, chi è Felsemburgh? Percy, colpito dall’improvviso ripetersi di questo nome, stralunò gli occhi e rimase per un momento senza parole.

Fuori, la notte estiva, silenziosa; un lieve tremolio si ripeteva di quando in quando dalla linea sotterranea, che passava una ventina di metri più in là; ma sulle vie, nelle vicinanze della Cattedrale, regnava la calma più grande. Solo un grido echeggiò lontano, come se un malaugurato uccello migratorio avesse attraversato lo spazio fra Londra e le stelle; e poi un altro grido di donna, sottile e penetrante si fece sentire dalla parte del nume. In tutto il resto, solennità, maestosa, nel mormorio che dominava senza tregua le ore del giorno e della notte.

– Sì, Felsemburgh!… – continuò P. Blackmore. – Quest’uomo non vuole uscirmi di mente. E pertanto; che so io di lui, che ne sanno gli altri? Percy si lambì le labbra prima di rispondere, e trasse un lungo sospiro per attenuare i palpiti del cuore. Non sapeva spiegare a se stesso la propria commozione… Dopo tutto, chi era quel vecchio Blackmore che lo costernava coi suoi timori? Ma il vecchio Blackmore prevenne la risposta.

– Guardi come la gente abbandona la Chiesa: i Wargraves, gli Henderson, Sir James Bartlet, Lady Magnier e poi tutti questi preti! e non sono tutti persone volgari; così fosse! sarebbe allora più facile il dirlo. Quel Sir James Bartlet… un uomo che per la Chiesa ha speso metà del suo patrimonio, e non lo rimpiange; solo dice che avere una religione è meglio che non averne affatto, ma per conto suo non può credere ad alcuna. Che mai vuol dire tutto questo?.. Padre, c’è qualche cosa per aria, glielo dico io… Iddio io sa!… E intanto questo Felsemburgh non vuole uscirmi di testa… Padre Franklin….

– Dica!…

– Non vede quanto pochi tra noi sono gli uomini veramente grandi? Sconta quaranta ed anche trent’anni fa, quando avevamo Maron, Selborn, Sherbrock e tanti altri! e per arcivescovo Brightman! Adesso li hanno i Comunisti.

Braithwaite, morto quindici anni fa, era, senza dubbio, un uomo abbastanza gonfiato: meno male che parlava sempre del futuro e mai del presente! Ma d’allora in poi ci hanno avuto ben altre persone, e adesso quest’uomo nuovo che nessuno conosce, che affermatosi un solo mese fa in America, ha oggi il proprio nome sulla bocca di tutti. Proprio così! Percy corrugò la, fronte, e disse:

– Non sono mica sicuro d’aver bene inteso tutto quel che ella mi ha detto! P. Blackmore scosse la pipa; quindi, alzatosi, rispose:

– Ma è ben questo: io non posso allontanare il pensiero che Felsemburgh stia per fare qualche cosa; quale, io non so; per noi o contro di noi, io non decido. Ma… lo tenga bene a mente, è massone… Bene, bene! Adesso la sfido a provare che io sono una vecchia bestia; buona notte! – Un momento, padre!… – replicò pacatamente Percy. – Mio Dio! che intende mai dire? E si fermò sull’uscio a guardarlo. Il vecchio prete aveva gli occhi stralunati sotto le folte sopracciglia, ed a Percy sembrò che egli paventasse di qualche cosa, nonostante quella insolita parlantina; ma non gli diede altro indizio.

Percy rimase in piedi, finché non fu chiusa la porta; quindi ritornò al suo inginocchiatoio.

CAPITOLO TERZO

I.

Da una finestra del Nuovo Ammiragliato in Piazza Trafalgar, la vecchia signora Brand e Mabel aspettavano il discorso che Oliviero doveva pronunciare per il cinquantesimo anniversario della Legge sui Poveri.

Era uno spettacolo che rianimava, vedere la moltitudine immensa addensarsi intorno alla statua di Braithwaithe in quello splendido mattino di giugno. Il celebre statista, morto quindici anni prima, era riprodotto nel suo famoso atteggiamento: le braccia distese e un po’ cascanti, la testa eretta e un piede a mezzo passo; e, secondo un’usanza che diveniva sempre più comune, ricoperto per la solennità della occasione, di tutte le sue insegne massoniche.

Fu lui, che diede l’impulso più efficace a quel movimento segreto contro la religione, dichiarando alla assemblea che la chiave del progresso e della fratellanza, universale stava nelle mani dell’ordine massonico, per mezzo del quale soltanto si sarebbe potuta combattere la falsa unità, della Chiesa con la sua fantastica fratellanza spirituale. S. Paolo, sentenziava Braithwaithe; ebbe ragione nel suo desiderio di cancellare i confini tra popolo e popolo, ma ebbe torto di esaltare Gesù Cristo. Con simili dichiarazioni preludeva al suo discorso intorno alla questione dei poveri, additando la carità vera che esisteva tra i massoni indipendentemente da qualsivoglia motivo religioso, ed appellandosi alle segnalate beneficenze della Massoneria sulla rimanente Europa. Così, tra l’entusiasmo dell’approvazione di quel progetto la Loggia acquistò un numero considerevole di nuovi adepti.

La vecchia signora Brand si sentiva meglio del solito quel giorno, ed osservava con manifesta commozione la gran folla che si accalcava per ascoltare la parola di suo figlio. Un palco era stato eretto intorno alla statua di Braithwaithe ad una altezza tale da sembrare lui stesso, sebbene un poco più elevato, uno degli oratori; e questo palco era adorno di fiori, sormontato da cielo come un pergamo, e fornito di tavolino e di sedia. L’intera piazza rigurgitava di teste umane e risonava del brusìo di mille voci, dominate di quando in quando dal clamore delle trombe e dal rullo dei tamburi al passare delle Società di Beneficenza e delle Fratellanze Democratiche, precedute ciascuna dalla propria bandiera, che sfilavano dai quattro punti cardinali, dirette al posto riservato loro intorno al palco. Le finestre brulicavano per tutto di volti – ampie tribune erano state erette lungo la facciata della Galleria Nazionale e della Chiesa di San Martino -: sfondi scuri dietro le mute, bianche statue, poste in giro sulla piazza con il viso volto in fuori, da Braithwaite, che restava di faccia (sparite le Vittoriane di John Davidson, John Burns e di altri) ad Hampden e de Montfort dalla parte del nord.

L’antica colonna con i suoi leoni non c’era più.

Nelson non aveva trovato grazia presso l’Entente Cordiale e neppure i leoni presso l’arte nuova: nel posto già occupato da loro si distendeva un largo marciapiede, interrotto da gradinate che conducevano alla Galleria Nazionale. Sopra i tetti si disegnavano fitti fregi di teste umane sullo sfondo del brano cielo d’estate. I giornali della sera riferivano che dal palco si potevano ad occhio e croce giudicare adunate sulla piazza un centomila persone. Quando suonò l’ora fissata, due uomini uscirono di dietro la statua e si avanzarono; e nel medesimo istante il mormorio delle voci eruppe in un fragoroso evviva.

Veniva primo Lord Pemberton, vecchio ben portante, dai capelli grigi, il cui padre aveva fatto tanto per abbattere, sessanta anni prima, quella Camera di cui faceva parte. Degno successore del padre suo, egli era membro del Governo, rappresentava il terzo collegio di Manchester, e doveva presiedere la cerimonia in tale fausta ricorrenza. Dietro a lui, attillato e a capo scoperto, veniva Oliviero; e nonostante la distanza, la madre e la moglie potevano osservarne il fare disinvolto, lo spontaneo sorriso ed il saluto grazioso, allorché il suo nome spiccò fuori da quella tempesta di voci tumultuanti intorno al palco.

Lord Pemberton, fattosi avanti, accennò con la mano, ed in un istante il fitto applauso fu soffocato da un improvviso rullio di tamburi; dopo di che risonarono le prime note dell’Inno Massonico. Senza dubbio quei Londinesi sapevano cantare: sembrava che la voce di un gigante avesse intonato il sonoro motivo, con un entusiasmo che raggiunse il massimo grado, quando i corpi musicali riuniti attaccarono anch’essi accompagnando il canto, proprio come un’asta la propria bandiera. L’inno, composto dieci anni prima, era divenuto popolare in Inghilterra. La vecchia signora Brand sollevò automaticamente il foglio che ne conteneva il testo e lesse il primo verso che conosceva molto bene:  Signor, che domini la terra e il mare….

Scorse poi gli altri versi, concepiti con ardore insieme e con abilità dal punto di vista umanitario. Il loro andamento religioso era tale, che un cristiano poco accorto li avrebbe potuti cantare senza scrupolo; eppure il senso era sufficientemente chiaro: l’antica umana credenza che l’uomo sia tutto. Vi erano introdotte perfino alcune sentenze di Cristo, come le seguenti: il regno di Dio risiede entro il cuore dell’uomo; la più grande di tutte le grazie è la carità.

Si volse a Mabel, e vide che ella cantava con tutta l’anima, fisso lo sguardo sulla bruna figura dello sposo cento metri più in là, ed effondendo per gli occhi tutto l’ardore del suo spirito; poi anche la madre incominciò a muovere le labbra unendosi al coro di sì vasta mole di suoni.

Terminato l’inno, e prima che ricominciassero gli applausi, lord Pemberton si affacciò al parapetto del palco, e con voce fine e bene intonata spifferò una sentenza o due attraverso il flebile crosciare delle fontane lì accanto. Quindi si ritrasse e comparve Oliviero.

Le due signore erano troppo lontane per sentirlo parlare; perciò Mabel, lasciato un foglio nelle mani della madre, ansiosa e sorridente si sporse avanti tendendo l’orecchio. Intanto la vecchia signora Brand scorreva quella stampa, che riassumeva il discorso di Oliviero, considerando che non avrebbe potuto udire la sua parola.

Nell’esordio egli ringraziava tutti quelli che si trovavano presenti ad onorare il grand’uomo, il quale, dall’alto del suo piedestallo presiedeva la commemorazione di sì fausto anniversario. Dava poi uno sguardo al passato paragonando l’Inghilterra di oggi con quella di una volta: cinquanta anni or sono, così l’oratore, la povertà si stimava un’onta, non più così adesso. Non nella povertà in sé, ma unicamente nelle sue cause deve consistere il disonore o l’onore. Chi non dovrebbe onorare un uomo sacrificatosi per servire la patria, o sopraffatto da calamità che egli non poté superare?.. E passava in rassegna le riforme approvate cinquanta anni prima di questo gran giorno, in cui una volta per sempre la nazione consacrava l’onore della povertà e la simpatia dell’uomo verso i diseredati. E concluse la prima parte del discorso con un inno di lode alla povertà nobilmente sopportata, aggiungendo pochi periodi intorno alla legge sulla riforma delle prigioni.

La seconda parte fu un vero panegirico di Braithwaithe, tratteggiato come precursore di un movimento di idee che incominciava or ora.

La vecchia signora si appesantì sulla poltrona e guardò attorno.

Stavano le signore ad una finestra loro riservata in due apposite poltrone che ne occupavano il vano; ma immediatamente dietro erano in piedi e silenziose altre persone, tra le quali due donne ed un vecchio, e sporgevano a più non posso il capo ascoltando a bocca aperta. La loro manifesta attenzione produsse nella vecchia signora un po’ di vergogna d’essersi distratta, e tornò risolutamente a guardar sulla piazza.

Oh!… il panegirico era per finire! quella piccola e bruna figura si ritraeva qualche passo vicino alla statua e con le braccia in alto si aggirava per i vari punti del palco additandola agli spettatori, mentre un subisso di applausi soffocava in un istante la esile e chiara voce. Quindi ricomparve, facendo da buon attore un mezzo inchino, mentre scrosci di risa increspavano più qua e più là quel brulichio di facce umane. Ella udì un fischio indeciso dietro la sedia, e nello stesso momento un grido di Mabel… Che cosa accadeva? Una forte detonazione: e la gesticolante figura di Oliviero vacillava un passo indietro; il vecchio Pemberton correva a lui sull’istante, mentre un subbuglio violento, minaccioso, rabbioso come acqua che batte spumeggiando sulla roccia, gonfiava verso un punto immediatamente fuori dello spazio riservato alle bande musicali e proprio di faccia al palco.

La signora Brand, confusa, sbalordita, provò ad alzarsi afferrando le sbarre della finestra, mentre Mabel la stringeva a sé, dicendole fra il pianto, qualche cosa che ella non poté udire. Grande rumore aveva riempito la piazza, e le teste ondeggiavano ora di qua, ora di là, come biade ad una folata di vento. Intanto Oliviero si era avanzato ancora accennando e gridando in modo che ella poté vedere i suoi movimenti; quindi ricadde sulla poltrona, mentre il sangue le correva entro le vecchie vene, ed il cuore le martellava sotto la gola.

– Mia cara! mia cara! che cosa è successo? – domandava singhiozzando.

Mabel però stava in piedi, con gli occhi rivolti al marito; un rapido mormorio di parole e di esclamazioni si fece sentire dietro a loro, nonostante le grida tumultuose che salivano dalla piazza.

II.

Quella sera Oliviero narrò in famiglia il fatto per esteso stando adagiato sulla poltrona e con un braccio fasciato al collo.

Correre a lui in quel frangente sarebbe stato impossibile alle due donne: tanta agitazione infuriava sulla piazza; le aveva perciò informate per mezzo di un messo di aver ricevuto una leggera ferita e di trovarsi per il momento nelle mani dei medici.

– Era un cattolico!… – esclamò Oliviero con il volto acceso d’ira; – ed aveva premeditato il colpo; tant’è vero la sua rivoltella fu trovata carica, ma questa volta non c’è stato posto per il prete! Mabel, avendo letto sui pubblici affissi alcuni particolari del caso incorso ad Oliviero, confermò con un lieve cenno del capo le sue parole.

– Lo hanno ucciso, calpestandolo e strangolandolo in un batter d’occhio, – aggiunse Oliviero. – lo, avete veduto, ho fatto il possibile, pur ritenendo ora che in quella maniera abbia patito meno! – Caro… tu hai fatto per lui quanto hai potuto, nevvero?… – disse qui, ansiosa la vecchia signora.. # – Mamma, per quanto mi sia raccomandato, non mi hanno voluto dar retta.

Mabel si piegò avanti….

– Oliviero, io parlerò da sciocca, ma… sarebbe stato meglio che non lo avessero ucciso.

Oliviero le sorrise; conosceva bene la sua tenerezza.

– Quanto sarebbe stato più umano!…

Mabel tacque, e si ricompose sulla sedia.

– Ma perché – soggiunse poi – quello sciagurato ti colpì proprio in quel momento? Oliviero diede un’occhiata alla mamma, che faceva tranquillamente la calza; quindi, misurando le parole, rispose:

– In quel punto io dicevo che Braithwaithe aveva fatto più con un solo discorso che Cristo e tutti i suoi santi presi insieme.

Qui vide i ferri da calza rimaner fermi per la seconda volta tra le mani della madre; quando ebbero ripreso il loro movimento, soggiunse:

– Però l’intenzione sua era di uccidermi a qualunque costo! – E come si scoprì che era cattolico? .. chiese ancora la giovine.

– Dal rosario che gli fu trovato indosso; allora ebbe appena il tempo di invocare il suo Dio! – Che altro si sa di lui? – Nient’altro. Era, del resto, vestito assai bene.

Oliviero si abbandonò un poco sulla poltrona chiudendo gli occhi, poiché il braccio gli martellava penosamente.

Con tutto ciò egli si sentiva felice; ferito da un fanatico, sofferente per una causa sì grande, aveva naturalmente con se le simpatie dell’Inghilterra intera. Infatti nella stanza attigua il signor Philipps non riparava a rispondere a tutti i telegrammi che arrivavano ogni momento. Caldecott primo ministro, Maxwell, Snowford e cento altri avevano mandato subito le loro congratulazioni e da ogni parte dell’Inghilterra, affluivano messaggi sopra messaggi.

Gran fatto, per i Comunisti, il loro oratore assalito nell’adempimento del dovere, nel parlare in difesa dei suoi principi! e non si può calcolare quanto se ne avvantaggiassero, con danno visibile degli individualisti, i quali in fin dei conti non potevano più vantarsi d’avere i martiri esclusivamente nel loro partito.

Enormi affissi elettrici avevano proiettato su Londra in lingua Esperanto, la relazione succinta del caso, quando Oliviero, sul tramonto, si disponeva ad entrare nel convoglio.

«Oliviero Brand, ferito… Cattolico assalitore… Indignazione della Cittadinanza… La sorte ben meritata dell’assassino».

Era però contento d’aver fatto del suo meglio per salvargli la vita; perfino in quel momento di repentino ed acuto dolore aveva invocato un giusto e regolare processo, ma troppo tardi: vide due occhi sbarrati, roteare dentro le occhiaie sopra la faccia rossa del delinquente, e un’orrida smorfia apparire e sparire, intanto che cento mani gli afferravano e gli laceravano la strozza. Poi non vide più quella faccia, ma un violento calpestio là dove essa era sparita. Oh! l’entusiasmo e la lealtà non erano morti nel cuore degli Inglesi!. ..

Frattanto la vecchia signora Brand si alzò ed uscì senza proferir parola; e Mabel rivoltasi ad Oliviero, gli posò una mano sulle ginocchia.

– Caro, ti affatica troppo il parlare? Oliviero aprì gli occhi.

– No, tesoro!… tu stessa lo vedi… Perché? – Quali saranno le conseguenze di tutto questo? Oliviero si rianimò un poco mirando attraverso la persiana quello spettacolo di incanto; dappertutto fulgore di luci, un mare di placide lune sopra le case, e in alto il misterioso celeste cupo di una sera d’estate.

– Le conseguenze?.. ma… non potranno essere altro che buone. Già, qualche cosa bisognava che accadesse; credi, mia cara, che talvolta sentivo proprio mancarmi il coraggio, ma non sarà più così! Più d’una volta ho temuto che noi fossimo proprio sul punto di perdere tutto il nostro prestigio e che i vecchi Tories avessero un po’ di ragione, quando predicevano il fallimento del Comunismo. Ma, dopo questo….

– Ebbene?…

– Ebbene! noi abbiamo dimostrato di saper versare anche il sangue per la nostra causa, e proprio nel momento opportuno, nel punto culminante della crisi! Ora, non esageriamo!… si tratta di una sgraffiatura; ma, quel che conta, è il colpo premeditato ed il suo svolgimento drammatico. Quel povero diavolo non poteva scegliere un momento peggiore; e il popolo non dimenticherà mai un simile avvenimento.

Gli occhi di Mabel brillarono di gioia.

– Caro – disse – senti duolo ancora? – Un poco. D’altronde… Cristo! che cosa m’importa? Così avesse fine questa indiavolata quistione di Oriente! Egli si accorse della sua irritazione febbrile, fece un grande sforzo per ritornare in calma.

– Oh! mia cara! – continuò sempre un poco eccitato – se non fossero così stupidi, pazzi!… ma non capiscono, non vogliono capire! – Proprio, Oliviero? – Essi non capiscono di quanta gloria rifulgano la Umanità, la Vita, la Verità; non apprezzano infine la morte della umana secolare follia; se glielo ho detto cento volte! Mabel si volse ad Oliviero con ardore; avrebbe voluto vedere quel volto sempre sereno ed animoso, quegli occhi celesti infiammati di entusiasmo; e però davanti alle sue sofferenze si sentiva trafiggere dalla passione.

Si chinò ad un tratto per dargli un bacio.

– Tesoro mio!… Oliviero; di te posso andare superba! Oliviero non parlò, ma Mabel gli lesse sul volto la risposta che bramava il suo cuore. Sederono ancora in silenzio, mentre il cielo diveniva più scuro ed i colpi dattilografici nella stanza vicina rammentavano loro che il mondo era sempre vivo e che essi avevano una parte ben cospicua nel suo andamento.

Oliviero si scosse.

– Dolcezza mia! hai notato nulla in mamma nel momento che ho riferito il mio giudizio intorno all’opera di Gesù Cristo? – Sì; ella ha smesso per un poco di lavorare.

– Purtroppo hai veduto, allora! Mabel, non temi una ricaduta?… # – Oh! che vuoi?… invecchia, ed è però naturale che torni a riguardare il passato! – Ma non pensi? sarebbe una cosa orribile! – No, no, caro!… tu sei eccitato ed affaticato; ritorna in calma, e ti persuaderai che non si tratta d’altro che di un po’ di sentimento… Oliviero, però io non avrei parlato in quel modo alla sua presenza.

– Ma… o non sente parlar cosi dappertutto, oggi ? – Lei no! ricòrdati che non esce quasi mai; poi tali espressioni la urtano: dopo tutto è stata anche educata nel cattolicesimo.

Oliviero fece cenno di consentire; poi riabbandonatosi sulla poltrona guardava come trasognato fuori della finestra.

– È proprio stupefacente il modo di persistere di quella suggestione! non può levarsela di testa neppure dopo cinquanta anni… Ben!… tienla d’occhio, sai!… A proposito….

– Cioè? – Abbiamo una nuova notizia dall’Oriente; tutto l’affare si riduce ai viaggi di Felsemburgh. L’impero d’Oriente lo manda dappertutto: a Tobolsk, Berares, Irkutsk, ed è stato in Australia. Mabel si alzò dì soprassalto, ed esclamò:

– C’è da sperar bene, dunque? – Voglio credere. Non vi ha dubbio che i Sufis sono vittoriosi, ma… quanto potranno durare, è un’altra questione. Oltre a ciò le truppe rimangono compatte.

– E l’Europa? – Prepara le armi il più presto possibile. Andremo a Parigi la prossima settimana per conferire con le Potenze; anch’io vi sarò.

– Mio caro!… e il tuo braccio? – Il mio braccio dovrà star meglio; gli toccherà venir meco in tutti i modi.

– Dimmi qualche cos’altro.

– Non c’è altro. Ma con piena sicurezza possiamo dire che è venuto il momento decisivo. Se l’Oriente si persuade anche questa volta a tener ferme le mani, è probabile che non le rialzerà più; e questo vorrà dire: industria libera in tutto il mondo con tutti i vantaggi che ne derivano. In caso contrario….

– E allora? – In caso contrario sarà una tale catastrofe da non potersi neppure immaginare; tutto il genere umano in guerra, e, o all’Oriente o all’Occidente, all’uno dei due toccherà ad essere semplicemente radiato. I nuovi esplosivi Benninscheim ne fanno più che certi!…

– Ma è proprio vero che anche l’Oriente li conosca? – Verissimo!… Benninscheim vendè il segreto tanto all’Oriente che all’Occidente, e poi morì, beato lui! Tali cose aveva udite Mabel anche avanti, ma non avevano potuto far presa nella sua immaginazione. Un duello tra l’Oriente e l’Occidente in queste nuove condizioni era cosa da non potersi pensare. Di una guerra europea non restava memoria viva; le guerre d’Oriente del secolo passato furono combattute con mezzi e metodi vecchi. Ora, se era vero quello che si diceva, intere città potevano esser distrutte da un solo proiettile! Impossibile figurarselo il nuovo stato di guerra! I critici militari facevano le profezie più strampalate, contraddicendosi l’un l’altro su punti veramente essenziali:  l’intera tattica di guerra era materia di pura teoria mancando in antecedenza qualsiasi giusto termine di riferimento:  proprio come se gli arcieri si fossero messi a disputare intorno agli effetti della cordite!… Una cosa solo certa: che l’Oriente possedeva i risultati dell’ingegneria moderna e che riguardo alla sua popolazione la metà dei soli maschi sommava il doppio degli abitanti di tutto l’altro mondo presi insieme. La conclusione possibile da queste premesse non era davvero tale da rassicurare l’Inghilterra.

Il pensiero stesso ricusava semplicemente di fermarvisi. I giornali quotidiani recavano in ogni numero un breve e circospetto articolo editoriale, messo insieme con le notizie frammentarie, trafugate alle conferenze che si tenevano nell’altra parte del mondo; il nome di Felsemburgh ricorreva con una frequenza maggiore, ma su altri punti sembrava essere una specie di assopimento: il danno non si vedeva ancora, le industrie procedevano come prima, le merci europee non calavano di prezzo e gli uomini continuavano a fabbricar case, a prender moglie, a procreare figliuoli e figliuole, a tirare avanti i loro negozi… e andavano al teatro per la semplice ragione che non trovavano divertimento in nessun’altra cosa. Non potevano né salvare né precipitare la situazione, giacché essa poggiava troppo in alto! A momenti sembravano impazzire: quelli però che erano riusciti a spingere il loro intendimento ad un’altezza tale, da cui almeno un barlume di realtà poteva scorgersi ancora. In tale ambiente era diffusa un’atmosfera di tensione; ma… non vi era altro; su tale soggetto non si facevano molti discorsi ritenendoli inopportuni. Dopo tutto non c’era nulla da fare, ma solamente da aspettare.

III.

Mabel, ricordando l’ammonimento del marito, per pochi giorni sorvegliò la madre nel miglior modo che le fu possibile, ma, non scoprì nulla che desse pensiero. La vecchia signora era forse un po’ taciturna, ma accudiva alle sue piccole faccende come per il passato. Domandava talvolta alla giovine di leggerle qualche cosa, ascoltando senza difficoltà tutto ciò che a Mabel fosse piaciuto di offrirle; attendeva ogni giorno alla cucina, disponeva circa la varietà dei cibi, e mostrava di interessarsi di tutto ciò che riguardava particolarmente suo figlio. Gli accomodò la vali#gia con le proprie mani, preparò le sue pellicce per la corsa improvvisa che aveva dovuto fare a Parigi e gli disse addio con la mano dalla finestra, mentre discendeva il breve sentiero verso la coincidenza. Come aveva detto, sarebbe stato assente tre giorni.

La sera del secondo giorno la vecchia signora si sentì male. Avvertita dalla cameriera, Mabel corse spaventata al piano di sopra e la trovò a sedere, piena di agitazione e con il viso piuttosto acceso.

– Cara, non è niente, sai! – disse tremando; e cominciò a descriverle i sintomi del suo male.

Mabel la fece andare a letto, mandò per il medico, e le si pose accanto ad aspettare.

Amava di cuore quella vecchia, ed aveva provato sempre, nella presenza di lei in quella casa, una specie di voluttà serena; al suo spirito poi ella faceva l’effetto di una molle poltrona ad un corpo stanco: tranquilla, buona, attenta alle sue minute occupazioni, compiacente di riandare di quando in quando i giorni della gioventù, e non mostrava mai neppur l’ombra del risentimento o del cattivo umore. Alla giovine doveva apparire singolarmente patetico l’aspettare che quel vecchio spirito si avvicinasse alla estinzione, o piuttosto, come lei credeva, alla perdita della personalità, per il suo riassorbimento nello Spirito della Vita, che informava l’universo. Trovava minor difficoltà, nel considerare la fine di una vita vigorosa; giacché nel caso, ella immaginava un potente flusso d’energia che ritornava al suo luogo di origine.

Ma in quella pacifica vecchia era tanto poco di energia!… L’intero sistema, per così dire, consisteva tutto in quel delicato edificio personale, formato di elementi così deboli, da cui risultava una unità di poco superiore alle parti componenti. La morte di un fiore, pensava Mabel, rattristava più di quella di un leone, la rottura d’una porcellana cinese era più irreparabile della rovina di un palazzo.

– È una sincope!… – disse il medico, appena uscito dalla camera – può morire da un momento all’altro, come campare dieci anni ancora.

– Sarà bene telegrafare al signor Brand? Il medico fece con la mano un breve cenno negativo.

– Non è certo che ella morrà, ma vi è pericolo? – No, no! ella può vivere altri dieci anni…. Aggiunse poche parole di spiegazione sul modo di usare l’inalatore dell’ossigeno, e se ne andò.

La vecchia signora giaceva quieta sul letto, quando Mabel, ritornata su, le strinse la mano rugosa.

– Ebbene, cara, che cosa mi dici? – Si tratta d’un po’ di debolezza, mamma… Stia quieta e non si occupi di nulla. Devo leggerle qualche cosa? – No, cara, grazie!… voglio meditare un poco.

Mabel non si credette per nulla in dovere di avvertire la malata del pericolo che correva, poiché non esisteva un passato da riparare, né un Giudice cui presentarsi: la morte segnava la fine, non il principio. Tale il suo vangelo sereno; per lo meno diveniva sereno, venuta appena la fine.

La giovine ridiscese con una pena segreta nel cuore, che le toglieva la calma.

– Oh! bella, meravigliosa la morte! – pensava Mabel; – quella risoluzione di un accordo tenuto sospeso per trenta, quaranta o settanta anni!… il ritorno al silenzio di quel sovrano strumento che bastava a se stesso! Le medesime note risonavano ed avrebbero continuato il loro suono nel mondo intero, sebbene con il tono di una differenza impercettibile; una particolare emozione spariva, ed era folle pensare che ella vibrasse eternamente altrove, giacché quest’altrove non c’era. Lei pure avrebbe un giorno taciuto: le si concedesse dunque di attendere affinché il suo accento si mantenesse chiaro e bene intonato! Philipps giunse la sera dopo nel momento in cui Mabel scendeva dalla camera della malata, e le domandò come stava.

– Mi pare che stia un po’meglio; ma deve tenersi continuamente quieta.

Il segretario fece un inchino, e si ritirò nell’appartamento di Oliviero, dove un mucchio di lettere aspettavano la risposta.

Due ore dopo Mabel, nel risalire al piano di sopra, incontrò Philipps che discendeva a sua volta; quel viso giallo parve tingersi un po’ di rosso.

– Mi ha chiamato – disse – la signora Brand per sapere se il signor Oliviero ritornerà questa sera.

– Deve ritornare, nevvero? non glielo disse? – Disse che sarebbe stato qui per la cena; ed arriverà a Londra alle diciannove.

– E… non c’è altro di nuovo? Philipps strinse i labbri.

– Sa… sono semplici voci. Il signor Oliviero mi ha telegrafato un’ora fa.

Egli sembrava eccitato, e Mabel lo guardava sorpresa.

– Vi sono notizie dall’Oriente? – domandò la giovine.

Philipps corrugò i sopracciglio – Mi perdoni, signora – le rispose – su questo soggetto non ho libertà di parlare.

Non se ne offese per la stima grande che nutriva di suo marito, ma rientrò dalla malata con un forte battito di cuore.

Anche la vecchia signora era in agitazione; giaceva sul letto con un bel marcato rossore sopra le pallide guance, e sorrise appena al saluto della nuora.

– Hai dunque veduto il signor Philipps? La malata le diede senza parlare una rapida occhiata penetrante..

– Stia tranquilla, mamma; Oliviero sarà qui stasera.

La vecchia signora mandò un lungo sospiro.

– Cara, non darti pensiero di me, sto molto bene adesso. Oliviero sarà qui per la cena non è vero? – Se il volante non ritarda. Vuole la colazione, intanto, mamma? Mabel passò quel dopo pranzo in preda ad una grande smania: qualche cosa doveva essere accaduto senza dubbio.

Anche il segretario che si era trattenuto a colazione nel salotto attiguo al giardino, appariva turbato. Le aveva detto che sarebbe stato assente per quella sera, e che aveva già ricevuto gli ordini di Oliviero; evitò ogni discorso sulla questione d’Oriente e non diede notizia alcuna sulla Convenzione di Parigi. Solo badava a ripetere che Oliviero sarebbe tornato la sera; mezz’ora dopo egli partiva in gran fretta.

La vecchia inferma pareva assopita, e Mabel, tornata a lei più tardi, non volle disturbarla; per non lasciare la casa passeggiò nel giardino, piena di pensieri, di speranza, di timore, finché vide l’ombra lenta stendersi attraverso il sentiero, ed il piano frastagliato dei tetti immergersi dalla parte di ponente in una nebbia verde-scura e densa come la polvere.

Prese, appena giunti, i giornali, ma vi lesse in proposito la sola notizia che la Convenzione si chiudeva quella sera.

Sonarono le venti, ed Oliviero non si vedeva ancora. Il volante di Parigi doveva esser giunto da un’ora, e Mabel tendendo l’occhio verso il cielo che andava oscurandosi, aveva veduto le stelle apparire ad una ad una come tanti punti d’oro, ma nessuno di quei pesci alati era passato per l’aria. Poteva darsi che non se ne fosse accorta e che non ci avesse colpa il ritardo; ma essendosi trovata tante volte nel caso ella non capiva come questa volta il volante potesse essere sfuggito. Non volle cenare: correva su e giù in veste da casa, andava e veniva alla finestra ascoltando la foga sibilante dei convogli, i fischi indecisi delle vie ferrate e gli accordi armoniosi della Centrale un miglio distante. Le luci frattanto si accendevano, ed il vasto panorama della città appariva come un paese di fate tra la luce della terra ed il buio del cielo.

Perché non tornava Oliviero? o almeno poteva ella sapere perché non tornava? Salita una volta al piano di sopra, sempre in un’ansia da far pietà, a consolare la vecchia malata, la trovò assai sonnolenta.

– Non è tornato, mamma; penso che sia trattenuto in Parigi.

Quello scarno volto affondato nel guanciale diede appena qualche cenno e mormorò qualche parola. Mabel ridiscese; l’ora del pranzo era passata da un pezzo.

Oh! sicuro! cento casi potevano averlo impedito: non era mica la prima volta che ritardava, ed anche di più! Forse aveva perduto la corsa, la Convenzione si era prolungata, oppure, stanco, preferiva pernottare in Parigi, dimenticandosi di telefonare, o bene, avendo telefonato al signor Philipps, questi si era dimenticato di trasmettere il messaggio.

Corse alfine disperata al telefono, e si mise a guardare quella rotonda e candida imboccatura e la breve serie dei bottoni contrassegnati, quasi decisa di spingerli uno per volta per aver notizie dello sposo. Vi era quello del suo Circolo, del suo ufficio a Whithehalle, della casa del signor Philipps, del Parlamento, etc., ma esitò, esortandosi ad aspettare ancora.

Oliviero, che non voleva ingerenze, non avrebbe di sicuro tardato a levarla da quella ansietà.

Si era appena allontanata dall’apparecchio, quando risonò un vivo scampanìo, ed una bianca etichetta brillò alla sua vista: Whithehall.

Spinse il bottone corrispondente con mano tremante, tanto da reggere a stento il ricevitore all’orecchio, e si mise in ascolto.

– Pronto! con chi parlo? Le balzò il cuore udendo la voce di Oliviero che fine ed esigua volava attraverso il filo.

– Son io… Mabel! – rispose – sono qui sola!.. .

– Oh! Mabel… benissimo! sono di ritorno; tutto è andato magnificamente… ascolta: ci senti bene? – Sì, sì….

– Non potevamo sperare una soluzione migliore. La questione d’Oriente è stata appianata per opera di Felsemburgh.

Ascolta ancora: non posso rientrare stasera. Tra due ore l’avvenimento sarà annunciato nel Tempio di Paolo; siamo ora per comunicarlo alla stampa. Vieni subito, tu devi esser presente, hai capito? – Sì, sì!…

– Ma vieni subito: sarà il più grande fatto che ricordi la storia. Non parlarne però! Vieni prima che incominci la calca; tra mezz’ora la via sarà stipata.

– Oliviero….

– Pronto! – Mamma è malata; devo lasciarla? – Che cos’ha? – Per ora non vi è pericolo! Così, il dottore che l’ha visitata.

Segui un momento di silenzio.

– Vieni in tutti i modi. Ritorneremo a qualche ora stanotte; di’ a mamma che torneremo tardi.

– Sta bene.

-… sì, è necessario che tu venga; vi sarà Felsemburgh.

CAPITOLO QUARTO

I.

Nelle ore pomeridiane del giorno medesimo, Percy ricevette la visita di uno sconosciuto. Non presentava questi nulla di particolare, e, quando Percy, disceso nel parlatorio in abito da viaggio, poté mirarlo alla luce del gran finestrone, non altro poté concludere circa la sua persona e la sua professione, se non che egli non era cattolico.

– Ha bisogno di me? – domandò il prete, additando una sedia – non vorrei però, trattenermi troppo.

– Oh! non dubiti! – rispose vivamente lo sconosciuto – il mio affare si sbriga in dieci minuti.

Percy ascoltava con gli occhi bassi.

– Una… certa persona mi manda da lei; questa persona fu cattolica un tempo…. e ora desidera di ritornare alla Chiesa.

Percy Scosse un po’ la testa: messaggi simili erano divenuti piuttosto rari in quei giorni.

– Signore, mi promette di venire a vederla? Quell’uomo appariva fortemente turbato nel sudore che gli imperlava la pallida faccia e nella tristezza dello sguardo.

– Perché no? – rispose sorridendo Percy.

– Va bene, allora signore… ma lei non… sa chi sia questa persona; e potrebbe anche nascere qualche scompiglio se il fatto venisse a scoprirsi; bisogna che nessuno lo sappia! Me lo promette? – Non posso fare una promessa simile – rispose Percy con garbo – prima di conoscere un po’ meglio di che cosa si tratta.

Lo sconosciuto si lambì nervosamente le labbra.

– Allora – replicò svelto – non dirà nulla, prima d’aver veduto questa persona; può, almeno, promettermi questo? – Oh! senza difficoltà – rispose il prete.

– Poi, sarà meglio che la signoria vostra non conosca il mio nome; può essere più vantaggioso per lei e per me. Sappia ancora che questa persona è malata; faccia dunque il favore di venire quest’oggi, ma non prima di notte… Le ventidue, signore, è ora conveniente per lei! – E, dove sta questa persona? – chiese bruscamente Percy.

– Questa… persona sta vicino alla Coincidenza di Croydon; adesso le scrivo l’indirizzo, e…. per favore, non venga prima delle ventidue.

– perché non subito? – perché vi sono… gli altri; e, a quell’ora, saranno già partiti, ne son sicuro.

La cosa dà un po’di sospetto, pensava Percy: complotti pericolosi vi erano stati anche prima; ma non poté ricusare addirittura e domandò:

– Perché non ha fatto chiamare il parroco? – Non conosce neppure chi sia!… Vide la signoria vostra nella Cattedrale, e le domandò il suo nome. Ricorda una vecchia signora?..

Percy ricordava in confuso il fatto avvenuto uno o due mesi fa, ma non poteva precisare.

– Dunque, signore, ella verrà; è deciso? – Prima bisognerà che mi intenda con il P. Polan, – rispose il prete -; se egli mi dà facoltà….

– Scusi, signore; il P. Polan non deve conoscere il nome di questa signora; non glielo dirà mica? – Ma, se non lo conosco neppur io, ancora! – replicò sorridendo Percy.

Lo sconosciuto a queste parole trasaliva, rannuvolando in faccia.

– Ebbene, signore, sappia prima di tutto che il figlio di questa vecchia malata è il mio principale: un comunista dei più eminenti; la signora vive con lui e con sua moglie, ma stanotte questi due saranno fuori. Ecco la ragione delle mie domande! Ora, signore, posso contare su lei? L’altro lo guardò in viso per alcuni momenti; certo, se vi fosse stata sotto qualche congiura, i congiurati dovevano essere gente debole assai; quindi Percy rispose:

– Verrò, glielo prometto davvero! Favorisca, ora, il nome.

Lo sconosciuto si lambì daccapo i labbri, guardò paurosamente all’intorno, poi raccolse tutto il coraggio e avvicinatosi a Percy continuò sottovoce:

– Il nome della vecchia signora è Brand: la madre del signor Oliviero Brand…

Percy, a questo nome, rimase di sasso: era troppo straordinaria la cosa per esser vera! Di fama egli conosceva Oliviero Brand anche troppo bene; giacché per divina permissione faceva ora più lui in Inghilterra contro la causa cattolica di qualsiasi altra persona viva, specialmente dopo che l’incidente di Piazza Trafalgar lo aveva posto così in alto nella stima e nella simpatia del popolo. Ed ecco che sua madre….

Volse pertanto a quell’uomo uno sguardo severo, e gli disse:

– Signore, io non so chi ella sia, né se creda o no in Dio; ma mi giura sulla sua religione, o sul suo onore che tutto ciò che ora m’ha detto è vero? Lo sguardo timido ed indeciso dello sconosciuto incontrò quello severo del prete, ma tradiva, la debolezza, non la perfidia.

– Glielo giuro, signore, per l’Onnipotente Iddio! – Sarebbe mai cattolico? L’altro fe’ cenno di no.

– Ma credo in Dio – soggiunse – o per lo meno mi sembra di credere.

Percy ricompostosi sulla sedia, cercava di valutare esattamente la situazione; già in suo cuore non pensava al successo…

quella che ora provava non era emozione di debolezza, ma una certa ansia, un certo stupore, uno smarrimento; e, soprattutto la gioia incipiente di sapersi strumento della onnipotente grazia del Signore. Se questa giungeva fino al cuore della donna, chi avrebbe potuto mai allontanarsene o sottrarsi ai suoi effetti?… Si avvide in quel momento che l’altro lo guardava inquieto.

– Ha forse paura, signore?.. non ritira mica la sua promessa: Queste parole bastarono per rassicurarlo vie più, e Percy sorridendo rispose:

– Oh! no, no! alle ventidue sarò là. Ma è in grave pericolo la signora? – Veramente no; ma, capirà, si tratta di una sincope; stamani s’è riavuta un poco.

Il prete, stropicciandosi gli occhi, si alzò.

– Siamo intesi! – disse – e stasera, signore, vi sarà anche lei? L’altro, alzandosi, fe’ cenno di no.

– Io – soggiunse – devo accompagnare il signor Brand ad una riunione, che si terrà a mezzanotte; ma… di questo non ho facoltà di parlare… Domanderà della signora Brand, dirà che lo ha mandato a chiamare, e sarà subito fatto passare da lei.

– Non dovrò dire d’esser prete, m’immagino!…

– No! per sua gentilezza, signore.

Trasse un taccuino, scrisse sopra, una pagina, la staccò e la consegnò al prete.

– Ecco l’indirizzo, signore. Mi fa il favore di distruggerlo appena copiato? Perché… non vorrei perdere l’impiego, se è possibile!…

Percy rimase lì fermo, rotolando il foglio attorno ad un dito.

– Perché non è cattolico anche lei? – domandò.

L’uomo scosse il capo senza parlare; quindi, preso il cappello, si avviò verso la porta.

Percy passò quella sera in una agitazione febbrile. Da un mese o due nulla avveniva che potesse cagionargli conforto: anzi aveva dovuto riferire cinque o sei apostasie piuttosto significanti e appena una conversione: senza dubbio la marea montava a gran passi contro la Chiesa. Quell’insano attentato di una settimana fa in Piazza Trafalgar aveva apportato un danno immenso; gli uomini andavano dicendo più ora che mai che la Chiesa smentiva in tutti i suoi pubblici atti quella fede nel soprannaturale da se ostentata. «Grattate un cattolico e troverete un assassino» così il Nuovo Popolo, in un articolo di fondo; e Percy medesimo rimase costernato per quell’atto. L’Arcivescovo, è vero, condannò espressamente dal pulpito in Cattedrale tanto l’atto quanto la cagione che lo aveva determinato; ma tutto questo servì purtroppo alla stampa per rinfacciare in malafede alla Chiesa quella politica perversa di adoperare la violenza, pur condannando i violenti. La morte orribile di quel disgraziato non fu bastante a calmare l’indignazione popolare; si insinuava perfino che il delinquente fosse uscito dal palazzo dell’arcivescovo un’ora prima del macabro omicidio.

Ed ecco, pertanto, con drammatica rapidità, venire un messaggio dalla madre dell’eroe ad annunciare che ella voleva riconciliarsi con quella Chiesa, che aveva tentato di assassinare suo figlio! Più di una volta in quel pomeriggio, nel recarsi in fretta a Worcester per visitare un collega, e più ancora nel suo ritorno verso sera, quando le luci avevano già incominciato a risplendere, Percy si domandò se dietro tutto questo non si celasse qualche congiura contro di lui, qualche rappresaglia o tentativo d’insidia. Pure egli aveva promesso di non dir nulla e di andare.

Terminò, come era solito, la sua lettera dopo pranzo con una strana apprensione di fatalità; scrisse l’indirizzo, stampò il sigillo, e poi, in abito da viaggio, scese a pian terreno alla camera del P. Blackmore.

– Padre, – cominciò senz’altro, – mi fa la carità di confessarmi?

II.

La stazione Vittoria, cosiddetta dalla grande Regina del decimonono secolo, era animata né più né meno del consueto, quando Percy vi entrava, mezz’ora dopo. Il vasto piazzale posto duecento piedi circa sotto il livello del suolo, mostrava una folla di passeggeri in due serie distinte secondo l’andata o il ritorno. Quelli dell’ala estrema dalla parte mancina verso la quale Percy s’era diretto per passare dentro l’ascensore già aperto, erano di gran lunga più numerosi; e facendo ressa sull’entrata costrinsero Percy ad andare piuttosto adagio.

Arrivò finalmente, attraversando la morbida luce, sopra quella specie di silente gomma scanalata, e si fermò allo sportello dell’ampio convoglio che menava diretto alla Coincidenza. Era l’ultimo di una serie di dodici o più, ciascuno dei quali stava per prendere la corsa di minuto in minuto. Quindi, osservando sempre il va’ e vieni continuo degli ascensori che scendevano e salivano tra i passaggi dell’estremità anteriore della stazione, salì sul convoglio e si pose a sedere.

Adesso era proprio contento d’esser partito. aveva fatto la sua confessione per mettere l’anima in sicuro, benché ci fosse appena l’ombra di un pericolo; sedeva frattanto in abito grigio e con il cappello di paglia che gli toglievano ogni sospetto sullo stato suo di prete: l’autorità ecclesiastica aveva dato un generale permesso di vestirsi così per un giusto motivo.

Trattandosi di pericolo non imminente Percy non portava né particole né pisside, molto più che il P. Polan gli aveva telefonato, che volendo, le avrebbe potuto prendere a San Giuseppe, lì a due passi dalla Coincidenza; recava seco il solo cordone di color violetto, come soleva per le chiamate ai moribondi.

Correva intanto a grande velocità, mantenendosi abbastanza calmo, guardando distrattamente i sedili vuoti davanti a sé, ma mise alla prova tutto il suo sangue freddo, quando il convoglio si fermò improvvisamente. Guardò fuori stupefatto, e dal percorso smaltato di bianco venti passi più in là, si avvide che il convoglio era giunto alla galleria. Molte potevano essere le cause di quella fermata, ma egli non se ne diede pensiero, e neppure gli altri viaggiatori parvero impressionarsene gran che; infatti dopo qualche momento di silenzio ricominciava di là, dallo scompartimento la conversazione interrotta.

Giungeva frattanto di lontano, riecheggiato dalle mura e con un crescendo continuo, un clamore di voci misto di grida ed accordi armoniosi; la conversazione cessava daccapo. A questo punto scattò una finestra, e si vide subito un convoglio correre velocemente dall’altra parte, retrocedendo sulla linea di partenza.

– Vediamo un poco – disse Percy; – ci deve essere qualche cosa di nuovo senza dubbio. – E si avviò, nel compartimento vuoto, verso l’altra finestra. Venivano daccapo grida e segnali; quindi passava a grande velocità un convoglio, cui teneva dietro immediatamente un altro. Vi fu una scossa improvvisa, seguita da un breve movimento calmo e regolare, e poi Percy vacillò e cadde sopra un sedile, allorché lo stesso suo convoglio incominciò a muoversi a ritroso.

Voci clamorose venivano ora anche dal vicino compartimento. Percy si aprì la via attraverso lo sportello per interrogare alcuni uomini affacciati alla finestra, i quali però non fecero attenzione alcuna alle sue domande; convinto che anche loro ne sapessero poco più, rimase lì ad aspettare che qualcun altro gli spiegasse la cosa: gran disgrazia, egli pensava, se per qualche accidente si, fosse guastata la linea.

Due volte il convoglio si fermò, e due volte si rimise in movimento dietro ripetute grida; finalmente era ritornato una diecina di metri più indietro, ma nel medesimo piazzale, da cui aveva preso le mosse.

Ah! senza dubbio, doveva essere accaduto qualche cosa di nuovo! Nell’atto di aprir lo sportello un vociare confuso gli percosse le orecchie; egli, balzato sulla piattaforma e guardando verso la estremità della stazione, incominciò a capire.

Nel vasto piazzale interno, da destra a sinistra attraverso il piazzale, un’onda immensa di popolo incalzava travolgente, con un tumulto ad ogni istante maggiore. La vasta gradinata che si riempiva solamente in caso di numerosa calca, rassomigliava una maestosa cascata dall’altezza di cento piedi. Ogni vettura scaricava nel suo fermarsi una moltitudine più intensa di uomini e di donne che brulicavano come tante formiche verso il mucchio delle loro compagne. Il tumulto era indescrivibile; il vocio degli uomini, il cicaleccio delle donne, lo strepito ed il fischio delle grandi macchine, e per tre o quattro volte lo squillo impudente di una tromba; allora fu abbattuta una porta di sicurezza e la moltitudine si riversò per essa in piccola parte sulle vie. Guardando intorno Percy fu colpito da una cosa che gli impedì di badare alla gente: in alto, sotto l’orologio, dentro il quadro degli avvisi pubblici, folgoravano mostruose lettere di fuoco, recando in Esperanto ed in inglese il messaggio a cagione del quale l’Inghilterra tutta era caduta in delirio.

Lo lesse una diecina di volte prima di muoversi, attonito come davanti ad un segno soprannaturale che annunciasse il trionfo del cielo oppure dell’Inferno: «Convenzione d’Oriente terminata – Pace, non guerra – Fratellanza universale stabilita, Felsemburgh a Londra questa notte».

III.

Percy giunse a quella casa di là dalla Coincidenza con due ore di ritardo. Aveva domandato, rimproverato, minacciato; ma i pubblici ufficiali parevano ossessi. Già parecchi di loro erano spariti nel mare magnum della città, essendo trapelata la notizia, malgrado le precauzioni del governo, che il Tempio di Paolo – già Cattedrale di San Paolo – sarebbe stata la gran sala di ricevimento di Felsemburgh. Altri parevano mentecatti. Un uomo era caduto morto sulla piattaforma per esaurimento nervoso, senza che nessuno vi badasse; cosicché in quello scompiglio il cadavere andò a rotolare sotto un sedile.

Più d’una volta Percy fu travolto dalla corrente di popolo mentre cercava, di piattaforma in piattaforma, una vettura che lo conducesse a Croydon; ma non ne apparve alcuna, mentre i convogli stavano là agglomerati come pezzi di legno attraverso i piazzali o correvano all’impazzata per la contrada carichi di persone frenetiche e deliranti, dileguandosi come fumo sul bianco pavimento di gomma. Le piattaforme si riaffollavano continuamente per quanto fossero continuamente sgombrate, cosicché solo mezz’ora prima delle ventiquattro il treno poté ripartire.

Egli non si raccapezzava quasi più in tutta quella confusione; certo la guerra era una cosa terribile di per sé, più terribile ancora si prospettava una tal guerra alla sua immaginazione; ma davanti al pensiero del prete stavano altre cose anche peggiori. Che era mai questa pace universale – per modo di dire – che non aveva il suo fondamento in Gesù Cristo? Ed era da vedersi anche qui il consiglio divino? Domande disperse! Felsemburgh era senza dubbio l’eroe del più grande avvenimento conosciuto fin qui nella storia della civiltà; ma che uomo era costui? Quale il suo carattere, i suoi motivi, i suoi divisamenti ? E come si sarebbe servito del successo? Così le varie supposizioni gli balenavano davanti come getti di scintille, ciascuna delle quali forse inoffensiva, ciascuna del pari capace di dar fuoco al mondo intero. Intanto una vecchia donna desiderava di tornare in pace con Dio prima di morire.

Premé tre o quattro volte il campanello elettrico, e stette ad aspettare; da una luce che spiragliava dall’alto si avvide che avevano sentito.

– Mi ha chiamato… – incominciò Percy, rassicurando la cameriera, venuta ad aprire sbalordita; – dovevo trovarmi qui alle ventidue, ma sono stato impedito dalla folla….

La fanciulla ebbe subito una domanda da fargli.

– Sì, credo sia vero, – rispose Percy; – abbiamo pace e non guerra. Favorisca di condurmi su.

Egli attraversò la sala con un senso strano di colpa. Si trovava in casa di Oliviero Brand, il fervido oratore, così amaramente facondo contro Dio; lui prete, ivi insinuatosi sotto la protezione della notte. Sì, sì… ma queste cose non rientravano nel suo appuntamento… Davanti all’uscio d’una camera del piano superiore, la fanciulla incominciò di nuovo:

– È medico, lei? – Di professione! – rispose secco Percy, ed aprì l’uscio.

Un grido sottile e lamentoso partì da un angolo della camera, prima ancora che fosse richiuso l’uscio.

– Ah! Iddio sia benedetto!… credevo che mi avesse dimenticata… È sacerdote, signore? – Sì, sono sacerdote; mi vide in cattedrale, se ne ricorda? – Sì, signore. Padre, io la vidi pregare. Oh! Iddio sia benedetto, Iddio sia ringraziato! Percy guardò per un momento quel vecchio volto rosseggiante, affondato nel guanciale, quegli occhi vivaci, e le mani tremanti. Oh! sì… quella non era finzione! – Ora, dica pure, figlia mia.

– Padre, la confessione.

Percy trasse il cordoncino paonazzo, lo gettò sulla spalla della malata, e sedette presso il letto….

………………………………………

Ella non volle che ripartisse subito.

– Dica, padre, e la santa Comunione quando me la porterà? Percy esitava.

– È Vero che, il signor Brand e sua moglie non sanno nulla di tutto questo? – Padre, sì.

– Dica, è proprio malata grave? – Padre, io non lo so… non me lo dicono…. questa notte credevo di morire.

– Quando potrei portarle la santa Comunione? Sono disposto a fare come lei vuole.

– Posso mandarla a chiamare tra un giorno o due?.. e, padre, devo avvertire mio figlio? – Non è obbligata.

– Ma, se devo, lo farò volentieri.

– Allora, ci rifletta, e poi mi faccia sapere…. A proposito: sa quello che è avvenuto? Ella accennò di sì; ma quasi con indifferenza; Percy provò un lieve rimorso nel cuore. Dopo tutto, il riconciliare un’anima con Dio era un affare di gran lunga più importante che il metter pace tra l’Oriente e l’Occidente.

– Questo avvenimento interesserà, molto il signor Oliviero – riprese Percy; – egli sta per diventare un grand’uomo, a quanto pare! Essa lo guardò in silenzio con un breve sorriso. Percy era meravigliato della vivacità giovanile di quel vecchio volto.

– Padre, non vorrei trattenerla di più; ma mi dica, chi è quell’uomo? – Chi, Felsemburgh? Nessuno lo sa; domani forse ne sapremo qualche cosa; egli sarà in Londra questa notte.

Il guardo della malata si era trasformato in una maniera così strana, che Percy dubitò si trattasse di un nuovo accesso; pareva che ella fosse presa da un’emozione in parte tragica ed in parte paurosa.

– Ebbene, figlia,mia?..

– Padre, quando penso a quest’uomo, mi vien paura; non potrà farmi del male? sono in sicuro adesso? perché… sono cattolica, ora.

– Figlia mia, certo che è in sicuro! di che cosa teme? come potrebbe nuocerle quell’uomo? Ma il guardo pauroso durava ancora; e Percy, fattosele più vicino, la confortava dicendo:

– Non si lasci trasportare dalla, fantasia; si ponga nelle mani di Dio benedetto; quell’uomo non le farà alcun male! Le parlava adesso come si parlerebbe ad un fanciullo, ma senza risultato: le sue labbra erano riarse, e gli occhi sfuggivano il prete guardando verso i punti più oscuri della stanza.

– Che cos’ha, figlia mia? che ne sa di Felsemburgh? Ha forse sognato? Ella accennò di sì pronta ed energica, e Percy provò lì per lì nel cuore un lieve sussulto di apprensione. Era fuori di se quella donna? O per quale ragione quel nome le appariva così funesto? Ed allora si ricordò che anche il P. Blackmore una volta gli aveva parlato come lei.

– Dica, ora, francamente; è stato un sogno…. che cosa ha sognato Ella si sollevò un poco sul letto, guardando sempre intorno alla stanza, mise la sua mano inanellata in quella del prete, che pure si meravigliava di permetterle un simile atto.

– L’uscio, padre, è chiuso? non vi è nessuno ad ascoltare? – No, no, figlia mia!… ma, perché trema in questa maniera! non sia superstiziosa! – Certo, padre! I sogni sono vanità nevvero? Ma.. in ogni modo, ecco quello che ho sognato: Mi trovavo in una grande casa, ma non sapevo dove fosse, e quella casa non l’avevo mai veduta; una casa vecchia e molto buia. Mi pareva di essere una bambina, ed ero impaurita di.. non so che. I corridoi erano bui; io gridavo tra le tenebre cercando la luce, e la luce non c’era; allora ho udito una voce che parlava da lontano… Padre….

Qui strinse più forte la mano del prete e di nuovo incominciò a guardare intorno alla stanza.

Percy represse a stento un sospiro. Come poteva abbandonarla in quel momento? La casa giaceva nel più profondo silenzio; solo di quando in quando giungeva di fuori lo stridìo dei carri che riportavano le guardie di campagna dalla sconvolta città, e il suono di grida festanti.

Percy guardò con curiosità che ora fosse.

– Ha qualche cosa di meglio da raccontarmi, adesso? – le domandò con calma semplicità.. #- E… quando saran di ritorno? – Non ancora, mormorò la malata. Mabel, disse, non prima delle due: adesso, padre, che ore sono? Tirò fuori l’orologio con la mano libera, e le rispose:

– Il tocco, fra poco! – Oh! bene!… Padre, ascolti… Ero in quella casa e udivo quelle parole mentre brancolavo per i corridoi; poi ho visto luce sotto una porta, e allora mi sono fermata… . Venga più vicino, padre .

Percy incominciava, non volendo, ad aver paura; quella voce si era ad un tratto affievolita in un sussurro, mentre gli occhi della malata si tenevano stranamente fissi su di lui.

– … Mi sono fermata, padre, perché io non osavo di entrare; sentivo parlare, vedevo la luce, ma ad entrare avevo paura…

Padre, in quella casa… vi era Felsemburgh.

Risonò al piano terreno lo scatto di una porta, poi un rumore di passi. Percy voltò bruscamente la testa, e nel medesimo istante udì un rapido sospiro della vecchia signora.

– Silenzio! – disse; – chi v’è? Due voci in questo mentre si alternavano nel corridoio giù a basso, ed a quel suono l’inferma lasciava la mano di P.

Franklin.

– Io… credo che sia lui! – mormorò con voce esile.

Percy si alzò; suppose che ella non si rendesse conto della situazione.

– Già, figlia mia, – disse con calma, – ma chi lui? – Mio figlio con sua moglie,- rispose l’inferma, cambiando ad un tratto colore. – Ebbene, ebbene… padre….

La voce le morì nella gola al primo rumore di passi fuori dell’uscio. Vi fu un momento di pieno silenzio, e poi un parlare sommesso, ma ben chiaro, in un accento di fanciulla.

– Come mai ha ancora il lume acceso? Vieni, Oliviero, ma fai piano.

La maniglia, girò nella porta.

CAPITOLO QUINTO

I.

Seguì una esclamazione, poi un momento di silenzio. Intanto che un’alta e bella, giovine, animata nel volto, raggiante, dagli occhi grigi, si faceva avanti, arrestandosi ad un tratto; e dietro a lei un uomo, che Percy riconobbe subito, avendone veduta tante volte la fotografia.

Un debole lamento partì dal letto, ed, il prete alzò istintivamente la mano per farlo tacere.

– O questa? – disse Mabel, fissando l’uomo dal viso giovanile e dai capelli bianchi.

Oliviero, con la faccia sconvolta da una insolita commozione, apriva e serrava automaticamente le labbra; poi con voce risoluta, disse:

– Chi è costui? – Oliviero, – esclamò la giovine, voltandosi di scatto, – questo è il prete che io vidi….

– Un prete! – gridò l’altro, facendo un passo avanti. – Ma come?… se io credevo….

Percy trasse un lungo sospiro per fermare il tremito convulso della sua gola; poi disse:

– Sì, io sono un prete.

Il lamento incominciava daccapo in quel letto, e Percy, voltatosi alquanto per farlo tacere un’altra volta, vide la giovine slacciarsi, senza badare, le fibbie della spolverina che portava sopra l’abito bianco.

– Lo ha mandato a chiamare lei, mamma? riprese l’uomo con voce tremula ed aspra e con un repentino sussulto in tutta la persona.

Ma la giovine stese la mano, dicendo:

– Calmati, mio caro!… Signore, veramente….

– Sì, io sono un prete, – riprese Percy, armando la sua volontà di una disperata resistenza, e badando appena a quel che diceva.

– Ed è venuto in casa mia?… – gridò Oliviero, facendo un passo avanti e mezzo indietro. – E giura di esser prete? ed è rimasto qui tutta la notte? – Dalla mezzanotte.

– E non si è….

Qui Oliviero tacque daccapo: Mabel si era intromessa. # – Oliviero – disse la giovine – smetti quell’aria di sdegno represso; qui non si devono fare scene, anche per riguardo della povera malata. Favorisca di scendere in sala, signore! Percy mosse il piede verso l’uscio, mentre Oliviero gli camminava accanto senza riguardo; quindi si fermò, e volto si alla malata, distese la mano.

– Dio la benedica – le disse semplicemente, intanto che ella balbettava ancora qualche parola; ed uscì nel corridoio.

Udì intanto venir dalla camera, prima un parlare sommesso, poi l’accento compassionevole della giovine; Oliviero ricomparve dopo, fremente, con il volto di un pallore cinereo, e, fatto senza parlare un gesto al prete, lo precedé per le scale.

Il fatto, nell’insieme, sembrava a Percy incredibile come un sogno, tanto era inaspettato e lontano dall’ordinario. Egli provò la più atroce vergogna per la figura meschina che in complesso aveva fatta, e nel tempo stesso sentiva di aver commesso una irreparabile temerità. Era accaduto il peggio ed il meglio: d’altro non poteva confortarsi! Oliviero, spinto l’uscio e toccato il bottone elettrico, entrò nella stanza, d’un subito illuminata, seguito da Percy, e, senza proferire parola gli indicò una sedia. Percy sedette, mentre Oliviero stava in piedi davanti al caminetto, con le mani affondate nelle tasche della giacca e con gli occhi ineducatamente rivolti da un’altra parte.

Percy considerò attentamente i vari oggetti di quella stanza, dall’elastico tappeto verde che cedeva mollemente sotto i piedi, alle sottili cortine di seta, che piombavano senza far piega, ai cinque o sei tavolini carichi, di fiori e ai volumi che ricoprivano le pareti.

Tutta la stanza era grave del profumo di rosa, nonostante le finestre aperte e la brezza notturna che sbatteva continuamente le cortine.

Gli parve di trovarsi entro il gabinetto di una signora. Considerò poi la svelta e bene eretta figura di quell’uomo, l’abito grigio scuro, quasi simile al suo, la curva elegante del mento, il carnato bianco pallido, il naso esile, la curva delle ciglia idealisticamente accentuata e i capelli bruni; e ravvisò, in quel volto di poeta, una personalità viva ed energica. Volse poi gli occhi, e si alzò nel momento in cui la porta si apriva, ed entrava Mabel, richiudendola accuratamente dietro di sé.

Ella corse diritta verso il marito; gli pose una mano sopra le spalle, dicendo:

– Senti, Oliviero, abbiamo da parlare un poco fra noi… Si accomodi, signore! I tre si misero a sedere; Percy da un lato, Oliviero e sua moglie su di un canapè dal lato opposto.

Incominciò la giovine:

– Accomodiamo subito le cose, ma senza mosse tragiche, hai capito Oliviero? non fare scenate, ci penso io! Parlava con singolare gaiezza, e Percy dové riconoscere meravigliato, che ella parlava ancora con sincerità: nessun indizio di cinismo nelle sue parole.

– O Oliviero – continuò – ti prego di non far muso in quel modo; si mette ogni cosa a posto, lascia fare a me! Percy vide che Oliviero lo guardava male; se ne accorse anche Mabel, che non cessava mai di mirare, con i suoi occhi ardenti, ora l’uno e ora l’altro, Gli pose una mano sui ginocchi e gli disse:

– Dai retta, Oliviero, perché tu guardi in quel modo questo signore?.. non ha fatto mica, nulla di male! – Nulla di male!… – esclamò l’altro.

– No, non ha fatto nessun male al mondo; che importanza ha per noi ciò che pensa e crede, su quella poveretta? ..Ma, lei, signore, vorrà dire la ragione per cui è venuto qui! Percy sospirava daccapo; non si aspettava queste parole.

– Sono venuto per ricevere nuovamente la signora Brand nella Chiesa cattolica.

– E lo ha fatto? – Sì, signora!…

– Il suo nome! signore; mi sembra più conveniente incominciare di qui.

Percy esitò dapprima, ma poi decise di affrontarla sul medesimo terreno.

– Oh! certo! Il mio nome è Franklin.

– Padre Franklin? – domandò la giovine, marcando con una leggerissima tinta di ironia quest’ultima parola.

– Sì, Padre Percy Franklin dell’Arcivescovado in Westminster – rispose pacatamente il prete.

– Ebbene, Padre Franklin, allora ci dica perché è venuto qui, cioè, ella ci dirà chi lo ha chiamato.

– Mi ha chiamato la signora Brand.

– Ma, per mezzo di chi? – Non posso dirlo! – Oh!… poco male… E, che cosa acquista, uno, quando è ricevuto nella Chiesa, possiamo saperlo? – Ricevuto nella Chiesa, la sua anima si riconcilia con Dio.

– Mah!… (Oliviero stai calmo). E lei, Padre Franklin, come ha fatto a far questo Percy si alzò di scatto.

– È inutile, signora!… a che pro tali questioni? La giovine lo guardava con gli occhi pieni di stupore, tenendo sempre la mano sulle ginocchia di Oliviero.

– A che pro… Padre Franklin, ma noi vogliamo essere informati; non vi sarà mica qualche legge nella Chiesa, che le proibisca di parlare! dico bene? Percy esitò di nuovo; egli non riusciva a capire dove ella volesse tendere con quei discorsi; ma considerando che era meglio conservare il sangue freddo, sedette di nuovo e rispose:

– Oh! no, di certo; nessuna legge! e parlerò, giacché ella così desidera. Ho confessato la signora Brand e le ho dato l’assoluzione.

– Sta bene!… e queste cose che effetto fanno? e poi?.

– Dovrebbe ricevere la santa Comunione e la estrema unzione, quando si trovasse in pericolo di morte.

Oliviero incominciava a contorcersi.

– Cristo!… – disse sottovoce.

– Oliviero – esclamò la giovine – te ne prego, lascia fare a me, che sarà meglio!…

– Dunque, padre Franklin, lei desidera di dare anche quelle altre cose a mia madre, nevvero? – Non sono assolutamente necessarie. – rispose il prete, convinto senza sapere il perché di giocare oramai a partita perduta.

– Ah! non sono necessarie?… ma, gliele darebbe volentieri?…

– Se potessi! ma il necessario è già fatto.

Ci mise proprio tutta la sua buona volontà per mantenersi calmo; gli pareva di essere simile ad un guerriero, che, armato di spada, si trovasse poi alle prese con un nemico fine come la nebbia. Non immaginava neppure alla lontana come sarebbe andata a finire; chissà che cosa avrebbe dato pur di non vedere quell’uomo alzarsi ed avventarglisi alla gola, purché quella giovine desistesse dal fare così gran pena a tutt’e due! – Va bene! – soggiunse Mabel sottovoce, ma, non c’è da aspettarsi che mio marito le conceda di ritornar qui; pure io sono contentissima che ella abbia fatto ciò che crede necessario. Questo sarà senza dubbio una soddisfazione tanto per lei, padre Franklin, quanto per la povera creatura che è su… mentre noi – e qui stringeva i ginocchi di Oliviero – noi non ci pensiamo nemmeno!… Un’altra cosa, però!…

– A piacer suo – disse Percy, meravigliato di quanto accadeva.

– Voialtri cristiani – perdoni il mio rude parlare – voialtri cristiani avete fama di contare le teste e fare gran caso delle conversioni; ebbene, le saremo obbligati, padre Franklin. se ci darà parola di non riferire… questo… incidente; ciò affliggerebbe mio marito e potrebbe cagionargli anche dei guai.

– Ma, signora… – riprese il prete.

– Un momento! Ella vede come noi la abbiamo trattata: nessuna violenza da parte nostra; e le promettiamo ancora di non fare scene su con mia madre. Promette lei, a sua volta, quel che noi abbiamo di mandato? Percy avendo avuto già tempo di riflettere, rispose subito:

– Sicuro, che lo prometto! Mabel sospirò di contentezza:

– Così va bene! Le siamo grati, padre Franklin… e credo di poterle anche dire che, forse, dopo averci pensato su… mio marito acconsentirà che lei ritorni qui per dare la Comunione e poi… quell’altra cosa.

Accanto a lei Oliviero cominciava, a riagitarsi.

– Beh!… in ogni caso – continuò Mabel -, sarà pensiero nostro. Conosciamo il suo indirizzo e la informeremo… A proposito, padre Franklin, ritorna a Westminster, stanotte? Egli accennò di sì.

– Ah! speriamo che le riesca ad aprirsi la via; Londra è tutta sottosopra; forse lei saprà….

– Felsemburgh? – disse Percy.

– Sì, Giuliano Felsemburgh, – riprese a dire pacatamente la giovine, mentre una insolita commozione le si accendeva improvvisa negli occhi. – Giuliano Felsemburgh è qui, come lei sa bene, e resterà in Inghilterra per qualche tempo.

Percy provò daccapo una lieve impressione di paura al solo sentirsi ricordare quel nome. Poi soggiunse:

– Abbiamo, a quanto pare, la pace.

Mabel e Oliviero si alzarono.

– Sì – confermò la giovine, come in tono di compatimento – abbiamo la pace, la, pace dopo tanto! Qui si avanzò un poco verso Percy con un volto acceso che pareva una rosa di fuoco, e protendendo la mano, continuò:

– Ritorni a Londra, padre Franklin, e tenga gli occhi bene aperti. Vedrà Lui stesso, oso sperarlo, e poi tante altre cose.

(Qui le tremava la voce). E allora, comprenderà, la ragione per cui la abbiamo trattata così, perché non abbiamo più paura di lei, e perché consentiamo che nostra madre faccia la propria volontà. Oh! lo comprenderà, padre Franklin, se non stanotte, domani; se non domani, almeno fra qualche giorno! – Mabel!… – esclamò Oliviero.

La giovine si volse a lui, lo abbracciò e lo baciò sulla bocca.

– Oh, Oliviero!… amor mio, perché dovrei usare dei riguardi? Se ne vada pure e veda con i suoi occhi! Buona notte, padre Franklin!…

Giunto alla porta, al tremolio di un campanello fattogli scattar dietro, Percy si voltò, sorpreso e sbalordito, intanto che i due stavano in piedi entro quella morbida luce, come trasfigurati. Mabel con un braccio sulla spalla di Oliviero, troneggiava, raggiante come una colonna infiammata e sul volto dell’uomo adesso non si vedeva più l’ira, ma una baldanza ed un orgoglio sovrumani. E sorridevano ambedue.

Finalmente Percy uscì nella placida notte di estate.

II.

Percy non sentiva che la propria paura, sedendo dentro quel convoglio affollato, che doveva ricondurlo a Londra. Poco o nulla giungeva alle sue orecchie della conversazione rumorosa ed incessante intorno a lui, e quel poco non lo interessava. Capì solamente che erano avvenuti i fatti più simili, che Londra era stata improvvisamente presa dalla follia e che Felsemburgh aveva parlato quella notte nel Tempio di Paolo. Egli sentiva paura pensando al modo con cui lo avevano trattato i signori Brand, e non si stancava di chiedere ingenuamente a se stesso la ragione che poteva avere ispirato quel trattamento. Gli sembrava di trovarsi davanti ad un fatto, che non poteva naturalmente spiegarsi. Provò un leggero brivido e i sintomi di un sonno irresistibile.

Era, a dir poco, cosa strana per lui, il ritrovarsi dentro un carro affollato alle due ore di un mattino d’estate. Tre volte il convoglio fece sosta, ed egli mirò stupito le impronte del disordine sparse per ogni dove: figure di uomini che nel crepuscolo passavano di corsa attraverso ai binari, carri rovesciati, rotoli di tela incatramata; ed ascoltava sbadatamente le grida ed il tumulto che si levava da ogni parte.

Disceso finalmente sul piazzale lo trovò presso a poco nello stato di due ore prima: il medesimo affollarsi disperato mentre il convoglio vuotava il suo carico, il medesimo cadavere sotto il sedile; e, soprattutto, mentre egli correva trascinato dalla folla, avvertendo a mala pena se corresse e perché, ardeva su in alto quello stupendo messaggio sotto l’orologio. Si trovò poi entro l’ascensore, ed un minuto dopo era già fuori sulla gradinata dietro la stazione.

Qui pure si apriva una veduta incantevole. Ardevano in alto le lampade, ma apparivano sopra di esse i primi raggi dell’alba. La via che menava all’antico Palazzo Reale congiungendosi come al centro d’una immensa ragnatela con quelle che venivano da Westminster, con il Maglio, e con le Hyde-Park, appariva come un solido pavimento di teste umane. Dovunque sorgessero Hotels, e Case di Felicità, le finestre erano illuminate a festa come per l’arrivo di un re, mentre su, verso il cielo, si ergeva quel grandioso Palazzo, contornato di lumi e risplendente di dentro come tutte le altre case ivi appresso.

Vi era un tumulto da sbalordire. Impossibile distinguere un suono da un altro: voci umane, corni, tamburi, lo scalpiccìo di migliaia di piedi su quel pavimento di gomma, il cupo stridore delle ruote dalla vicina stazione, tutto confuso in un maestoso ed opprimente rimbombo, cui era sovrapposta qualche nota più acuta. Impossibile muoversi! Percy si trovò in una posizione piuttosto vantaggiosa: proprio sulla cima dell’ampia gradinata che metteva nel cortile della Stazione vecchia, era spazio libero assai vasto che si ricollegava a sinistra con l’ampio viale che conduceva al Palazzo, e a destra con Via Vittoria, che sembrava come tutte le altre un quadro animato di luci e di volti. Si ergeva a destra verso il cielo la cima rischiarata del campanile della Cattedrale, simile a visione di cosa conosciuta in un’altra vita. Mosse automaticamente un passo o due a sinistra, finché riuscì ad afferrare un pilastro: quindi si mise in attesa cercando non di analizzare le proprie emozioni, ma di immedesimarvisi.

A poco a poco le sue facoltà psichiche gli rappresentarono quella moltitudine come veduta altre volte, e come avente vita unita propria. Vi era del magnetismo per l’aria; gli pareva di sentire l’atto creativo nel suo processo, d’onde migliaia di cellule individuali si unificano in modo sempre più perfetto nel gran tutto vivente, dotato di una sola volontà, di un solo sentimento, di una sola fisonomia.

Il clamore di quelle voci gli sembrava avere un significato, solo in quanto attività di quel potere creativo, che manifestava in tale maniera se stesso. Lì giaceva quella gigantesca umanità, dspiegando ai suoi occhi le membra viventi, in modo da rendersi visibile da ogni lato, aspettando la propria integrazione… espandendosi ancora, come nel suo cervello disfatto egli andava pensando, lungo ogni corso della vasta metropoli. Neppure si domandava che cosa stesse ad aspettare tutta quella gente: lo sapeva, eppure non lo sapeva! Sapeva che aspettavano una specie di rivelazione, qualche cosa che avrebbe coronato le loro aspirazioni, fissandone una volta per sempre la mèta.

Era persuaso di aver veduto queste cose un’altra volta, e, come un fanciullo, incominciò a domandarsi dove; finché ricordò d’averle vedute, sognando, nel dì del giudizio… l’umanità raccolta davanti a Gesù Cristo… Gesù Cristo!… Oh! come adesso rimpiccioliva quella figura!… e come si allontanava!… reale sì, ma insignificante per lui, e come perdutamente segregata da questa terribile vita! Volse gli occhi al campanile: lassù era un frammento della vera Croce, sicuro! un piccolo pezzo di legno, su cui un Uomo povero era morto venti secoli fa… Ben! era troppo distante!….

Non capiva più nulla di ciò che accadeva in lui. Oh! dolce Gesù! non siatemi Giudice, ma Salvatore! mormorò con voce sommessa, stringendo il granito del pilastro; ma, un momento dopo si accorse quanto fosse vana quella preghiera: essa spariva come un soffio di vento in quella atmosfera umana della vita intensa! Egli aveva detto Messa quella mattina in paramenti bianchi… sicuro!… ed aveva creduto allora… disperatamente, ma sinceramente; e adesso….

Guardare nel futuro era ugualmente inutile quanto guardare nel passato; non vi era né futuro né presente, ma un solo eterno istante, presente e finale… Allora cessò da quella tensione, e incominciò a guardare con i propri occhi corporei.

Nel cielo spuntava l’aurora con un chiarore uniforme e scialbo, che, per quanto emanato dall’astro sovrano, appariva un nulla in confronto, con la luce smagliante delle vie. «Noi non abbiamo bisogno del sole, mormorò con un sorriso triste, né del sole, né del lume di una candela, noi abbiamo la nostra luce sopra la terra… la luce che illumina ogni uomo».

Il campanile pareva, sempre più lontano nel bagliore spettrale di quell’aurora, e di momento in momento sempre più derelitto di fronte al vivo splendore delle vie.

Percy allora si pose in ascolto e gli parve che da un punto remoto verso levante si facesse silenzio; scosse con impazienza la testa, mentre un uomo dietro a lui parlava in modo rapido e confuso. Perché questi non taceva? perché gli impediva di ascoltare quel silenzio? Allora quell’uomo tacque subito e Percy sentì lì vicino sorgere un mormorio blando come il fluire di una estiva marea, salire verso di lui, fluttuargli d’intorno, percotendogli le orecchie. Ma, non era più la voce di una persona, era divenuto il gemito di un gigante: lui pure mise un grido; non sapeva quel che dicesse, ma non poté rimanere in silenzio. Sentiva le vene ed i nervi come accesi di ubriachezza e mentre guardava attonito la lunga via sentendo l’immenso clamore che partendo da lui saliva verso il palazzo, comprese perché aveva gridato e perché adesso taceva.

Un oggetto sottile a forma di pesce, bianco come il latte, fantastico come un’ombra, bello come l’aurora, guizzava a vista d’occhio mezzo miglio lontano; e volteggiando gli veniva incontro, sembrando galleggiare sopra le onde di quel silenzio che la sua vista creava; e su… su.. ad ali spiegate per le ampie curve della via, tenendosi alto circa una, diecina di metri sopra la folla. Era uno spettacolo grandioso, davanti al quale tutti tacevano.

Quando Percy ebbe riacquistato il suo potere riflessivo (perché la sua volontà era semplicemente capace di sforzi come un orologio di oscillazioni) lo strano e bianco oggetto si era avvicinato. Egli confessava a se stesso di averne veduti altri cento compagni, ed al tempo stesso che quello era differente da tutti.

Frattanto si appressava sempre più, vagando lento lento come un alcione sulle acque del mare; Percy allora poté distinguere la prua levigata, il basso parapetto, la testa immobile del pilota, e udire il blando ventilare dell’elica… vide finalmente ciò che lo aveva costretto ad aspettare.

Nel centro del vascello si alzava un ampio seggio drappeggiato di bianco, con alcune insegne visibili a tergo; e su questo troneggiava sola ed immobile la figura di un uomo. Veniva senza far segni di sorta; il suo abito scuro spiccava vivamente tra quella bianchezza. Egli teneva eretta la testa, che senza posa volgeva delicatamente or da una parte or dall’altra.

Tra il profondo silenzio il vascello si approssimava ancora; l’uomo continuava a muovere la testa; e per un momento quella faccia apparve pienamente visibile nella bianca e radiosa luce: una faccia pallida, di ben decisi lineamenti, giovine all’apparenza, con sopracciglia nere e fortemente arcuate, labbra esigue e capelli bianchi.

Quella faccia si volse ancora; il pilota fece cenno con il capo, ed il meraviglioso vascello con breve giro oltrepassò l’angolo della via dirigendosi in alto verso il palazzo. Si udì in qualche punto un lamento convulso, un grido angoscioso; poi un muggito come di tempesta eruppe di nuovo dalla folla.

LIBRO SECONDO LO SCONTRO

CAPITOLO PRIMO

I.

La sera dopo Oliviero Brand, seduto a tavolino, leggeva l’articolo di fondo del Nuovo Popolo, ultima edizione: «Noi abbiamo avuto tempo di riaverci un poco dall’ebbrezza della notte passata; ma prima di imbarcarci a far profezie sarà bene rievocare i fatti. Fino a ieri sera perdurava la nostra ansietà al soggetto della crisi d’Oriente; e alle ore 21 in punto, solo quaranta persone in Londra, cioè a dire i Delegati Inglesi, sapevano al certo che il pericolo era scongiurato.

Nella mezz’ora appresso il Governo prese delle opportune misure: comunicò la notizia ad un certo numero di persone fide, convocò la polizia con una mezza dozzina di reggimenti di truppe per il mantenimento dell’ordine, fece illuminare il tempio di Paolo, diede avvisi alle Compagnie delle strade ferrate, e alle ore 21,30 precise, a mezzo di affissi elettrici fu data la comunicazione ufficiale dell’avvenimento in tutti i quartieri di Londra e in tutte le grandi città di provincia.

«Ci manca lo spazio per una relazione dettagliata del modo mirabile onde le pubbliche autorità hanno assolto il loro compito: ci basti dire che in tutta Londra si sono verificati soltanto 60 casi di morte. D’altronde non tocca a noi giudicare il governo sul modo da lui adottato per dare il solenne annuncio.

«Alle ore 22 il Tempio di Paolo era letteralmente pieno: l’antico coro era stato riservato per i membri del Parlamento e per i pubblici ufficiali; le gallerie della cupola per le signore, e nel rimanente spazio del tempio aveva libero accesso il pubblico. La polizia volante ci riferisce ora che alla distanza di un miglio dal Tempio di Paolo in qualsivoglia direzione ogni corso era ostruito dai pedoni, e due ore appresso, come ora sappiam bene, tutte le vie di Londra si trovavano nella medesima condizione.

«Fu una scelta eccellente quella di Oliviero come primo oratore. Il suo braccio era ancora fasciato; e l’attenzione che richiamava su di sé, e l’accento emozionante della sua parola costituirono la nota fondamentale di tutta la serata.

Riportiamo in un’altra colonna il suo discorso. Uno ad uno, il primo Ministro, Mr. Snowford, il primo Ministro dell’Ammiragliato, il Segretario per gli Affari d’Oriente, e Lord Pemberton dissero brevi parole in conferma della straordinaria notizia. Un quarto d’ora avanti le ventitré il fragore di un evviva annunciava al di fuori l’arrivo dei Delegati Americani da Parigi, i quali uno alla volta discesero sulla piattaforma dalla porta sud del vecchio coro. Essi pure parlarono a turno. E’ impossibile fare degli apprezzamenti su discorsi pronunciati in momenti così eccezionali, ma forse non sarà odioso ricordar qui Mr. Markam come l’oratore che richiamò l’attenzione maggiore di tutti coloro che ebbero la fortuna di ascoltarlo. Fu lui pertanto che mise in luce quel che gli altri avevano semplicemente adombrato, che cioè il successo della mediazione americana era dovuto unicamente a Mr. Giuliano Felsemburgh. Mr. Felsemburgh non era ancora arrivato; ma in risposta ad un’incalzare di domande Mr. Markam annunciò che questo gentiluomo poteva trovarsi qui fra pochi minuti. Egli continuò riferendo, per quanto era possibile in brevi parole, la condotta di cui si era servito per affermare ciò che era da ritenersi probabilmente come l’impresa la più meravigliosa che ricordi la storia. Risulta dalle sue parole che Mr. Felsemburgh (la cui biografia, così come è nota, riportiamo in altra colonna) è forse il più grande oratore che il mondo abbia giammai conosciuto; noi ci serviamo ponderatamente di questa espressione! Ogni idioma gli è famigliare; negli otto mesi che durò la Convenzione d’Oriente egli pronunciò discorsi in non meno di 15 lingue diverse. Sul carattere della sua eloquenza dobbiamo qui offrire alcuni dettagli. Egli, come diceva Mr. Markam, ha dimostrato la conoscenza la più sorprendente, non solo della natura umana, ma ancora di ogni tratto particolare, sotto il quale ella manifesta il divino. E’ apparso quale profondo conoscitore della storia, dei pregiudizi, dei timori, delle speranze, delle aspettazioni di tutte le innumerevoli sètte e caste d’Oriente, alle quali ha dovuto dirigere la parola. In effetti, come Mr. Markam ha fatto notare, egli è il primo oratore veramente perfetto di questa nuova creazione cosmopolita, alla quale ha travagliato il mondo attraverso la sua storia. In non meno di 9 città (Damasco, Irkutsk, Costantinopoli, Calcutta, Bellares, Nanking) una folla di Maomettani lo ha salutato Messia. Finalmente in America, d’onde è sorta questa straordinaria figura, non vi è stata persona che abbia parlato male di lui. Non si è reso colpevole di quelle azioni criminose – nessuno può convincerlo di peccato – da stampa gialla, di corruzione, di intrighi commerciali e politici, che hanno macchiato la vita di tutti gli statisti d’altri tempi, i quali hanno fatto del Continente fratello quel che ora è divenuto. Ma Felsemburgh non forma un partito: è lui che ha vinto, non i di lui aderenti.

«Coloro che si trovarono presenti nel Tempio di Paolo non ci disapproveranno, se diciamo che l’effetto di queste parole fu indescrivibile.

«Seguì un momento di silenzio, quando Mr. Markam ebbe terminato; quindi per calmare la agitazione che ricominciava daccapo, l’organista toccò i primi accordi dell’Inno Massonico: all’organo si associò immediatamente il canto, in modo che non risuonava il solo edificio all’interno, ma anche al di fuori il popolo faceva eco; e la città di Londra sembrò divenire per pochi minuti il Tempio vivo del Signore.

«Intanto eccoci pervenuti alla parte più scabrosa del nostro compito: dobbiamo confessare che rinunciamo ad ogni descrizione dettagliata da un punto di vista giornalistico: le grandi cose non hanno bisogno di molte parole.

«Era per finire il quarto verso dell’Inno, allorché un uomo vestito semplicemente di nero, fu visto salire i gradini del palco. Lì per lì non vi fu persona che vi facesse attenzione, ma un movimento apparve improvviso per mezzo ai delegati, il canto cominciò ad attenuarsi, cessando poi del tutto, quando l’uomo, dopo un leggero inchino a destra ed a sinistra, salì gli ultimi gradini della tribuna. Qui ebbe luogo un curioso incidente: l’organista non si era accorto di nulla e continuava a suonare, intanto che una specie di gemito erompeva dalla moltitudine, e ben tosto cessava. Non seguirono applausi, ma per brevi istanti dominò sulla folla un silenzio il più profondo, che per uno strano magnetismo si comunicava a quelli che erano raccolti al di fuori, e, quando Mr. Felsemburgh pronunciò la prima parola, sembrò che ivi regnasse la quiete in persona. E agli psicologi che spetta la spiegazione di un simile fenomeno.

«Del suo discorso ben poco possiamo dire: per quanto potemmo vedere non vi fu un solo reporter che prendesse appunti in quel momento. Solo diremo che le sue parole, pronunciate in Esperanto furono semplici e brevi; si limitarono a dare lo annuncio della grande Fratellanza Universale, ed a felicitarsi con tutti coloro, i quali potevano viver tanto per essere testimoni del di lei compimento nella storia; e a dare infine un tributo di lode allo Spirito del Mondo! che aveva ora manifestato la sua incarnazione.

«Tanto possiamo dire; ma non abbiamo parole bastanti per riferire l’impressione prodotta in noi da quella personalità che ci restava davanti.

«Apparentemente è un uomo di 33 anni, senza barba, alto nella persona, di capelli bianchi, occhi e sopraccigli neri. Egli si tenne immobile, con le mani appoggiate alla sbarra; non fece che un gesto levando singhiozzi da ciascun petto, e parlò in modo piano e distinto e con voce chiara. Terminato, restò brevemente in attesa.

«La risposta fu un gemito che risuonò alle orecchie degli astanti come il primo libero respiro emesso dal mondo, cui seguì daccapo quel silenzio che scuoteva le fibre; molti piangevano tacendo, altri muovevano le labbra senza dir parola, tutte le facce erano rivolte a quella semplice figura, come se la speranza di ciascun animo fosse ivi riposta. Fu in pari maniera, se dobbiamo crederlo, che venti secoli fa gli occhi di tanti si rivolsero su di un uomo conosciuto nella storia sotto il nome di Gesù di Nazareth.

«Mr. Felsemburgh aspettò ancora un momento; poi ridiscese i gradini, attraversò il palco e sortì dalla sala.

«Di quanto poi ha avuto luogo al di fuori noi abbiamo ricevuto da un testimone oculare i seguenti dettagli: il bianco volante, così ben noto oramai a tutti coloro che erano in Londra la notte passata, sostò fuori la piccola porta sud dal lato dell’antico coro tenendosi all’altezza di circa 20 piedi dal suolo. In pochi istanti la folla si accorse chi era il personaggio arrivato in quel volante; e, al riapparire di Felsemburgh, per lungo e per largo riecheggiò sul Cimitero del Tempio quel gemito strano seguito poi da nuovo silenzio. Il volante calava e, montato a bordo il signore, si elevava all’altezza di 20 piedi. Dapprima la gente si attendeva un discorso, ma questo non era necessario e, dopo breve sosta, il volante incominciò quella strabiliante passeggiata, che Londra non dimenticherà giammai. Fu per ben quattro volte che Felsemburgh fece il giro della grande metropoli, durante quella notte, senza dir parola, dovunque suscitando al suo passaggio davanti e dietro a se l’immenso gemito, seguito poi dal silenzio.

«Due ore dopo il levar del sole il bianco vascello volò su Hampstead, e appresso spariva verso nord; e fin d’allora, colui che in tutta verità possiamo appellare il Salvatore del Mondo, non si è più riveduto.

«Ed ora cosa ci resta a dire? «Ogni commento sarebbe superfluo. Ci basti dir questo: che ha incominciato l’era novella, che profeti e re, sofferenti e morenti, travagliati ed oppressi attesero invano; non sono soltanto le rivalità tra gli stati (che han cessato di esistere) ma perfino le discordie e le dissenzioni domestiche. E di Colui che è stato l’araldo di tale era nuova non possiamo dire davvantaggio: il tempo dirà ciò che gli rimane da fare ancora.

«Ecco pertanto quello, che ha gia compiuto: il pericolo giallo è scongiurato per sempre; è inteso oramai dai barbari fanatici come dalle nazioni civili che il regno della guerra è finito. «Non la pace, ma la spada» disse Cristo; e come furono amaramente vere le di lui parole! «Non la spada, ma la pace» possono finalmente ritorcere tutti coloro che hanno rinunciato alle pretese di Cristo o non le hanno mai accettate. I principi dell’amore e della solidarietà, timidamente annunciati durante l’ultimo secolo in Occidente, hanno avuto buon seguito in Oriente; non sarà più alle armi che si farà appello, ma alla giustizia; né ci indirizzeremo più ad un Dio che si tiene nascosto, ma all’uomo che ha finalmente appreso la sua divinità. Il soprannaturale, in ultima analisi, è morto: o piuttosto, noi sappiamo che non fu mai vivo. Ciò che resta a fare è di mettere in opera la nuova lezione, e deferire ogni pensiero, parola ed opera al tribunale dell’Amore e della Giustizia. Sarà questo, senz’alcun dubbio, il compito degli anni avvenire. – Ogni codice dovrà esser distrutto, ogni barriera rovesciata; dovrà unirsi partito a partito, paese a paese, continente a continente. Non vi sarà più paura d’aver paura, il timore del futuro che ha paralizzato l’attività delle precedenti generazioni: l’uomo ha pianto abbastanza nei dolori del suo nascere, il suo sangue si è sparso come acqua attraverso le proprie follie! Finalmente è arrivato il giorno in cui egli ha potuto conseguire la pace, per aver compreso se stesso.

«Ci auguriamo pertanto di vedere l’Inghilterra non indietro ad alcuna altra nazione in quest’opera di riforma; e che il suo isolamento, l’orgoglio di razza o l’ebbrezza di dominio non la trattengano dall’opera grandiosa. La responsabilità è grande, ma è certa la vittoria.

«Marciamo adunque calmi, uniti per la conoscenza che noi abbiamo dei passati nostri errori, fidenti nel futuro successo, verso il premio che è in vista finalmente… premio celato sì a lungo dall’egoismo dell’uomo, dell’oscurantismo della religione, da mille sterili logomachie… quel premio promesso da un uomo che non sapeva quel che diceva e negava ciò che asseriva: «Beati i mansueti, i pacifici, i misericordiosi, poiché essi saranno eredi della terra, saranno chiamati i figli di Dio, e troveranno misericordia».

Oliviero, pallido in volto, mentre sua moglie gli si inginocchiava accanto, voltò la pagina e lesse un altro breve paragrafo intitolato: «Ultime notizie»: «Resta inteso che il Governo è in comunicazione con Mr. Felsemburgh».

– Ah!… che cicalata gazzettiera! – esclamò Oliviero abbandonandosi alla poltrona – Roba da farse!… Lasciamo andar questo, ma… il fatto!. ..

Alzatasi, Mabel andò a sedere presso la finestra, tentò una volta o due di dire qualche cosa, ma le mancarono le parole.

– Cara, non dici nulla? Lo guardò un istante presa da tremito, poi rispose:

– Che cosa dovrei dire? ogni commento è superfluo; non lo hai tu letto ora? – Dai retta, Mabel, ma tutto questo non pare un sogno? – Un sogno? se pur vi fossero sogni belli così! Si alzò di nuovo, commossa, a chinata si davanti allo sposo, gli strinse le mani.

– No, caro, non è un sogno; è quel che vi può essere di più reale! ero là anch’io, te ne ricordi? tu mi aspettavi quando tutto era finito bene alla Conferenza… ed apparve Lui… e lo vedemmo insieme, tu ed io… Lo udimmo, tu di sul palco, ed io dalla galleria; e di tra la folla lo vedemmo ancora volare sopra la banchina. Poi giungemmo a casa e trovammo il prete.

Il suo volto sembrava trasfigurarsi mentre ella parlava, come se avesse davanti una visione celeste; e parlava, ora, piano, senza agitazione o nervosità, di sorta.

Oliviero la fissò un istante; poi chinatosi la baciò con tenerezza.

– Si, è vero, gioia mia! ma io voglio sentirmelo dire una volta e poi un’altra volta i ripetilo: chi vedesti? – Io vidi il Figlio dell’Uomo. Il Salvatore del mondo, come dice il tuo giornale: non vi sono altri appellativi che gli si convengano. Vederlo con gli occhi e sentirlo nel cuore fu tutt’uno per me, come per tutti, quando apparve alla tribuna.

Egli aveva un’aureola intorno alla fronte. Allora compresi tutto; Colui che tanto tempo avevamo aspettato, era venuto recando pace e buona volontà nelle sue mani; e, quando parlò, fui di nuovo convinta. La sua voce era simile al mormorio dell’onda marina… così semplice… così blanda… così… terribile; l’udisti tu? Oliviero accennò di sì.

– Posso affidarmi a Lui in tutto, – continuò sommessamente la giovine. – Non so di dove Egli venga né quando tornerà, né quel che farà. Grandi cose, suppongo, Egli avrà da fare prima di essere pienamente conosciuto: leggi, riforme… a questo penserete voi. Noi intanto non possiamo far altro che aspettare, amare e viver felici.

Oliviero approvò, fissandola in volto.

– Mabel… cara…

– Sì… io conoscevo tutto questo anche ieri notte, ma non me ne ero accorta, fino a stamattina, quando, appena svegliata, mi è ritornato in mente. Ho sognato di Lui tutta la notte. Oliviero, dove si trova adesso? Egli mosse la testa.

– So dove Egli è, ma sotto segreto….

Mabel capì subito, e si alzò in piedi.

– Già, non dovevo farti questa domanda…. noi aspettiamo volentieri, del resto.

Passò un minuto o due di silenzio; poi Oliviero disse:

– Gioia, mia, che cosa hai voluto dire, quando hai detto che Egli non è pienamente conosciuto? – Ecco: per ora noi sappiamo quel che ha fatto, ma non sappiamo chi sia; però, con l’andar del tempo sapremo anche questo.

– Ed ora….

– Ed ora, all’opera voialtri! il resto verrà a poco a poco. Oh! Oliviero, sii forte e fedele! Così detto, gli rese un bacio ed uscì.

Oliviero rimase immobile sulla sedia a contemplare, come era suo costume, il vasto panorama, che si dipingeva davanti alle finestre. Ieri a quest’ora lasciava Parigi, bene informato del grande avvenimento, giacché i Delegati erano giunti un’ora prima; ma non conosceva ancora il protagonista. Adesso conosceva, bene anche l’Uomo… per lo meno lo aveva veduto, lo aveva udito, restando come ammaliato da quell’ardente personalità. La qual cosa non poteva egli spiegar meglio a se stesso, di quanto avrebbe saputo fare alcun altro, eccettuata, forse, Mabel. I suoi colleghi erano rimasti come lui tremebondi, annichiliti… e in pari tempo infiammati nel più profondo dell’anima. Essi – Snowford, Cartwright, Pemberton ed altri, – usciti sulla gradinata del Tempio di Paolo seguendo con gli occhi quel misterioso personaggio, avevano forse l’intenzione di dire qualche cosa; ma ammutolirono davanti a quel mare di volti umani, a quel gemito seguito da silenzio; e si sentirono travolti da un’onda di fascino che rompeva dilatandosi come cosa materiale, allorché il battello, levatosi a volo, incominciava la sua meravigliosa manovra.

Oliviero lo rivide insieme con Mabel, da bordo del battello elettrico che li riconduceva a casa. La bianca navicella vagava per aria con moto uniforme e risoluto sopra l’immensa moltitudine portando Colui, che fu chiamato – se altri mai ne ebbe il diritto – il Salvatore del mondo. Giunti poi, lui e Mabel, a casa, avevano trovato il prete.

Oliviero fu per tale incontro vivamente colpito: a prima vista quel prete gli parve proprio l’Uomo salito due ore prima alla tribuna: tanta era la rassomiglianza nel volto giovanile, e nei capelli bianchi. Mabel non avvertì, si capisce, questo particolare, avendo veduto Felsemburgh da una certa distanza; tale impressione però spariva ben presto anche in lui.

Per ciò che riguardava sua madre, il caso era stato spaventevole assai: senza l’intromissione di Mabel, chi sa quanto sarebbe stata violenta la scena della notte passata! E come aveva agito, lei, da persona savia e prudente! La madre intanto doveva lasciarsi in pace; in seguito, a poco a poco, qualche cosa si poteva tentare. In seguito!… Ma era appunto l’avvenire che lo preoccupava, e la potenza ammaliatrice di quel personaggio, nel cui dominio egli era caduto la scorsa notte. Tutto ora gli pareva insignificante: anche l’abiura di sua madre, anche la sua malattia; tutto impallidiva davanti alla nuova aurora di un sole non prima veduto. Fra poco egli avrebbe avuto notizia più chiara intorno agli avvenimenti: una seduta plenaria del Parlamento doveva formulare le proposte da presentare a Felsemburgh, con l’intenzione di offrire a lui una missione privilegiata.

Sì! Come aveva detto Mabel, era giunto per loro il momento di mettersi all’opera al fine di realizzare il grande principio della fratellanza universale, principio inopinatamente incarnato in quel giovine americano – dalle bianche chiome.

Lavoro enorme! Dovevano essere modificate le relazioni con l’estero; commercio, politica, metodi di governo, tutto richiedeva una trasformazione radicale. L’Europa era stata fino ad ora organizzata nell’interno sulla base di una mutua difesa; questa base ora cadeva: non faceva più d’uopo la difesa, poiché non minacciava più alcun pericolo. Ed un lavoro parimenti enorme attendeva gli uomini di governo su di un altro campo: si doveva compilare un Libro Azzurro contenente una relazione completa delle trattative svoltesi in Oriente, insieme con il testo di un Trattato da presentare all’Assemblea di Parigi, firmato dall’Imperatore d’Oriente, dai Re vassalli, dalla Repubblica Turca e controfirmato dai Plenipotenziari americani, Infine anche la politica interna esigeva una riforma: l’antico attrito fra la destra, la sinistra ed il centro non aveva più ragione di esistere: ora vi era un partito solo ai cenni del Profeta.

Oliviero si sentiva preso da terrore, meditando sul vasto programma, considerando che la faccia del mondo si era interamente cambiata e che la vita stessa in Occidente doveva esser posta sopra nuove basi. Era pertanto in vista una rivoluzione più profonda di quella che avrebbe forse portato l’invasione dall’Oriente; effettuando però il passaggio dalle tenebre alla luce, dal caos all’ordine definitivo.

Sospirò profondamente, e sedette, immerso nei suoi pensieri.

Mabel ridiscese mezz’ora dopo, dovendo Oliviero pranzare prima di recarsi a Whithehall.

– Mamma è più quieta – disse entrando -. Sai, Oliviero, ci vuol pazienza!… e come hai tu deciso?… di farcelo ritornare quel prete? Oliviero scosse il capo.

– Ora – disse – bisogna che io pensi a quello che ho veramente da fare; questa cosa decidila tu, cara! la rimetto proprio nelle tue mani.

Mabel acconsentì.

– Fra poco riparlerò con lei… perché fino a questo momento ella conosce poco o nulla di ciò che è avvenuto.

A che ora tornerai a casa? – Probabilmente non prima di domattina: terremo seduta, tutta la notte.

– Ho capito. E al signor Philipps che cosa devo dire? – Gli telefono io domattina presto… Mabel, rammenti ciò che ti dissi di quel prete? – Che somigliava quell’altro? – Sì!… che cosa ne pensi? Mabel sorrideva.

– Io? non saprei… perché mai non potrebbero rassomigliarsi quei due? Oliviero, preso un fico dalla fruttiera, ne fece un boccone e si alzò.

– Io non dico altro che il caso è assai singolare! Buona notte, dunque, mia cara.

II.

– Mamma, – disse Mabel inginocchiandosi presso il letto – non comprende quello che è avvenuto? Vi si era messa con tutto l’impegno per rendere consapevole la vecchia signora dello straordinario cambiamento operatosi nel mondo, ma senza risultato. Ella riteneva come cosa di capitale importanza il farglielo conoscere, perché sarebbe stato ben triste che la mamma scendesse nella tomba, ignara del grande avvenimento. Era come se un cristiano si fosse trovato presso il letto di morte di un giudeo fedele, il primo mattino dopo la Resurrezione; ma l’inferma giaceva nel suo letto sgomenta sì, ma insensibile.

– Mi ascolti ancora, mamma, – continuò la giovine. – Non capisce che tutto quello che Gesù Cristo ha promesso, si è già avverato, sebbene in un altro senso? Mi diceva or ora di volere il perdono dei peccati; ebbene, eccolo il perdono: noi lo abbiamo tutti, perché nulla esiste come peccato, vi è solamente l’azione criminosa: Voleva poi la Comunione, credendo di farsi con questa partecipe di Dio medesimo. Ebbene, noi tutti partecipiamo di Dio, per ciò stesso che siamo esseri umani! Non vede che il cristianesimo è semplicemente un modo di esprimere tutte queste cose? Posso concederle che fosse l’unico, una volta; ma adesso è già superato da un altro modo assai migliore. Questa è la verità, se ne persuada, è la verità.

Tacque un momento facendosi forza per sostenere la vista di quel volto rattristato, di quelle guance rugose, infiammate, di quelle mani glabre, che si contorcevano sulla coperta.

– Consideri come il Cristianesimo è decaduto, come ha diviso i popoli; pensi alle sue crudeltà: inquisizione, guerre religiose, separazione tra mogli e mariti, tra genitori e figli; e poi le disobbedienze alle leggi dello Stato, i tradimenti….

Oh! no, lei non può credere che il Cristianesimo sia vero! Che Dio sarebbe mai questo? E poi l’inferno!… ma come può lei aver creduto all’inferno? Se la levi di mente, mamma, una fandonia così orribile… si persuada che quel Dio non è più – già non è mai esistito – e non fu mai altro che incubo odioso. Noi conosciamo alfine la verità! …Mamma, pensi all’avvenimento della notte scorsa; Egli è venuto… l’Uomo di cui ha tanta paura… le ho detto che rassomiglia tutto….

così calmo e forte! e che silenzio intorno a Lui! e quale fascino non ha mai esercitato sopra i sei milioni di uomini che ebbero la fortuna di vederlo! Consideri quanto Egli ha fatto: ha sanato tutte le piaghe inveterate; il mondo intero, per lui, gode pace alfine; e a quante cose meravigliose egli ha aperte le vie! Ripudi, mamma, queste vecchie e tenebrose imposture, coraggio!… . da brava!…

– Il prete! il prete!… – mormorò infine la vecchia signora.

– Oh! no, no! che prete?… Già egli non può far nulla… e poi, sa bene anche lui che sono tutte fandonie.

– Il prete… il prete!… – continuava l’altra – egli ti può parlare… egli sa la risposta! La sua faccia era convulsa per lo sforzo, mentre le dita affusolate carpivano la coperta, intrecciandosi al rosario.

Mabel si alzò spaventata.

– Oh! mamma!… – disse chinandosi e baciandola – via, non le dico più nulla, ora. Solamente, rifletta con calma, e soprattutto non abbia paura, perché non c’è assolutamente ragione.

Si alzò dandole uno sguardo affettuoso e rimase lì ferma, presa da un sentimento di compassione e di desiderio. Ma no! adesso era inutile: bisognava aspettare il giorno dopo! – Tornerò a vederla subito, mamma, quando avrò pranzato. Oh, mamma! perché mi guarda in quel modo? mi dia un bacio! Non si capisce, pensava Mabel, come uno possa essere così cieco; ma poi quale confessione di debolezza quel chiedere continuamente il prete! era ridicolo… era assurdo!.. Ella stessa si sentiva piena di una calma straordinaria; neppure la morte le faceva paura: non era forse la morte «inabissata nella vittoria»? E metteva in confronto l’individualismo egoistico del cristiano che piange ed indietreggia davanti alla morte o le va incontro considerandola come porta della sua vita eterna, con il libero altruismo del nuovo credente, il quale per la Umanità più non domanda che di vivere e crescere, aspettando che lo Spirito del mondo riveli se stesso; mentre lui, come unità singola si contenta di tornare ad immergersi in quel vasto ricettacolo di energia, da cui ha attinto la vita.

In quel momento ella avrebbe sofferto tutto, avrebbe guardato in faccia serenamente anche la morte, e sentiva muoversi a compassione pensando alla povera vecchia, poiché era ben triste che la morte non la facesse ritornare in se ed alla realtà delle cose.

Ella si sentiva come in un vortice di ebbrezza serena; le pareva che il pesante velo dei sensi fosse calato giù scoprendo un ameno e vasto paesaggio, una terra di pace sempre illuminata dal sole, dove il leone con l’agnello, il leopardo con il capro dormivano insieme. Non vi era più guerra! Lo spettro sanguinoso era morto, e con esso la progenie di tutte le malvagità viventi all’ombra sua: superstizioni, rivalità, terrori, illusioni. Gli idoli si erano infranti, e le leggende erano tramontate. Jehovah era caduto, il sognatore Galileo, dagli occhi selvaggi, era nella tomba, ed il regno dei preti finito!…

In loro luogo ecco sorta una portentosa figura pacifica, di una potenza invincibile, di una tenerezza serena… Lo aveva veduto il Figlio dell’Uomo, colui che aveva chiamato il Salvatore del Mondo. Quegli che portava adesso questi titoli, non era già un mostro, mezzo dio e mezzo uomo, che reclamava due nature e non aveva né l’una né l’altra; che fu tentato senza tentazione, e che vinse senza merito…. come dicevano i suoi seguaci. Stava ora in luogo suo Uno, cui ella poteva andar dietro sicura, Dio e Uomo, ma Dio, perché umano, Uomo perché divino.

Mabel non parlò mai quella sera. Ritornata nella camera per pochi minuti vide la mamma addormentata. Teneva la mano sopra la coperta e le dita intrecciate a quella stupida corona di chicchi. Avvicinatasi pian piano nella penombra tentò di portargliela via, ma le dita raggrinzite si contorsero e si chiusero, mentre un lieve rammarico usciva dalle labbra semiaperte.

Che disgrazia! che disperazione! pensava la giovine, che un’anima debba camminare in tali tenebre, riluttante alla estrema generosa dedizione d’abbandonare per sempre la vita come ad un sacrificio che la vita stessa richiede! Quindi si ritirò nella sua stanza.

Sonavano le tre del mattino, e l’alba grigia si rifletteva sopra la valle, quando Mabel si svegliò, scorgendo presso il letto la donna che vegliava la vecchia inferma.

– Venga subito, – le disse – la signora Brand muore.

III.

Appena giunto a casa verso le sei del mattino, Oliviero corse difilato alla camera, della madre, ma, per constatare che tutto ormai era finito.

La luce e l’aria limpida del nuovo giorno riempivano la stanza, mentre un coro di uccelli saliva dal giardino. Mabel intanto inginocchiata presso il letto, teneva fra le sue le mani rugose della morta, nascondendo il viso tra le braccia.

Oliviero non aveva mai visto così calmo il volto di sua madre: le rughe apparivano come tenui ombreggiature su di una maschera d’alabastro, e le labbra erano atteggiate al sorriso; vi tenne fisso lo sguardo per alcuni momenti, finché non passò lo spasimo che gli serrava la gola. Allora, posata la mano sulla spalla di sua moglie, domandò:

– E’ molto?..

Mabel alzò la testa.

– Oliviero!.. – rispose piangendo – un’ora fa… non vedi?..

E sollevò le mani della morta, attorcigliate ancora nel rosario; nell’ultima agonia, si era spezzato, ed uno dei grani era rimasto fra le dita.

– Io – gemeva Mabel – ho fatto di tutto, senza mostrarmi crudele con lei, ma inutilmente; ha continuato a chiamare il suo prete, finché le son bastate le forze.

– Cara… – incominciò Oliviero; ed inginocchiatosi anche lui accanto alla moglie, si chinò avanti, e baciò quel rosario bagnandolo di lacrime.

– Sì, si! lasciamola in pace! non glielo toglierei per tutto l’oro del mondo: non era il suo trastullo? La giovine lo guardava stupefatta.

– Sì! – disse – Dobbiamo essere generosi, ora che tutto il mondo è nostro; e lei non ha perduto nulla: era troppo tardi per questo! Del resto io ho fatto il possibile.

– Ed hai fatto bene, mia cara: ma lei era troppo vecchia e non poteva capire.

Oliviero tacque.

– E l’«Euthanasia»? – domandò poi con un accento di quasi tenerezza.

– Sì – rispose Mabel – negli ultimi momenti. Ha resistito, ma io sapevo che tu desideravi così.

Per lo spazio di un’ora conversarono in giardino, prima che Oliviero si ritirasse; egli riferiva a Mabel il risultato dell’ultima seduta.

– Non ha voluto accettare! Gli abbiamo offerto una carica con il titolo di consultore, ma ha ricusato; del resto egli ci ha promesso di essere a nostra disposizione… Non posso dirti dove sia… Crediamo però che tornerà presto in America, ma non ci abbandona; abbiamo redatto un programma e deciso con voto unanime di sottoporlo al suo esame.

– E il programma? – Questo riguarda la Riforma Elettorale, la Legge sui Poveri, e il Commercio; altro non posso dirti. I punti principali ce li ha dettati Lui… Ma, ci credi che non siamo ben sicuri di averlo compreso, ancora? -…. Caro mio, in una cosa almeno….

– Si! va bene!… che egli è un uomo straordinario, unico al mondo. Nessuna proposta è stata fatta da lui, che abbia avuto bisogno di discussione! – E il popolo lo comprenderà? – Speriamo!… Bisognerà metterci in guardia contro una possibile reazione; perché, si va dicendo che i Cattolici corrono pericolo, come appunto sta scritto stamani in un trafiletto de L’Era a noi trasmessa per l’approvazione. Questo giornale suggerisce le misure che devono esser prese per proteggere i Cattolici.

Mabel sorrideva.

– Ironia delle cose! – continuò Oliviero – nessuno contende loro il diritto di vivere; fino a qual punto potranno prendere parte attiva al governo, questa è un’altra questione. Ce ne occuperemo, credo, tra una settimana o due.

– Parlami ancora di Lui!…

– Che dire di più? E la potenza suprema della terra! Altro non sappiamo. La Francia, tra il fermento generale, gli ha offerto la dittatura, ma Egli ha ricusato; la Germania gli ha, fatto la medesima nostra offerta; l’Italia la medesima che la Francia con il titolo di Tribuno a vita. L’America non si è ancora fatta avanti, e in Ispagna sono divisi i pareri.

– E l’Oriente? – L’Imperatore stesso lo ha ringraziato!… che più? Mabel trasse un profondo sospiro guardando giù la nebbia afosa che incominciava a salire dalla città. Era quello un tema troppo vasto per il suo intelletto; pure ella si raffigurava l’Europa come uno sciame in faccenda, che voli ora avanti era indietro nello splendore del sole. Vedeva oltre il ceruleo stretto, nella Francia, nelle città della Germania, nella Spagna solatia tutti gli uomini intenti al medesimo scopo: quello cioè di volere per se la figura di quell’uomo, suscitato per meravigliare il mondo intero.

L’Inghilterra stessa, che non si lasciava andare cosi facilmente, ne era entusiasmata. Il meglio che ciascun paese potesse desiderare era la signoria di quest’uomo; e lui, aveva ricusato tutto.

– Ha ricusato tutto!.. – disse Mabel, rimanendo quasi senza respiro.

– Tutto! Noi crediamo che voglia sentire prima il parere dei suoi concittadini; in America Egli tiene tuttora il suo posto.

– E quanti anni avrà? – Non più di trentadue o trentatré anni; ed è in carica solo da pochi mesi. Visse prima solitario in Vérmont; sedette poi nel Senato, dove parlò una volta o due; quindi fu eletto membro della Delegazione. Sembra tuttavia che nessun altro abbia conseguito una potenza pari alla sua; il resto è noto.

Mabel scosse significativamente la testa, e disse:

– Ma noi non ne sappiamo nulla; proprio nulla! Dove ha imparato tutte quelle lingue? – Si suppone che abbia studiato per parecchi anni, ma quanti nessuno lo sa; e, lui non ha detto niente.

Mabel si volse rapidamente al marito:

– Ma che cosa vuol dire questo? La sua potenza come si spiega? Dimmelo tu, Oliviero! Egli sorrideva indeciso.

– Ebbene!… Markam dice che proviene dalla sua illibatezza, unita al fascino della oratoria; ma anche questo non spiega nulla.

– No! non spiega nulla, – ripeté la giovine.

– Per me è proprio la sua personalità, l’etichetta che più gli si addice; ma anche questa, in fin dei conti non è che una etichetta.

– Hai ragione!… E’ proprio così; e lo hanno sentito tutti nel Tempio di Paolo e poi nelle pubbliche vie.

– Non lo sentisti anche tu? – Se lo sentii!…. – esclamò Oliviero, raggiante negli occhi. – Ma io per quest’uomo darei la vita! Si mossero verso la casa, e non fecero parole sulla vecchia defunta, finché non l’aggiunsero la porta.

– C’è gente su da lei – disse Mabel -. Debbo fare le partecipazioni? – Sarà meglio aspettare dopo pranzo – rispose con gravità Oliviero – Manca un’ora scarsa alle quattordici… A proposito, Mabel, sai tu chi recò il messaggio al prete? – Crederei! – Non si sbaglia, fu Philipps! L’ho veduto stamani, e gli ho detto che non rimetta piede in casa nostra.

– Ha confessato? – Si, ha confessato sfacciatamente.

Oliviero, commosso nel volto, fece a piè della scala un cenno alla moglie, e si avviò alla camera della madre.

CAPITOLO SECONDO

I.

Procedendo alla volta di Roma, filando ad una altezza di cinquecento piedi attraverso il cielo sereno di quell’alba d’estate sembrava a Percy Franklin di avvicinarsi proprio alle porte del paradiso; o meglio ancora, egli ebbe l’impressione di essere come un fanciullo di ritorno alla casa paterna; giacché tutto quello che aveva lasciato dieci ore prima in Londra gli appariva una copia non infedele dei cerchi superiori dell’inferno: un mondo da cui Dio stesso si era ritratto, lasciandolo però nella più completa soddisfazione di sé, senza fede e senza speranza; in uno stato in cui la vita era possibile ancora, ma priva affatto di ciò che è necessario al vero benessere. Non che qui regnasse una calma senza aspettative… Londra fremeva anzi fino alla punta di piedi. Correvano dicerie d’ogni sorta: Felsemburgh ritornava, era ritornato, non era mai partito; Egli doveva essere eletto primo Ministro, Presidente del Consiglio; Tribuno, in cui dovevano trovarsi perfettamente congiunte la democrazia di governo e la sacra inviolabilità di persona; e perfino Re, se non Imperatore di Occidente. La Costituzione inglese doveva esser riformata con un completo riordinamento dei suoi Capitoli. Il delitto stava sul punto di essere abolito da quella Potenza, misteriosa che aveva debellato la guerra; per tutti assicurato il necessario nutrimento, scoperta la chiave della vita; d’ora in avanti non si moriva più….

Tali i discorsi che correvano… eppure mancava, a giudizio del prete, ciò che può rendere la vita degna di essere vissuta.

A Parigi, durante la fermata alla grande Stazione di Montmartre (già Chiesa del Sacro Cuore) Percy aveva udito il clamore della moltitudine, che dietro le bandiere spiegate, inneggiava dopo tanto tempo alla vita. Passando sopra i sobborghi aveva veduto le lunghe linee dei treni che, simili a serpenti luminosi nel vivo scintillio delle lampade elettriche, affluivano alla città portando gli abitanti di provincia al Consiglio Nazionale, con tragica frenesia convocato dai legislatori per discutere i termini di un nuovo appello a Felsemburgh. Lo stesso accadeva in Lione.

In quella notte, chiara ed animata, come il giorno, egli raggiunse finalmente le regioni meridionali della Francia.

Preso dal sonno quando l’aria fresca delle Alpi incominciava a gravare sul battello, non aveva dato che un rapido sguardo ai picchi montuosi giù a basso, alle profondità degli abissi, al riflesso dei laghi d’argento, al placido chiarore dei Rodano. Una volta s’era, contro sua voglia, destato al passare di un immenso velivolo tedesco, visione smagliante di oro e di fiamma, simile ad una maestosa falena dalle antenne incandescenti; i due battelli s’erano scambiati il saluto attraverso una mezza lega d’aria silenziosa con un patetico verso, come due strani uccelli notturni, cui grava arrestarsi nel volo.

Milano e Torino non si erano mosse, essendo l’Italia retta con ordinamenti differenti da quelli di Francia; e Firenze si svegliava allora.

Frattanto, cinquecento piedi più in basso, fuggiva rapida la campagna presentando l’aspetto di un immenso tappeto grigio verde tutto a seni e rilievi. Roma era in vista: l’indicatore muoveva la lancetta tra le cento e le novanta miglia.

Si scosse finalmente dal sonno, e prese il breviario; ma dette appena le prime preci, la sua attenzione era altrove; cosicché finita Prima, richiuse il libro e prese una posizione più comoda avvolgendosi nella pelliccia e distendendo i piedi sopra il sedile vuoto che gli stava davanti. Si trovava solo in quello scompartimento, giacché i tre uomini saliti a Parigi erano discesi a Torino.

Percy provò un senso di vero sollievo tre giorni prima; ricevendo dal Cardinale Protettore un messaggio che gli ordinava di prepararsi per una lunga assenza dall’Inghilterra, e di recarsi a Roma il più presto possibile: capì da questo che l’autorità ecclesiastica incominciava ad impensierirsi degli avvenimenti. Riandò agli ultimi giorni trascorsi per vedere quale relazione avrebbe potuto farne. Dall’ultima lettera spedita a Roma erano avvenute, nella sola diocesi di Westminster, sette scandalose apostasie: due preti e cinque ragguardevoli persone del laicato. Dappertutto si sentiva parlare di rivolta; egli stesso aveva veduto un minaccioso documento, una petizione che reclamava la dispensa dall’abito ecclesiastico, firmata da centoventi preti inglesi e gallesi. I firmatari adducevano come pretesto che la persecuzione era imminente da parte del popolo, che il governo mentiva nelle sue promesse di difenderli; insinuavano poi che la fedeltà alla religione si trovava a mal partito anche nei più fervorosi, e che negli altri era già venuta meno. E Percy parlò chiaro nei suoi commenti; fece sapere all’autorità, come tante altre volte, che non era la persecuzione quella che veramente impensieriva, ma bensì la nuova ed inopinata esplosione di delirio per la Umanità, delirio diffuso con centuplicata veemenza dopo la venuta di Felsemburgh e la pubblicazione delle notizie di Oriente, e che infiammava i cuori dei più.

L’uomo si era, ad un tratto, innamorato dell’uomo. Le persone a modo si fregavano gli occhi meravigliandosi d’aver potuto credere o sognare per lo avanti che vi fosse un Dio da amare, e si chiedevano a vicenda di quale segreta malìa fossero rimaste vittime per sì lungo tempo. Il Cristianesimo ed anche il teismo sparivano dalle menti degli uomini, proprio come si dilegua una nebbia al sorgere del sole.

E le proposte da fare?… Sì, ce le aveva, e chiare, e le volgeva nella mente con un senso di disperazione. Perché neppur lui era del tutto sicuro di aver fede in ciò che professava: ogni suo ardore sembrava essersi spento alla vista del candido convoglio, davanti al silenzio sepolcrale della moltitudine in quella notte memoranda. Fatto orribile nella sua oggettiva realtà: le radiose speranze, gli amorosi slanci apparivano come ombre, davanti a quella bollente frenesia di popolo che gli aveva scosse le fibre. Non si era mai visto alcunché di simile; nessuna accolta di gente infiammata dalla viva parola del più eloquente predicatore aveva corrisposto con un entusiasmo pari a quello, con cui la moltitudine irreligiosa di Londra, sveglia all’alba fredda, aveva salutato per le vie l’avvento del suo Salvatore. E riguardo a quest’uomo… No, Percy non sapeva decidere di chi mai si fosse trovato in balìa, nel momento in cui, balbettando il nome di Gesù, era rimasto con gli occhi intenti a quella figura che spiccava nel bianco e lo rassomigliava tanto nel volto e nei capelli. Solo avvertì che una mano gli aveva serrato il cuore – una mano infuocata, non ghiaccia – smorzando ogni senso di convinzione religiosa. Fu solo uno sforzo, che non poteva ricordare senza angustia, ad impedirgli di darsi per vinto, sforzo così famigliare a coloro i quali camminano per le vie dello spirito, e conoscono bene che cosa voglia dire una caduta. Solo una cittadella aveva serbato intatte le porte; tutte le altre si erano arrese. Ogni facoltà aveva provato l’attacco: l’intelletto si era intorpidito, la memoria dell’eternità ottenebrata, la nausea spirituale gli aveva rivoltata l’anima; ma la segreta fortezza della volontà, aveva saputo resistere nell’estremo cimento rifiutandosi di gridare e di acclamare Felsemburgh suo Salvatore e suo Re.

Oh! quanto aveva pregato nelle ultime settimane! quasi non aveva fatto altro, perché la tentazione non gli dava requie: incessantemente lo ferivano da ogni lato gli aculei del dubbio, lo assalivano le obiezioni; egli sempre all’erta, notte e giorno, e quelli aveva respinti e queste aveva negate, sforzandosi di mantenere la sua posizione sull’arduo terreno del soprannaturale, gridando e rigridando al Signore di venirgli in aiuto. Si era addormentato con il Crocifisso tra le mani, lo aveva coperto di baci svegliandosi. Scrivendo o parlando o camminando o mangiando o sedendo in convoglio la sua vita interiore era stata interamente assorbita in disperati atti di fede in una religione che il suo intelletto negava, e per la quale ogni emozione era spenta.

Provò dei momenti di estasi – in una strada, affollata, allorché riconobbe che Iddio era tutto, che il Creatore era la chiave della vita per la creatura, che un umile atto di adorazione valeva più assai del più nobile atto naturale; che il soprannaturale era il principio e la fine dell’esistenza -; li provò ancora durante la notte, nella Cattedrale silenziosa, davanti al tremolìo delle lampade, mentre un’aura divina alitava, dal chiuso del tabernacolo. Allora la marea della passione si abbassava lasciandolo nell’aridità dello sconforto, ma fisso nel pensiero (che poteva essere ugualmente di fede o di presunzione) che nessuna potenza di terra o di inferno lo avrebbe mai distolto dal professare il Cristianesimo, ancorché egli potesse non professarlo. Il Cristianesimo solo poteva rendere tollerabile questa vita.

Percy mandò un profondo ed affannoso sospiro, e mutò posto, giacché i suoi occhi avevano inopinatamente scoperto una cupola lontana simile ad una sfera collocata su di un tappeto di verde; qui il corso dei suoi pensieri si arrestò a questo solo pensiero: Roma! Si alzò, uscì dal suo compartimento, ed avanzandosi lungo il corridoio di mezzo scorse attraverso i vetri, dalle due parti, i compagni di viaggio, alcuni addormentati, altri con gli occhi rivolti alla nuova veduta, altri intenti a leggere. Guardò verso la porta d’ingresso, e per un minuto o due rimase come incantato davanti alla figura imponente del pilota, fermo al suo posto. Teneva questi le mani sulla ruota d’acciaio che dirigeva le grandi ali e gli occhi fissi sul ventometro che gli registrava sopra una specie di mostra da orologio la forza e la direzione delle alte correnti; le mani eseguivano di quando in quando dei rapidi movimenti, cui rispondevano gli smisurati ventagli ora innalzando, ora abbassando il convoglio. Più in basso aveva davanti, fissati ad una tavoletta rotonda e protetti da campane di cristallo, diversi strumenti, dei quali Percy ignorava la funzione; uno pareva un barometro, per misurare, supponeva Percy, l’altezza da raggiungere, l’altro una bussola. E di là, oltre le arcuate finestre, si stendeva il cielo all’infinito. Sicuro! Tutto qui reca stupore; pensava il prete; e non è che un semplice aspetto di quella forza, contro la quale il soprannaturale dovrà ingaggiare l’ultima battaglia. Sospirò di nuovo, e si mosse per ritornare al suo compartimento. Frattanto gli si scopriva un panorama stupefacente: bello, perché insolito e nuovo, e, solo apparentemente finto, come quello che poteva offrire allo sguardo una carta murale. Dalla vetrata d’ingresso scorgeva a destra, lontano, la linea grigia del mare, che baciava la estremità del cielo sereno e scendeva e saliva imitando le ampie volute di quel battello, immobile all’apparenza, ed insensibilmente percosso dalla brezza di ponente. Altro movimento non si avvertiva, fuorché la spinta leggera della grande elica che turbinava da poppa. A sinistra si allargava la campagna smisurata, che attraverso le ali ferme del battello, spariva rapida come una falena, insieme con le linee irregolari dei villaggi sparsi qua e là ed appiattiti in modo da distinguerli appena, insieme con i corsi d’acqua, e si perdeva lontano nella bassa mole delle colline umbre. Davanti, ora visibili, ora nascosti, secondo il vario muoversi del velivolo, si delineavano ancora indistinti i contorni di Roma e dei grandi suburbi nuovi, coronati dalla maestosa cupola che diveniva a mano a mano più grande. Dai lati, in alto ed in basso, i suoi occhi avvertirono gli spazi infiniti dell’atmosfera, colorati superiormente di un cupo di lapislazzuli, che sfumavano verso l’orizzonte in un pallido turchese.

Il solo rumore, che Percy direttamente più non avvertiva, era il continuo attrito con l’aria, abbastanza affievolito ora che la velocità del battello era calata via via ad una media di cinquanta chilometri l’ora. Ad un tratto squillò una campana, e subito dopo egli fu preso da un 1eggero malessere mentre il convoglio discendeva maestosamente a perpendicolo; vacillò alquanto, e si strinse nelle coperte. Quando rialzò gli occhi, il movimento era cessato, ed egli scorse davanti a se le torri, la distesa dei tetti, e più in basso intravide alla sfuggita una strada e parecchi tetti tappezzati di erba qua e là. La campana suonò daccapo seguita da un grido armonioso. Da ogni parte sentì un movimento di passi vicino a sé; una guardia in uniforme passò rapida per il corridoio vetrato. Percy sentì di nuovo quel disturbo leggero; levati poi gli occhi dal bagaglio vide per brevi istanti, quasi al suo medesimo livello, la cupola, ora grigia e striata, grandiosa sotto il cielo sereno. La terra aveva poco più da girare sola: Percy chiuse gli occhi, e, quando ritornò a guardare, le mura degli edifici sembrarono levarsi sopra di lui, arrestarlo e dominarlo.

Un ultimo squillo, una lieve ondulazione, e l’aereo toccò il fondo della darsena d’acciaio; i volti ondeggiarono in fila, mentre si sporgevano fuori della finestra.

Percy allora si diresse verso l’uscita con il suo bagaglio in mano.

II.

Percy Franklin provò una emozione indefinibile sedendo solo, qualche ora più tardi, davanti ad una tazza di caffè in una sala remota del Vaticano; ma sentì ancora la gioia ed il conforto, mentre nel suo cervello affaticato andava considerando il luogo in cui si trovava. Gli era parso, a dire il vero, un po’ strano, l’andare sopra i ciottoli rintronanti con una vettura meschina, proprio come venti anni fa, allorché era partito da Roma, dopo l’ordinazione. Mentre il mondo aveva camminato tanto, Roma non si era mossa: a tutt’altro ella aveva da pensare, che ai materiali miglioramenti, ora che la soma spirituale di tutta la Cristianità pesava interamente sopra le sue spalle. Sembrava non aver cambiato in nulla; o, per meglio dire, ritornata nelle medesime condizioni di centocinquant’anni prima. Dicono le storie che dei miglioramenti introdotti dal Governo italiano si era già incominciato a fare a meno da ottant’anni, quando appunto la città fu resa indipendente. I tranvai non correvano più, agli aeroplani vietato di oltrepassare il recinto, e i nuovi edifici furono conservati, riducendoli però ad uso ecclesiastico. Il Quirinale divenne la dimora del Papa Rosso, i palazzi delle Ambasciate furono trasformati in Seminari; ed il Vaticano stesso, eccettuato l’ultimo piano, serviva di residenza al Sacro Collegio, che faceva corona al Sommo Pontefice come le stelle al sole.

Gli antiquari dicevano che era una città singolare: l’unico modello vivente dei vecchi tempi.

Qui la stessa mancanza di comodità come una volta; qui una noncuranza di igiene che faceva orrore: era l’incarnazione di un mondo perduto nel sogno. Riviveva però l’antica, ecclesiastica pompa. I Cardinali andavano ancora nelle berline dorate. Il Papa Rosso cavalcava la sua mula bianca. Il Santissimo Sacramento incedeva per le vie fetenti a suon di campanelli ed accompagnato dai lanternoni. Una brillante descrizione di queste cose aveva deliziato per quarantotto ore almeno il mondo rincivilito; quella retrogressione mostruosa aveva offerto materia inesauribile alle accuse violente delle persone istruite, e gli intellettuali si accordavano finalmente su questo punto: che la superstizione era nemica del progresso.

Pertanto, mentre Percy veniva dalla Stazione dei Volanti fuori di Porta del Popolo, anche guardando alla sfuggita per le vie i paesani vestiti all’antica, le carrette da vino bianche e rosse, i torsoli di cavolo disseminati per i marciapiedi, i panni fradici dondolanti sulle corde, e poi i muli e i cavalli, per quanto tutto questo gli apparisse strano, finì poi con il trovarvi sollievo, giacché gli ricordava che l’uomo è uomo e non dio, come dicevano tutti; uomo, e perciò un po’ noncurante, ed egoista; uomo, e perciò sollecito di altri interessi oltre quelli della velocità, della pulizia e della precisione.

La stanza dove sedeva Percy, accanto alla finestra riparata da persiane, essendo il sole già alto, riportava un secolo e mezzo più indietro. L’antico damasco e le dorature erano spariti rendendola più severa; una tavola di abete vi era posta per lungo con delle seggiole di legno all’intorno; l’impiantito era di mattonelle rosse con delle strisce di stuoia per i piedi. Le mura bianche, dipinte ad acquarello, non avevano altri ornamenti fuorché due vecchi quadri appesi, ed un grande crocifisso fiancheggiato da candelieri si alzava da un altare collocato presso la seconda porta. Non vi si vedeva altra mobilia fuori di un banco tra le due finestre, e su questo una macchina da scrivere, che trovandosi lì contro ogni sua aspettativa fece grandemente meravigliare il prete.

Finito di prendere il caffè, si abbandonò alla sedia. Già si sentiva alleggerito di un peso enorme, e stupiva della celerità di un tale cambiamento. Qui la vita era più semplice; il mondo spirituale, ammesso come presupposto, non costituiva più materia di discussione; qui si imponeva nella sua realtà, e agli occhi dell’anima faceva trasparire gloriose quelle figure venerande, divenute altrimenti invisibili dietro il corso vertiginoso delle cose umane. Qui permaneva l’ombra stessa di Dio, e non si provava più difficoltà ad ammettere che i santi vigilano e intercedono per noi, che Maria siede sopra il suo trono e che nel disco bianco di sull’altare è presente Gesù Cristo. Non che Percy godesse una calma perfetta: dopo tutto si trovava a Roma da un’ora sola, e l’ambiente, sebbene pervaso di grazia, non poteva operare in lui più di quanto aveva operato. Ma si sentiva meno a disagio, non più disperatamente ansioso, un poco più simile ad un fanciullo, più disposto ad affidarsi a quell’Autorità che reclamava diritti senza portar ragioni, ed asseriva che il mondo manifestava con reale evidenza tanto esterna che interna, di esser fatto in questo e non in quel modo, e creato per questo fine e non per un altro. Tuttavia egli aveva mantenuto nel suo agire quelle convenienze che gli recavano tanto fastidio.

Lasciata Londra, solo dodici ore prima, abitava presentemente un luogo che poteva essere od il recinto di acqua fuori del corso della vita, o altrimenti la vera corrente centrale della medesima.

Udì fuori un rumore di passi; la maniglia girò nella porta, ed entrò il Cardinale Protettore.

Percy non lo vedeva da quattro anni, e, sulle prime, fece fatica a riconoscerlo.

Era un vecchio venerando, curvo e debole, con il viso ricoperto di rughe, con la testa coronata di folti capelli bianchi, sotto lo zucchetto rosso; portava l’abito nero dei Benedettini ed una semplice croce abbaziale sul petto; e camminava con passo malfermo, appoggiandosi ad un bastone. L’unico aspetto vigoroso della sua persona era negli occhi piccoli e vivaci, che si muovevano sotto le palpebre cadenti. Egli porse la mano sorridente, e Percy, ricordando di essere presentemente in Vaticano, genuflesse per baciare l’anello di ametista.

– Siate il benvenuto a Roma… padre! – disse il vegliardo con una freschezza di voce inattesa -. Mi si è annunciato il vostro arrivo mezz’ora fa; ma ho creduto bene di lasciarvi libero per rinfrescarvi e prendere il caffè.

Percy mormorò alcune parole.

– Sì, siete stanco di certo, – seguitò il Cardinale presentandogli una sedia.

– Mica tanto, Eminenza! Ho dormito magnificamente.

Il Cardinale lo invitò a sedersi.

– Ho da parlare un po’ con voi, ed il Santo Padre desidera di vedervi alle undici.

Percy restò un po’ sorpreso.

– Noi sollecitiamo i nostri affari ai giorni che corrono, caro padre… non c’è un minuto da perdere. Sapete di dover restare in Roma, per il presente? – Ho fatto tutti i miei preparativi per questo Eminenza.

– Va bene!… Siamo contenti di voi, qui, padre Franklin. Il Santo Padre ha ricevuto grande impressione dai nostri commenti; avete preveduto mirabilmente le cose.

Percy arrossì di compiacenza: era quello il primo cenno di incoraggiamento: Il Cardinale Martin seguitò a dire:

– Posso assicurarvi che siete considerato come il migliore dei nostri corrispondenti inglesi, ed appunto per questo vi abbiamo chiamato. Bisognerà che voi siate per l’avvenire il nostro consultore; poiché ognuno può riferire i fatti, ma non è da tutti il saperli valutare… Ma voi, padre, siete molto giovine; quanti anni avete? – Trentatre anni, Eminenza.

– Ah!… ma… i vostri capelli bianchi ci rassicurano… Ora, padre, volete venire nella mia stanza? Vi tratterrò fino alle nove, non di più; poi vi riposerete un poco, e alle undici vi presenterò a Sua Santità.

Percy si alzò, pieno l’anima di una insolita esaltazione, e corse ad aprire la porta davanti al Cardinale.

III.

Mancavano pochi minuti alle undici, quando Percy, vestito di abito talare, con ferraiuolo nuovo e scarpe con le fibbie, uscì dalla stanza e bussò alla porta del Cardinale.

Si sentiva ora più padrone di sé. Aveva già parlato al Cardinale con grande libertà ed energia descrivendo l’impressione prodigiosa prodotta da Felsemburgh su Londra, senza nascondere la paralisi spirituale che ne aveva riportata lui stesso.

Aveva asserito la sua persuasione che il mondo si trovasse agli inizi di uno sconvolgimento tale da non aver riscontro nella storia; aveva riferito piccole scene, di cui era stato testimone oculare: un gruppo di persone inginocchiate davanti ad un ritratto di Felsemburgh, un morente che invocava il suo nome, e poi l’aspetto che aveva presentato la moltitudine radunata in Westminster per udire il risultato dell’offerta fatta a questo straniero. Mostrò una mezza dozzina di ritagli di giornali, da cui maggiormente appariva l’isterico fanatismo; e si avventurò perfino a far profezie, dichiarando, che, a suo avviso, la persecuzione non poteva essere lontana.

– Il mondo sembra inoculato di una vitalità perversa, che ammorba e confonde ogni cosa! Il Cardinale faceva segno di approvazione.

– Anche noi, – disse – anche noi lo sentiamo purtroppo! Durante quella seduta il Cardinale lo guardava con i suoi occhi fini, chiedendo di quando in quando degli schiarimenti; e lo ascoltava con la più viva attenzione.

– Quanto ai vostri consigli, padre… – qui si interruppe -. No… vi sono troppe cose da domandare; ne parlerete con il Santo Padre.

Qui si congratulò per il suo buon latino; giacché nel secondo abboccamento, egli si serviva di questa lingua.

E Percy spiegò come lealmente i Cattolici inglesi avessero obbedito all’ordine di un anno prima, di far sì che il Latino tornasse ad essere per la Chiesa quel che diveniva l’Esperanto per il mondo.

– Questa è una bella cosa – disse il vegliardo – e farà gran piacere a Sua Santità.

Ad un colpo dato alla porta, il Cardinale usci tenendo per un braccio il prete; e, senza proferir parola, si avviò insieme con lui verso l’ascensore.

Percy arrischiò una osservazione durante quella ascesa silenziosa agli appartamenti del Papa.

– Mi meraviglio, Eminenza, di questo ascensore e di quella macchina da scrivere giù nell’anticamera! – E perché, padre? – Perché in tutte le altre cose Roma è ritornata ai tempi primitivi.

Il Cardinale lo guardò perplesso.

– Proprio?.. Eh! può darsi, ma io non ci ho badato.

Una guardia svizzera tirò indietro lo sportello dell’ascensore, fece il saluto, e li precedette lungo un semplice corridoio impiantito, fino ad un punto in cui stava aspettando un compagno; quindi salutò di nuovo, e tornò indietro. Un ciambellano vestito severamente di nero e di porpora e con un collare alla spagnola, non appena li scorse dalla porta, si affrettò per aprire. Sembrava quasi incredibile che simili cose avvenissero ancora! – Si compiaccia Vostra Eminenza di aspettare un poco – disse il ciambellano in lingua latina.

Si trovarono entro una piccola stanza di forma quadrata, con sei usci; porzione evidente di una gran vecchia sala, poiché era sproporzionatamente alta e faceva sparire in linea retta da due parti dentro le bianche pareti la cornice d’oro annerita.

Anche i muri di divisione dovevano essere sottili, poiché, mentre i due uomini sedevano aspettando, si udiva di là un mormorio di voci, uno strisciar di piedi, ed il picchiettio continuo della eterna macchina da scrivere da cui Percy credeva di essersi liberato. Erano soli in quella stanza, che, addobbata con la medesima semplicità di quella del Cardinale, presentava un aspetto singolare di povertà ascetica insieme e di dignità nel pavimento a mezzane rosse, nelle pareti bianche, nell’altare, che reggeva sulla mensa due candelabri di bronzo di un valore inestimabile. Le imposte erano socchiuse, e nient’altro poteva distogliere Percy dalla interna commozione che incominciava a provare.

Si doveva presentare al Papa Angelico, a quel vegliardo meraviglioso, che mezzo secolo prima, a soli trent’anni di età fu eletto segretario di stato, e sedeva da nove anni sulla Cattedra di San Pietro. Fu lui che mise ad effetto quell’inaudito divisamento di cedere al Governo tutte le chiese d’Italia in cambio del potere temporale su Roma, proponendosi fino d’allora, di fare di questa una città di santi. Nulla curando le opinioni del secolo, aveva inaugurato una politica assai semplice, se politica poteva chiamarsi. In numerose Encicliche aveva dichiarato che fine della Chiesa era dar gloria a Dio e coltivare nelle anime le virtù soprannaturali; che nessuna cosa al mondo aveva significato ed importanza se non in quanto poteva riferirsi al conseguimento di questo fine. Stabilito poi che Pietro era la grande rocca, ne seguiva che la città di Pietro era la capitale del mondo, e doveva per questo servire di esempio alle città dipendenti: il che non poteva essere, se Pietro non regnasse su Roma. Per questo, appunto, egli aveva sacrificato tante chiese e tanti altri sacri edifici.

Pertanto, essendo re, egli si era prefisso di regnare veramente: aveva detto che tutte le moderne scoperte tendevano a distrarre gli uomini dalla considerazione delle verità eterne; non che fossero di per se stesse cattive, giacché rivelavano le sapienti leggi stabilite da Dio nella natura; ma presentemente non servivano ad altro che a riscaldare i cervelli. Così egli soppresse i tranvai, gli aeroplani, le fabbriche, i laboratori, dicendo che queste cose potevano trovare il loro posto fuori di Roma; e per questo le relegò nei suburbi, erigendo in loro luogo tabernacoli, case religiose e calvari.

Ma provvide anche meglio alle anime dei suoi sudditi. Roma occupava un’area limitata; e siccome il mondo poteva corromperla se non fosse adoperato il sale della terra, a nessun uomo di età minore ai cinquanta anni permise di rimanere entro le mura più di trenta giorni l’anno, senza uno speciale permesso.

Potevano, naturalmente, abitare fuori di città, e vi abitavano infatti a decine di migliaia; ma è chiaro che in quel modo si comportavano più secondo la lettera che secondo lo spirito dei desideri papali. Inoltre divise la città in quartieri nazionali; perché, possedendo ogni nazione le sue peculiari virtù, doveva essa diffonderne costantemente la luce nel luogo suo proprio.

Avendo poi le pigioni incominciato a salire di prezzo, vi provvide mediante una legge, con la quale riservava per ogni quartiere un numero di vie con pigioni a prezzi fissi, dichiarando, ipso facto, scomunicati i contravventori. E riservò per se tutta la Città Leonina.

Con la medesima gravità serena, con la quale in altre materie aveva fatto ridere il mondo rincivilito, ripristinò la pena di morte, dicendo che, se la vita umana era sacra, era più sacra ancora la virtù: ed al delitto di omicidio aggiunse, come punibili di morte, l’adulterio, l’idolatria e l’apostasia. Non si ebbero, del resto, più di due esecuzioni capitali negli otto anni del suo pontificato, imperocché i delinquenti, a meno che non fossero sudditi veramente devoti, prendevano la via dei sobborghi, sottraendosi in tal modo alla papale giurisdizione.

Ma non si fermò qui. Spedì ancora degli ambasciatori in tutti i paesi del mondo, partecipando ai vari Governi la notizia del loro arrivo. Naturalmente non vi si badò che per riderne, ma egli, seguitava imperturbato a reclamare i suoi diritti; e nel medesimo tempo affidava ai legati l’importante missione di propugnare i suoi divisamenti. Di quando in quando apparivano Encicliche in ogni città, esponenti le ragioni delle esigenze papali, come se queste fossero dappertutto riconosciute. Inflisse una condanna formale alla Frammassoneria e alle idee democratiche di qualsiasi specie; gli uomini furono richiamati ai loro immortali destini, al pensiero della maestà di Dio, alla riflessione, che di lì a pochi anni, tutti avrebbero dovuto render conto delle loro azioni al Creatore e Sovrano dell’universo, a nome del suo Vicario in terra Benedetto XVI, di cui seguiva la segnatura ed il sigillo.

Tale linea di condotta produsse nel mondo il più grande stupore. I popoli si aspettavano magnanimi sdegni, acute discussioni, calde esortazioni; e poi emissari segreti, complotti, e proteste. Nulla invece di tutto questo! Egli fece conto che il progresso non avesse preso ancora le mosse, che non fosse giunta l’ora dei battelli volanti. ed il mondo intero credesse sempre in Dio, invece d’avere scoperto che Iddio era lui.

Quel vecchio scemo persisteva nel suo sogno: ed almanaccava di croce, di vita interiore, di perdono dei peccati, proprio come avevano fatto da duemila anni i suoi predecessori: segno evidente che Roma aveva perduto non solamente il suo potere, ma anche il senso comune. Era proprio venuto il tempo di farla finita! Questi l’uomo, il Papa Angelico, che Percy avrebbe veduto tra pochi momenti.

Il Cardinale pose una mano sui ginocchi del prete, quando la porta si aprì, ed apparve un prelato in abito paonazzo, facendo un inchino.

– Una cosa sola! – disse – Parlate con la più grande franchezza! Percy si alzò tutto tremante, e seguì il suo protettore verso l’entrata.

IV.

Nella penombra di quella stanza, ad una gran tavola da scrivere, sedeva la bianca figura del Papa, proprio in faccia alla porta, per la quale i due erano entrati. Tanto vide Percy nel fare la prima genuflessione; quindi avanzatosi ad occhi bassi genuflesse la seconda volta. Si mosse ancora e si inginocchiò la terza volta accostando alle sue labbra la scarna e candida mano già tesa verso di lui. La porta si chiuse, mentre egli si alzava.

– Il P. Franklin, Santità – disse il Cardinale al Papa, avvicinandosi ad un suo orecchio.

Un braccio, vestito di bianco, fece cenno a due sedie lì accanto, sulle quali si accomodarono subito i visitatori.

Mentre il Cardinale, in un semplice latino, ricordava al Papa il prete inglese, che aveva mandato corrispondenze così rilevanti, Percy incominciò a guardare con la più viva attenzione. Conosceva il Papa da centinaia di fotografie e cinematogrammi; sapeva i suoi modi di gesticolare: il leggero piegar della testa in atto di assenso e le rapide ed eloquenti mosse delle mani nell’accompagnare il discorso; ma Percy, pur convinto di esprimere un luogo comune, dovette dire a se stesso che la viva presenza del Papa gliene mostrava una fisionomia differente.

Vedeva a se davanti un vecchio bene eretto, di statura e di altezza media, con le mani appoggiate sul rilievo dei braccioli, spirante un’aria di consapevole dignità in tutta la persona; ma fu soprattutto colpito dal volto, che andava considerando a più riprese, mentre gli occhi del Papa si fissavano in lui; quegli occhi di una vivacità tutta particolare gli ricordavano ciò che gli storici riferivano di quelli del Papa Pio X: nel taglio netto delle palpebre avevano una espressione severa, che però non trovava riscontro negli altri lineamenti. Nessun’asprezza in quel volto: né troppo grasso né troppo magro, di elegante forma ovale, mostrava due labbra sottili lievemente appassionate. Il naso scendeva a becco di aquila terminando con narici finemente cesellate; il mento ben saldo e affossato nel mezzo, e la testa infine presentava nell’insieme un portamento a meraviglia giovanile: volto spirante generosità e dolcezza grande, in uno congiunte tra la rinuncia e la umiltà più profonda, volto sacerdotale da orecchio ad orecchio e dal mento alle ciglia. La fronte, un po’ compressa sulle tempie, portava sopra i capelli bianchi il bianco zucchino.

Grande ilarità aveva destato nove anni prima la immagine composta di preti ben conosciuti, proiettata su di uno schermo nei caffè-concerto accanto a quella del Papa: quasi non si distinguevano l’una dall’altra! Percy, ricapitolando le sue impressioni, trovò una parola sola che le compendiava tutte: Prete! Ecce sacerdos magnus! E stupiva davanti alla visione di giovinezza che mostrava il Papa ottuagenario, diritto come un uomo di cinquanta, ben saldo di spalle, e con la testa da esse sporgente come quella di un atleta, con la faccia appena solcata da qualche ruga.

Papa Angelicus, ripeteva fra se Percy.

Il Cardinale, terminate le sue spiegazioni, gli fece un piccolo cenno. Percy allora svegliò e chiamò a raccolta le facoltà del suo spirito al fine di rispondere al questionario che gli sarebbe stato proposto.

– Oh! benvenuto figlio mio! – così disse una voce dolce e sonora.

Percy fece, commosso, la riverenza profonda.

Il Papa abbassò gli occhi, prese con la mano sinistra un pressa-carte ed incominciò a giocolare placidamente con quello, intanto che parlava.

– Ed ora, figlio mio, ecco i tre punti che vi propongo: Che cosa è avvenuto, che cosa avviene, che cosa avverrà, con una perorazione su quello che dovrebbe esser fatto.

Percy sospirò profondamente, appoggiò il dorso alla sedia, intrecciò le dita di una mano con quelle dell’altra, fissò a basso davanti a se una scarpa ricamata di croce, ed incominciò il discorso, che il giorno avanti aveva recitato almeno per un centinaio di volte.

Egli fissò prima di tutto il suo tema: le forze del mondo civile concentrate in due opposti campi: il mondo e Dio. Fino ad oggi le forze del mondo, incoerenti e convulse irruppero per diverse vie: le guerre e le rivoluzioni furono, come movimenti di una folla, indisciplinate, sregolate, sfrenate. A queste la Chiesa oppose la sua cattolicità, più intenta ad estendere che ad intensificare la propria azione; ai franchi tiratori mise contro altri franchi tiratori. Ma durante gli ultimi cento anni vi fu più di un indizio che la tattica di guerra doveva esser cambiata. L’Europa, comunque, fu lacerata da lotte intestine; prima l’organizzazione del lavoro, poi quella del capitale, quindi l’alleanza tra capitale e lavoro, illustrato questo cambiamento dal lato economico; la pacifica spartizione dell’Africa dal lato politico, lo sviluppo infine dell’Umanità dal lato religioso. Contro questo concentramento delle forze del mondo, la Chiesa dovette a sua volta concentrare le proprie forze. con la sapienza dei Pontefici, con l’assistenza di Dio onnipotente serrò sempre più le sue file. Percy portò come esempio l’abolizione di tutti gli usi locali, compresi quelli di cui l’Oriente era stato sempre cosi geloso; la istituzione in Roma dei Cardinali Protettori, la fusione obbligatoria di tutti i religiosi in un ordine solo, pur ritenendo il loro nome di famiglia, sotto l’autorità di un generale supremo; quello di tutti i monaci, eccettuati i Certosini, i Carmelitani e i Trappisti, in un secondo ordine; quella di questi tre ultimi in un terzo, e la classificazione delle monache secondo il medesimo piano. Ricordò poi il recente decreto che determinava espressamente i limiti della infallibilità pontificia, la codificazione del Diritto Canonico, la grande semplificazione operata nei metodi di governo, nella gerarchia, nelle rubriche, negli affari concernenti le missioni, e i nuovi e segnalati privilegi concessi ai semplici sacerdoti missionari. Si accorse a questo punto che stava per perdere il filo: ed allora accompagnando le parole con un sobrio gesto ed elevando un poco la voce, tentò di connettere questi fatti con gli avvenimenti degli ultimi mesi. Tutto quello che è avvenuto fin qui – diceva – ci riporta a questo che avviene adesso, cioè: alla riconciliazione del mondo intero su tutt’altra base che la verità divina.

Era volontà di Dio e del suo Vicario di affratellare tutti gli uomini in Gesù Cristo; ma la pietra angolare è stata una volta di più reietta, ed invece del caos, che ne avevano profetizzato le persone pie, ecco sorgere una meravigliosa unità che non ha l’uguale nella storia. Ed è facile che concorrano a formarla molti elementi di una bontà indiscutibile. La guerra, secondo ogni apparenza, è morta, ma non è stato il Cristianesimo che l’ha uccisa. Gli uomini si sono convinti che l’unione vale più e meglio della discordia, ma hanno appreso la lezione fuori della Chiesa. In realtà le virtù naturali hanno incominciato inopinatamente a crescere rigogliose. La filantropia ha usurpato il posto della carità, la soddisfazione quello della speranza e la cultura quello della fede.

Percy si arrestò, accortosi di aver preso un tono un po’ da predicatore.

– E così figlio mio! – disse la dolce voce -. Che altro ancora? – Qualche cosa ancora, Santità – prosegui Percy – I movimenti simili a questo suscitano degli uomini: e l’uomo di questo movimento è Giuliano Felsemburgh. Egli ha compiuto un’opera, umanamente parlando, miracolosa. Ha posto fine alla eterna divisione tra l’Oriente e l’Occidente, venendo da quella parte del mondo che è la sola capace di creare simili virtù; ha superato, mercé l’unico suo personale prestigio, le due più grandi tirannie della umanità: il fanatismo religioso ed i partiti politici. La sua azione sopra i così poco sensibili Inglesi è un altro miracolo, ancorché egli abbia acceso fiamme di entusiasmo in Francia, in Germania e in Spagna.

Qui Percy descrisse alcune scene in cui Felsemburgh appariva come una visione divina, e citò liberamente gli epiteti attribuiti a quest’uomo da giornali ben fatti, seri e tutt’altro che fanatici. Felsemburgh era chiamato il Figlio dell’Uomo, a cagione della sua educazione Cosmopolita; Salvatore del mondo per aver debellato la guerra, e perfino… – qui la voce del prete cominciò a tremare ­ perfino… Dio Incarnato, come tipo, il più perfetto, della divina umanità.

La tranquilla faccia sacerdotale, che ascoltava dall’altra parte, restò immobile; Percy, dunque, prosegui:

– La persecuzione è imminente. Se ne sono già fatti dei tentativi; ma non è da temere la persecuzione. Senza dubbio cagionerà, come sempre, delle apostasie; ma queste sono da deplorarsi più da un punto di vista individuale. D’altra parte essa confermerà i veri fedeli e purgherà la Chiesa dalle mezze coscienze. Già, nei primitivi tempi l’attacco di Satana si esercitò sui corpi con le sferze, con il fuoco e le fiere; nel decimosesto sulle intelligenze, nel ventesimo sulle sorgenti medesime della vita spirituale e morale; quest’ultimo è un triplice assalto sul corpo, sull’intelletto e sul cuore. Ma quel che fa maggiormente paura è la influenza positiva dell’Umanitarismo; esso si avvicina, come il regno di Dio, con potestà grande, esalta le menti visionarie e romantiche, asserisce le sue verità senza dimostrarle, soffoca con i guanciali invece di stimolare e ferire con le armi della dialettica: e sembra, almeno da quel che vediamo, che si sia aperta la via fino ai più segreti recessi del cuore umano. Persone che non ne hanno mai udito il nome professano le sue massime; i preti le assorbono come già assorbivano Iddio con la Comunione – qui menzionò le più recenti apostasie – i fanciulli se ne inebriano come già si inebriavano del catechismo. L’anima naturalmente Cristiana sembra diventata l’anima naturalmente infedele. La persecuzione – esclamò il prete – deve essere salutata, implorata, abbracciata come l’ancora di salvezza; e, speriamo che le autorità non siano tanto scaltre da distribuire l’antidoto insieme con il veleno; vi saranno così martiri individuali, vi saranno, e molti, ma a dispetto del governo secolare, non a causa di esso. Finalmente c’è da aspettarsi che l’Umanitarismo vesta gli abiti della liturgia e del sacrificio; dopo di che se Iddio non interviene, la causa della Chiesa sarà perduta! Percy si appoggiò alla sedia, tremante.

– Sì, figlio mio! E che cosa ci resterebbe da fare? Percy lasciò cadere le mani.

– Santo Padre, la Messa, la preghiera, il rosario: queste sono le prime e le ultime cose. Il mondo nega la loro potenza, ed appunto in queste devono i cristiani cercare l’appoggio ed il rifugio. Tutte le cose in Gesù Cristo, in Gesù Cristo ora e sempre; nessun altro mezzo può servire: Egli deve far tutto, perché noi non possiamo fare più nulla! La bianca testa si chinò in segno di approvazione.

– Sì, figlio mio!… Ma, finché Gesù Cristo si degna servirsi di noi, noi dobbiamo essere profeti, re, sacerdoti. Quale sarà la nostra profezia ed il nostro regno? Al queste parole Percy fremé come, ad uno squillo improvviso di tromba.

– Ecco, Santo Padre!… Come profeti ci sia dato di predicare la carità, come re, avremo sulla croce il nostro trono: amare e patire e qui un singhiozzo gli rompeva il respiro. La Santità Vostra ha sempre predicato la carità; splenda dunque la carità nelle nostre azioni, cerchiamo di essere i primi nelle sue vie, recando la probità negli affari, la castità nella famiglia, la onestà nel governo. E quanto al patire… oh! Santità….

Qui gli balzò nella mente il suo antico disegno e vi rimase, questa volta, chiaro, convincente, imperioso.

– Sì, figlio mio!… dite pure francamente.

– Santità, ho un vecchio progetto…vecchio quanto Roma. É l’idea dei pazzi! Un nuovo ordine… un nuovo ordine – diceva Percy con voce malferma.

La bianca mano lasciò il pressacarte. Il Papa sporse avanti la testa e guardò fisso il giovine prete.

– Proprio, figlio mio? – Percy cadde in ginocchio.

– Un nuovo ordine, Santità, senza abito o distintivo speciale, soggetto unicamente alla Santità Vostra, più libero dei Gesuiti, più penitente dei Certosini, più povero dei Francescani, formato di uomini e di donne, con i tre voti, aggiuntavi l’intenzione di subire, all’occorrenza, anche il martirio. Il Pantheon sarà la sua Chiesa, ogni vescovo ne sorveglierà i membri entro i limiti della sua giurisdizione, e un luogotenente in ciascun paese… (Santità, è il pensiero di un pazzo… ) e Cristo Crocifisso sarà il suo patrono.

Il Papa si alzò bruscamente, tanto bruscamente che il Cardinale Martin balzò anche lui in piedi sbalordito. Pareva che il giovine prete avesse corso un po’ troppo! Ma il Papa si rimise a sedere e alzando la mano, disse:

– Iddio vi benedica, figlio mio! adesso potete ritirarvi. Lei, Eminenza, potrebbe trattenersi qui un momento?

CAPITOLO TERZO

Quella sera, abboccatosi nuovamente con Percy, il Cardinale, gli rivolse poche parole, oltre quelle di congratulazioni per l’attitudine da lui presa durante l’udienza con il Santo Padre, il prete, a suo giudizio aveva fatto bene a parlare con la più grande franchezza. Quindi gli spiegò quali sarebbero d’ora in avanti le sue mansioni. Percy poteva ritenere le due stanze assegnategli a sua disposizione, avrebbe detto Messa nell’oratorio del Cardinale, alle nove si sarebbe presentato per ricevere i suoi ordini; a mezzogiorno avrebbe pranzato con il Cardinale, e dopo era libero fino all’Ave Maria. Da quest’ora rimaneva agli ordini dei superiori fino alla cena. E il suo lavoro consisteva principalmente nella lettura delle corrispondenze inglesi, e nel redigere una quotidiana relazione.

Percy trovò assai piacevole e tranquilla la nuova vita; e sentì che gli diveniva di giorno in giorno più familiare. Gli restavano molte ore libere, che dava costantemente alla ricreazione. Dalle otto alle nove soleva passeggiare per le vie di Roma, abbandonandosi serenamente alle sue impressioni, visitando le chiese, osservando il popolo, assorbendo adagio adagio la singolare naturalezza di quella vita vissuta all’antica: gli pareva talora un sogno storico, tal’altra l’unica realtà, veramente esistente. La rigida e lambiccata civiltà moderna diveniva un fantasma di fronte alla semplicità nativa che qui riviveva.

Neppure la lettura della corrispondenza inglese lo commuoveva: gran fatto, giacché l’onda dei suoi pensieri incominciava a diffondersi entro questo vecchio e tranquillo torrente; ed egli leggeva, ritagliava, analizzava e vagliava con la calma più grande. Le notizie, del resto, non pervenivano abbondanti; una specie di bonaccia era seguita alla tempesta. Felsemburgh si manteneva ancora nel suo ritiro dopo ricusate 19 offerte della Francia, dell’Italia.

dell’Inghilterra; e, sebbene non si potesse dare la notizia come sicura, sembrava che volesse prendere per il momento un’attitudine di semplice spettatore. Frattanto i Parlamenti d’Europa erano intenti al lavoro preliminare della revisione dei Codici. Probabilmente nulla di grave sarebbe avvenuto prima della riapertura delle sessioni autunnali.

La vita di Roma era pertanto più unica che rara; quella città non era divenuta semplicemente il centro della fede, ma costituiva in un certo modo il microcosmo della fede medesima. Essa si ripartiva in quattro quartieri: l’Anglo-Sassone, il Latino, il Germanico e l’Orientale, senza contare il Trastevere, quasi interamente occupato dai dicasteri papali, dalle scuole e dai Seminari. Gli Anglo-Sassoni occupavano il quartiere sud-ovest, che comprendeva l’Aventino, il Celio ed il Testaccio. I Latini abitavano la Roma più antica tra il Corso ed il Tevere; i Tedeschi il quartiere nord-est, limitato a sud da Via San Lorenzo; e gli Orientali il rimanente quartiere, di cui era centro il Laterano. In tal modo i Romani di Roma avvertivano appena la intrusione straniera: avevano gran numero di Chiese loro proprie, potevano divertirsi nelle loro vie strette ed ottuse, ed esercitare liberamente i loro commerci. Qui appunto Percy faceva le sue consuete passeggiate, inebriandosi di memorie storiche.

Ma gli altri quartieri apparivano più curiosi ancora. Si poteva vedere per esempio, una progenie numerosa di Chiese gotiche officiate da preti del Settentrione, sorta spontaneamente nei quartieri Germanico ed Anglo-Sassone; e qui pure le ampie e grigie strade, i lindi pavimenti, e le case di stile severo: indizio certo che gli uomini del nord non si erano convertiti agli usi e costumi del mezzogiorno. Gli orientali, per lo contrario, si avvicinavano più ai Latini; le loro vie erano strette ed ottuse con le medesime esalazioni opprimenti, le chiese ugualmente sudice e brutte, ma di colori più allegri e vivaci.

Fuori delle mura regnava una confusione indescrivibile. Se la città offriva l’aspetto di una miniatura del mondo accuratamente ritagliata, i sobborghi raffiguravano lo stesso modello, spezzato in mille frantumi messi dentro un sacco e poi rovesciati a caso. Su quanto spazio poteva si abbracciare con l’occhio in ogni senso di cima al Vaticano, si distendeva interminabile il piano dei tetti, frastagliato da guglie, torri, cupole e camini, sotto i quali vivevano gli esseri umani di ogni razza che sia sotto il sole. Qui, sotto la giurisdizione secolare, sorgevano le grandi fabbriche. I mostruosi edifici del mondo nuovo, le stazioni, gli uffici pubblici, le scuole, con intorno una popolazione di sei milioni di anime, ivi trasferitesi per amore della loro fede. Erano i disperati della vita moderna, stanchi delle vicissitudini umane e delle tensioni senza posa, che, sfuggita la civiltà nuova, avevano trovato il rifugio, all’ombra della Chiesa, pur non potendo abitare dentro Roma. E nuove case andavano costruendosi in tutte le direzioni. Un compasso gigantesco, con una delle punte fissa in Roma e con l’apertura di cinque miglia avrebbe, girando, abbracciato con il suo cerchio le abitazioni addensate sulle vie. Di là ancora sorgevano case sparse per una distanza infinita.

Ma Percy non poté comprendere il significato di tutto ciò che vedeva, fino al giorno onomastico del Papa, festeggiato verso la fine di agosto.

Sulle prime e fresche ore del mattino egli seguiva come Cappellano il suo Protettore per gli ampi corridoi del Vaticano, verso la sala dove il Papa e i Cardinali stavano radunandosi.

Guardando da una finestra giù nella piazza, gli pareva che la moltitudine fosse divenuta più densa – se fosse stato possibile – di un’ora prima. La enorme piazza ovale rigurgitava di persone, attraverso le quali correva un lungo passaggio, mantenuto dalle truppe pontificie per il libero corso delle vetture; e su questa specie di gran nastro, imbiancato dal sole nascente, si avanzavano i grandiosi veicoli, smaglianti di oro e di vivaci colori. Scoppiavano qua e là battimani, accompagnando la foga ed il rumore delle ruote, simili al crepitìo dei ciottoli sopra un lido battuto dalla marea.

Mentre aspettava nell’anticamera, trattenuto da un va’ e vieni continuo di dignitari dai manti scarlatti. bianchi e paonazzi, Percy tornò a guardar fuori e si accertò di quello che aveva supposto: là si radunavano le Reali Maestà del vecchio mondo. Intorno alla gradinata della Basilica si dispiegavano a ventaglio le grandi carrozze di gala ad otto cavalli; i bianchi della Francia e della Spagna, i bruni della Germania, dell’Italia e della Russia, i crema dell’Inghilterra; e, schierate entro il primo semicerchio quelle delle potenze minori, Grecia, Norvegia, Svezia, Romania e Balcania. Ne mancava una sola: quella della Turchia. Di alcune erano visibili gli emblemi: aquile, leoni, leopardi che reggevano le corone regali sopra il cielo di ogni carrozza. Dal primo all’ultimo gradino correva un gran tappeto scarlatto, cui faceva cordone un drappello di soldati.

Percy, appoggiato alle imposte, si abbandonò ai suoi pensieri: ecco gli ultimi avanzi della Maestà Sovrana. Conosceva di già i palazzi reali, costruiti nei vari quartieri, con le loro bandiere al vento, e le sentinelle rosso-scarlatte alle porte; si era cento volte levato il cappello nel Corso al passaggio dei landò rumorosi; aveva veduto i gigli di Francia e i leopardi d’Inghilterra, incedere uniti nelle solenni parate sul Pincio. Negli ultimi cinque anni aveva trovato, di quando in quando, sui giornali notizie di famiglie regie, le quali prendevano l’una dopo l’altra, la via di Roma dietro il beneplacito del santo Padre. Anzi, il Cardinale gli aveva annunciato proprio il giorno avanti che il Re Guglielmo d’Inghilterra, insieme alla consorte, era sbarcato ad Ostia nelle ore del mattino: cosicché la serie dei Sovrani era completa. Ma Percy non si era mai figurato il fatto incredibile dei Re terreni, raccolti all’ombra, del trono di Pietro, né pensato mai al pericolo continuo che costituiva il loro assembramento agli occhi di un mondo retto a democrazia. egli sapeva che questo mondo affettava disprezzo e rideva di simili pazzie e puerilità, in modo speciale di quella commedia inverosimile di un diritto divino preteso da famiglie reali spodestate e spregiate; ma sapeva altresì bene che gli antichi sentimenti erano piuttosto assopiti che spenti nel cuore degli uomini: bastava che si risvegliassero.

Finalmente gli fu dato un po’ di posto; e Percy, uscito come da un nascondiglio, poté seguire il corteo che muoveva a passi lenti.

Mezz’ora dopo egli stava al suo posto tra gli ecclesiastici, allorché la processione papale, attraversata la oscura cappella del Sacramento, entrava sotto la navata della immensa Chiesa; ma prima ancora di giungere alla cappella aveva udito il mormorio sommesso dei fedeli, e gli squilli delle trombe che salutavano il Sommo Pontefice mentre veniva in sede gestatoria, preceduto dai bianchi flabelli. E, mentre poco dopo usciva tenendosi in riga, lo spettacolo di quella folla plaudente gli ricordò con un repentino sussulto del cuore l’altro spettacolo di Londra, veduto qualche mese prima in un’alba d’estate.

Là, in alto, sembrando aprirsi la via tra le teste erette come la poppa di un antico vascello, avanzava il trono su cui sedeva il Padre dei fedeli; e tra questo ed il prete una sontuosa processione di Protonotari Apostolici, Generali di Ordini religiosi e di tanti altri personaggi muoveva come la scia del vascello medesimo spumeggiando ora bianca, ora, dorata, ora argentea, ora scarlatta tra le rive animate dalle due parti. Pendeva dall’alto su questo vascello il magnifico padiglione, e più lontano, il posto dell’altare divino gli ergeva davanti le mostruose colonne, sotto le quali brillavano le stelle dorate, come fari della santità. Era uno spettacolo mirabile, ma insieme grandioso ed imponente da suscitare nell’osservatore solo la consapevolezza del proprio nulla. Il vasto recinto, le stanze giganti, le oscure volte, la infinita varietà dei suoni (dallo scalpiccio dei passi al brusio indistinto di migliaia di voci, dagli accordi possenti dell’organo ai canti soavemente celesti), il profumo soave dell’incenso e delle foglie contuse del lauro e del mirto; soprattutto l’atmosfera, vibrante delle emozioni umane che si slanciavano verso un ideale ultraterreno al passare di Colui che era la Speranza del mondo, il Viceré dell’Altissimo, mediatore fra Dio e l’uomo, tutto questo commosse il prete come una pozione che stimola insieme e deprime, che oscura gli occhi e li illumina di nuova luce, chiude gli orecchi del corpo ed apre quelli dell’anima, che esalta lo spirito e lo immerge nella umiltà più profonda.

Ecco dunque formulata l’altra risposta al problema della vita: eccogli offerte a sua volta le due città di S. Agostino; una, quella di un mondo improdotto, autonomo e sufficiente a se stesso, rivelato da uomini come Marx ed Hervé, socialisti, materialisti e conseguentemente epicurei, facenti capo a Felsemburgh; l’altra città gli si dispiegava in quello spettacolo e parlava di un Creatore e di una Creazione, di un divino disegno, di una Redenzione, di un mondo trascendente ed eterno, donde tutto veniva, e dove tutto ritornava. Uno di questi due: Giovanni era il Vicario, l’altro, Giuliano, la contraffazione di Dio… E Percy, con un supremo slancio di fede, rinnovò la sua scelta.

Ma non era venuto ancora il momento più bello. Rimaneva presso l’altare e la Confessione un largo spazio riservato, che, per quanto Percy poteva vedere dalla sua parte, si estendeva fino al punto che segnava il principio dei bracci della grande croce latina. Per questo punto passavano in linea retta i balaustri, ricoperti di rosso, si vedevano disposti in serie progressiva diversi personaggi a capo basso, pallidi nel volto ed immobili. Alla estremità della cinta fiammeggiava una spada, e di sopra, ad un terzo d’altezza della navata, si ergeva un ordine maestoso di troni. Questi erano di colore scarlatto come i cardinalizi, ma sul cielo portavano delle risplendenti armature, sostenute da simboliche bestie, e adornate di corona.

Sotto ogni trono sedevano in splendido isolamento uno o due di quei personaggi; e fra trono e trono apparivano altre persone severe nel volto ed a capo basso, Il cuore gli balzò girando attorno gli occhi e vedendo come in uno specchio il medesimo quadro anche dalla parte del braccio destro.

Ecco là le reliquie di quella strana classe di persone, che fino a mezzo secolo prima avevano regnato come gerenti temporali di Dio e per volontà dei loro sudditi. Nessuno più li riconosceva, adesso, salvo Colui dal quale traevano la propria sovranità: vere cime cadenti da una cupola, cui venga a mancare la solida base. Questi, uomini e donne, avevano imparato, finalmente, che ogni potere viene dall’alto e che il diritto a regnare non deriva dai sudditi, ma dal Re supremo che tutto governa: pastori senza gregge, capitani senza soldati! Era, un quadro triste, orribilmente triste, ma istruttivo: quell’atto di fede era sublime, e Percy sentì balzare il cuore a tal vista. Questi, uomini e donne, creature simili a lui, non arrossivano di appellare dall’uomo a Dio, di vestire qui le assise che il mondo considerava oramai come giocattoli, ma che per loro erano gli emblemi di una missione soprannaturale. Non è qui riflessa, pensava Percy, l’immagine di Uno che cavalcava il puledro di un’asina tra gli scherni dei grandi e le grida festose dei fanciulli? Ma la scena si fece più commovente durante la Messa, quando i Sovrani, discesi per il servizio del culto, si aggiravano fra il trono e l’altare, imponenti figure, a testa nuda, silenti e rispettose. Il Re d’Inghilterra, ridivenuto Fidei Defensor, faceva da caudatario in luogo del vecchio Re di Spagna, l’unico che, con l’Imperatore di Austria, avesse mantenuta ininterrotta la continuità della fede. Il vecchio Re, chino al suo faldstorio, tremava e gemeva aprendo le labbra a fervente preghiera, come Simeone allorché vide nel tempio il Salvatore d’Israele. L’Imperatore d’Austria serviva il Lavabo; l’Imperatore di Germania, che dieci anni prima aveva perduto il trono e quasi la vita a causa della sua conversione, per nuovo privilegio poneva e levava il cuscino, quando il suo Signore si inginocchiava davanti a Colui che era il vero Signor di ambedue.

Così, atto per atto, si svolgeva il magnifico dramma. Al mormorio delle voci seguì un silenzio di muta preghiera, quando il tenue Disco Bianco fu elevato tra le bianche mani, ed echeggiava una musica divina sotto la cupola.. Perché la devota moltitudine vedeva l’unica sua speranza in quel Disco, così piccolo e così potente, come già Cristo bambino entro la mangiatoia. Non v’era più nessuno che combattesse per loro se non Iddio. Se dunque il sangue degli uomini ed i pianti delle donne non erano bastati a scuotere dal silenzio Colui che tutto vede e tutto giudica, certo la morte del Figlio suo, che già sul Calvario aveva oscurato i cieli e fatta tremare la terra, rinnovandosi ora incruenta, con sì patetica magnificenza sopra quest’isola deserta della fede cristiana, tra i marosi dello scherno e dell’odio, questa almeno avrebbe apportato il suo frutto.

………………………..

Percy stava seduto, riposandosi dopo la lunga cerimonia, quando la porta ad un tratto si aprì, ed il Cardinale, ancora vestito dei suoi abiti festivi, entrò con un passo rapido, chiudendo dietro la porta.

– Padre Franklin – disse con voce mancante; – vi porto la peggiore delle notizie. Hanno eletto Felsemburgh presidente dell’Europa!

II.

A notte inoltrata, Percy si ritirò, sfinito dalla fatica. Per diverse ore era rimasto con il Cardinale occupato nell’aprire telegrammi, che affluendo da ogni parte d’Europa, venivano continuamente recati nel quieto salone.

Il Cardinale fu chiamato tre volte in quel pomeriggio; una volta dal Papa e due al Quirinale.

La notizia, senza alcun dubbio, era vera. Si diceva, a proposito, che Felsemburgh avesse deliberatamente ricusato tutte le offerte precedenti per non accettare altro che quella.

Le potenze, che separatamente non avevano potuto accaparrarsi il grand’uomo si erano messe d’accordo, ritirando le particolari offerte; e, spedito un messaggio collettivo, gli avevano regalato dei privilegi addirittura inauditi in un regime di democrazia: un palazzo in ogni capitale dell’Europa, il diritto di veto valevole per tre anni sopra ogni legge votata, il valore di legge definitiva per ogni suo progetto che in tre anni fosse stato accettato per tre volte di seguito, ed infine il titolo di Presidente dell’Europa; mentre da parte sua si esigeva unicamente il rifiuto di qualsiasi incarico che non avesse ricevuto l’approvazione di tutte le potenze. Tutto questo, come ben si apponeva Percy, moltiplicava il pericolo di un’Europa già unificata. Era il socialismo con tutte le sue forze prodigiose, posto sotto la direzione di un uomo di valore: era la combinazione più geniale di due opposti metodi di governo. E quell’offerta fu accettata da Felsemburgh dopo otto giorni di riflessione. È da considerare ancora come la notizia fu accolta nelle due parti del mondo: l’Oriente l’apprese con ardore, mentre in America erano divisi i pareri; ma l’America, in ogni modo, non contava, giacché la bilancia mondiale calava ad esuberanza dalla parte opposta.

Percy cadde sul letto con un gran tremito nei polsi, con gli occhi chiusi e con una invincibile disperazione nel cuore. Il mondo si drizzava come un gigante sopra l’orizzonte di Roma e la città santa appariva simile ad un castello di sabbia in mezzo ai flutti del mare. Troppo lo sapeva. Come poi avverrebbe la catastrofe, in qual forma, in quale direzione, questo egli non conosceva né si dava pena di conoscere; solo era convinto che non si poteva sfuggire.

Uso alla introspezione egli penetrava con gli sguardi più amari le intimità della coscienza, come un dottore, che, affetto da malattia mortale, si accingesse impassibile alla diagnosi spaventosa dei propri sintomi; senza dire che egli provava un certo sollievo nel chiudere gli occhi al mostruoso meccanismo del mondo, per considerare il microcosmo di un cuore umano che non ha più speranza.

Per la sua fede non aveva più da temere: con la medesima certezza con la quale può uno conoscere il colore dei propri occhi, egli la vedeva nuovamente in salvo e fuori di ogni pericolo. A Roma, durante il nuovo soggiorno, le onde velenose del dubbio si erano rischiarate, ed il torrente mostrava ancora visibile il fondo; o per meglio dire, quel vasto edificio di dogmi, riti, tradizioni, principi, nei quali era stato educato, e sui quali aveva tenuto gli occhi fissi in tutta la sua vita abbracciandone con lo sguardo una quantità frammentaria, davanti alla quale si disorientava la mente come davanti ad una luce incerta ed intermittente che veniva nelle tenebre; questo edificio si era a poco a poco illuminato, rivelandosi nel meraviglioso chiarore del fuoco divino da esso diffuso. Quei sommi principi, una volta così sconcertanti ed anche ripugnanti, tornavano ad essere chiaramente evidenti. Percy vedeva, a mo’ d’esempio, che la Religione umanitaria si studiava di eliminare il dolore, mentre la divina voleva che si abbracciasse; per modo che anche le cieche doglie delle creature irragionevoli rientravano nel piano stabilito dalla Volontà creatrice. E, mentre, sotto un aspetto dell’immensa tela della vita si vedeva un solo colore – o materiale, o intellettuale, o artistico – sotto un altro aspetto anche il Soprannaturale saltava agli occhi evidente.

La Religione Umanitaria poteva esser vera solo a condizione di misconoscere una metà a dir poco della natura umana, con le sue aspirazioni e le sue miserie; mentre queste il Cristianesimo le accettava come un fatto e ne rendeva ragione, anche se non riusciva adeguatamente a spiegarle; le considerava come elementi necessari alla perfetta integrazione del tutto. La fede cattolica era per lui più certa della sua vita stessa, vera insieme e vivente; egli poteva ingannarsi, ma Iddio regnava; poteva impazzire, ma Gesù Cristo era il Verbo fatto carne, tale manifestatosi a noi per la morte e per la resurrezione; e Giovanni il suo vicario in terra. Queste cose formavano le vertebre dell’Universo; erano fatti superiori a qualsiasi dubbio; e, se non erano Verità, tutto il resto non poteva esser altro che un sogno.

E le difficoltà? Oh! certo, ve ne era un numero stragrande. Egli non comprendeva, ad esempio, perché mai Iddio questo mondo lo avesse fatto così, né come poteva l’Inferno esser creazione dell’amor divino, né come il pane si convertisse sostanzialmente nel corpo di Cristo…. ma, pure queste cose erano così. Confessava di camminare adesso in una direzione opposta di quando aveva sognato che le verità divine potessero dimostrarsi con il lume naturale, della ragione! Sapeva ora – pur ignorandone il come – che la natura reclamava il soprannaturale, il Cristo storico, il Cristo della fede; che la ragione pura non poteva contraddire i misteri della fede, ancorché non potesse adeguatamente dimostrarne l’esistenza se non presupponendo la rivelazione come un fatto; e che l’attitudine morale più dell’intellettuale poteva garantire la certezza della divina parola.

Riteneva certo ora, come aveva già insegnato e pensato, che la fede, avendo al pari dell’uomo stesso un corpo ed uno spirito, un’espressione storica ed una verità interiore, Ci parla ora in un linguaggio ora in un altro. Quest’uomo, per esempio, crede perché vede; accetta l’Incarnazione e la Chiesa, per i motivi di credibilità: ebbene, considerando poi che questi sono fatti di un ordine spirituale, egli si affida pienamente al messaggio ed alla autorità di Colei che sola li professa, come pure alla manifestazione dei medesimi su di un altro piano storico. Nelle tenebre si attiene al Suo braccio, ossia, in fin dei conti, egli vede, perché ha creduto.

Così Percy esaminava con una certa studiata impassibilità le differenti piaghe dell’anima sua.

Primo l’intelletto, perplesso oltre ogni dire, domandava: Perché?… perché?… perché? Perché permettere tutto questo? perché Iddio non interveniva? perché il Padre degli uomini lasciava che il mondo, pur tanto amato, si scagliasse contro di Lui? E che intendeva fare? Non avrebbe fatto mai sentire la Sua parola? Non sarebbero stati assai meglio i credenti senza quella infinità di uomini che giacevano in basso contenti delle loro bestemmie? Non erano questi ugualmente figli suoi e pecore della Sua greggia? A che fine fu la Chiesa Cattolica fondata se non per convertire il mondo? E perché allora l’Onnipotente Iddio permetteva, prima, che questa Chiesa fosse ridotta ad un manipolo di aderenti e, poi, che il mondo trovasse la pace lontano da Lui? Esaminò poi le sue emozioni ma non vi trovò di che consolarsi o riprendere animo. Si, egli poteva pregare ancora emettendo quelli atti aridi e freddi che il buon Dio accettava lo stesso; poteva ripetere: adveniat Regnum tuum, fiat voluntas tua, fino a mille volte il giorno, se Dio cosi voleva; ma nessuno slancio, nessuna commozione, nessuna vibrazione attraverso le corde che la sua volontà tendeva fino al trono dell’Altissimo. Che cosa, dunque, nel mondo, voleva Iddio da lui? Questo, allora: ripetere formule, sedere, aprir dispacci, ascoltare al telefono e soffrire! E poi il mondo… e quella follia che aveva invasato i popoli… e le storie incredibili diffuse quel giorno stesso in Parigi, di uomini ebbri di delirio come Baccanti, che ignudi sulla Piazza della Concordia si strappavano la carne e si trafiggevano il cuore gridando tra gli applausi della folla di essere stanchi della vita, perché era troppo bella; di una ballerina, che la notte scorsa era impazzita, e poi morta cantando, ridendo e sbavando convulsamente in un Caffé concerto di Siviglia; di Cattolici crocifissi quella mattina sui Pirenei… l’apostasia di tre Vescovi in Germania… e questo… e poi quest’altro…. e poi migliaia di errori lasciati commettere senza che Iddio si facesse sentire!..

Ad un colpo, dato alla porta, Percy si alzò, entrando il Cardinale. Questi appariva orribilmente malandato; negli occhi aveva una lucentezza profonda che rivelava la febbre. Con un breve gesto invitò Percy a star comodo, e sedette su una poltrona tremando un poco e raccogliendo i piedi ornati ancora dalle fibbie d’argento, sotto la tonaca dai bottoni rossi.

– Scusatemi, Padre – disse – sto in ansia per la sicurezza del Vescovo, giacché dovrebbe trovarsi qui a quest’ora.

Percy ricordò che si trattava del vescovo di Southwark, partito dall’Inghilterra nelle prime ore di quel mattino.

– Deve venire direttamente a Roma, Eminenza? – Si; dovrebbe esser giunto fino dalle ventitre, ed ora è mezzanotte passata, mi pare.

Infatti mentre egli parlava, gli orologi battevano la mezza. Tutto era quieto in quel momento. Durante il giorno l’aria aveva echeggiato di rumori sinistri; il popolo si era riversato nei suburbi e le porte della città erano state chiuse, benché, in realtà, non si trattasse d’altro che di un primo indizio di quel che sarebbe avvenuto in seguito, quando il mondo, avesse ben compreso se stesso.

Il Cardinale parve rianimarsi dopo pochi minuti di silenzio.

– Padre, mi sembrate stanco – disse con voce affettuosa.

E Percy, sorridendo:

– E vostra Eminenza? A queste parole sorrise anche il Cardinale.

– Oh sì, padre! ma io ci sono per poco, ed allora toccherà a voi a soffrire.

Percy balzò all’improvviso con una stretta al cuore.

– Ma sì, – continuava il Cardinale. – E’ stato il Santo Padre, che ha disposto così; voi sarete il mio successore; non c’è bisogno di farne un segreto.

Percy sospirava e tremava.

– Ma, Eminenza!… – incominciò con un accento pieno di tristezza.

L’altro gli tolse la parola alzando verso di lui la scarna e bianca mano, e pacatamente disse:

– Io vi comprendo: preferireste morire in pace, nevvero? È quello che desiderano tanti! Ma noi dobbiamo essere i primi a soffrire: et pati et mori. Padre Franklin, non dobbiamo esitare! Seguì un lungo silenzio.

L’inaspettata notizia non poté non dare al prete una scossa dolorosa. Non gli era mai neppur balenato alla mente che lui, poco più che trentenne, potesse essere designato successore di quel vecchio, saggio e paziente prelato; quanto all’onore, non ci aveva mai pensato neppure alla lontana. Non scorgeva davanti a se che questa unica prospettiva: un lungo e faticoso viaggio per un sentiero aspro e scosceso e con un fardello troppo grave per le sue spalle.

Pertanto si rassegnò all’inevitabile. La nuova gli fu data come certa; era così, e nulla poteva opporre; ma gli parve che un nuovo abisso si spalancasse ai suoi piedi, e già vi guardava dentro con un insensato, tedioso, inesprimibile orrore.

Fu primo il Cardinale a rompere il silenzio.

– Padre Franklin, oggi ho veduto una fotografia di Felsemburgh. Non sapete, sulle prime, per chi l’ho presa? Percy sorrideva con pena.

– Ma sì, padre, l’ho presa per la vostra! Eh! che ne pensate? – Non capisco, Eminenza.

– Oggi è stato commesso un omicidio in città. Un cattolico ha pugnalato un bestemmiatore – Percy rialzò gli occhi al suo interlocutore -. Sì; l’assassino non ha tentato neppure la fuga, e adesso si trova in prigione.

– E dopo? – Dopo sarà suppliziato. Domani vi sarà, il processo. Oh! è ben triste! Il primo omicidio dopo otto mesi! A Percy appariva manifesta l’ironia della situazione, mentre sedeva intento al profondo silenzio della notte stellata.

Pensava a questa povera città, che persisteva come se nulla fosse, nei suoi derisi procedimenti penali, mentre fuori si concentravano le forze del mondo per metter fine ad ogni cosa. Il suo recente ardore sembrava assopito. Non si esaltava più al pensiero del magnanimo disprezzo dei fatti materiali, di cui Roma dava ora un piccolo esempio, né al pensiero di quel coraggio addirittura sbalorditivo e di quella olimpica indifferenza. Si sentiva simile ad un uomo che guardi una mosca intenta a succhiare il cilindro di una macchina: la grande massa di acciaio scorre portando la tenue vita verso la morte atroce; un momento ancora, e questa le sarà già sopra, senza che l’osservatore possa farci nulla. In quella guisa rimaneva il soprannaturale, perfetto e vivente sempre, ma ridotto ad un minuscolo punto. Forze immense erano in movimento, tutto il mondo si sollevava, e Percy non poteva far nulla, se non guardare e inorridire! Pertanto, come abbiamo detto, non vi erano più ombre di dubbio nella sua fede; sapeva che la mosca, come vivente è qualche cosa di superiore alla macchina: si poteva dunque schiacciare la mosca, ma l’ultima a soccombere non sarebbe stata la vita.

Tanto egli sapeva; ma di là da questo, rimaneva il mistero.

Si udì frattanto passeggiare di fuori e poi bussare alla porta; si affacciò un servitore dicendo:

– Eminenza, sua Eccellenza è già arrivato!…

Il Cardinale si alzò a fatica tenendosi alla tavola; stette un po’ fermo come per ricordare qualche cosa, e poi frugò in tasca.

– Guardate, padre – disse porgendo al prete una piccola moneta d’argento – Non ancora, però; quando io sarò uscito.

Percy richiuse la porta e ritornò al suo posto con il piccolo disco bianco in mano.

Era una moneta nuova di zecca; da un lato portava la solita ghirlanda con le parole: cinquanta centesimi, scolpite nel mezzo in inglese ed in esperanto, e dall’altro il profilo di un uomo con la seguente iscrizione: Julian Felsemburgh, La presidente de Uropo.

III.

Alle dieci del mattino seguente i cardinali furono invitati alla presenza del Papa per una allocuzione.

Percy dal suo seggio fra mezzo ai consultori vedeva entrare i cardinali, uomini di differenti nazione, temperamento ed età: gli Italiani, tutti insieme gesticolavano, mostrando i bianchi denti; gli Anglo-Sassoni camminavano compassati e severi; un vecchio cardinale francese appoggiandosi ad un bastone, muoveva al fianco del benedettino inglese. La sala era una delle grandi stanze che formavano allora l’edificio del Vaticano, disposta per lungo a forma di cappella. In fondo, lasciato un passaggio nel mezzo, erano collocati i seggi dei Consultori; in cima, il baldacchino con il trono papale. Tre o quattro banchi, con apposite sedie, di là dai seggi dei Consultori, erano riservati ai preti, ai prelati giunti a Roma il giorno avanti da ogni contrada dell’Europa all’annuncio dei paurosi avvenimenti.

Percy ignorava affatto il motivo di quella allocuzione; non poteva trattarsi che di cose le quali non uscivano dall’ordinario: che altro poteva dirsi, considerata l’incertezza della situazione? Tutto quello che si sapeva fino allora si riduceva alla elezione del Presidente dell’Europa, fatto messo fuori di dubbio dalla piccola moneta d’argento; ad un tentativo di persecuzione represso energicamente dalle autorità e al giro di Felsemburgh attraverso le città capitali: lo si aspettava a Torino alla fine della settimana. Da ogni centro del mondo cattolico affluivano messaggi chiedendo istruzioni in proposito. Si diceva che l’apostasia montava come il flusso della marea, che dappertutto minacciava la persecuzione e che perfino i vescovi incominciavano a vacillare.

Circa il pensiero del Santo Padre non si conosceva nulla di certo. Quelli che potevano dire qualche cosa tacevano; era trapelata la sola voce che il Papa aveva passato tutta la notte in preghiera presso la tomba dell’Apostolo….

La conversazione si affievolì istantaneamente in un brusio leggero per finire nel silenzio. Si vide attraverso i seggi un vago incresparsi di teste che si piegavano riverenti, mentre si apriva la porta a tergo del baldacchino, e Giovanni Pater Patrum prendeva posto sul trono.

Percy restò, sull’imprimo, confuso. Attraverso la luce pulviscolare che pioveva dalle finestre, lo colpivano solo le due file scarlatte che terminavano dalle due parti sotto il purpureo padiglione, e la bianca figura che vi sedeva. Certo questi meridionali possedevano il senso preciso dell’effetto: tanto vivo e solenne poteva produrlo un’ostia consacrata dentro un ostensorio coronato di rubini. Ogni accessorio era sontuoso: la vastità della sala, il colore delle vesti, le catene, le croci; mentre l’occhio muovendo verso il punto più alto andava ad incontrare quella figura bianca così poco smagliante, come se la gloria di quaggiù avesse dato tutto senza poter rivelare il suo supremo segreto. Lo scarlatto, la porpora, l’oro, ben convenivano a coloro che stavano presso i gradini: ne avevano bisogno! ma per Colui che sedeva sul trono, non erano necessari. Svanissero pure i colori e si illanguidissero i suoni davanti al viceré di Dio! Eppure, quanta perfezione di atteggiamento su quel bel volto ovale, su quella fronte dignitosamente sostenuta, negli occhi dolci e vivaci, nella netta curvatura dei labbri, donde così possente doveva uscire la parola. Nessun rumore, nessun bisbiglio, nessun respiro si udiva nella sala. Ed anche fuori il mondo stesso sembrava aspettare che il soprannaturale si mettesse comodamente in guardia prima di definirne e dichiararne lo scempio.

Percy con grande sforzo riconcentrò l’attenzione e si mise in ascolto: «… sono giunte le cose a tal punto, carissimi figli, che una risposta si impone da parte nostra. Noi non lottiamo già, come dice il Dottore delle Genti, contro la carne ed il sangue, ma contro i principi e le potestà, contro i dominatori del mondo delle tenebre, contro lo spirito del male che sta sui luoghi alti. Perciò, continua l’Apostolo, indossate l’armatura di Dio. E di questa armatura ci dichiara l’essenza: il cingolo della verità, la corazza della giustizia, i sandali della pace, lo scudo della fede, l’elmo della salvazione e la spada dello spirito.

«Con tale armatura, pertanto, ci comanda il Verbo di Dio di combattere, non con le armi di questo mondo, giacché non è di questo mondo il Suo regno. Ed appunto per ricordarvi i principi di questa lotta vi abbiamo raccolti alla Nostra presenza».

Tacque la voce, intanto che lungo le sedie gemevano i sospiri degli astanti; quindi la voce proseguì con un tono più alto: «Fu sempre saviezza, presso i Nostri predecessori, come era altresì Loro dovere, di conservare il silenzio in talune congiunture, ed in altre far sentire liberamente la intera parola del consiglio divino. Né Ci distolga dal compimento di tale dovere, la conoscenza che Noi abbiamo della Nostra fiacchezza e della Nostra ignoranza; ma confidiamo piuttosto che il Signore, avendoci posti su questo trono, si degni parlare per la Nostra bocca, e far sentire parole per la Sua gloria.

«E in primo luogo è necessario che pronunciamo la Nostra sentenza intorno al cosìddetto movimento nuovo che è stato di recente promosso dai potentati del secolo. Lungi da noi il disconoscere i benefici della pace e della concordia, ma non possiamo dimenticare che l’avvento di esse è il frutto di troppe cose, che Noi abbiamo condannate. È questa una pace illusoria, che ha sedotto tanti e tanti traendoli a dubitare della promessa del Principe della pace: che, cioè, per Lui solo, Noi abbiamo l’accesso al Padre. La vera pace, che supera il nostro intendimento, non riguarda solo le relazioni degli uomini fra loro, ma principalmente quelle che intercedono tra gli uomini ed il loro Creatore; mentre su questo punto capitale, il compito degli uomini è venuto meno. E in verità, non reca meraviglia, se in un mondo che ha ripudiato Iddio, un tale soggetto sia perduto di vista.

«Gli uomini pervertiti dai loro seduttori, sono convinti che l’unione delle Nazioni sia il bene più alto di questa vita, immemori delle parole del Salvatore, il quale non venne a portare la pace, ma la spada, e che per la via delle tribolazioni si può entrare nel suo Regno.

«Bisogna adunque stabilire, prima di tutto, la pace tra l’uomo e Dio; da questa l’unione tra uomo e uomo dovrà conseguire. Cercate prima – dice Gesù Cristo, – il Regno di Dio; poi tutte le altre cose vi saranno date in aggiunta.

«Innanzi tutto Noi condanniamo e anatematizziamo le opinioni di coloro che insegnano e credono il contrario di quanto noi insegniamo e crediamo; perciò rinnoviamo le condanne inflitte dai Nostri Predecessori contro tutte le società, organizzazioni, comunità, che sono state costituite con lo scopo di promuovere l’unità su tutt’altra base che quella divina, e ricordiamo ai Nostri figli di tutto il mondo la proibizione di entrare, favorire ed approvare in qualsivoglia maniera ogni sodalizio compreso in quelle condanne».

Percy si contenne un po’ sulla sedia, toccato da un leggero sentimento di impazienza… Il modo, senza dubbio, era superbo, tranquillo e maestoso come la corrente di un fiume, ma la sostanza gli parve più che un luogo comune: la vecchia condanna della Frammassoneria rinnovata con il solito formulario! «Secondariamente – proseguiva risoluta quella voce – desideriamo di far conoscere a voi quali siano i Nostri intendimenti per l’avvenire. E qui ci avventuriamo su di un terreno che molti hanno considerato pericoloso».

Il bisbiglio incominciava daccapo; Percy osservò più di un cardinale sporgersi avanti, tenendo curva la mano intorno all’orecchio per meglio udire: segno manifesto che si sarebbe sentito qualche cosa di veramente importante.

«Vi sono diversi punti – continuava la voce – intorno ai quali non è Nostra intenzione di parlare adesso, imperocché alcuni sono per loro natura segreti o devono essere trattati in altra occasione. Ma quello che diciamo qui, lo diciamo a tutto il mondo. In quella guisa che gli assalti dei Nostri nemici sono aperti o segreti, così devono essere le nostre difese.

Ecco pertanto le Nostre intenzioni».

Il Papa nuovamente tacque; portò senza avvedersene la mano sul petto e prese la croce ivi sospesa.

«L’armata del Cristo, pure essendo una, è formata, di più divisioni, ciascuna delle quali ha la propria funzione ed il proprio fine. Nei tempi passati Iddio ha fatto sorgere compagnie di servi Suoi per il compimento di questa o di quell’opera; i figli di San Francesco per predicare la povertà, quelli di San Bernardo per il lavoro congiunto alla preghiera, con delle sante donne che si dedicarono al medesimo scopo; la Compagnia di Gesù per l’educazione dei giovani e la conversione degli infedeli. Ed insieme con questi, altri ordini religiosi ben noti a tutti. Ogni singola compagnia sorse e fiorì in momenti diversi, secondo il bisogno, e tutte hanno corrisposto nobilmente alla loro vocazione. Fu poi gloria speciale di ognuna, per un più sicuro conseguimento del suo fine, di rinunciare a tutte quelle attività (sempre buone in se stesse) che avrebbero potuto impedire l’opera, per la quale Iddio le aveva destinate, conforme alle parole del Signore: Ogni ramo che produce frutti egli lo pota, affinché produca più frutti. Nelle congiunture presenti, tali ordini (che lodiamo e benediciamo) non sembrano alla Umiltà Nostra più adatti, giusta le Regole dei rispettivi Fondatori, alle esigenze dei tempi nuovi. La nostra lotta non è più contro la ignoranza in particolare, quella dei Pagani che non hanno ricevuto il Vangelo, o quella di coloro, i cui padri lo hanno ripudiato; né contro le fallaci ricchezze di questo mondo, né contro la scienza di falso nome; né infine contro quelle fortezze dell’infedeltà, contro le quali abbiamo combattuto per il passato. Piuttosto sembra venuto finalmente quel tempo di cui parla l’Apostolo: Ciò non sarà, se prima non sia seguita la ribellione e non sia manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione il quale si oppone e si innalza sopra, tutto quello che dicesi Dio. Non abbiamo più da lottare contro questa o quella forza, ma piuttosto contro l’immensità ormai svelata di quel Potere, i cui tempi furono predetti, e la cui sconfitta è fin dalla eternità stabilita».

La voce tacque daccapo, e Percy afferrò il parapetto che gli stava davanti per arrestare il tremito delle sue mani.

Non si sentiva il più lieve rumore: solo un silenzio di tomba alitava pungente alle orecchie. Il Papa, dopo un profondo sospiro, girò lentamente la testa da destra a sinistra e proseguì con un accento ancora più fermo e deciso: «E’ sembrato bene alla Umiltà Nostra che il Vicario di Cristo debba chiamare Lui stesso i figli di Dio alla nuova pugna; ed è nostra intenzione di scrivere sul Nuovo Ordine del Cristo Crocifisso i nomi di tutti coloro che si offriranno per il Suo supremo servizio. Ciò facendo, Noi siamo ben compresi della novità del Nostro atteggiamento, e vogliamo altresì porre in non cale tutte quelle precauzioni che dovemmo usare nel passato. Su tale divisamento, non prendiamo consiglio se non da Colui che Ce lo ha ispirato.

«In primo luogo teniamo a dire, che, sebbene la più umile obbedienza sia richiesta a quelli che saranno ammessi all’Ordine, fu Nostra principale intenzione, istituendolo, di guardar più a Dio che all’uomo, di ricorrere a Colui che domanda la nostra generosità, più che a coloro i quali sono corrivi a negarla; e di consacrare una volta di più, con atto formale e deliberato, anima e corpo alla volontà divina ed al servizio di Colui, che può solo reclamate a buon diritto una tale offerta degnandosi di accogliere i nostri miseri doni.

«Noi poniamo, in breve, le condizioni seguenti: «Nessuno potrà essere ammesso nell’Ordine, se non compiuti i diciassette anni. Nessun ornamento, nessun abito, nessun distintivo gli sarà proprio. I tre consigli evangelici costituiranno il fondamento della Regola; ed a questi Noi aggiungiamo una quarta intenzione, cioè: il desiderio del martirio ed il proponimento di riceverlo.

«Il Vescovo di ciascuna diocesi, se consenta di entrare nell’Ordine, ne sarà il Superiore entro i limiti della sua giurisdizione, e sarà dispensato dal voto rigoroso di povertà per tutto il tempo che rimarrà nella sede. I vescovi che non vi si sentiranno chiamati resteranno alle loro sedi nelle condizioni ordinarie, ma non potranno reclamare alcun religioso diritto sui membri dell’Ordine.

«Poi Noi stessi annunciamo la Nostra intenzione di entrare nell’Ordine come Supremo Prelato e di fare la Nostra professione entro pochi giorni.

«Dichiariamo inoltre, che, durante il Nostro Pontificato, nessuno potrà essere elevato alla Sacra Porpora, che non abbia fatto professione, nell’Ordine, che quanto prima dedicheremo Chiesa Centrale dell’Ordine medesimo la Basilica dei santi Pietro e Paolo, ed innalzeremo senz’altro all’onore degli altari quelle anime benedette che avranno sacrificato la vita perseveranti nella loro vocazione.

«E su questa vocazione Ci limitiamo a dire che potrà essere seguita nelle condizioni più diverse imposte dai Superiori.

«Riguardo al noviziato indicheremo brevemente le regole direttive: ogni Superiore diocesano – giacché nutriamo ferma speranza che nessuno vorrà restar fuori – avrà i diritti ordinari che competono ai Superiori Religiosi, e, sarà autorizzato ad impiegare i membri sottoposti in ogni opera che a suo giudizio potrà servire alla gloria di Dio e alla salute delle anime; ed intendiamo di mettere a Nostro servizio tutti quelli, nessuno eccettuato, che avranno fatta la loro professione».

Il Papa alzò di nuovo gli occhi senza apparente commozione, e poi continuò: «Questo è quanto abbiamo deciso! Su altri punti prenderemo immediatamente consiglio; ma è nostro desiderio che le Nostre parole siano fatte note al mondo intero, affinché si conosca senza indugio quello che Cristo chiede per mezzo del Suo Vicario a tutti coloro che invocano il Suo santo Nome. Altra ricompensa non offriamo se non quella che Iddio stesso promette a coloro che lo amano e sacrificano la loro vita per Lui; non altra promessa di pace, se non di essere disprezzati dal mondo umano; nessun’altra patria fuori di quella che conviene ai pellegrini ed ai viatori che guardano ad una Città di là da venire; nessun altro onore se non di essere disprezzati dal mondo, nessun’altra vita, fuori di quella che è nascosta con Gesù Cristo in Dio».

CAPITOLO QUARTO

I.

Seduto nella sua stanza privata a Whitehall, Oliviero Brand aspettava una visita. Erano già per suonare le dieci, e tra mezz’ora doveva trovarsi al Parlamento. Sperava dunque che questo signor Francis, chiunque fosse, non volesse trattenerlo troppo; anche adesso ogni minuto di tempo non era che una dilazione, giacché il lavoro nelle due ultime settimane era divenuto enorme.

Ma non dovette indugiare un minuto di più: batteva l’ultimo tocco alla Torre Vittoria, che giù, la porta si apriva, mentre una voce annunciava gentilmente il visitatore.

Oliviero, con una rapida occhiata allo sconosciuto, alle sue languide palpebre, alle labbra un po’ ciondolanti, lo caratterizzò nel modo più preciso nell’atto stesso che l’uno e l’altro si ponevano a sedere; ed entrò vivacemente in materia.

– Tra ventidue minuti, signore, devo lasciare questa stanza; dopo… – e fece un piccolo gesto.

– Grazie, signor Brand, è proprio il tempo che ci vuole. Poi, scusi se mi prendo la libertà!… – e cercò nella sua tasca interna e ne trasse un voluminoso plico.

– Partendo di qui le lascerò questo involto; esso farà note per disteso le nostre richieste ed i nostri nomi. Ecco ora, signore, quel che ho da manifestarle oralmente.

Appoggiò la schiena, incrociò le gambe, e proseguì con un tono di voce un po’ ansiosa.

– Sappia che io vengo quale rappresentante di molti altri, che hanno da chiederle e da offrirle qualche cosa. Sono io l’incaricato, in quanto che l’idea è partita da me. Mi permette, prima di tutto, di rivolgerle una domanda? Oliviero acconsentì con un cenno.

– Non vorrei domandarle ciò che non ho il diritto di sapere; ma è proprio vero che il culto divino sarà ripristinato in tutta la nazione? Oliviero sorrise.

– Credo di sì. La proposta è stata presentata la terza volta; e, come ella saprà, il Presidente dovrà dire questa sera l’ultima parola.

– E non opporrà il veto? – Credo di no, dopo che egli ha approvato la medesima cosa in Germania.

– Appunto!… ed approvata che sia, è da credere che acquisterà immediatamente valore di legge? Oliviero si chinò verso la tavola, e raccolse un foglio verde, che conteneva il testo di quel progetto.

– Questo, naturalmente; è a sua conoscenza…. – disse Oliviero – Ebbene, sì, diverrà immediatamente legge, e la prima festa sarà celebrata in Ottobre; mi pare che sia la Paternità… sì, è la festa della Paternità.

– Vi sarà gran movimento quel giorno! – disse l’altro con passione – e non abbiamo che una sola settimana di tempo.

– Questo non è affare che riguardi il mio ministero – replicò il signor Brand riponendo il foglio – ma ho sentito dire che il Rituale sarà quello medesimo adoperato in Germania: non vi è ragione plausibile di fare delle particolarità.

– E ci serviremo dell’Abbazia? – Sì, senza dubbio! – Ebbene, signor Brand; é certo che i commissari governativi hanno esaminato accuratamente ogni cosa ed hanno formulato i loro piani; ma sembra a me che dovranno servirsi, a tal uopo, di tutta l’esperienza di cui potranno disporre.

– Certamente! – Vede, signor Brand, la società che io rappresento è interamente formata di uomini che furono una volta preti cattolici, siamo circa un centinaio in tutta Londra. Io le lascerò, se me lo permette, un manoscritto, che tratta dei nostri ideali, delle nostre costituzioni, e così via. Ci sembra che su questa materia la nostra passata esperienza possa esser messa vantaggiosamente a servizio del Governo. Le cerimonie del culto cattolico sono, come ella sa bene, molto complicate; ed alcuni fra noi le hanno studiate a fondo, un tempo. Si suol dire che si nasce e non si diventa maestri di cerimonie: di questi abbiamo tra di noi un buon numero… senza contare che ogni prete è, di sua natura, un cerimonialista.

– E con questo, signor Francis?..

– Ecco; io sono sicuro che il Governo avrà compreso quanto sia di capitale importanza che le cose procedano in modo regolare. Se, infatti, il servizio divino si inaugurasse in una maniera disordinata e grottesca, non farebbe altro che eludere il suo scopo. Per questo io sono incaricato di rivolgermi a lei, signor Brand, per raccomandarle un gruppo di uomini (venticinque in tutto) i quali possiedono una particolare esperienza in tale materia, e sono decisamente pronti a mettersi a disposizione del Governo.

Oliviero poté frenare a stento il riso che gli titillava le labbra: c’era in quelle proposte una ironia disgustosa; ma, in fondo, considerate le circostanze, esse non avevano nulla di irragionevole.

– Intendo bene, signor Francis, quanto siano savi ed opportuni i suoi suggerimenti; ma io non mi credo, su questo, persona competente…Senta il signor Snowford.

– Sì, signore, lo so! ma fu il discorso che ella pronunciò l’altro giorno ad ispirarci tutti…. quando ci svelava ciò che è veramente dentro i nostri cuori, ed affermava che il mondo non avrebbe potuto vivere senza un culto, e che finalmente avevamo conosciuto chi è il vero Dio!…

Oliviero lo interruppe agitando la mano: ogni benché minima adulazione gli era insopportabile.

– Troppo buono, troppo buono signor Francis!… Ne parlerò al signor Snowford; e, se ho ben capito, vi offrireste come…

maestri di cerimonie…

– Sì, signore; e come sagrestani! Io ho esaminato accuratamente il Rituale tedesco; è molto più complicato di quanto pensassi, e richiederà la più grande perizia. Faccio il conto che ci vorranno per lo meno dodici cerimonieri nell’Abbazia, e un’altra dozzina nelle sagrestie non saranno troppi.

Oliviero acconsentì senza indugio, mirando con acuta curiosità, la faccia ardente e appassionata dell’uomo che gli stava davanti: ci vedeva una specie di maschera pretina, che gli era parso di veder sempre negli uomini del suo ceto: quella doveva essere, senza dubbio, la maschera di un bigotto! – Certamente ella è Frammassone: – disse Oliviero.

– Oh! certamente, signor Brand! – Benissimo!…Parlerò oggi al signor Snowford, appena lo vedo.

Oliviero osservò l’orologio: rimanevano ancora tre o quattro minuti.

– Ha saputo della nuova elezione che è stata fatta a Roma, signor Brand? Oliviero fece cenno di no: per il momento le cose di Roma non lo interessavano in particolare.

– Il Cardinale Martin – proseguiva Francis – è morto mercoledì, ed è già nominato il suo successore.

– Ma davvero? – Sì; il neo-eletto fu già mio amico: Franklin!… si chiamava Percy Franklin….

– Come? – Che cos’è, signor Brand? lo conosce forse! Oliviero si oscurava negli occhi e diveniva pallido.

– Sì, l’ho conosciuto – rispose pacatamente – o almeno mi pare di averlo conosciuto! – Stette a Westminster fino a pochi mesi fa.

– Sì.. sì.. – disse Oliviero, guardando sempre il suo interlocutore – E lei, signor Francis, lo conosceva….

– Altro che se lo conoscevo! – Oh! allora mi piacerebbe di avere qualche notizia intorno a lui – Qui si interruppe: non aveva più di un minuto di tempo.

– Ha altro da comunicarmi? – domandò Oliviero.

– Nient’altro per ora – rispose Francis -. Ma mi permetterà che le dichiari la stima grande che noi abbiamo avuto per l’opera sua, signor Brand!… Credo che noi soli siamo in grado di comprendere quel che voglia dire mancanza di culto! Sulle prime ci parve una cosa strana.

La sua voce incominciò a tremare, e poi tacque. Oliviero ne prese occasione per alzarsi.

– E così, signor Francis? Quegli occhi pieni di malinconia si volsero di nuovo ad Oliviero.

– Certo, fu una illusione… fu una illusione, la nostra, signore! Ma, in ogni modo, oso sperare che delle antiche aspirazioni, penitenze, preghiere, non tutto sia perduto. Noi ci ingannammo sul nostro Dio, ma esse gli giunsero egualmente, trovando la loro via verso lo Spirito del Mondo, il quale ci insegna che l’individuo non è nulla, e che Lui è tutto. E intanto….

– Oh!, sì… – mormorò Oliviero, anche lui commosso, mentre il suo interlocutore apriva estaticamente gli occhi esclamando:

– E intanto Felsemburgh è venuto! Sì, Giuliano Felsemburgh! Racchiudeva un mondo di subitanea passione quella voce gentile, e trovava eco nel cuore di Oliviero.

– Io lo comprendo, signore; so bene quel che lei vuol dire…

– Oh! avere finalmente un Salvatore!… esclamò Francis – un Salvatore che si può vedere, pregare a faccia a faccia! E’ come un sogno, troppo bello per esser creduto.

Oliviero guardò daccapo l’orologio, e si alzò subito, porgendo la mano.

– Scusi, signore, non posso trattenermi di più; ella mi ha commosso profondamente… sì, parlerò con Snowford. Ed il suo indirizzo è qui? – domandò accennando le carte.

– Sì, signor Brand; ora, avrei da farle un’ultima domanda! – E’impossibile, signore, – disse Oliviero scotendo la testa.

– Una sola parola: è vero che il nuovo veto sarà obbligatorio? Oliviero diede un segno affermativo, e raccolse le sue carte.

II.

Quella sera Mabel, seduta nella galleria che rimaneva dietro il seggio del Presidente, aveva guardato l’orologio almeno dieci volte in un’ora con la speranza di trovare le ventuno più vicine di quanto si aspettava. Sapeva bene che il Presidente dell’Europa non avrebbe anticipato né ritardato di un minuto l’ora stabilita: la sua insuperabile puntualità era famosa in tutto il continente. Se dunque aveva fissato per le ventuno, sarebbe giunto senza dubbio alle ventuno precise.

Una campana squillò acuta dal basso, e la voce dell’oratore che si trascinava lenta lenta, tacque sull’istante. Mabel tornò a guardare l’orologio e vide che mancavano cinque minuti; quindi si sporse un po’ avanti per osservare l’assemblea.

Gran movimento si era prodotto nella sala a quel suono: tutti i membri del Parlamento che già occupavano i bruni seggi, prendevano su di essi una posizione più decorosa; discrociavano le gambe e gettavano i cappelli sotto le frange di cuoio.

Ella vide ancora il Presidente della Camera discendere i tre gradini del suo seggio, poiché tra cinque minuti un altro Presidente lo doveva sostituire.

La Sala era piena zeppa da una estremità all’altra; figurarsi! un ritardatario che veniva dalla luce crepuscolare della porta sud si guardava attorno confuso non riuscendo a ritrovare in piena luce il suo seggio vuoto! Nella estremità inferiore le gallerie erano occupate fin là dove Mabel non aveva potuto trovare un posto. Eppure da quell’ambiente così affollato non veniva rumore, ma un sussurro raccolto.

Squillava per la seconda volta la campana dietro le entrate mentre si illuminavano i corridoi, e fuori, dalla Piazza del Parlamento ricominciava il clamore della moltitudine che taceva da venti minuti. Quando questo cessò, Mabel conobbe che Egli era venuto. Quale inaudito incanto, trovarsi là, in quella notte, in modo speciale nel punto in cui il Presidente si accingeva a parlare! Un mese prima egli aveva dato l’approvazione ad un uguale progetto in Germania, ed aveva pronunciato un discorso sul medesimo soggetto a Torino; domani si sarebbe recato in Spagna. Nessuno poi sapeva dove fosse stato durante l’ultima settimana; correva la voce che il suo battello aereo fosse veduto planare attraverso il lago di Como, ma la voce fu tosto smentita.

Neppure uno sapeva quel che Egli avrebbe detto, quella notte: potevano essere tre come mille parole; v’erano delle, clausole nel progetto – quella specialmente che rendeva obbligatorio il nuovo culto per i cittadini di età superiore ai sette anni – che egli poteva respingere, opponendo il suo veto. In tal caso quelle clausole dovevano essere rivedute ed il progetto ritirato, a meno che la Camera non accettasse lì per lì i suoi emendamenti per acclamazione.

A Mabel queste clausole andavano a genio; esse stabilivano che, sebbene il nuovo culto dovesse celebrarsi in ogni chiesa parrocchiale dell’Inghilterra, con il primo di ottobre, non diveniva però obbligatorio fino al nuovo anno. Mentre la Germania, avendo presentato il progetto un mese prima, lo aveva reso obbligatorio immediatamente, costringendo cosi i sudditi cattolici ad abbandonare senza indugio il paese o a subire le pene. Le quali, del resto, erano piuttosto leggere: per il primo reato, una settimana di detenzione, per il secondo un mese di carcere, per il terzo un anno e per il quarto la prigione continua fino a che il reo non si dichiarasse sottomesso. Queste sembravano a Mabel condizioni piuttosto graziose. Infatti l’imprigionamento si riduceva alla semplice relegazione in casa propria con l’obbligo di lavorare per conto del Governo. Non vi erano qui gli orrori del Medio Evo! e poi l’atto stesso del culto richiedeva così poco! Bastava la semplice presenza in Chiesa per le quattro nuove feste: Maternità, Vita, Solidarietà, Paternità, celebrate il primo giorno di ogni trimestre, essendo la osservanza domenicale puramente facoltativa.

Mabel non riusciva a comprendere come potesse l’uomo ricusarsi di prestare un tale omaggio: si trattava qui di fatti reali, che più degli altri rivelavano lo Spirito del Mondo. Se ad alcuno piaceva di chiamar Dio questo Spirito, non poteva non riconoscere tali fatti come funzioni di Dio stesso. Dove erano, allora, le difficoltà? non si proibiva mica il culto cattolico nelle sue consuete manifestazioni!… i cattolici potevano andare ancora alla Messa! Ciò nondimeno accadevano in Germania le cose più spiacevoli: dodicimila persone erano già partite per Roma, e si diceva che altre quarantamila avessero ricusato di prestare cinque giorni prima, quel semplice atto di omaggio. Mabel si sgomentava e si indispettiva al solo pensarvi: nel nuovo culto ella vedeva coronato il trionfo della Umanità, dopo essersi tante volte intenerita nel vagheggiare dei fatti simili alla pubblica e collettiva professione di ciò che formava presentemente l’oggetto di universale credenza. Aveva sempre deplorato l’insensatezza di coloro che attendevano alla vita senza mai considerarne le sorgenti. Indubbiamente queste aspirazioni del suo cuore non potevano essere fallaci: bramava di mantenersi con i suoi simili in un devoto soggiorno, consacrato non dalla benedizione del prete, ma dalla volontà dell’uomo; di sentirsi ispirata dai canti soavi e dagli accordi possenti degli organi; di dare sfogo al suo dolore con altri mille a se vicini, e con lei vittime tenui immolate allo Spirito Universale; di cantare ad alta voce gloria alla vita e di offrire con preci ed incenso un simbolico omaggio al gran Tutto, che le aveva donato l’essere e che un giorno glielo avrebbe ritolto.

– Ah! quei cristiani! – pensava tante volte. – Come conobbero a fondo la natura umana! l’avevano, è vero, degradata spegnendo la luce, avvelenando il pensiero, calpestando gli istinti…. ma compresero bene che l’uomo ha bisogno di adorare… di adorare per non imbestialire! Per suo conto ella decise di recarsi, almeno una volta per settimana, alla chiesetta mezzo miglio distante da casa e di inginocchiarsi davanti al santuario luminoso per meditare i soavi misteri alla presenza di quello Spirito che le insegnava ad amare e ad inebriarsi ancora di nuovi effluvi di potenza e di vita.

– Ah! solo che il progetto passasse alla prima!…

Mabel strinse le mani sul parapetto e volse gli occhi alle teste allineate, ai passaggi aperti, al grande scettro di sulla tavola, e sentì, più che le acclamazioni di fuori ed il brusio sommesso di dentro, i battiti del proprio cuore.

Sapeva che di lì non lo avrebbe potuto vedere; dal basso passando per una porta riservata, si sarebbe direttamente recato sotto il trono. Pure ella avrebbe udito la sua voce, e questo bastava a riempirla di gioia.

In quel momento tutti tacevano anche fuori, e cessava il lieve sussurro entro la sala. Egli era dunque arrivato! Vagando con gli occhi vide le lunghe file di teste sollevarsi giù abbasso, e con le orecchie ancora sbalordite udì uno scalpiccìo di passi, mentre tutte le facce si rivolgevano ad un medesimo punto; Mabel guardava in quelle per vedervi riflessa come in uno specchio la luce della Sua presenza. Un leggero singulto passò per l’aria…. veniva da lei o da altri a lei dintorno? Seguì lo scatto di una porta, quindi una esclamazione sommessa e poi emozioni sopra emozioni, allorché la campana batté i tre tocchi; passò un brivido sopra le facce impallidite degli astanti, come se una bufera di passione avesse scosso il loro spirito; movimenti vaghi perturbavano qua e là l’assemblea. Infine una voce chiara e pacata pronunciò tre volte le seguenti parole in Esperanto:

– Inglesi, approvo il vostro progetto di culto.

III.

Oliviero e Mabel non si rividero che a mezzogiorno del giorno seguente. Oliviero pernottò in città, e alle undici aveva telefonato che era per ritornare conducendo seco un ospite. Così Mabel, poco prima delle dodici, udì nella sala la voce dell’ospite e del marito.

Francis parve, nel presentarsi a lei, una figura innocua o poco attraente, malgrado l’atteggiamento grave che egli assumeva dopo l’approvazione del progetto; ma solo al termine della colazione ella poté sapere chi fosse.

– Rimani, Mabel – disse Oliviero, mentre la moglie faceva atto di andarsene – si tratta di una cosa che farà piacere anche a te – ed aggiunse poi – tra me e mia moglie non vi sono segreti.

Francis approvò sorridendo.

– Allora – continuò Oliviero – mi permette che io le parli di lei? – Ma certo! Seppe allora Mabel che Francis era stato prete cattolico fino a cinque mesi fa, e che teneva consiglio con Snowford intorno al cerimoniale da adottarsi per l’Abbazia.

A queste parole ella si sentì improvvisamente presa dalla più viva curiosità.

– Oh! parla, parla! – disse Mabel – fammi saper tutto! Quella mattina Francis era stato a colloquio con il nuovo Ministro del Culto, ed aveva ricevuto definitivamente l’incarico di prendere sopra di se le cerimonie del primo di Ottobre. Altri dodici suoi colleghi furono arruolati, almeno provvisoriamente, tra i cerimonieri; e, dopo la festa, dovevano recarsi nei vari centri per un giro di conferenze intorno alla organizzazione del culto nazionale. Naturalmente, diceva Francis, non si potrà raggiunger subito la perfezione in simili cose; ma si sperava che ad anno nuovo tutto si trovasse bene ordinato, almeno nelle Cattedrali e nelle principali città.

– E bisogna affrettarsi più che si può – soggiungeva Francis – perché è necessario produrre quanto prima una buona impressione sul popolo. Vi sono a migliaia, che hanno l’istinto dell’adorazione, pur non sapendo come soddisfarvi.

– Proprio così! – confermò Oliviero – L’ho sentito anch’io per tanto tempo! è, a mio avviso, l’istinto più radicato nell’uomo.

– Per ciò che riguarda le cerimonie… – e con aria di importanza, dato un rapido sguardo intorno, trasse di tasca un libretto finemente rilegato – ecco il cerimoniale per la festa della Paternità: vi ho introdotto alcuni fogli e fatte delle annotazioni – E cominciò a svolgere le pagine, mentre Mabel, visibilmente commossa, avvicinava la sedia per meglio ascoltare.

– Bravo signore – disse Oliviero, ora si compiacerà di leggerci qualche cosa.

Francis mise un dito fra le pagine del libretto, spinse un poco avanti il suo piatto ed incominciò una specie di discorso preliminare.

– Innanzi tutto convien ricordare che questo rituale è in massima parte ricavato da quello della Massoneria; tre quarti della funzione sono impiegati in quei riti, ed i cerimonieri non se ne occuperanno se non guardando che le insegne siano pronte nelle sagrestie e poi convenientemente indossate. Fin qui la cerimonia è diretta da ufficiali propri… e non occorre che io ne parli. Le difficoltà incominciano nell’ultima parte.

Qui si fermò, e, dato uno sguardo di scusa, incominciò ad ordinare posate e bicchieri sopra la tovaglia.

– Ecco – disse – qui abbiamo il vecchio santuario dell’Abbazia. Nel luogo occupato dal dossale e dalla mensa sorgerà il grande altare di cui parla il rituale, con i rispettivi gradini. Dietro l’altare, e quasi all’altezza della vecchia reliquia del Santo, sarà collocato il piedestallo che reggerà la simbolica figura; e questa, per quanto ne udii fin da quando non mi trovavo alla direzione, rimarrà al posto fino alla vigilia della prossima festa trimestrale.

– Che figura è? – domandò la giovine. Francis guardò Oliviero.

– So che hanno incaricato Markenheim… Egli disegnerà e scolpirà le statue, una per ogni festa. Questa della Paternità….

Francis tacque di nuovo.

– E’ cosi, signor Francis? – Questa della Paternità – così mi hanno detto – rappresenterebbe un uomo nudo….

– Sai, cara, una specie di Apollo o di Giove, – soggiunse Oliviero.

Certo! era giusto, pensava Mabel.

– Una nuova processione entra per questo punto, dopo il discorso; e qui bisogna che sia mantenuto l’ordine più rigoroso.

Ci accorderanno qualche prova, m’immagino! – Qualcuna appena – rispose sorridendo Oliviero.

Il maestro delle cerimonie mandò un sospiro di contentezza.

– Temevo di no! Meno male!… Dobbiamo dunque dare le più precise istruzioni a stampa.

Quelli che vi prendono parte si ritireranno, suppongo, durante l’inno, nella vecchia cappella della Santa Fede; questo è quanto mi sembra meglio – e ciò dicendo indicava la cappella. Dopo l’entrata della processione, tutti prenderanno il loro posto da queste due parti, mentre il celebrante, accompagnato dai sacri ministri….

– Che?…

Sui viso di Francis errò una piccola smorfia; egli arrossì un poco; indi riprese:

– Il Presidente dell’Europa… – e qui fece una nuova sospensione – Ah!… vede? questo è il punto. Vi parteciperà il Presidente alla cerimonia? Ciò non apparisce chiaro dal rituale.

– Noi crediamo di sì, giacché abbiamo intenzione di invitarlo.

– Benissimo! se no, suppongo che farà da celebrante il Ministro del Culto: questi, con i suoi assistenti, procede diretto fino ai gradini dell’altare. Ricordi che la figura è coperta, e chi si sono accese le candele durante lo sfilamento della processione. A questo punto incominciano le giaculatorie stampate nel rituale, seguite dai responsi; sono cantate dal coro, e formeranno, credo, la parte più suggestiva di tutta la funzione. Quindi il celebrante ascende solo l’altare, e di lì declama la cosìddetta invocazione, ed alla fine dell’invocazione, cioè al punto qui indicato da un asterisco, i turiferari, quattro di numero, partono insieme dalla Cappella. Uno sale l’altare lasciando gli altri ad agitare i turriboli presso i gradini, presenta il suo turibolo al celebrante e poi si ritira. Al suono di una campana le cortine vengono tolte, dalla statua, ed il celebrante incensa l’immagine in silenzio con quattro doppi tiri; e, terminata l’incensazione, il coro intona l’antifona prescritta.

Francis fece un gesto con la mano.

– Il resto – proseguì – è facile, e non occorre che noi lo esaminiamo.

Veramente a Mabel anche le cerimonie suddette sembravano agevoli assai, ma dovette disingannarsi…

– Ella non ha idea, signor Brand, delle difficoltà che si incontrano anche in una semplice materia come questa: la stupidità del popolo ha qualche cosa di prodigioso! Prevedo che sarà una faccenda seria per noi… Chi pronuncerà il discorso, signor Brand? Oliviero scosse il capo.

– Non so – rispose – Mi immagino che ne sarà incaricato il signor Snowford.

Francis diede al suo interlocutore una occhiata indecisa.

– Qual’è la sua opinione su tutto questo affare? – Mi pare – disse Oliviero, dopo un breve silenzio – che la cosa sia assolutamente necessaria. Non si farebbe tanto scalpore per il culto, se questo non fosse un bisogno realmente sentito. Credo altresì che, in complesso, il rituale sia molto suggestivo, e non vedo come potrebbe essere migliorato.

– Proprio, Oliviero? – interloquì dubitosa la moglie.

– No! ma questo importa poco! Tutto sta che il popolo lo capisca! – Eh! caro Signore, – ricominciò Francis – il culto implica un senso del mistero, se lo ricordi. Fu proprio la mancanza di questo senso che fece tramontare l’Epoca Imperiale nel secolo passato. Per me è meraviglioso: tutto dipende, si capisce, dalla maniera di presentarlo. Vedo che il rituale lascia indecise alcune particolarità, come per esempio, il colore delle cortine, ed altre ancora, ma il piano fondamentale è magnifico, e, soprattutto, verace nel suo profondo significato.

– E lei in che significato lo prende? – Come un omaggio offerto alla vita nei suoi quattro aspetti. La Maternità, corrispondente al Natale della leggenda cristiana, è la festa della famiglia, dell’amore, della fedeltà… Poi viene la Vita stessa con i suoi fremiti giovanili a Primavera; la Solidarietà, nel cuore dell’Estate, esprime abbondanza, prosperità, ricchezza…, e corrisponde al Corpus Domini cattolico; infine la Paternità, che significa procreazione, difesa, padronanza… quando l’inverno si avvicina.

Credo che sia una idea tedesca! Oliviero approvava.

– Sicuro! – disse – E toccherà all’oratore a spiegare tutto questo.

– Io lo intendo così; e mi sembra più suggestivo che il rendere oggetto di culto la Cittadinanza, il Lavoro etc.., imperocché sono pur questi subordinati alla Vita.

Francis parlava studiandosi di reprimere un poco l’insolito ardore. Non era mai apparso tanto prete come in quel momento… anche lui sentiva il bisogno di adorare! Mabel ad un tratto congiunse le mani, e disse con voce sommessa:

– Io penso che questo è bello, e nel medesimo tempo, vero! Francis le rivolse gli occhi bruni infiammati.

– Ah! proprio così, Madama!… qui non ha luogo la cosiddetta fede, ma la visione di fatti, sui quali non può cader dubbio. E l’incenso palesa la vita come unica divinità, ed insieme il suo mistero.

– Di che materia sono fatte le statue? – domandò Oliviero.

– Una statua di pietra, per ora è impossibile; sarà provvisoriamente di argilla. Markenheim si è accinto subito a modellarle; e, se saranno approvate, le scolpirà poi sul marmo.

Mabel osservò ancora con femminile gravità:

– E’ proprio quello di cui sentivamo bisogno! E’ così difficile chiarire i nostri principi senza incorporarli in qualche cosa… Un’espressione ci vuole!…

Ella tacque.

– Tu credi, Mabel? – Non voglio dire – rispose – che alcuni non possano vivere senza di questo, ma molti, certo, non possono. L’Ideale non si può esprimere se non mediante immagini concrete che servano come di veicolo alle aspirazioni umane… Non so se mi spiego….

Oliviero la rassicurò con un breve cenno; sembrava anche lui assorto nel medesimo pensiero.

– Sicuro! – disse – e servono altresì per abituare gli uomini ad esprimere le loro idee e ad eliminare ogni pericolo di superstizione.

Francis domandò all’improvviso:

– Che ne pensa, signore, del nuovo Ordine religioso che ha fondato il Papa? Il volto di Oliviero prese a queste parole un aspetto di ferocia.

– Io credo che sia stato il passo peggiore che egli potesse fare. Infatti, o sarà un provvedimento efficace e provocherà la più grande reazione; o si risolverà in una inezia, e allora non servirà che a screditarlo.

– Perché mi domanda questo? – chiese Oliviero.

– Andavo pensando a qualche terribile disordine nell’Abbazia – Non vorrei trovarmi nei piedi di chi osasse provocarlo! Un vivo scampanìo risuonò all’apparecchio del telefono; Oliviero vi accorse subito. Mabel intanto lo osservava mentre egli premeva un bottone, pronunciava il proprio nome e si poneva con l’orecchio presso la imboccatura.

– E’ il segretario di Snowford – disse subito rivolto ai due che stavano ad aspettare -. Snowford deve essere assente.

Ah!.. Pronto!…

Daccapo pronunciò il suo nome e si rimise in ascolto. Quindi riferì loro una o due frasi abbastanza suggestive.

– Ah!… me ne dispiace… certo! ma, sempre meglio che nulla!… Sì, è qui!… Benissimo!… Veniamo subito da lei.

Riguardò il tubo, premé di nuovo il bottone, e poi ritornò al suo posto.

– Me ne dispiace – disse – Il Presidente non prenderà parte alla cerimonia! ma non sappiamo neppure se egli sarà presente o no alla festa. Il signor Snowford desidera di vederci subito, signor Francis; vi sarà anche Markenheim da lui.

A Mabel, benché rimanesse delusa nella sua aspettazione, parve che Oliviero, fosse più serio di quanto la delusione comportasse.

CAPITOLO QUINTO

I.

Percy Franklin, il nuovo Cardinale Protettore d’Inghilterra, usciva dagli appartamenti del Papa camminando a lenti passi nel corridoio insieme con il Cardinale Protettore di Germania Hans Steimann, ansante al suo fianco. Entrarono nell’ascensore e ne uscirono senza proferire parola; ambedue belle e vive figure di porporati, diritta l’una e virile, l’altra un po’ curva, grassa e tedesca dagli occhiali fino alla punta delle scarpe.

Presso la porta del suo quartiere, l’inglese si fermò, fece una piccola riverenza ed entrò silenzioso.

Un segretario, il giovine signor Brent, giunto di fresco dall’Inghilterra, si alzò, entrando il suo signore.

– Eminenza, – disse – la posta dall’Inghilterra è arrivata.

Percy stese la mano, e, ricevuto il plico, passò nello studio e si mise a sedere.

Ecco quello che vi era: titoli giganteschi sopra quattro colonne di stampa, intercalate qua e là di frasi succinte in lettere cubitali, secondo una moda introdotta dall’America cento anni prima; non si era trovato ancora un miglior metodo per fornire notizie inesatte al popolo che non capisce niente! Percy osservò l’intestata di quella stampa. Era l’edizione inglese dell’Epoca; quindi lesse i titoli seguenti: Il Culto Nazionale – Splendore emozionante – Entusiasmo religioso – L’Abbazia e il Nuovo Dio – Cattolico fanatico – Ex-Preti Cerimonieri.

Scorse la pagina fermandosi alle frasi più incisive, ricavando così dall’insieme una specie di quadro impressionistico dei fatti accaduti il giorno prima nell’Abbazia, dei quali aveva già appreso notizia dal telegrafo ed erano stati oggetto di discussione nel suo precedente colloquio con il Santo Padre. Evidentemente non vi erano qui notizie importanti che non fossero da lui conosciute, e, stava già, per mettere da parte il giornale, quando gli saltò agli occhi un nome.

«Siamo prevenuti che il signor Francis, il cerimoniere in capo, al quale tutti dobbiamo tributare ringraziamenti ed encomi per lo zelo riverente e la capacità eccezionale, dovrà portarsi tra breve nelle città del Nord per tenere delle conferenze intorno al Rituale. E’ interessante riflettere che questo gentiluomo ufficiava cinque mesi fa ad un altare cattolico. Egli fu coadiuvato nel disimpegnare il suo compito da ventiquattro suoi confratelli, che avevano la di lui medesima esperienza».

– Dio mio!… – esclamò Percy, e si lasciò cadere il giornale di mano…

Ma abbandonò subito il pensiero del rinnegato prete per riflettere una volta ancora alla gravità di tutto quell’insieme di cose, ed all’avviso che ne avrebbe dovuto dare, come era suo dovere, al Santo Padre.

In conclusione, il culto panteistico si era senza dubbio iniziato con i migliori auspici tanto in Inghilterra che in Germania. In Francia, si capisce, la gente ancora troppo attaccata al culto dell’io, non poteva concepire idee più larghe in materia di religione, ma gli Inglesi avevano dimostrato una più grande maturità di pensiero; e, contrariamente alle previsioni di pochi, tutto si era svolto senza la minima ombra di ridicolo o di grottesco: l’Inghilterra fu chiamata allora il paese dell’humour e della serietà! Pertanto non si era mai visto uno spettacolo simile a quello del giorno avanti. Alte grida di entusiasmo echeggiarono da una estremità all’altra dell’Abbazia, allorché, rimosse le cortine, l’enorme statua nuda della Paternità, maestosa ed imponente, modellata, con arte squisita, apparve tra, lo splendore delle luci contro un diaframma che ne velava la custodia. Markenheim aveva eseguito bene il suo lavoro; e le parole infuocate di Oliviero Brand ben disposero gli animi alla grande rivelazione. Egli si servì nella perorazione di numerosi brani tolti dai profeti Ebrei; brani che annunciavano la città della Pace, le cui mura sorgevano ora davanti agli occhi di tutti.

«Sorgi e brilla, perché la tua luce è venuta, e la gloria del Signore si è levata sopra di te…. Perocchè ecco io creo nuovi cieli ed una nuova terra, e quelli che già furono non saranno ricordati, né torneranno alla mente… Violenza non si udrà più nel tuo regno, né desolazione o ruina nei tuoi confini. O Tu, da sì lungo tempo afflitta, battuta dalla tempesta e senza conforto… io ti preparerò le pietre di più vivi colori ed i fondamenti di zaffiro…Io ti farò le finestre di agate, le porte di rubini e la cinta di pietre preziose. Sorgi, ti illumina, poiché la tua luce è venuta».

Frattanto le catenelle degli incensieri tintinnavano nel silenzio, e quell’immensa moltitudine cadeva tutta insieme in ginocchio e rimaneva prostrata, mentre a spire saliva il fumo dalle mani degli apostati che agitavano i turriboli. In questo mentre gemeva l’organo; e dal numeroso coro addensato nelle navate laterali fu intonata l’antifona, interrotta dal grido di orrore di un cattolico insensato… Ma fu fatto tacere sull’istante.. ..

– Sembra incredibile!… assolutamente incredibile!…- diceva Percy tra sé. Pure l’incredibile era accaduto e l’Inghilterra aveva ritrovato il suo culto, necessario coronamento della libera spiritualità.

Dalle province si annunciavano i medesimi avvenimenti… e tutte le cattedrali erano state spettatrici delle medesime cose.

Il capolavoro di Markenheim, eseguito quattro giorni dopo l’approvazione del progetto, fu riprodotto a macchina e quattromila copie del medesimo spedite nei centri principali. Numerosi telegrammi recarono a Londra la notizia che il movimento nuovo trascinava dappertutto irresistibilmente le masse, e che gli ideali umani avevano trovato alfine l’espressione perfetta.

A Percy tornò qui in mente la sentenza volteriana, che se Iddio non esistesse, bisognerebbe inventarlo! Si stupiva altresì della abilità con la quale fu ideato il nuovo culto. Nessun elemento di esso offriva materia di controversia, nessuna diversità di tendenze politiche poteva intralciarne il successo; e poi nessuna inquisizione sulla sua legittimità da parte di coloro che erano segretamente individualisti o retrogradi. La vita, unica sorgente del culto nuovo, si ammantava delle sontuose vesti dell’antico. Era in verità, tutta opera di Felsemburgh, sebbene la si dicesse tedesca di origine: una specie di Positivismo, di Cattolicesimo senza Cristianesimo, una sublimazione della umanità, l’adorazione non dell’uomo, ma dell’idea dell’uomo spogliata di ogni principio soprannaturale. Si riconosceva anche il sacrificio, ma come istinto naturale alla oblazione di sé, non come espiazione richiesta da un potere trascendente per la colpa originale dell’uomo….

In fondo, pensava Percy, tutto questo era tanto ingegnoso quanto il diavolo e tanto vecchio quanto Caino! E, nell’avviso dato al Santo Padre, non sapeva neppur lui se avesse consigliato la speranza o la disperazione. Fu, pertanto emanato un rigoroso decreto che proibiva ai cattolici ogni sorta di violenza; dovevano essi aver pazienza, tenersi del tutto lontani dal culto nuovo, non dir nulla se non interrogati, e soffrire con gioia le catene.

Tanto Percy quanto il Cardinale Steinmann avevano chiesto di ritornare nei loro rispettivi paesi per far coraggio ai cristiani titubanti; ma il Papa aveva risposto che il loro presente dovere era di restare a Roma, salvo casi imprevisti.

Riguardo a Felsemburgh si avevano poche notizie; correva la voce che fosse in Oriente, ma si ignoravano ulteriori particolari.

Percy bene si appose sulle ragioni della sua mancata presenza alla inaugurazione del culto nuovo. Primieramente egli non sapeva a chi dare la preferenza tra le due nazioni che lo inauguravano insieme; secondariamente voleva, da politico esperto, tener fuori la sua persona da ogni possibile insuccesso; in terzo luogo aveva veramente da fare in Oriente.

Quest’ultimo punto rimaneva piuttosto oscuro, giacché in pubblico non si diceva, ma sembrava che il movimento iniziatosi l’anno avanti non procedesse tanto bene. Infatti non si poteva spiegare la nuova e lunga assenza di Felsemburgh dalla sua patria di adozione, se non presupponendo qualche cosa che lo reclamava altrove assolutamente presente. Ma la innata circospezione degli Orientali e le gelose precauzioni dell’Impero non fecero trapelare nessuna notizia. Si diceva che ci entrassero di mezzo questioni di religione, e si parlava di rumori, di prodigi, di profezie…di estasi…

Percy riconobbe nel suo stato di animo un leggero cambiamento; non osava librarsi sulle ali della speranza, ma neppure abbandonarsi alla disperazione. Aveva detto Messa, letta la numerosa corrispondenza, fatta la sua regolare meditazione.

Non avvertiva più nella sua fede la minima ombra di dubbio, ma non vi ritrovava più né emozioni né affetti; si sentiva come uno il quale lavori nelle profondità del suolo con la immaginazione inaridita, ma conscio tuttavia che in qualche parte cantino ancora gli uccelli, risplenda il sole e scorrano le acque. In questo egli riconobbe un nuovo stato di pura fede, di fede che è semplice apprensione di ciò che è spirituale, scevra però del pericolo di consolazioni fallaci e di visioni fantastiche. Di questo si rendeva conto riflettendo alle tre vie per le quali Iddio suole comunicarsi alle anime. La prima è quella della fede esterna, che dà l’assenso alle verità proposte a credere dalla autorità competente, si esercita nelle pratiche religiose, ma, senza speciali attrattive, ed ancora senza dubbi. La seconda è la via delle facoltà percettive ed emotive dell’anima, ed incomincia con le consolazioni. i desideri, gli slanci, le visioni mistiche, non escludendo i pericoli. Su questa via appunto si prendono le risoluzioni, si discernono le vocazioni, e si sperimentano anche i naufragi.

La terza via, misteriosa ed ineffabile, è la sublimazione spirituale di tutto ciò che è stato incontrato nelle vie precedenti (alle quali fa seguito come un dramma alle prove); ed in questa Iddio si dona, ma non si sente, la grazia si assorbe, ma non si gusta, ed a poco a poco lo spirito, abbandonata la sfera delle emozioni e dei concetti, discende nella profondità del suo essere ad unirsi, all’anima ed alla persona di Cristo.

Così andava pensando quell’alta e dignitosa porporata figura, seduta in veste scarlatta sul seggiolone e con gli occhi rivolti alla Santa Città; appena visibile attraverso la bruma autunnale. Quanto tempo ancora durerebbe la pace? Ma agli occhi suoi perfino l’aria presentava una oscurità di morte.

Percy suonò alfine il campanello.

– Portatemi l’ultima lettera del P. Blackmore – disse al segretario.

II.

Percy possedeva per natura una sagace facoltà di intuizione, perfezionata in seguito con il lungo esercizio; per questo non aveva dimenticato le chiaroveggenti osservazioni fattegli un anno fa dal P. Blackmore: ed il suo primo atto come Cardinale Protettore fu di annoverare quel prete tra i suoi corrispondenti inglesi. Aveva fin qui ricevuto una dozzina di lettere, contenenti ciascuna il suo granello d’oro; ma in modo speciale era fatto avvisato che là stavano tutti in gran pena per qualche provocazione che presto o tardi sarebbe venuta da parte dei cattolici inglesi. Fu proprio il ricordo di tali avvisi ad ispirargli la mattina stessa quelle ferventi suppliche al Santo Padre. Come nelle persecuzioni romane ed africane dei primi tre secoli, così adesso il pericolo maggiore per i cattolici non consisteva già nelle inique disposizioni del governo, ma nello zelo indiscreto dei fedeli medesimi: il mondo non aspettava altro di meglio per alzare la spada; il fodero era già caduto. Quando il segretario gli ebbe recato le quattro fitte pagine con la data di Westminster, Percy riguardò subito l’ultimo paragrafo che precedeva le usuali raccomandazioni.

«Il signor Philipps, già segretario di Oliviero Brand, che l’Eminenza Vostra mi ha raccomandato, è venuto a trovarmi due o tre volte. Egli si trova in uno stato d’animo veramente singolare: non ha alcuna fede, ma teoricamente non ha altra speranza fuori che nella Chiesa Cattolica. Ha presentato perfino la domanda di essere ammesso nell’Ordine del Cristo Crocifisso, il che naturalmente non gli si è potuto accordare; ma la sua sincerità non si può mettere in dubbio, poiché se non fosse sincero, si sarebbe già fatto cattolico. Io l’ho messo in relazione con molti cattolici nella speranza che possa ricevere da essi aiuto e consiglio. Desidererei bene che l’Eminenza Vostra gli parlasse».

Prima di lasciare l’Inghilterra, Percy era stato un poco dietro alla nuova conoscenza procuratagli in modo così strano dalla conversione della vecchia signora Brand; e, senza sapere nemmeno lui il perché, aveva raccomandato al prete il signor Philipps. Certo, quest’uomo non possedeva nulla di speciale: si mostrò infatti timido, esitante, malgrado l’azione indubitabilmente generosa con la quale aveva rischiato il suo impiego; comunque un fondo di bontà lo possedeva di certo. Per questo Percy aveva deciso di mandarlo a chiamare; forse l’aria stessa di Roma ne avrebbe affrettata la conversione, e, se non altro, un abboccamento con il segretario di Oliviero Brand gli avrebbe fornito dei preziosi ragguagli.

Chiamò di nuovo il segretario, e gli disse:

– Signor Brent, quando scriverete al P. Blackmore, ditegli che io ho bisogno di vedere quel signor Philipps, che egli già propose di inviarmi.

– Eminenza, sì.

– Ma senza fretta; faccia pure tutto il suo comodo! – Eminenza, sì.

– Basterà che si trovi qui i primi di Gennaio; vi è tempo abbastanza, salvo che motivi più urgenti non determinino il contrario.

– Eminenza, sì.

L’Ordine del Cristo crocifisso aveva fatto progressi meravigliosi. L’appello lanciato dal Papa alla umanità, fu come fuoco nella paglia. Il mondo cristiano aveva raggiunto un grado tale di tensione, da sentire esso stesso la necessità di riorganizzare completamente la propria natura; cosicché diede una riposta, la quale fece meravigliare anche i più ottimisti. Infatti in Roma e nei suburbi erano corsi alla basilica di San Pietro per iscriversi come gli affamati verso il cibo e come i disperati all’assalto di una breccia. Per diversi giorni di seguito il Papa dovette restare sul trono accanto alla cattedra (splendida e maestosa figura, sempre più pallida e stanca verso sera) per benedire con un muto segno di croce i fedeli che brulicavano tra le balaustrate, e che dopo il digiuno e la comunione, venivano a prestare obbedienza al loro nuovo superiore, ed a baciare l’anello. Le condizioni erano tanto rigide, quanto richiedevano le circostanze. Ogni postulante doveva confessarsi da un sacerdote all’uopo designato, il quale faceva un diligente e scrupoloso esame dei suoi motivi e della sua sincerità: in tal guisa solamente una terza parte dei postulanti poté essere ammessa.

Questa proporzione (e le autorità additavano il fatto con disprezzo) non era eccessiva; poiché conviene ricordare che la maggior parte di coloro che si presentavano, avevano già sostenuta la prova del fuoco; di quei tre milioni, due almeno si trovavano in esilio per la loro fede, preferendo vivere oscuri e spregiati sotto l’ombra delle ali di Dio piuttosto che nell’abominevole splendore delle loro infedeli contrade.

La quinta sera dell’arruolamento dei novizi avvenne una scena commovente: il vecchio re, di Spagna (figlio, secondogenito della regina Vittoria) già sull’orlo del sepolcro, nel levarsi di ginocchio cominciò a vacillare ai piedi del suo signore: parve sul punto di cadere, quando il Papa stesso, con una rapida mossa si alzò, lo sorresse, lo accolse tra le sue braccia e lo baciò. Quindi stando in piedi e con le braccia aperte pronunciò un fervorino, di cui uno simile nella storia della basilica non fu prima udito.

«Benedictus Dominus!…» esclamò con la faccia rivolta al cielo e con gli occhi splendenti; «Benedetto il Signore Iddio di Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo. Io, Giovanni Vicario di Cristo, servo dei servi e peccatore fra i peccatori, invito voi tutti a stare di buon animo nel nome di Dio. Per Colui che pende dalla croce, prometto l’eterna vita a tutti quelli che avranno perseverato in questo Ordine. Egli stesso ha detto: A colui che vince la prova, io darò la corona della vita. Figli miei, non temete coloro che uccidono il corpo; questi non possono fare di più… Gesù e Maria sua Madre sono con noi».

Tale diffondevasi la voce del Papa ricordando alle pavide moltitudini il sangue sparso sopra il suolo che calpestavano; il corpo dell’Apostolo che lì a pochi passi incoraggiava, incitava, ispirava. Ricordava come si fossero votati alla morte, se era questo il volere di Dio; in caso contrario la loro intenzione avrebbe meritato presso di Lui quanto il fatto: ricordava che adesso erano sotto obbedienza; la loro volontà non era più loro, ma di Dio; sotto castità, poiché i loro corpi erano stati ricomperati a gran prezzo; sotto povertà, ed il loro regno era il Regno dei Cieli.

Il Papa terminò con una grande, muta benedizione alla Città ed al mondo; e non mancavano neppure, tra i fedeli, sei o sette che dicevano d’aver veduto una figura simile ad una colomba, librata nell’aria mentre il Papa parlava, bianca come una nebbia, trasparente come acqua.

Gli avvenimenti che seguirono nella città e nei suburbi furono tali da non trovar riscontro: migliaia di famiglie disciolsero con mutuo consenso i vincoli umani. Gli uomini si ritirarono nelle ampie case del Quirinale, e le donne sull’Aventino; mentre i figli, animati dal medesimo ardore dei genitori venivano riuniti presso le suore di San Vincenzo, le quali avevano ricevuto dal Papa le case di tre vie intere per raccoglierli.

In ogni piazza fumavano gli incendi, che distruggevano gli oggetti di lusso, resi inutili dal voto di povertà e gettati al fuoco dagli stessi possessori. Tutti i giorni, sopra lunghi treni, dalle stazioni fuori delle mura, partivano gli uomini nuovi, esperti nelle loro funzioni, che il Papa spediva come delegati suoi per essere il sale della terra e il lievito che doveva, penetrare nelle vaste plaghe del mondo infedele; e quel mondo ne salutava l’arrivo con risa e disprezzo.

Da ogni parte della Cristianità si diffondevano notizie consolanti. Per l’ammissione entro il nuovo Ordine furono usate le medesime precauzioni che a Roma, giacché su questo punto le regole direttive erano precise e perentorie. Eppure venivano giorno per giorno lunghe liste di nuovi religiosi trasmesse dagli Ordinari diocesani. Negli ultimi cinque giorni giunsero liste più gloriose: le relazioni che le accompagnavano non solamente riferivano che l’Ordine aveva già incominciata l’opera sua, che si erano ristabilite le comunicazioni da tanto tempo interrotte, che gli zelanti missionari si andavano organizzando e che la speranza rifioriva nei cuori più sfiduciati; ma, meglio ancora, annunciavano i trionfi riportati su più nobile campo. In Parigi quaranta fratelli del nuovo Ordine erano stati bruciati vivi in un sol giorno nel quartiere Latino, prima che il Governo potesse intervenire. Dalla Spagna, dall’Olanda, dalla Russia pervenivano altri nomi di martiri.

In Dusseldorf diciotto, fra uomini e fanciulli, sorpresi al canto di Prima nella Chiesa di San Lorenzo, erano stati gettati nella cloaca, ripetendo ciascuno, finché non era sommerso: Christe, fili Dei vivi, miserere nobis! E da quelle tenebre era salito il medesimo canto, finché le pietre non lo avevano fatto tacere.

Frattanto le prigioni della Germania si andavano riempiendo delle prime retate di refrattari.

Il mondo si stringeva nelle spalle, dicendo che erano essi stessi la causa del loro male; e pur biasimando la violenza delle folle, reclamava l’attenzione delle autorità e la decisiva repressione di questa nuova insidia dell’idolatria! Mentre in San Pietro gli operai attendevano a fabbricar nuovi altari, incidendo su dittici di pietra i nomi imperituri di coloro che avevano compiti i loro voti e guadagnata la corona. Queste le prime parole, con le quali Iddio rispondeva alle provocazioni del mondo! Approssimandosi la festa di Natale fu annunciato che il Sommo Pontefice avrebbe cantato la Messa solenne in San Pietro l’ultimo giorno dell’anno, secondo l’intenzione dell’Ordine; e si facevano di già i preparativi.

Era questa una specie di pubblica inaugurazione della nuova impresa; e, tra le meraviglie di tutti, fu spedito anche un ordine speciale ai membri del Sacro Collegio sparsi per il mondo, di trovarsi quel giorno in Roma, salvo caso di malattia. Sembrava che il Papa volesse far sapere al mondo che la guerra era dichiarata; imperocché, sebbene quell’invito a Roma non implicasse per ciascun cardinale un’assenza maggiore di cinque giorni dalla sua provincia, molti altri inconvenienti potevano seguire.

La festa di Natale fu celebrata quell’anno con una solennità straordinaria.

Percy, incaricato di assistere il Papa nella seconda Messa, aveva detto le sue tre Messe a mezzanotte nell’oratorio privato. Per la prima volta in vita egli assisté ad uno spettacolo di cui aveva sentito parlare molte volte, cioè alla grandiosa processione pontificale al lume delle torce dal Laterano a S. Anastasia, dove il Papa aveva ripristinato da cinque anni un’usanza interrotta da più di un secolo. La piccola basilica era internamente riservata ai pochi privilegiati; ma le vie dell’intero percorso dalla cattedrale a questa Chiesa, come pure le altre che formavano come due lati di un vasto triangolo, erano tutta una massa compatta e silenziosa di teste umane e di torce fiammeggianti. Il Santo Padre celebrava assistito, secondo il consueto, dai sovrani; e Percy meditava dal suo seggio il dramma divino della Passione di Cristo che ora si rappresentava, adombrato nella Natività, per le mani del vecchio Angelico, suo Vicario. Nulla qui ricordava il Calvario: l’aria, la luce stessa parlavano di Betlem, muta restando la tenebra soprannaturale diffusa intorno al semplice altare. Nelle vecchie mani del Pontefice; riposava il Fanciullo prodigioso, più che il martoriato uomo dei dolori.

Adeste fideles, cantava il coro dalla tribuna, Venite ad adorare, non a piangere; giubiliamo, esultiamo, diveniamo anche noi fanciulli: se divenne Lui piccolo per noi, facciamoci noi pure piccoli per Lui! Indossiamo le vesti dell’infanzia e calziamo i sandali della pace, poiché «Regna il Signore e si è rivestito di maestà: si è rivestito e si è ricinto di forza; Egli ha fondato il mondo e non crolla, il suo regno è stabile fino ab antico. Egli è fino dall’eternità. Esulta allora grandemente, o figlia di Sion; sii gioconda, o figlia di Gerusalemme: ecco, viene a te il Re, colui che solo è santo, il Salvatore del mondo!». Vi sarà tempo di soffrire allora quando il principe di questo mondo si leverà contro il Re del Cielo.

Così andava pensando Percy raccolto nel suo seggio, sforzandosi pure nella maestà della sua pompa di farsi piccolo ed umile.

Certo nulla era impossibile a Dio: non poteva, tale mistica Natività operare l’antico prodigio, di fiaccare con la sua stessa debolezza ogni orgoglio che si esalta, soprattutto quello che dicesi Dio? Ella aveva tratto a se una volta i Re Sapienti ed i semplici pastori dai loro greggi; oggi pure aveva dei Re a lei dintorno, inginocchiati insieme con i poveri e con gli umili; re, che deposte le corone, recavano l’oro dei cuori fedeli, l’incenso della fede pura, la mirra del bramato martirio. Non avrebbero potuto altresì le repubbliche deporre il loro fasto, farsi miti i popoli, rinnegarsi l’egoismo, e confessare, la scienza, la propria ignoranza? Ma Felsemburgh gli tornò improvviso alla mente, ed a quel pensiero sentì opprimersi il cuore.

III.

Sei giorni dopo, Percy si levò all’ora solita, celebrò la Messa, fece colazione, si mise a dire l’ufficio e vi rimase finché un servitore non lo avvisò di prepararsi per la Messa pontificale, Oramai era talmente assuefatto alle cattive notizie – di morte, di apostasie, di scandali – che la calma della settimana precedente gli era venuta come un refrigerio inaspettato. Si illudeva, quasi, che le sue fantasie di Santa Anastasia incominciassero ad avverarsi e che la soavità della antica festa natalizia continuasse ad influire su di un mondo che pur ne aveva ripudiato l’oggetto.

In verità nessun nuovo avvenimento dava pensiero. Altri atti di martirio si erano dovuti registrare, ma come casi isolati, e dello stesso Felsemburgh non venivano più notizie: già l’Europa confessava di essere completamente estranea ai suoi affari.

D’altra parte Percy sapeva che domani sarebbe stato un giorno di grande aspettazione per l’Inghilterra e per la Germania; giacché in Inghilterra andava appunto in vigore la legge che rendeva obbligatorio il nuovo culto, mentre in Germania se ne faceva la seconda applicazione. Per tutti, uomini e donne, era venuto il momento di decidersi.

La sera precedente gli venne nelle mani una copia della statua che doveva adorarsi il primo giorno dell’anno nella Abbazia: Percy, in un accesso di sdegno la ridusse in bricioli. Rappresentava una donna ignuda, grande e maestosa, d’una vaghezza incantevole, con la testa e con le spalle piegate un po’ indietro, come in atto di contemplare una insolita visione celeste, con le braccia aperte, le mani alquanto sollevate, le dita allargate pari ad un’estatica; e dai suoi piedi, e dalle ginocchia congiunte insieme ne risultava compita l’espressione di attesa, di speranza, di rapimento. Con una ironia veramente diabolica la sua lunga chioma portava una corona di dodici stelle! La Paternità trovava dunque la sposa in questo simulacro dell’ideale materno che aspettava il suo figlio….

Quando tutti i frammenti gli furono caduti ai piedi come neve attossicata, Percy corse all’inginocchiatoio e vi cadde con un desiderio angoscioso di riparazione.

– Oh! Madre, o Madre! – gridava alla grande Regina dei cieli che lo guardava dall’alto del piedestallo, con il suo vero Figlio tra le braccia. Ah! Madre!… – e più non poté dire.

Ma in quel mattino sembrava ritornato calmo; aveva celebrato San Silvestro Papa e martire, l’ultimo del calendario cristiano, con una discreta serenità di animo. Lo spettacolo dell’ultima notte, con quella turba di officianti, di cardinali sconosciuti, accorsi da ogni parte del mondo, valse a rassicurarlo: irragionevolmente, sì, come egli ben sapeva, ma realmente. L’aria stessa pareva satura di un’attesa di solennità e di gioia; tutta la notte la piazza fu ingombra, di una folla silenziosa che aspettava l’apertura del tempio.

Anche in quel momento la piazza e la chiesa rigurgitavano di gente, e giù nella strada, fino al fiume egli scorgeva un brulichìo continuo di teste umane, le quali facevano perfino una scura frangia ai tetti del colonnato e delle case circonvicine, nonostante il freddo di quella mattina serena, perché era noto che dopo la Messa e dopo la sfilata dei membri dell’Ordine davanti al trono papale, il Santo Padre avrebbe dato la benedizione solenne alla città ed al mondo.

Percy finì terza, chiuse il breviario, e si adagiò sulla sedia aspettando di minuto in minuto che il servitore venisse a chiamarlo.

Frattanto egli correva con il pensiero alla imminente funzione, riflettendo che vi avrebbe preso parte il Sacro Collegio intero (eccettuato il Cardinale Protettore di Gerusalemme, impedito da malattia) composto di sessantaquattro membri.

Doveva essere uno spettacolo unico al mondo. Ricordava che otto anni prima, dopo la liberazione di Roma, si era veduta ivi raccolta una, simile assemblea, ma allora i cardinali erano cinquantasei soli e ne mancavano quattro.

In quel frattempo egli sentì parlare in anticamera, poi un passo rapido e la viva insistenza di una voce inglese; si mise curiosamente in ascolto e udì la risposta del suo servitore:

– Sua Eminenza deve andare a prepararsi; in questo momento è impossibile! Seguì una replica un po’ più vivace, un leggero alterco, infine un secco giro della maniglia. La cosa gli sembrò indecente; si alzò, fece tre lunghi passi verso la porta e la aprì a gran fretta.

Si presentò un uomo, che egli non riconobbe lì per lì, pallido e confuso.

– Che modi son questi? – incominciò Percy; e stava già per retrocedere.

– Il signor Philipps! – disse l’altro.

Percy gli porse le mani.

– Sono io, signore… Eminenza, giungo a Roma in questo momento; si tratta della vita o della morte!… ed il suo servitore, qui, mi diceva….

– Chi la manda? – Padre Blackmore.

– Buone o cattive nuove? L’uomo guardò il servitore, che stava lì a due passi, visibilmente corrucciato; Percy capì, prese per mano Philipps e lo introdusse nella camera.

– Giovanni – disse al servitore – verrete a chiamarmi tra due o tre minuti.

Ed attraversato il lucido pavimento, Percy tornò ai suo posto vicino alla finestra, abbatté le imposte, e, rivolto a quell’uomo ancora ansante:

– Mi riferisca, in due parole, signore, quello che accade! – I Cattolici hanno ordito una congiura con l’intenzione di far saltare, domani, l’Abbazia per mezzo di esplosivi. Io sapevo che il Papa…

Percy con un rapido gesto gli tolse la parola.

CAPITOLO SESTO

I.

Quella sera la stazione dei volanti era comparativamente deserta, quando vi giunse per l’ascensore il piccolo gruppo dei nostri sei viaggiatori. Nulla portavano indosso che li distinguesse dagli altri: i due Cardinali di Germania e di Inghilterra vestivano una semplice pelliccia, senza alcun segno particolare del loro grado; venivano dietro i due cappellani, mentre i servitori si avvantaggiavano con i bagagli per assicurarsi un compartimento privato.

I quattro aspettavano ora silenziosi, guardando senza interesse il rapido affaccendarsi degli operai di bordo intorno a quel mostro liscio e risplendente che giaceva lì preso entro il reticolato di acciaio, con le grandi antenne ripiegate per il momento, ma che dovevano fra poco fendere l’aria con una velocità di centocinquanta miglia l’ora.

Percy, nel frattempo, scostatosi dagli altri, si avvicinò alla finestra rivolta dalla parte di Roma, ed appoggiati i gomiti sul davanzale, si mise a guardare.

Gli stava davanti un insolito panorama.

Volgeva l’ora del tramonto; ed il cielo, di un colore verde chiaro su in alto, andava ad illanguidirsi in un giallo cupo verso l’orizzonte, con due strisce sanguigne all’estremità; mentre, in basso, sulla città, si distendeva il cupo violetto della sera, interrotto qua e là dal nero dei cipressi e intersecato dai nudi pinnacoli di un cimitero popolare costruito fuori delle mura.

Ma dal mezzo del quadro si slanciava, l’enorme cupola, di un colore indefinibile, ora grigio, ora violetto, a scelta dell’occhio; e dando con queste tinte una parvenza di bolla d’aria al solido colosso, rifulgeva il cielo a sud nel suo pallido aranciato. Quella cupola appariva come il centro di un supremo dominio: la linea dentata delle torri, i campanili, i pinnacoli, i tetti ammucchiati giù nella Valle dell’Inferno, e più lontano le colline di una bellezza incantevole non potevano essere altro che dipendenze di quel massimo Tabernacolo di Dio.

Le lampade incominciavano ad accendersi, e brillavano ora come avevano brillato per trenta secoli; tenui colonne di fumo salivano diritte verso il cielo che si faceva più scuro.

Anche il frastuono si andava attenuando nella Città-madre, poiché il freddo tratteneva in casa i cittadini; e giù, la pace della sera discendeva a terminare un giorno ed un anno.

Giù nelle vie anguste Percy poté scorgere alcune minuscole figure, frettolose come formiche in ritardo; lo schiocco di una frusta, il grido di una donna, il pianto di un bambino salivano a lui come rumori particolari di un altro mondo: questi pure avrebbero cessato, lasciando tutto in pace.

Ma ai lenti e mesti rintocchi di una campana la città semiassopita sembrò svegliarsi per mormorare la sua buona notte alla gran Madre di Dio. Da mille campanili si diffondeva lenta la melodia tra la terra ed il cielo in mille accenti: spiccava quello di San Pietro, cupo e solenne, seguito da quello più alto e delicato del Laterano, poi quello più rozzo delle vecchie chiese ed il petulante tintinnio dei conventi e delle cappelle. Tutto questo addolcito di mistero nell’aria quieta di quel vespro invernale diceva il connubio del puro suono e della pura luce. In alto il limpido cielo aranciato, in basso la soave ed estatica melodia delle campane.

«Alma Redemptoris Mater… » – mormorava Percy con gli occhi pieni di lacrime – «O gran Madre del Redentore, porta dischiusa del cielo e stella, del mare, abbi pietà dei peccatori! L’Angelo del Signore annunciò a Maria, e concepì di Spirito Santo… Infondi, o Signore, la grazia nei nostri cuori, affinché possiamo noi, che abbiamo conosciuta la Incarnazione giungere per la passione e la croce alla resurrezione, per mezzo di Cristo nostro Signore».

Un’altra campana squillò acuta lì accanto, richiamando Percy alla terra, ai mali, alle cure, alle angosce. Guardò ancora quel vascello immobile, esso pure smagliante di luce, mentre i due preti con il cardinale tedesco si avvicinavano all’ingresso.

Avevano scelto l’ultimo compartimento; e, visto che il vecchio collega si era comodamente adagiato, Percy uscì senza dir parola nel corridoio centrale per dare un ultimo sguardo a Roma.

La porta di ingresso era chiusa, e, mentre Percy dalla finestra opposta guardava l’alta muraglia, che al salire del volante si sarebbe sprofondata sotto di lui, senti fremere per tutto l’ingegnoso apparecchio le vibrazioni del motore elettrico.

Dopo un avviso dato a voce, alcuni passi rapidi rintronarono sul pavimento, una campana suonò una volta, poi due, seguita da un accordo melodioso. La campana suonò ancora, la vibrazione cessò, e l’orlo di quella muraglia che gli nascondeva il cielo, sparì come una barriera improvvisamente caduta, mentre Percy sentiva mancarsi i piedi. Un momento dopo ecco, su in alto riapparire la cupola, mentre la città (frangia di torri sulla massa scura dei tetti) scendeva a basso, contraddistinta, dalla luce e roteante a guisa di turbine. Dopo un secondo grido armonioso la gigantesca macchina batté più forte le ali, fissò la sua altezza, e sibilando nel suo incontro con l’aria silenziosa prese il largo verso il nord.

La città si allontanava sempre più, riducendosi a mano a mano ad un paesaggio grigio su fondo scuro. Il cielo sembrava allargarsi via via che la terra si immergeva nel buio) e, come una immensa campana di vetro, brillava senza, dar luce.

Mentre Percy gettava un’ultima occhiata dall’angolo estremo del naviglio, la città non era più che una linea in apparenza… una linea, in diminuzione… una linea e poi nulla.

Mandò un profondo sospiro e si mosse per ritrovare i compagni di viaggio.

II.

– Mi spieghi un po’ meglio – disse il vecchio cardinale, quando tutt’e due si furono accomodati uno in faccia all’altro, mentre i cappellani stavano in un altro compartimento – Quest’uomo chi è? – Chi? il signor Philipps? Fu segretario di Oliviero Brand, uno dei nostri deputati; fu lui che mi introdusse presso il letto di morte della vecchia signora Brand, perdendo in conseguenza l’impiego. Adesso fa il giornalista; è un galantuomo, non è cattolico, ma desidera di farsi. Questa è forse la ragione per cui gli hanno confidato il segreto.

– E loro? – Loro sono una massa di disperati! Hanno abbastanza fede per agire, ma non altrettanto per esser pazienti…

Quest’uomo, certo, ha incontrato le loro simpatie; ma per loro disgrazia è un uomo di coscienza, ed ha ben capito altresì che un attentato di simil genere segnerebbe la fine di ogni ulteriore tolleranza. Non vede, Eminenza, come sono violenti i sentimenti di tutti contro di noi? Il vegliardo scosse con dolore la testa.

– Se lo vedo!.. E sono anche i miei tedeschi implicati in questa congiura? ne è sicuro? – Eminenza, si tratta di un complotto assai vasto, meditato da diversi mesi; hanno tenuto settimanalmente delle riunioni, ed hanno a meraviglia saputo mantenere il segreto. In Germania però è stata differita l’esecuzione dell’attentato per aspettare gli Inglesi e fare così maggior colpo. E domani… – Percy scosse la testa con un gesto di disperazione.

– E il Santo, Padre? – Io sono corso da lui stamattina, appena terminata la Messa. Egli non ha fatto opposizione alcuna alle mie proposte e ha mandato subito a chiamare l’Eminenza Vostra. Non ci è altra via possibile, Eminenza! – E riusciremo a scongiurare il pericolo? – Non so che dire, ma altro espediente io non vedo. Correrò subito dall’Arcivescovo, e gli riferirò ogni cosa.

Arriveremo, credo io, alle tre, e lei alle cinque secondo l’ora tedesca. La funzione nell’Abbazia incomincerà alle undici: a quell’ora, dunque, noi avremo fatto tutto quel che ci è stato possibile. Il Governo sarà informato e saprà altresì che a Roma siamo innocenti; mi immagino che farà annunciare la presenza del Cardinale, dell’Arcivescovo e dei coadiutori nelle sagrestie, raddoppierà le guardie, farà sfilare degli aeroplani sopra l’Abbazia… e poi… e poi tutto resta nelle mani di Dio! – Ma, pensa lei, che lo eseguiranno davvero codesto attentato? – Che cosa devo dire? – rispose Percy.

– Sento che tengono due piani differenti….

– Appunto!… Se ho ben capito, hanno intenzione di far cadere dall’alto gli esplosivi sull’Abbazia; diversamente tre uomini per lo meno si sono offerti, sacrificando la propria vita, per lanciarli essi stessi nell’interno… Ci ha qualche veduta lei, Eminenza? Il vegliardo, fissando in volto il collega, rispose:

– Le sue vedute sono le mie!… Ma, Eminenza, ha considerato il nostro passo in ambedue le conseguenze possibili? Se, puta caso, non accadesse nulla? – Oh!… allora saremo accusati di simulare un delitto per metterci in mostra; se invece qualche cosa accade, noi andremo tutt’e due alla presenza di Dio! E piaccia a Lui che avvenga così! – aggiunse con passione.

– Almeno sarà più leggero a sopportarsi! osservò il vegliardo.

– Mi perdoni, Eminenza, non avrei dovuto parlare in questa maniera! Seguì tra i due un momento di silenzio, in cui non si udiva più che la incessante vibrazione dell’elica e un accesso di tosse dal compartimento vicino.

Percy, con il mento in sulla mano, guardava fuori di finestra. La terra appariva scura nel vuoto profondo; in alto il cielo brillava di luce incerta, scoprendo di quando in quando qualche stella attraverso le brume ghiacciate, mentre il naviglio vogava bordeggiando contro il vento.

– Si fa freddo sulle Alpi! – mormorò Percy. E poi, riprendendo il discorso: – Avessi almeno la più piccola prova!…

Nulla, fuori che la parola di un uomo! – E ne è convinto? – Convinto! – Eminenza, – disse il tedesco, fissando l’altro sul viso, – creda che la rassomiglianza è addirittura straordinaria! Percy sorrise a mala pena: questa osservazione incominciava ad infastidirlo.

– Che segno sarà questo? – insisteva l’altro.

– E’ la domanda che mi si è fatta tante volte; ma io non ho davvero nessun indizio! – Io penso invece che qui si celi il dito di Dio!… – continuava il tedesco, fissando sempre il collega.

– E in che modo, Eminenza? – In una specie di antitesi, di rovescio della medaglia… e che so io? Seguì un nuovo silenzio. Il cappellano tedesco, un ometto ordinario dagli occhi celesti, venne a guardare alla vetrata e poi si ritirò di nuovo.

– Eminenza – ricominciò all’improvviso il vecchio cardinale – dobbiamo parlare ancora di piani da farsi…

Percy scosse la testa.

– Non ci sono piani da fare! ­ rispose -. Noi conosciamo solamente il fatto: nessun nome, null’altro possiamo indicare.

Ci troviamo proprio nella condizione di fanciulli dentro la gabbia di una tigre, alla quale uno abbia già fatto un gesto sul muso.

– Speriamo di poter comunicare l’un con l’altro! – Se saremo vivi! Era curioso vedere come Percy dominasse il vecchio collega. Da soli tre mesi egli aveva ricevuto la porpora, e l’altro da dodici anni; pure era il più giovine che indicava e dirigeva il da farsi. Pertanto, non se ne accorgeva mica!. Già fin dal momento delle terribili notizie, apprese in quel mattino, di una nuova mina posta sotto la Chiesa già vacillante, dopo avere assistito alla augusta cerimonia nella sfarzosa magnificenza e osservando i dignitosi e tranquilli movimenti del Papa e della corte con un segreto che gli bruciava il cuore ed il cervello; ma, soprattutto, finito il rapido colloquio con il Papa che aveva sconvolto gli antichi piani e fatte prendere decisioni subitanee, dopo una benedizione data e ricevuta ed un addio espresso con il solo sguardo (questo in mezz’ora sola di tempo!) tutta la sua natura si era concentrata in uno sforzo vivo, tesa come un corpo elastico. Egli sentiva l’energia corrergli fin sulla punta delle dita, l’energia insieme ed il languore di una disperazione immensa. Ogni appoggio caduto, ogni legame reciso; lui, la città di Roma, la Chiesa Cattolica, il soprannaturale stesso non sembravano più sostenersi che ad una cosa sola: al dito di Dio. E, se questo veniva a mancare, tutto sarebbe perduto! Sentiva di correre o verso l’infamia o verso la morte: nessuna via di mezzo, a meno che i cospiratori non fossero stati presi con i loro ordigni di distruzione; ma questo gli pareva impossibile.

Dunque: o avrebbero essi desistito riflettendo ai ministri di Dio che sarebbero periti insieme con loro, e questo portava l’infamia di una frode simulata, di un tentativo abbietto per acquistar credito; o bene, non avrebbero desistito, considerando la morte di un cardinale e di pochi vescovi come prezzo della loro vendetta: ed in tal caso vi era la morte ed il giudizio…

Ma Percy non temeva più. Nessuna infamia poteva essere più grande di quella che già sopportava: l’isolamento e il discredito; e la morte gli appariva piena di dolcezza. Per lo meno gli avrebbe recato la sapienza e la pace; era però disposto a rischiar tutto per Iddio.

L’altro, con un breve gesto di scusa, prese il breviario e si mise a pregare. Percy lo osservava con una immensa invidia.

Oh! perché non era vecchio come lui! Si credeva abbastanza forte da poter durare per un altro anno o due, non già per altri cinquanta anni in mezzo a quelle tribolazioni.

Anche riuscendo bene la cosa, rimaneva sempre aperta davanti a lui una via disseminata di lotte, di privazioni, di sforzi, di calunnie da parte degli avversari. La Chiesa di giorno in giorno decadeva! che cosa era, stato il recente entusiasmo, se non l’ultimo bagliore di una fede morente? e come avrebbe lui potuto sopportare tutto questo? La marea dell’ateismo avrebbe continuato a montare sempre più minacciosa, dopo che Felsemburgh le aveva impresso un impulso tale da non poterne prevedere le conseguenze. Mai si vide per lo avanti l’esempio di un uomo solo, che tiene tutto il potere in piena democrazia! Ed una volta di più corse con il pensiero al domani. Ah! potesse la morte segnare il termine di tanti dolori! Beati mortui, qui in Domino moriuntur! Ma no! era viltà, pensare in quel modo: Dio, dopo tutto era Dio… quel Dio che solleva le isole come fu più piccole cose.

Percy prese il breviario, cercò l’ora prima e la festa di San Silvestro, si fece il segno della croce ed incominciò a pregare.

Un minuto dopo i due cappellani rientravano nel compartimento. Tutto era silenzio, salvo il turbinare dell’elica ed il sibilare dell’aria che si infrangeva contro il naviglio.

III.

Verso le nove il conduttore dell’aereo, un inglese biondo, apparve nel compartimento; e, svegliando Percy, che si era leggermente assopito, disse:

– Signori, fra mezz’ora il pranzo è pronto; questa sera non ci fermiamo a Torino.

Richiuse l’uscio e percorse tutto il corridoio, dando il medesimo avviso in ogni compartimento.

Allora, pensava Percy, non vi erano passeggeri per Torino; e certamente il telegrafo aveva annunciato che nessuno aspettava per salire a bordo.

Buone nuove queste! Si guadagnava tempo per Londra e al cardinale Steinmann sarebbe stato possibile di prendere più presto uno dei convogli da Parigi a Berlino; ma non era ben sicuro sul servizio che essi facevano. Peccato che il cardinale non avesse preso il diretto delle tredici da Roma a Berlino! Così andava pensando con una certa superficiale insensibilità.

Poi si alzò, si sgranchì un poco, e passando lungo il corridoio andò alla vaschetta per lavarsi le mani.

Egli rimase come incantato davanti al lavabo situato sul lato posteriore del naviglio, che ora passava proprio sopra la città di Torino. Un ammasso di luce viva, smagliante, brillava giù a basso negli abissi tenebrosi dileguandosi poi nel buio dalla parte del sud a mano a mano che il convoglio si avvicinava alle Alpi. Come appariva piccola di lassù questa città! eppure, pensava Percy, quanto era grande la sua potenza! Da quel bagliore, già oltrepassato di cinque miglia, si governava l’Italia intera; in una di quelle case minuscole, di cui adesso altro non si scorgeva che lo scintillio luminoso, gli uomini tenevano sedute disponendo delle anime e dei corpi, abolivano Iddio e si burlavano della sua Chiesa; e Iddio permetteva tutto questo senza far alcun segno… Ivi era stato Felsemburgh un mese o due prima, Felsemburgh… quel suo così inquietante duplicato! e di nuovo sentì il cuore come trafitto da un colpo di pugnale.

Poco dopo i quattro ecclesiastici sedevano intorno ad una tavola rotonda in un piccolo compartimento della sala da pranzo situata a prua. Il pranzo era eccellente, preparato secondo il consueto dalla cucina di bordo, e recato volta per volta con un blando rumore sul centro della mensa. Vi era una bottiglia di vino per ogni commensale; e tavola e sedie ondeggiavano tranquille, al blando movimento del convoglio. Essi non parlavano molto, poiché uscire dal loro primo tema era impossibile, ed i cappellani non erano stati ancora fatti partecipi di tutto il segreto.

Il freddo aumentava, e non bastavano i termosifoni e gli scaldapiedi contro le brezze gelate che incominciavano a fischiare dalle Alpi, alle quali il vascello si avvicinava muovendo nella direzione di un piano inclinato: bisognava salire altri mille metri sopra il livello ordinario per varcare il Moncenisio, e nel medesimo tempo rallentare la corsa a cagione dell’aria troppo rarefatta che non produceva sufficiente resistenza sull’elica.

– Avremo una notte nebbiosa – disse uno nell’andito, mentre la porta oscillava leggermente al moto del naviglio.

Percy si alzò e la richiuse subito.

Il cardinale tedesco divenne un po’ inquieto verso la fine del pranzo.

– Bisogna che io mi ritiri – disse alzandosi – Starò meglio sotto la mia coperta.

Il cappellano educatamente lo seguì, lasciando, la pietanza sulla mensa; cosicché Percy restò solo con il suo cappellano inglese, il P. Corkran, venuto di recente dalla Scozia. Finì il suo vino, mangiò una coppia di fichi, e poi si mise a guardare attraverso i cristalli della finestra.

– Ah! – disse – scusi, padre, siamo proprio sopra le Alpi.

La parte anteriore del vascello era divisa in tre sezioni: in quella del centro stava il timoniere con gli occhi rivolti in su e con le mani sulla ruota; le due sezioni laterali, separate dall’altra da lastre di alluminio, formavano due piccoli compartimenti, forniti di finestre tonde poste all’altezza del viso, e dalle quali si poteva ora godere una veduta incantevole.

Percy era andato ad una di queste, camminando lungo il corridoio e scorgendo dagli usci semiaperti altre comitive che sedevano a mensa. Egli spinse l’uscio a molla del compartimento di sinistra, ed entrò.

Altre volte in vita sua aveva fatto la traversata delle Alpi e ricordava bene l’impressione stupenda che ne aveva riportata, specialmente quando poté vederle da una grande altezza ed a cielo sereno: un eterno e smisurato mare di ghiaccio, su cui apparivano come secche e scogliere le cime più alte e più famose di laggiù; e più lontano la curva sferica della terra giaceva sprofondata entro una caligine senza confine. Ma questa volta le Alpi parevano più stupende che mai, ed egli si mise a guardarle come un malato per obliare momentaneamente il proprio soffrire.

Il naviglio saliva rapido verso il varco sopra il declivio ineguale, sulle rocce e sui burroni che giacevano a basso come fortilizi della immensa muraglia; veduti da quell’altezza non parevano granché, ma facevano pensare per lo meno alla vastità del baluardo, di cui essi erano i naturali contrafforti.

Alzando gli occhi, Percy vide il cielo senza luna e con le stelle un po’ velate; la mancanza di luce viva, rendeva più solenne la scena, ma ritornando a guardare, si accorse che questa si era alquanto cambiata.

L’atmosfera stessa pareva trasformata in vetro. Il nero vellutato delle foreste di pini aveva dato luogo ad un grigio cupo; il pallido bagliore delle acque e del ghiaccio era svanito in un momento, le nude mostruose rocce, le pendici, le vette che prima si slanciavano verso di lui e si dileguavano poi con moto rapido e sinuoso, avevano perduto i loro contorni velate da un indistinto biancore. In alto, a destra ed a sinistra, la scena assumeva un aspetto di terrore: le balze maestose, che si slanciavano incontro, le gigantesche forme fantastiche torreggianti da ogni lato si immergevano dentro una cortina di nuvole, rese visibili solo dal chiarore che emanava trionfante dal carro luminoso.

Vide due fasci di luce proiettarsi avanti come due corna, mentre la luce elettrica si apriva da prua, ed il naviglio, che già correva a mezza velocità, calò ad un quarto della medesima ed incominciò a dondolare mollemente da parte a parte, mentre le grandi ali battevano la densa nebbia già penetrata dalle due antenne luminose. Il naviglio ascendeva sempre ed avanzava con tanta velocità da permettere a Percy di vedere un grande pinnacolo innalzarsi, allungarsi, acuminarsi come un ago e poi svanire un centinaio di metri più in basso. Il movimento diveniva sempre più spiacevole, mentre il naviglio procedeva ad angolo acuto mantenendo il suo livello con l’innalzarsi, avanzare e dondolare simultaneamente.

Ad un tratto lo strepito di un torrente non gelato echeggiò di lì a venti metri cupo e sonoro come la voce di una belva, e sull’istante disparve.

Ed incominciavano anche i corni a riempire di nuova tristezza lo sconfinato deserto con i loro ululati lunghi e lugubri come gemiti di anime perdute; e, mentre Percy, spaventato oltre ogni dire, cancellava dai vetri l’aria appannata e tornava a guardar fuori, gli pareva di esser portato via dall’unica forza che premeva sotto i suoi piedi, entro un mondo di bianchezza, ugualmente lontano dalla terra e dal cielo, sospeso nello spazio deserto, infinito, cieco, vuoto, ghiacciato, perduto in un inferno bianco ed orrendo.

A un dato punto il suo attonito sguardo fu colpito da un enorme oggetto bianco che muoveva a sghembo attraverso la nebbia; e, mentre il naviglio cambiava rotta ecco apparire un gigantesco piano inclinato, liscio come olio, da cui emergeva un gruppo di rocce simili alle dita di un uomo che brancoli con la mano entro una corrente montana.

Quindi, mentre dal naviglio erompeva alto il suono di allarme, vi rispondevano a una distanza di dieci metri appena prima uno, poi due, e poi tanti altri gridi di vano terrore. Si udì lo squillo di qualche campana, poi suonare a stormo, mentre l’aria circostante era invasa da un battere.

IV.

Passarono dei momenti terribili, tra lo squillare di una campana seguito da un grido d’allarme, ed il rapido giro del naviglio, che dimostrava come il pilota stesse veramente all’erta. Ad un tratto il naviglio precipitò a basso come una pietra, e Percy dovette tenersi alle sbarre della finestra per attenuare la paurosa sensazione della caduta nel vuoto. Sentì dietro un fracassar di stoviglie, un traballare di mobili più gravi, e, quando la gran macchina si fu arrestata sulle ali, incominciò improvviso uno scalpiccio di passi, accompagnati da grida di spavento. Di fuori intanto si avvicinavano sempre più quei suoni simili ad ululati: ad un certo punto l’aria ne fu piena, e Percy poté accorgersi in un batter d’occhio che non uno, ma venti battelli per lo meno rispondevano all’avviso, vogando al disopra. Echeggiavano gli invisibili abissi e le rocce di quelli ululi prolungati e tremendi, che poi si perdevano via via lontani tra lo squillare delle campane, in ogni direzione; di sopra e di sotto, avanti e di dietro, a destra ed a manca.

Il naviglio riprese la corsa facendo una curva prolungata sull’orlo della montagna, poi tornò ad arrestarsi, rimanendo sospeso sulle ali, e Percy dalla porta di ingresso vide attraverso i vetri appannati, al lume dei riflettori, una roccia a forma di guglia emergere dalla nebbia, ed una sporgenza nevosa, liscia che si incurvava e spariva.

Adesso apparivano dovunque i segni disgustosi del repentino arresto: tutti gli usci dei compartimenti da mensa erano aperti; bicchieri, piatti, bocce di vino, fruttiere rovesciate rotolavano avanti e indietro nell’ondeggiare del pavimento; un uomo seduto in terra volgeva a Percy gli occhi stupiditi dalla paura! Si affacciò alla porta per la quale era prima entrato, mentre il P. Corkran si alzava titubante dalla sedia e gli andava incontro barcollando. Nel medesimo tempo era un viavai confuso verso la porta opposta che metteva nel compartimento dove stava a pranzo una comitiva di americani.

Percy, scuotendo il capo, volse il passo verso poppa, ma trovò l’angusto passaggio completamente ostruito dai passeggeri accorsi a quella parte. La confusione delle parole e delle grida rendeva impossibile qualsiasi domanda; cosicché Percy, con il suo cappellano dietro, afferrò il divisorio di alluminio, ed incominciò a fare a passo a passo la via per ritornare ai suoi compagni. A gran fatica vi era pressoché giunto, quando si fece sentire una voce dominando il frastuono, e, nel medesimo silenzio che seguì, ecco di nuovo, risonar lontani i gridi degli altri navigli.

– Al loro posto, signori! – diceva, quella voce.

– Immediatamente si parte! A queste parole la folla si sparse, il conduttore passò con volto acceso e risoluto, e Percy ebbe dietro lui bene aperta la via verso poppa.

Il vecchio cardinale non stava di peggio; diceva d’aver dormito e di esser si svegliato a tempo per non cadere a terra; ma il suo volto si contraeva parlando.

– Ma che cosa c’è stato? che affare è questo? – domandava il cardinale.

Il P. Beclin affermava d’aver veduto uno di quei battelli distante appena quattro o cinque metri dalla finestra: esso era affollato di gente da prora a poppa; ed alzatosi con rapido volo, era poi sparito nel turbinio della nebbia.

Percy tentennò il capo senza dir nulla: non sapeva dare alcuna spiegazione.

– Si chiedono chiarimenti – soggiunse il Padre Beclin – Il conduttore e già al telegrafo.

Dalla finestra non si scorgeva più nulla che colpisse nuovamente la vista; Percy ancora stordito dalla repentina fermata aveva veduto solo quella roccia aguzza simile ad una guglia fluttuare come una cosa vista attraverso l’acqua e l’alta prominenza di neve issarsi e poi calare lentamente. Di fuori tutto era quieto; lo stormo era già passato, e solo in qualche parte delle regioni lontane del cielo echeggiava qualche grido isolato, come il verso di un uccello errante, perduto nello spazio.

– E’ sempre il segnale dei volanti!… – disse Percy fra sé.

Egli non faceva, supposizioni né dava suggerimenti; pure il fatto gli sembrava di cattivo augurio: era una cosa inaudita l’incontro di cento battelli aerei, e per di più diretti verso mezzogiorno… Il nome di Felsemburgh gli balenò di nuovo alla mente: non poteva esser questa un’altra manifestazione di quell’uomo funesto? – Eminenza… – incominciò il vecchio cardinale; ma sull’istante il battello riprendeva la corsa.

Squillò una campana, si udì un fremito a basso; quindi leggero come un fiocco di neve, il grande vascello cominciò a rialzarsi, facendo visibile il suo moto dall’improvviso abbassarsi di quella roccia acuminata, che Percy guardava ancora.

Il campo nevoso si allontanava a grado a grado; un’opaca spaccatura colpì momentaneamente la vista, poi si dileguò; e dopo brevi istanti il naviglio già equilibrato nello spazio immenso riscalava la china dell’aria, che poco prima aveva precipitosamente discesa. Nuove armonie risuonavano per l’atmosfera; ma questa volta la, risposta era così debole e lontana da sembrare un grido venuto dall’altro mondo.

La corsa si accelerava ed il giro regolare dell’elica sostituiva l’ondeggiante turbinio delle ali. Ancora un sibilo acuto si sparse al di sotto nello squallido e roccioso deserto, ed il naviglio con improvvisa spinta spiccava un più alto volo; muoveva poi descrivendo ampi giri, scalando con cautela, marcando l’ascesa di ripetute grida, esplorando i pericoli di quell’aria cieca. Ed ecco ancora in vista, illuminata dai riflettori, una bianca pendice che si sprofondava sempre più rapida, ora appressandosi ed ora recedendo, finché ad un certo punto una fila scabra di rocce parve mostrare i suoi denti in mezzo alla nebbia, poi svanire piombando a basso; mentre con uno squillar di campane ed un ultimo segnale di avviso, il fremito dell’elica, passava dal primo ronzio ad una nota a mano a mano più acuta e da quella nota al silenzio.

Allora la grandiosa macchina, libera dai picchi della frontiera, tornò a ribattere le ali, slanciandosi con volo sicuro, sibilando, attraverso lo spazio….

Ogni cosa oramai svaniva al di sotto nella fitta tenebra. Frattanto dall’interno del convoglio partiva un brusio di voci vive e trafelate che interrogavano ed inveivano ricoprendo le secche ed autoritative risposte del conduttore.

Sentendo uno che camminava nel corridoio, Percy si alzò per farglisi incontro; ma, nell’atto di afferrar la gruccia, vide spinta di fuori la porta, mentre con sua meraviglia il conduttore inglese entrava difilato richiudendola dietro a sé.

Qui egli diede uno sguardo significativo ed inquieto ai quattro preti.

– E così?.. – esclamò Percy.

– Signori – incominciò il conduttore – sarà meglio, a mio parere, che scendano a Parigi; io so che lor signori sono preti…

e, sebbene non sia cattolico….

– Per l’amor del cielo, galantuomo! – esclamò Percy.

– Cattive nuove, signori! Cento battelli volano alla volta di Roma: è stata scoperta a Londra una congiura di cattolici.

– E così?…

– …per distruggere l’Abbazia e loro vanno….

– Dove? – A distrugger Roma, signori! E così detto disparve.

CAPITOLO SETTIMO

I.

Verso le sedici del medesimo giorno, l’ultimo di quell’anno, Mabel era andata alla chiesetta vicina.

Scendeva lenta la sera. Sul lato occidentale del tetto cadevano i miti raggi del tramonto invernale, rischiarando ancora l’interno del tempio della luce morente.

Quel pomeriggio, dopo un leggero assopimento sulla poltrona, ella si era svegliata, con una insolita chiarezza di mente e di spirito, che talora fa seguito a certi sonni. Più tardi si meravigliava d’aver potuto dormire in un momento simile, e soprattutto di non essersi accorta del burrascoso nembo di terrore e di furore che già incombeva sulla città e sulla campagna. Ricordava poi un insolito subbuglio veduto dalle finestre giù per i larghi viali tra una strana musica di corni e di fischi; ma non vi aveva posto mente, ed un’ora dopo si era recata alla chiesa per fare la consueta meditazione.

Ella amava sempre più la quiete di quel luogo, e vi andava spesso per raffermare i suoi pensieri, per riconcentrarli nel significato profondo che si cela sotto ogni manifestazione della natura, per riconnetterli a quei supremi principi, che costituiscono il fondamento della vita universale, e tenuti come verità certe ed indiscutibili.

Del resto un simil genere di devozione si diffondeva già in mezzo al popolo: erano state fatte qua e là delle prediche a proposito, e stampati perfino degli itinerari alla vita interiore, che presentavano una curiosa rassomiglianza con i vecchi manuali cattolici di orazione mentale.

Mabel, venuta al suo solito posto, sedette, congiunse le mani, considerò per un minuto o due quel vecchio santuario di pietra, il bianco simulacro e la finestra che diveniva a mano a mano più scura. Quindi diede principio alla meditazione secondo il metodo seguente: Nel primo punto ella riconcentrò l’attenzione sopra di se distaccandosi da tutto ciò che è puramente esterno e transitorio, sforzandosi di penetrare nelle intimità del suo essere, fino a scoprire la segreta scintilla, che sotto le azioni e le deficienze individuali, faceva di lei medesima un membro effettivo della divina umanità.

Il secondo punto consisteva in un atto dell’intelletto e della immaginazione. Tutti gli uomini, ella pensava, possedevano questa scintilla…. Quindi mise in atto le sue facoltà spaziando con gli occhi dello spirito sopra il mondo che ne ardeva, e vide sotto il sole e sotto le tenebre dei due emisferi le migliaia infinite di uomini: fanciulli che venivano al mondo, vecchi che se ne partivano, adulti forti e sani che lo godevano. Con uno sguardo al passato considerò i secoli della barbarie e del delitto, poi il passaggio dell’uomo dalla selvatichezza e dalla superstizione alla piena conoscenza di se medesimo; e si avventurò perfino nelle età future, quando le successive generazioni avrebbero portato la razza, umana ad un grado tale di perfezione, che ella, non trovandocisi, non poteva pienamente comprendere. Però si consolava pensando che un tipo perfetto era già nato, e i dolori del parto finiti: non era venuto Colui, che doveva essere l’erede dei tempi? Nel terzo punto intensificava gli atti del suo pensiero, rappresentandosi l’unità di tutte le cose, come fuoco centrale, di cui ogni scintilla era la irradiazione; come un essere immenso, eterno ed impassibile, realizzato attraverso ai secoli, uno e molti nel medesimo tempo; quell’essere che gli uomini avevano chiamato Dio, ora non più in conoscibile, ma noto come totalità trascendente loro medesimi: quello insomma, che con la venuta del nuovo Salvatore aveva, attuato e rivelato se stesso come Uno.

Così contemplava Mabel la visione del suo spirito mettendo in giuoco ora una virtù, ora un’altra nei successivi atti di unificazione, notando le deficienze proprie, e considerando nella unità integrale il compimento di tutte le aspirazioni, il riepilogo delle speranze umane. Vedeva in tale unità lo Spirito della Pace, che a lungo soffocato e rigenerato sempre dai dolori del mondo, coartato nel suo essere, arrestato nel suo divenire, si era affermato alla fine con i suoi fremiti, possente, sereno, visibile e trionfante.

E proseguiva nel devoto esercizio sforzandosi di immergere la propria individualità nella concreta identità totale, bevendo, così a lei pareva, a larghi sorsi lo spirito della vita e dell’amore….

Qualche rumore (lo notò dopo) era venuto a turbarla, ed aveva aperto gli occhi: stava davanti a lei il solitario pavimento debolmente rischiarato sotto la penombra, la gradinata del santuario, la tribuna sul lato destro, l’aria tranquilla e cupa sopra la statua della Maternità, e le vecchie finestre gotiche. Qui gli uomini avevano adorato Gesù, il sanguinoso uomo dei dolori, venuto a portare, come diceva egli stesso, non la pace, ma una spada; qui si erano inginocchiati quei ciechi e disperati cristiani…Ah! quanto pessimismo desolante nella sequela di una dottrina, che pur voleva render ragione del dolore, e nel barbaro culto di un Dio che invitava a sopportarlo! Il rumore venne di nuovo a turbare il suo raccoglimento senza che ella ne sapesse spiegare il motivo; e, mentre si faceva sempre più vicino, guardava attonita per l’oscura navata.

Si mise in ascolto: un insolito clamore di voci ora si elevava ora si abbassava.

Si alzò con una certa apprensione al cuore; una volta sola, prima d’allora, aveva udito un simile clamore su di una piazza, dove la gente tumultuava intorno ad un volante caduto….

Lasciata la sedia e attraversata a passo lento la navata, allargò le cortine della portiera a sinistra, fece scattare la serratura e si affacciò.

La strada rasente alle ringhiere che proteggevano l’entratura del tempio era insolitamente vuota e buia. A destra ed a sinistra si profilavano le case, ed in alto il cielo appariva tinto di un color di rosa; certo la luce pubblica era stata dimenticata, e non si scorgeva persona viva.

Stava per avviarsi, quando un calpestio improvviso la rese incerta, mentre una bambina le correva incontro ansante e spaventata.

– Eccoli, vengono! eccoli!…. – singhiozzava la bimba con gli occhi rivolti alla giovine signora; quindi si aggrappava alla ringhiera guardandosi alle spalle.

Mabel schiuse subito la porta, e la bambina con un salto andò a sbattervi contro; quindi le si afferrò alla gonna, rannicchiandosi sempre più stretta. Mabel richiuse la porta.

– Che cos’hai bambina? chi sono quelli che vengono? Ma la fanciulla nascondeva la faccia fra le pieghe di quella veste elegante, mentre di fuori giungeva il tumulto delle voci ed il calpestio concitato dei passi.

Questo avveniva un minuto o due prima, che passassero gli araldi di quella macabra processione.

Procedeva uno squadrone volante di ragazzi con il riso ed il terrore sul volto, urlando come invasati, voltandosi indietro ad ogni passo, con qualche cane che abbaiava in mezzo a loro, e poche donne, travolte dalla corrente lungo i marciapiedi.

Mabel, alzati gli occhi atterrita, vide affacciarsi dalla casa opposta il volto di un uomo pallido ed ansioso: certo, qualche invalido, trascinatosi alla finestra per curiosità. Un uomo elegantemente vestito di grigio, due donne con dei bambini, un giovinetto dal volto severo le stavano di fianco presso la ringhiera; e tutti parlavano senza dare ascolto con gli occhi rivolti alla strada, sulla quale il calpestio e le grida crescevano ad ogni istante. Avrebbe voluto interrogare, ma non poteva; muoveva le labbra, ma non uscivano le parole: ella sembrava lo spavento in persona! E nonostante la gran tensione di spirito, le si aggiravano per la fantasia le immagini più insignificanti: di Oliviero che era stato a colazione, della sua camera finemente tappezzata, della oscura chiesetta e della bianca immagine che aveva rimirata poco prima! Il corteo si faceva più denso: passava a braccetto sulla carreggiata una frotta, di giovani che parlavano ed urlavano imperturbati; e, dietro loro, come l’onda in un torrente di pietre, si ingrossava una folla, dove maschi e femmine si distinguevano appena in quell’ammasso confuso di facce, sotto il cielo che diveniva mano a mano più scuro.

Se non fosse stato per quelle voci, in cui Mabel non capiva nulla tanto erano confuse ed assordanti, e perché aveva riconcentrato i suoi sforzi nelle facoltà visive, ella avrebbe potuto credere, dalla fulminea ed irresistibile veemenza, ad un esercito di spettri che marciasse attraverso una qualche piaga del mondo spirituale apertasi all’improvviso, e dileguasse nuovamente nell’oscurità.

La via, per quanto poteva vedere, rigurgitava da parte a parte; il drappello dei giovani (non sapeva dire se di passo oppure di corsa) voltava a destra; e lo spazio lasciato dietro era una marea di capi e di volti, che incalzava con una violenza tale che, investite le sbarre della ringhiera, le divelse come cespugli di erba e le spazzò via senza lasciar traccia. Ed intanto la fanciulletta continuava ad aggrapparsi alle vesti di Mabel.

Incominciarono ad apparire, sovrastanti alla folla, alcune cose, che non si potevano distinguere per mancanza di luce: degli oggetti di forma fantastica, brani di stoffa simili a bandiere, che, appesi a dei pali, volteggiavano ora a destra, ora a sinistra come se fossero vivi.

Facce contorte dalla eccitazione la guardavano passando, e le lanciavano grida; ma vedeva poco o nulla. Andava però considerando quegli strani emblemi, ed aguzzava le pupille attraverso il buio, per rendersi ragione di quelli oggetti lacerati e sbattuti… quasi indovinando e temendo di indovinare.

Quando ad un tratto, dalle lampade celate sotto le gronde, balzò fuori la luce, quella luce potente, dolce e familiare, generata dalla grande macchina sotterranea, e che nello sconvolgimento di quel catastrofico giorno, tutti avevano dimenticata; in un baleno quella accolta confusa di ombre e figure si cangiò in una orribile realtà di vita e di morte.

Passava davanti a lei una gran croce, con una figura umana, le cui braccia pendevano dalle mani inchiodate, dondolando ad ogni passo e con una fasciatura svolazzante per la celerità della corsa.

Seguiva, infilzato in un palo il corpo di un fanciullo, bianco e sanguinante, con il capo cadente sul petto e le braccia che si muovevano ciondoloni.

Infine, vestito di sottana nera e di mantellina, con una berretta in testa, veniva il cadavere di un uomo legato per il collo, che si contorceva insieme con la corda alla quale era appeso.

II.

La sera medesima Oliviero Brand rientrò in casa verso le undici. L’impressione riportata dagli avvenimenti di quel giorno era ancor troppo viva e recente, perché egli potesse giudicarne a sangue freddo. Dalle finestre del suo ufficio in Whithehall aveva veduto la Piazza del Parlamento siffattamente affollata come non si era mai visto in Inghilterra fin dai primi giorni dell’era cristiana. Era una moltitudine invasa da un furore, le cui sorgenti non potevano trovarsi entro i confini del sentimento umano.

Tre volte, nell’ora che seguì la scoperta della congiura cattolica e lo scoppio della reazione popolare, egli interrogò il primo Ministro per sapere se si poteva prendere qualche provvedimento al fine di sedare il tumulto, ricevendo tutte e tre le volte la poco soddisfacente risposta che si doveva fare il possibile; ma non era opportuno adoperare la forza in simile congiuntura, e che la polizia faceva il suo dovere.

Quanto alla spedizione contro Roma, egli l’aveva approvata in silenzio, come tutti gli altri membri dell’assemblea.

Questo, diceva Snowford, era un atto di giustizia punitiva, deplorevole sì, ma necessario, non potendosi in tale frangente assicurare la pace se non con i procedimenti di guerra; o, piuttosto, giacché la guerra non esisteva più, con quelli della giustizia sommaria. Questi cattolici s’erano dimostrati nemici della società: dunque la società doveva, per una volta tanto, difendersi. L’uomo era sempre uomo, in fine dei conti! E Oliviero aveva ascoltato senza trovar nulla da ridire.

Volando su Londra, di ritorno a casa in uno dei battelli governativi, gli fu offerto più di un saggio di quello che presentemente accadeva. Sulle vie illuminate a giorno, era visibile un brulichio senza posa, e saliva di laggiù un clamore di voci sorde ed aspre accentuato da urli. Appariva più qua e più là il fumo degli incendi; e, passando sopra una delle grandi piazze al sud di Battersea, egli vide qualche cosa di simile ad un mucchio sparpagliato di formiche in fuga, spaventate e rincorse. Capì di che cosa si trattava…. Eh! già!… l’uomo non era ancora perfettamente civilizzato! Né poteva pensare senza angustia alla scena che lo aspettava a casa: già, prima delle cinque, Mabel lo aveva chiamato al telefono, decidendolo quasi ad abbandonare ogni cosa e correre immediatamente a lei; ma non si sentiva ancora, ben preparato ad un tale incontro.

Entrato dunque nel salone, tutto era silenzio; solo giungeva il rumore confuso dalle vie tumultuanti all’intorno.

La stanza era insolitamente fredda e senza altra luce fuori di quella che vi penetrava da una finestra con le cortine aperte, presso la quale, profilandosi contro l’aria luminosa, stava una donna dritta ed immobile, come in atto di guardare ed ascoltare.

Oliviero premette il bottone della luce, e Mabel si volse lentamente a lui; era in veste da camera, con un mantello sulle spalle, e la sua faccia pareva quella di una persona sconosciuta: pallida, con le labbra serrate e gli occhi pieni di una emozione indefinibile, che esprimeva collera, mestizia, terrore. E rimaneva lì, ferma, nel placido chiarore della finestra, guardando il marito.

Per qualche momento Oliviero non ardì di parlare; andò prima alla finestra, la chiuse, tirò le tende; quindi prese delicatamente un braccio di quella figura impietrita.

– Oh, Mabel! – disse – Mabel! Ella si lasciò tirare verso il sofà, muta ed indifferente al suo contatto. Oliviero sedette guardandola con una apprensione disperata.

– Mia cara, io sono disfatto! Mabel lo guardava: era nel suo atteggiamento quella inflessibilità che simulano gli attori sulla scena, ma Oliviero sapeva che ella non mentiva; ricordava pure come altre volte era rimasta impietrita sotto un’impressione d’orrore, quella volta in modo speciale che vide una delle sue scarpe macchiata di sangue.

– Mia cara, via, siedi! Gli obbedì automaticamente e si sedette guardandolo sempre.

Nella stanza silenziosa giungeva ancora e si perdeva il rumore della folla, che tumultuava per le vie.

Ben sapeva Oliviero che contrastavano in lei la fedeltà alle sue credenze e l’odio per quei delitti perpetrati in nome della giustizia; e, considerando il suo volto, si accorse che i due sentimenti erano impegnati in un duello mortale, dove l’odio aveva la prevalenza entro quell’anima divenuta poco meno che un campo di battaglia.

Ma poi, quando ad un certo punto il clamore della folla si alzò, e poi si riabbassò come il lungo ululato di un lupo, ella non poté più resistere, e si abbandonò ad Oliviero che la teneva per i polsi, rimanendo fra le sue braccia, con il viso ed il petto sopra i suoi ginocchi, tutta agitata da quella emozione violenta.

E tacque per qualche minuto ancora; Oliviero comprendeva tutto, ma ora non aveva parole. Intanto la tirava più vicino a se e la sosteneva, baciando ripetuta mente i suoi capelli, pensando a ciò che le avrebbe potuto dire.

Ma ella alzò per un istante il volto acceso, diede uno sguardo appassionato allo sposo, e gli ricadde sul petto mormorando parole interrotte da singhiozzi.

Oliviero poté solo afferrare qualche frase staccata, ma senti pur bene ciò che ella diceva.

Quegli avvenimenti erano la rovina delle sue speranze e la fine della sua fede: la si lasciasse dunque morire, finire con esse; e le avevano fatte crollare, e le avevano spazzate via gli uomini della sua medesima fede con i loro eccessi di passione delittuosa!… No!… essi non erano migliori dei cristiani!… Dopo tutto avevano dimostrato una ferocia pari a quella di coloro sui quali facevano le loro vendette; e camminavano tra le tenebre anche dopo la venuta di Felsemburgh salvatore! Tutto era perduto… La guerra, l’odio, il delitto rimanevano ancora dentro il corpo da cui ella aveva creduto che fossero spariti per sempre…. Le chiese incendiate, ì cattolici assassinati, la distruzione delle cappelle e dei conventi… Queste parole erompevano dalla sua bocca sconnesse, interrotte da singhiozzi, da immagini di orrore, lamenti, rimproveri; e le accompagnava agitando il capo e contorcendo le mani sulle ginocchia di Oliviero. Il crollo era completo! Oliviero la prese sotto le ascelle e la sollevò; benché stanco dal lavoro di quella giornata, egli sentiva che era d’uopo quietarla in questa crisi assai più grave di tutte le precedenti; conosceva bene del resto la sua proclività a ritornare alla calma.

– Siedi, mia cara! qua… dammi la mano ed ascoltami! Egli fece, in verità, un’abile apologia, degli avvenimenti, ripetendole quel che aveva recitato a se stesso tutto il giorno.

Gli uomini non erano ancora perfetti, scorrendo nelle loro vene il sangue di più che cento generazioni cristiane… Ma non v’era di che disperarsi: l’essenza della religione consisteva nell’aver fede nell’uomo, fede nel miglioramento che avrebbe raggiunto nell’avvenire, non in ciò che presentemente esso era. La nuova religione si trovava ai primordi, non alla maturità: nessuna meraviglia dunque, se i frutti della gioventù si presentavano con un sapore piuttosto agro… Ma poi bisognava considerare la provocazione… ricordare il delitto orrendo che i cattolici avevano premeditato per colpire proprio nel cuore la nuova fede….

– Mia cara, l’uomo non si muta in un istante! Pensa poi, quali conseguenze, se i cattolici avessero eseguito il loro perfido disegno! Io deploro severamente gli eccessi, come li deplori tu… Ho letto questa sera due o tre giornali, che sono più malvagi assai dei cristiani stessi: figurati che esultano per i delitti commessi non pensando neppure che questi arresteranno il movimento dell’idea per altri dieci anni almeno! Credi che non siano a migliaia quelli che odiano e detestano come te simili atti di violenza?.. Ma… che cosa vuol dire aver fede, se non esser certi che la bontà dovrà prevalere? La fede, la speranza, la pazienza: ecco le nostre armi! Parlava con convinzione appassionata, tenendo gli occhi su di lei sforzandosi di tirarla ai propri gli occhi su di lei, sforzandosi di tirarla ai propri sentimenti e di assicurare se stesso contro ogni cosa che Mabel odiava, sebbene avesse veduto cose che lei non aveva potuto vedere… Ma, dopo tutto bisognava compatirla, perché era una donna.

L’espressione di orrore frenetico spariva a poco a poco dai suoi occhi, dando luogo a quella di un acuto dolore, mentre Oliviero parlava dominandola con il magico potere della sua personalità; però la crisi non accennava a finire.

– Ma quei volanti… – esclamò Mabel – quei volanti spediti contro Roma!… Questo è un atto discusso e deliberato, e non è effetto dell’eccitazione popolare!…

– Mia cara! non è discusso e deliberato più degli altri; siamo tutti uomini, e tutti ancora immaturi. Va bene che il Parlamento lo ha permesso… ma… solamente permesso, capisci? Anche il governo tedesco ha dovuto acconsentire: ci è necessario piegare adagio adagio la natura, ma non spezzarla: E continuando a blandirla, a rassicurarla, ad incoraggiarla con i suoi argomenti, credeva quasi d’averla conquistata; se non che ella si riportò ad una delle sue ultime parole:

– Lo ha permesso, nevvero? ed anche tu Oliviero, lo hai permesso!…

– Cara mia, io non ho detto nulla né pro né contro; ma ti assicuro che, se lo avessimo impedito, sarebbero stati più numerosi ancora gli eccidi, e la nazione avrebbe perduto i suoi governanti. Noi ci siamo tenuti passivi, giacché non potevamo fare diversamente! – Ah!.. sarebbe stato meglio morire!… Oh, Oliviero me almeno, lasciami morire!… no, non posso reggere a tali cose! Oliviero la trasse più vicino a sé, e incominciò a parlarle con una certa gravità.

– Puoi tu, mia adorata, avere un po’ di fiducia in me? Se ti dicessi a quel che ci siamo trovati oggi, tu comprenderesti ogni cosa; non credere, no, che io sia un uomo senza cuore! E poi c’è Giuliano Felsemburgh!…

Notò la momentanea esitazione per il contrasto che succedeva in lei tra l’affettuosa confidenza nel marito e l’orrore per i fatti accaduti; ma infine prevalse l’affetto: il nome di Felsemburgh aveva fatto cadere la bilancia e la confidenza si riaffermava in un torrente di lacrime.

– Oh! sì, Oliviero, io posso fidare in te! ma io sono così debole, ed i fatti così terribili!… Ma Lui, che è così forte e generoso, sarà tra noi domani, nevvero? Dalla torre lontana suonò mezzanotte, mentre essi parlavano. Mabel si dibatteva ancora nella lotta; però sorrideva allo sposo tenendo le mani di lui tra le sue. Conobbe Oliviero che la reazione era finalmente venuta.

– Capo d’anno, mio caro sposo! – Ed alzatasi traeva a se Oliviero, tenendosi sempre al suo braccio.

– Io ti auguro il più bello degli anni!… oh!… reggimi… Oliviero!…

E lo baciava muovendo qualche passo insieme, gli stringeva le mani e lo guardava con gli occhi pieni di lacrime….

Oliviero, bisogna che te lo dica!… Non sai che cosa pensavo prima che tu giungessi? Egli fece cenno di no, guardandola appassionatamente. Come era bella! e sentiva più forte la stretta delle sue mani.

– Pensavo – continuò sospirando – di non poter più reggere, di por fine a tutto!… Mi intendi, Oliviero? A queste parole egli sentì venir meno i palpiti del cuore, e la abbracciò con tenerezza.

– Ma ora è passato tutto, sai? è passato tutto!… non ti avrei detto nulla, se non fosse veramente cosi.

E, mentre le loro labbra si incontravano ancora, giunse dalla stanza vicina uno scampanìo elettrico.

Oliviero, indovinando la ragione di quella improvvisa chiamata, sentì una stretta al cuore; pure sorrise e lasciò andare le mani di sua moglie.

– Una chiamata a quest’ora!… – esclamò Mabel con un’ombra di sospetto. Ed Oliviero a lei:

– Non c’è più nulla tra noi due, vero? Quel volto non esprimeva in quel momento che confidenza ed affetto.

– Oh! no, no! – rispose Mabel. E siccome lo scampanìo ricominciava impaziente:

– Vai! – soggiunse – vai, Oliviero, ti aspetto qui.

Un minuto dopo egli ritornava con uno sguardo strano, con la faccia pallida e sconvolta e le labbra chiuse.

Corse difilato alla sposa, le prese nuovamente le mani, fissando i suoi occhi, che già si fissavano in lui.

Nel cuore di entrambi la risoluzione presa, la fede scambievole, trattenevano l’emozione che non era sparita del tutto.

Oliviero emise un profondo sospiro, e poi disse con voce tranquilla:

– Dunque, è finita! Le labbra di Mabel furono prese da tremito, mentre un pallore di morte le si dipingeva sulle guance; Oliviero la strinse forte in un abbraccio, – Ascolta, – disse infine, – ti è d’uopo affrontar la notizia: E’ finita: Roma non è più! Ora tocca a noi ad edificare qualche cosa di più bello e di più duraturo! Mabel ricadde singhiozzando fra le sue braccia.

CAPITOLO OTTAVO

I.

Molto prima ancora che spuntasse il mattino del nuovo anno le vicinanze dell’Abbazia erano già bloccate. Le vie Vittoria, Great-George, Whithehall, perfino via Milbank, si affollavano in modo tale da rendere impossibile ogni movimento. Il vasto santuario diviso in mezzo dal muro infossato delle rotaie era spartito in masse quadrate di popolo dai cordoni della polizia che conservavano il passo libero ai personaggi eminenti.

Palace Yard fu tenuto rigorosamente sgombro fuorché in una porzione occupata da una tribuna che fu riempita da cima a fondo. Anche sui tetti e sui balconi, dai quali si vedeva l’Abbazia, si ammassava la gente. In alto, belle come tante lune, ardevano le lampade elettriche.

A quale ora poi la gente avesse incominciato a muoversi con deliberato proposito sapevano soltanto i pochi e stanchi controllori che stavano ai cancelli eretti provvisoriamente la sera prima.

Già da una settimana fu dato l’annuncio che in vista del numero stragrande dei posti richiesti, ogni persona che avesse esibito un certificato di culto presso un ufficio speciale e seguite le direzioni della polizia si doveva considerare come se avesse adempiuto il proprio dovere di cittadino; ed era generalmente noto che per ordine del Governo la grande campana avrebbe suonato al principio della cerimonia e nel momento della incensazione della statua, affinché per quell’intervallo di tempo tutte le persone che si trovavano dentro, si mantenessero, per quanto era, possibile, in silenzio.

Tutta Londra tu invasa dalla follia, appena scoperta la congiura cattolica nelle ore pomeridiane del dì antecedente. Alle quattordici la notizia era già diffusa; un’ora dopo che ne fosse fatta relazione ufficiale a Mr. Snowford. La vita commerciale di Londra si arrestò immediatamente.

Poco dopo le quindici, tutti i magazzini, gli uffici pubblici, la Borsa, gli opifici si chiusero: tutti, per un irrefrenabile impulso sospesero i loro affari, e dalle sedici fino alla mezzanotte, quando appunto la polizia, debitamente rinvigorita, poté intervenire, bande intere di uomini, branchi di donne arrabbiate, drappelli di giovani invasati avevano corso le vie urlando, denunziando, assassinando.

Il numero dei morti non si poté conoscere, ma in quasi tutte le strade erano visibili i segni dell’eccidio. La cattedrale di Westminster fu saccheggiata, tutti gli altari distrutti e commesse là dentro le più orrende profanazioni. Un prete che stava consumando il SS. Sacramento fu preso e strangolato. l’arcivescovo con undici preti e altri due vescovi impiccati al nord della chiesa, trentacinque conventi devastati, la Cattedrale di San Giorgio ridotta un mucchio di macerie fumanti. E i giornali della sera facevano sapere che dal tempo in cui fu introdotto il Cristianesimo in Inghilterra, per la prima volta non rimaneva più neppure un tabernacolo dentro venti miglia intorno alla Abbazia: «Londra» così il Nuovo Popolo, in gigantesche maiuscole «era finalmente cancellata di quella sporca ed assurda superstizione!».

Alle quindici e mezzo tutti sapevano che cinquanta battelli volanti erano partiti contro Roma, e che Berlino ne aveva aggiunti altri sessanta. A mezzanotte, quando per buona sorte la polizia aveva ristabilito un po’ d’ordine, anche per fare un po’ d’impressione triste, fu lanciata elettricamente nei cartelloni pubblici la notizia, della distruzione di Roma. I giornali del mattino aggiungevano pochi particolari, facendo notare, si capisce, la coincidenza di quell’avvenimento con la fine dell’anno… e come per meravigliosa combinazione tutti i capi della gerarchia cattolica si trovassero adunati al Vaticano, principale oggettivo dell’attacco… e come questi, presi da un senso di disperazione, avessero ricusato di abbandonare la città, quando giunse loro per telegrafo la notizia che era già in via la spedizione vendicatrice.

Non vi fu in Roma un solo edificio che scampasse alla distruzione: la città propriamente detta, la città Leonina, il Trastevere, i suburbi, tutto fu raso al suolo; giacché i battelli, tenendosi ad una grande altezza, si erano esattamente spartita la città, prima di far cadere gli esplosivi; e cinque minuti dopo il primo fragore e la prima esplosione del fumo e dei rottami l’impresa era compiuta.

I volanti si sparsero poi in tutte le direzioni inseguendo le automobili e le altre vetture sulle quali la popolazione aveva tentato fuggire, appena avuto sentore del fatto: si suppone che in tal modo fossero state annientate non meno di trentamila persone, sorprese nella fuga.

«È vero – notava la rivista «Studio» – che è stata distrutta, una infinità di tesori artistici di un valore incalcolabile; ma questo deve considerarsi come una piccola somma per pagare il definitivo e completo sterminio della peste cattolica.

Viene il momento – così continuava – in cui la distruzione è l’unico rimedio possibile in una Casa infestata di bacilli nocivi», e procedendo nei suoi commenti, diceva che «il Papa, l’intero collegio dei Cardinali, tutti i Re spodestati dell’Europa, tutti i rappresentanti della bigotteria mondiale rifugiati nella Città Santa, erano spariti in un subito e che nessuna recrudescenza della superstizione era da temersi altrove. Non bisognava però lasciarsi trasportare da sentimenti di indulgenza. I Cattolici (se mai qualcuno ve ne fosse restato, suscettibile di tanta presunzione) dovevano esser tenuti completamente al di fuori della vita pubblica in tutti i paesi civili».

Stando ai messaggi venuti da ogni parte del mondo, il fatto compiuto contro di loro aveva ricevuto l’universale approvazione. Solamente in qualche giornale si deplorava il doloroso incidente, o piuttosto l’attitudine di spirito che lo aveva segretamente provocato. Non si poteva ammettere che l’Umanitarismo dovesse ricorrere alla violenza: pure tutti dovevano sentire la propria soddisfazione per la buona riuscita e per le sue conseguenze. Rimaneva l’Irlanda sola da mettere a posto, e non si sarebbe tardato ad agire.

Spuntava lenta l’aurora, e, oltre il fiume incominciavano ad apparire attraverso la bruma invernale alcune strie rosate.

Tutto giaceva in una quiete mirabile, poiché la gente, stanca della prolungata veglia, intirizzita da quel freddo intenso, e con il pensiero fisso nella situazione, sentiva di non avere più energie da sprecare. Solamente dalla piazza affollata, dalle vie, dai vicoli, giungeva il mormorio cupo ed uniforme simile a quello di un mare lontano, interrotto di quando in quando dal boato e dalla fuga precipitosa di qualche automobile che girava a largo il santuario e spariva verso il centro.

Cresceva la luce del giorno offuscando a mano a mano i globi elettrici, e le nebbie si allargavano un poco scoprendo non il cielo bruno e terso che si aspettava dopo il freddo della notte, ma una volta sbiadita di nuvole che si rivestirono di uno strato leggero di grigio e porpora, quando il sole apparve, rossastro come un disco di rame, oltre il fiume.

Verso le nove la folla incominciò ad agitarsi con maggiore impazienza, Le guardie stanziate su doppia fila di palchi sul tratto di strada da Whithehall all’Abbazia spiavano attente alle palizzate di ferro, e, pochi minuti dopo, una vettura della polizia percorse i passaggi liberi della piazza e disparve dietro le torri della Abbazia. La folla mormorava, si scompigliava e non stava più alle mosse, quando poté alfine salutare con applauso fragoroso l’arrivo delle quattro vetture governative, che sparirono nella medesima direzione; esse portavano gli officianti a Deans Yard, dove si sarebbe riunito il corteo.

Verso le dieci il popolo affollato alla estremità di Via Vittoria intonò un coro; e quando questo fu cessato, ed incominciarono le campane dell’Abbazia a suonare a stormo, corse dappertutto la voce che Felsemburgh avrebbe preso parte alla cerimonia. Di questo però non si aveva una ragione plausibile né allora né dopo; e la «Stella del Mattino» vedeva in tal fatto «un altro esempio dei meravigliosi istinti della collettività». Infatti il Governo stesso non fu informato che un’ora dopo; eppure rimaneva indiscusso che alle dieci e mezzo un clamore incessante che soffocava perfino il suono delle campane, si era levato echeggiando intorno a Westminster chiedendo Giuliano Felsemburgh! E dire che nell’ultima quindicina nulla si sapeva del Presidente dell’Europa, fuori della notizia del tutto gratuita che egli si trovasse in qualche regione dell’Oriente.

Frattanto affluivano da ogni parte le automobili e sparivano sotto l’arcata di Deans Yard portando quei fortunati che possedevano la tessera d’accesso libero al Tempio.

Alti evviva si levarono e si ripeterono al passare dei personaggi eminenti. Lord Pemberton, Oliviero Brand con la sua signora, Mr. Caldecott, Maxwell, Snowford, con i Delegati Europei, e perfino Mr. Francis, il gran Cerimoniere del Governo, dalla faccia un po’ melensa, ricevettero uno speciale saluto.

Alle dieci e tre quarti, cessati i rintocchi delle campane, tutti i convenuti erano al posto; gli ostacoli che proteggevano il passo delle vetture, le palizzate di ferro furono tolti; la folla smise subito di rumoreggiare, e con un respiro di soddisfazione poté liberamente sparpagliarsi sopra il pubblico suolo. Allora nuove grida si levarono reclamando Giuliano Felsemburgh.

Il sole già alto mostrava il suo disco di rame sopra la Torre Vittoria un poco più pallido di prima; e il color bianco dell’Abbazia, il cupo grigio del Palazzo del Parlamento, la infinita varietà di tinte delle case, delle bandiere, degli affissi, delle persone, si scoprivano nel loro vero aspetto.

Una campana rintoccò sola per cinque minuti. Gli istanti volarono, la campana si tacque; ed allora tutti quelli che si trovarono presso la gran porta ovest della Abbazia poterono udire i primi accordi dell’organo colossale, raddoppiati da squilli di trombe, cui seguì tosto un profondo, sepolcrale silenzio.

II.

Nei cinque minuti che suonò quella campana, rimbombando con nota grave e continua per le ampie arcate, Mabel sospirò profondamente, e si appesantì sulla sedia, dopo esser rimasta, per mezz’ora in piedi con gli occhi intenti al meraviglioso spettacolo. Le pareva di trovarsi ormai in pace con il mondo esterno, di essere proprio quella di una volta, di aver bevuto fino alle ultime gocce il calice della bellezza e della vittoria; si sentiva come uno, che nella bella stagione guardasse il mare la mattina seguente ad una notte tempestosa; e non era venuto ancora il momento più bello! Dall’una all’altra estremità, dall’uno all’altro lato l’Abbazia presentava l’aspetto di un gigantesco mosaico spezzato di forme umane: dappertutto vive pendenze, pareti, sezioni e curve animate. Il braccio sud della navata che le restava davanti, fino al rosone di vetro, non era che una distesa di volti. Traversava l’area del Tempio un tappeto scarlatto partendo dalla Cappella della S. Fede; ed il coro posto di là dal presbiterio rigurgitava di persone vestite d’una specie di cappa e di cotta bianca; queste occupavano altresì l’alta galleria dell’organo, sotto la quale era stato rimosso il paravento; e, giù, a basso, verso la navata, si distendeva il medesimo bianco, vivente tappeto, fino all’ombra che cadeva sotto il finestrone.

Tra i vari gruppi di colonne, dietro gli stalli del coro, a destra, a sinistra ed in fondo, erano stati eretti dei palchi per suggerimento delle Logge Massoniche: solo la bellissima volta, che si slanciava in alto con i suoi tiranti a raggiera, offriva agli occhi un luogo dove liberamente posarsi. Il vasto ambiente era illuminato a giorno dalla luce solare artificiale impiantata all’esterno di ogni finestra, e dagli antichi vetrami pioveva in lunghe strie variopinte attraverso il pulviscolo dell’aria, ed in multiformi sprazzi sulle facce e sulle vesti dei convenuti.

Il mormorio di quelle diecimila voci formava un accompagnamento solenne agli armoniosi accordi che pulsavano dall’alto, ed infine, ciò che più commuoveva, era il santuario completamente libero, coperto di tappeto, l’altare maestoso con la sua gradinata, la sfarzosa cortina ed il grande seggio vuoto.

Era d’uopo in verità che Mabel fosse riconfermata nelle sue speranze; giacché l’ultima notte, fino al ritorno di Oliviero, era passata per lei come la veglia conseguente ad un sogno spaventoso. Dal primo colpo ricevuto nell’uscire dal piccolo tempio, durante le ore di attesa, quando ella doveva pur vedere nei fatti accaduti affermarsi potente lo Spirito della Pace, fino al momento, in cui, tra le braccia del marito, aveva appresa la distruzione di Roma, le pareva che questo nuovo mondo si fosse ad un tratto disgregato e corrotto.

Come credere quella belva rapace, stillante sangue dalle unghie e dai denti, levatasi ruggendo nella notte, essere l’Umanità, che ella aveva chiamata suo Dio? Ella pensava che la vendetta, la crudeltà, l’assassinio fossero frutti della superstizione cristiana morta e sepolta con l’avvento dell’angelo della luce; ed ecco ora quei mostri più vivi e più feroci di prima! Oppressa dall’orrore ella trascorse quella sera or sedendo, or giacendo, or correndo su e giù per la casa, esponendosi all’aria fredda ora ad una finestra, ora ad un’altra, per ascoltare con le mani rabbiosamente serrate gli urli ed i ruggiti del popolaccio imperversante sulle vie, e lo stridio, il fischio, lo strepito dei convogli che dalla campagna correvano a gonfiare il fanatismo cittadino; e per osservare le colonne di fuoco e le masse di fumo che salivano dai conventi e dalle cappelle incendiate.

Poi ella restò incerta, dubitò, resisté ai suoi dubbi emettendo i più disperati atti di fede per riacquistare quella tranquillità di coscienza che aveva sentito durante la meditazione; ripeté a se stessa che gli usi e costumi inveterati muoiono lentamente; si inginocchiò invocando lo spirito .della pace, che doveva dimorare sempre entro il cuore dell’uomo sebbene momentaneamente sopraffatto da un eccesso di passione malvagia. E le tornarono in mente alcuni versi dell’antico poeta vittoriano: You doubt If anyone could think or bid it? How could it come about? Who did it? Not men! not here! Oh! not beneath the sun…

…The torch that smouldered till the coup ran The wrath of God, wich is the wrath of Man! [Voi esitate a credere Che qualcuno Abbia potuto pensare a comandarmi tal cosa? Come poté avvenire? Chi la fece? Non gli uomini! non qui! Oh! non sotto il sole….

…La torcia che lenta si consuma, finché la coppa trabocca L’ira di Dio che è l’ira dell’uomo] ________ E meditò anche il suicidio, come aveva confidato poi allo sposo, rinunciando alla vita per il sentirsi troppo a disagio con il mondo. Vi pensò seriamente e si convinse esser quello uno scampo che non contrastava affatto con i principi morali da se professati. Era ammesso da tutti che gli esseri inutili ed i moribondi potessero togliersi di mezzo: gli stabilimenti di Euthanasia ne facevano prova. Non poteva, dunque, lei?.. giacché la vita le era divenuta insopportabile! Ma poi, giunto Oliviero, ella ritrovò la tranquillità e la calma; il luttuoso fantasma si era dileguato. Quanta saviezza, quanta serenità aveva dimostrato Oliviero!…

Così pensava Mabel nel sentirsi una volta di più conquistata dalla moltitudine immensa radunata entro quella splendida magione di culto; e come ben si avvisava Oliviero spiegandole che l’uomo era ancora convalescente, e perciò soggetto a ricadute! Questo aveva ripetuto tante volte a se stessa quella sera; ma con un risultato ben differente. La personalità di Oliviero la ebbe vinta ancora sopra di lei, ed il nome di Felsemburgh fece il resto.

– Oh! se egli venisse!… – sospirava Mabel; ma ben sapeva che egli era lontano.

Mancava un quarto alle undici, quando si accorse che il popolo assembrato di fuori reclamava il Salvatore; tale pensiero valse a riconfermarla nella sua speranza: quelle tigri feroci sapevano dunque dove trovare la loro redenzione, non avevano perduto di vista il loro ideale, sebbene non lo avessero ancora conseguito! Oh! se Egli veniva! Ogni difficoltà sarebbe scomparsa, le onde limacciose si appianerebbero al verbo della pace, alla tempesta succederebbe la quiete. Ma Egli era lontano… per una ignota missione! Mah!… Egli sapeva il dover suo!.. Pure sarebbe ritornato in mezzo ai suoi figli, che ne sentivano estremo bisogno.

Ebbe sorte di trovarsi come sola tra tanta gente; unico vicino era un vecchio signore a lei sconosciuto con le figlie al fianco. Le si alzava a sinistra la balaustrata ricoperta di un drappo rosso, oltre la quale appariva il santuario e la cortina.

Mabel sedeva raccolta in quella tribuna che, situata ad una certa altezza dal suolo, le impediva di attaccar discorso con chicchessia. Meglio così! Imperocché non desiderava parlare, ma solo riesaminare se stessa in silenzio, riaffermare la sua fede, guardare sopra, l’innumerabile marmaglia ivi raccolta a rendere omaggio al grande spirito poco prima tradito; riprendere nuovo coraggio e far propositi di nuova costanza.

Era ansiosa di sapere quello che avrebbe detto l’oratore, e soprattutto se avrebbe toccato la nota del pentimento nella sua orazione. La Maternità doveva esserne il tema: la Maternità, quale manifestazione benigna della vita universale, che è tenerezza, affetto; pazienza, amore che accoglie e protegge, spirito che placa i sentimenti più che non infonda pensieri, spirito che compie le operazioni più dolci, che accende i lumi ed i focolari, che dona riposo, alimento, benessere.

Cessata la campana, e prima ancora che incominciasse il suono dell’organo, ella sentì bene il clamore del popolo che ricoprendo il lieve sussurro dentro il tempio, tumultuava di fuori chiedendo il suo Dio. Quindi con improvviso fracasso si destò il grande organo raddoppiato da squilli di trombe e da un rullio furioso di tamburi.

Qui non si attaccava un delicato preludio, non incominciava l’attività dello spirito ad effondersi lenta attraverso i labirinti del mistero, per raggiungere le visioni più sublimi; no! qui si era in pieno giorno, nella luce meridiana della conoscenza e del potere, come sotto un sole che spuntasse meravigliosamente dall’alto in mezzo al cielo.

Il suo cuore precorreva gli eventi; la sua speranza, fino allora convalescente, rifioriva di nuova vita e fremeva e sorrideva, mentre dall’alto scendevano i possenti accordi cantando l’inno trionfale della vittoria. Dunque l’uomo era Dio!.. un Dio, che la scorsa notte aveva per qualche ora dimenticato se stesso, ma che ritornava a coscienza in quel mattino del nuovo anno dissipando le nebbie, dominando le passioni, tutti invitando a sé, di tutti il beneamato! L’uomo era Dio e Giuliano Felsemburgh la sua incarnazione! Così ella doveva credere… così credeva! Frattanto la lunga processione sfilava sotto la navata, mentre per un invisibile giuoco la luce si faceva a mano a mano più intensa e più bella.

Eccoli dunque i ministri del culto vero… uomini gravi, che conoscevano appieno ciò che credevano; e, anche se non penetrati in quel momento da nessuna emozione (tale certamente Oliviero per sua moglie) professavano tuttavia i principi della fede nuova e riconoscevano nella maggior parte degli uomini il bisogno di esprimerli con atti esterni.

Guidati da mazzieri in veste di gala, con placido ondeggiamento muovevano per quattro, a coppia solo attraverso la luce multicolore, facendo pompa dei loro grembiuli, divise e gioielli massonici. Spettacolo da indurre nuovo conforto! Una sola persona figurava nel mezzo del santuario: Mr. Francis, il quale, vestito dei paramenti solenni, discendeva ansioso i gradini, ed aspettava la processione, dirigendola con impercettibili segnali ai suoi accoliti che accorrevano pronti a comunicare i suoi ordini nei vari punti del corteo.

Erano già occupati quasi tutti i seggi di sinistra, quando Mabel si accorse ad un tratto che qualche cosa di inaspettato stava per accadere.

Finora il rumore del popolo intorno al tempio aveva fornito alla musica di dentro una specie di pedale continuato, quasi impercettibile, ma, chiaramente distinto nella sua lontananza: adesso quel rumore taceva.

Dapprima ella credette quel silenzio dovuto all’ultimo segnale della cerimonia; ma poi, con un’emozione indescrivibile, riportandosi alla esperienza passata, ricordò che una cosa sola aveva potuto indurre la calma tra la moltitudine sconvolta… Ma non era sicura; poteva essere illusione; chi sa che da un momento all’altro il popolo non incominciasse a rumoreggiare daccapo lasciandola indifferente? Ma poi, con un rapimento sovrumano, ella si accorse che taceva il mormorio delle voci anche dentro il tempio, che un’onda di emozione pervadeva quei piani e quelle pendici di volti e li agitava come il vento gli steli del grano.

Un momento ancora… e si trovò in piedi, appoggiata al parapetto, mentre sentiva il cuore batterle fitto come una macchina in eccessiva pressione e i flotti di sangue correrle precipitosi attraverso le vene: un sussurro simile ad un immenso sospiro era giunto alle sue orecchie dall’enorme assemblea, che si era tutta quanta levata in piedi.

L’ordine stesso della processione sembrava turbato qua e là; vide allora Mr. Francis slanciarsi ad un tratto gesticolando; e ai suoi cenni la lunga fila muovere incerta, poi spezzarsi e retrocedere, quindi riprendere il suo passo franco e regolare per dividersi infine in tante diramazioni lungo i vari ordini del seggi che furono in un momento riempiti. Gli uomini correvano e spingevano; i grembiuli dondolavano, le mani accennavano, e volavano da ogni parte parole interrotte.

Si udì un batter di piedi, poi il colpo di una sedia rovesciata; e dopo, come se un Dio avesse con il suo cenno intimato silenzio, ogni rumore subitamente cessò, lasciando un’eco disordinata e spiacevole che languiva e moriva in un istante.

Seguì un nuovo sospiro, mentre nella luce multicolore che pioveva lungo il passaggio da occidente ad oriente sotto l’ampia navata, una Persona incedeva sola.

III.

Ciò che Mabel vide, udì e sentì dalle undici fino alle dodici e mezzo in quel primo giorno del nuovo anno non poté mai esattamente ricordare. Fiaccata dalla lotta interiore del giorno prima, aveva momentaneamente perduto la continua coscienza di se ed il potere riflessivo; non aveva più luogo in lei quel processo che raccoglie, ordina e classifica i fatti: ella era né più né meno che un essere intelligente, occupato nella costante osservazione delle cose, pur non potendo deliberatamente riflettervi. La vista e l’udito sembravano le uniche facoltà, in comunicazione diretta con il suo cuore infiammato.

Neppure sapeva dire in qual momento ella aveva riconosciuto Felsemburgh in quell’uomo. Le pareva di essersene accorta prima ancora che egli entrasse, e lo aveva atteso, mentre superbamente solo e silenzioso incedeva sul rosso tappeto, saliva i gradini del coro, passandole davanti. Vestiva l’abito nero e scarlatto dei giuristi inglesi; ma ella notò appena questo particolare: per Mabel non esisteva in quel momento altri che Lui; perfino la vasta assemblea era sparita, fusa e trasfigurata nella vibrante, immensa atmosfera di emozioni umane. Dovunque appariva uno solo: Giuliano Felsemburgh, e la pace e la luce formavano intorno a Lui un nembo di gloria.

Sparì momentaneamente dietro il pulpito, e riapparve subito sulla gradinata. Alfine aveva raggiunto il suo posto, e Mabel poteva osservarne il profilo puro e fine come il taglio di un rasoio, sotto i capelli bianchi. Sollevò una manica impellicciata di ermellino e fece un lieve cenno; dopo di che i diecimila astanti si posero tutti insieme a sedere. Poi, ad un nuovo segnale, tutti erano in piedi.

Profondo silenzio regnava, sull’assemblea. Immobile, con le mani appoggiate al parapetto, Egli teneva la faccia ostinatamente fissa in avanti; si sarebbe detto che, dopo aver rapito gli sguardo di tutti, dopo aver fatto tacere tutte le voci, Egli volesse un dominio maggiore, aspettando che vi fosse una volontà sola, un desiderio solo, agli ordini suoi.

Infine parlò.

Ma delle sue parole Mabel dovette poi confessare di non ricordarne alcuna in modo preciso: le veniva meno l’operazione cosciente con la quale soleva ricevere, contestare ed approvare quel che udiva. La immagine più appropriata che in seguito ella poteva rappresentarsi descrivendo le proprie emozioni era questa: che, parlando Lui sembrava a lei stessa di parlare! I suoi pensieri, affetti, sofferenze, delusioni, speranze, tutti quei fatti interni, che l’anima stessa conosce si poco…. le più tenui sfumature, il più impercettibile fluire delle idee sembravano, per opera di quest’uomo, chiarirsi ed elevarsi, accendersi ad appagarsi. Per la prima volta in vita ella conobbe appieno il significato della natura umana, poiché era proprio il suo spirito che volava per l’aria trasportato da quella voce possente. Ancora una volta, come già poco tempo addietro nel Tempio di Paolo, sembrò che, dopo un lungo gemito, la natura finalmente parlasse, trovata oramai la espressione perfetta al pensiero. Ma allora Egli aveva parlato agli uomini: adesso era l’Uomo stesso che parlava… non un uomo, ma l’Uomo consapevole della sua origine, del suo pellegrinaggio, del suo destino…

l’uomo rinsavito dopo una notte di follia, che conosceva la sua potenza, dichiarava la sua legge, pur deplorando con voce espressiva pari a quella di un ben accordato strumento, di non avervi saputo corrispondere.

Era un soliloquio più che una orazione.

Roma era perduta, in Inghilterra ed in Italia il sangue era corso per le vie, fumo e fiamme saliti fino al cielo, perché l’uomo era disceso per un istante al livello delle tigri.

«Questo il fatto innegabile – gridava quella voce eloquente – ma non vi era luogo a pentimento: solo per più di una generazione l’uomo ne avrebbe portata la pena con arrossire di vergogna, ricordando che un giorno ebbe voltate le spalle alla luce».

Nessuna allusione lugubre, nessun accenno ai palazzi crollanti, ai cittadini in fuga, alle esplosioni terribili, al tremare della terra, alla morte di tanti disgraziati. Rammentò invece quegli spiriti violenti che avevano applaudito per le vie di Inghilterra e di Germania, la passione selvaggia che aveva infuriato in Italia, mentre i battelli aerei, presa la loro posizione, stavano per compiere la vendetta ripagando congiura con congiura, violenza con violenza. «Là – gridava quella voce – riviveva l’uomo di un tempo, ricaduto momentaneamente nelle età barbare, quando non conosceva ancora né la sua origine né il suo fine.

«Ma non era d’uopo alcun pentimento – così ripeteva la voce – vi era qualche cosa di migliore»; e mentre la voce addolciva il tono penetrante e severo, Mabel sentì che i suoi occhi, finora aridi di umiliazione, si riempivano di lacrime.

«Vi era qualche cosa di migliore: cioè la conoscenza dei delitti che l’uomo poteva, commettere ancora e la volontà di approfittare della prima triste esperienza.

«Roma era perduta…Onta senza nome per la nuova umanità! Roma era perduta!… ma, dopo tutto l’aria si era fatta più respirabile… » e con un volo subitaneo, pari a quello di un’aquila, Egli assurse dall’orrido abisso in cui era momentaneamente disceso, dalle rovine di Roma e dagli altri avvenimenti di obbrobrio, all’aere sereno, alla luce del sole, in cui l’uomo avrebbe dovuto riposare lo sguardo.

E traeva seco nel meraviglioso volo la rugiada delle lacrime e l’aroma, della terra: non aveva risparmiato parole per sferzare a nudo il cuore umano, e non le risparmiava per sollevare quel povero cuore umiliato e sanguinante, e riconfortarlo nella divina, visione dell’amore….

Questo avveniva quaranta minuti circa, prima che Egli si rivolgesse alla immagine velata sopra l’altare, esclamando: – O Maternità! o Madre nostra!…

E allora, per coloro che capivano tale linguaggio, il miracolo supremo si compiva… Imperocché non un uomo sembrava aver parlato così, ma Uno che avesse raggiunto la sfera del superumano.

La cortina si apriva ed ecco apparire a faccia a faccia sopra l’altare, candida, maestosa e protettrice, la Madre; mentre il Figlio, ardente incarnazione d’amore, gridava dalla sua tribuna:

– O Madre Nostra! Tu sei la Madre Mia!…

E a Lei davanti la celebrava sublime principio della vita, ne proclamava le glorie, le grandezze, la Femminilità immacolata; ricordava le sette spade infisse nel suo cuore da figli ciechi e traviati… E Le faceva le più grandi promesse: la riconoscenza di tutta la innumerabile figliolanza, l’amore e l’obbedienza delle generazioni venture, il saluto di quelle che sarebbero presto uscite dal seno materno.

Poi la chiamava Sapienza dell’Altissimo che dispone fortemente e soavemente tutte le cose, Porta del Cielo, Torre d’Avorio, Consolatrice degli Afflitti, Regina dell’Universo; ed agli occhi estasiati degli astanti pareva che la Madre gli sorridesse…

Un immenso anelito, come quello di un essere sopraterreno pervadeva l’aria, mentre la moltitudine si agitava dietro a Lui, dal cui labbro si effondeva quel torrente di parole.

Un’onda di emozioni scendeva e saliva tra gridi e sospiri: finalmente un uomo acclamava vicino a Lui, un banco si rovesciava tra i sedili affollati, e così via via, finché gli astanti cominciarono a riversarsi dentro i passaggi: non Gli era più possibile tenerli passivamente ad ascoltare, dopo averli trascinati all’azione suprema. Intanto la corrente cresceva e si avvicinava: i volti non guardavano più il Figlio, ma la Madre. Mabel spargeva lacrime sul parapetto e cadeva sospirando in ginocchio.

La voce risuonava ancora e due sottili e candide mani uscivano dalle ampie e sontuose maniche come per protendersi attraverso l’intero santuario.

Adesso Egli aveva da dare una notizia per la sua gloria. Ritornava trionfante dall’Oriente, dove lo avevano acclamato Re, adorato Dio, come Colui, che umile e superumano Figlio di Umana Madre, aveva recato non una spada, ma la pace; non una croce, ma la corona.

Così disse; ma nessuno degli astanti poté distinguere se parlasse Lui od altri, né se fosse la sua voce ad annunciare od i loro petti ad acclamare! Sui gradini del santuario Egli protendeva le braccia e porgeva le parole, mentre il popolo tumultuava dietro a Lui con il frastuono di migliaia di piedi ed i sospiri di migliaia di petti. Si appressò all’altare… vi salì, e, con un ultimo grido, mentre la folla irrompeva sulla gradinata, salutò la Regina e Madre Sua.

II dramma volgeva alla fine rapido ed inevitabile.

Alcuni istanti prima di cadere in ginocchio, con gli occhi pieni di lacrime, la giovine vide dalla galleria la piccola Figura prostrata ai piedi del grande simulacro, sotto, quelle, braccia protese, silente, trasfigurata, sublimata nella luce smagliante. La Madre aveva trovato finalmente Suo Figlio! Mabel diede un ultimo sguardo alle maestose colonne, ai colori, alle dorature, alle braccia sollevate, alle teste agitate: era davanti a lei un vero mare in tempesta.

Le parve che la luce si abbassasse e si alzasse, che la finestra a forma di rosa si fosse messa improvvisamente a girare, che l’aria fosse piena di spiriti, che guizzassero lampi nel cielo lontano e la terra tremasse estasiata! Allora alla luce soprannaturale, tra il fracasso dei tamburi, tra le grida acute delle donne ed un assordante traballare di piedi, con uno scoppio di religioso entusiasmo, diecimila voci avevano proclamato Giuliano Felsemburgh loro Signore e loro Dio!

LIBRO TERZO: LA VITTORIA

CAPITOLO PRIMO

I.

La piccola stanza, dove il nuovo Papa stava leggendo, era un modello di semplicità: aveva; le pareti imbiancate a calce, il soffitto di rozzi correnti e l’impiantito di tufo battuto. Una tavola quadrata ed una sedia occupavano il mezzo; stava sopra l’ampio focolare un braciere spento, e, attaccato alla parete, un piccolo scaffale con pochi libri. La stanza aveva tre porte, delle quali una metteva nell’oratorio privato, l’altra nell’anticamera, la terza in un cortiletto lastricato. Le finestre dalla parte del sud erano chiuse, ma essendo malconnesse lasciavano penetrare in lame infuocate la luce afosa di quella primavera orientale.

Era il tempo di riposo dopo mezzogiorno; e, tolto il rapido frinire di una cicala sulla pendice posta a ridosso della casa, tutto giaceva nel più profondo silenzio.

Il Papa, terminato il pranzo da un’ora, non aveva in tutto questo tempo cambiato minimamente di posizione: tanto lo assorbiva quella lettura; dimenticava per un poco i fatti degli ultimi mesi, l’amara ansietà del momento e il peso terribile della sua responsabilità.

Il libro che teneva davanti era una ristampa della famosa biografia di Giuliano Felsemburgh, pubblicata un mese prima, e che egli aveva letta quasi sino in fondo.

Un libro elegante, assai bene scritto, di cui non si conosceva l’autore, sebbene alcuni sospettassero che fosse opera di Felsemburgh medesimo; i più, però, ritenevano che fosse stato scritto per lo meno con il consenso di lui da qualcuno appartenente alla eletta schiera di quegli intimi, che sotto la sua guida regolavano gli affari politici dell’Oriente e dell’Occidente.

Formava l’oggetto primario di quest’opera la vita di Felsemburgh; o piuttosto quei due o tre anni che lo resero noto al mondo dal suo primo apparire sul campo della politica americana alla sua mediazione in Oriente, fino agli avvenimenti degli ultimi mesi, allorché di successo in successo fu salutato Messia in Damasco, adorato Dio in Londra ed eletto finalmente con una segnalata maggioranza di voti tribuno delle due Americhe.

Il Papa sorvolò su questi particolari storici a lui d’altronde ben noti, fermandosi con studiata attenzione sui passi riferentisi al suo carattere; o, come diceva sentenziando l’autore, alla sua autorivelazione al mondo. Principale caratteristica di quest’Uomo era il duplice potere sulle parole e sui fatti. «Le parole, figlie della terra, si sposavano in Lui ai fatti, figli del cielo», e si generava da questo connubio il Superuomo. Fra i tratti secondari si annoveravano la sua passione per la letteratura, la prodigiosa memoria, il genio linguistico. Egli possedeva l’occhio microscopico e l’occhio telescopico, in modo da discernere le tendenze del vasto mondo, come la più insignificanti mosse di una mano; era veramente squisita la sua capacità di cogliere un fatto nei suoi particolari.

Vari aneddoti illustravano queste osservazioni, e si riportava anche un discreto numero di eleganti aforismi.

«L’uomo non perdona; quando si dice che uno perdona, egli altro non fa che comprendere». «Ci vuole una gran fede per negare un Dio trascendente». «L’uomo che ha fiducia in se medesimo è il solo capace di averla ancora negli altri».

Quest’ultima sentenza esprimeva l’egoismo più raffinatamente contrario allo spirito cristiano. Seguiva poi: «Perdonare il male e lo stesso che approvare un delitto». «L’uomo forte non deve essere accessibile ad alcuno, mentre tutti devono essere accessibili a lui».

V’era dell’enfasi in questi aforismi; ma, come ben si avvisava il Papa, ciò proveniva non dall’oratore, ma dal biografo.

Chi aveva udito parlare Felsemburgh sapeva bene come sarebbero usciti dalla sua bocca: o trasfusi senza solennità cattedratica in un fiume ardente di eloquenza, o, se no, detti con quella rara semplicità persuasiva che gli diede a Londra il primo successo. Comunque, si poteva odiare Felsemburgh ed anche temerlo; non già beffarsi di Lui.

Ma lo scrittore si compiaceva soprattutto di far notare l’analogia che passava tra il suo Eroe e la natura: nell’uno e nell’altra, la medesima apparente contraddizione nel combinare insieme la più grande tenerezza e la più grande crudeltà.

«Il potere che sana le ferite, è quello stesso che le produce; quegli che riveste il suolo di alberi e di erbe, li sconquassa e li annienta con la siccità e con le burrasche; quegli che spinge la pernice a morire per i suoi nati, fa sì che la gazza invece se ne ingrassi». Così del pari Felsemburgh: Lui, che pianse sulla distruzione di Roma, un mese dopo considerava lo sterminio come un mezzo che può lecitamente adoperarsi a vantaggio della umanità, purché «si adoperi con riflessione, non con passione».

Simili detti avevano destato la più viva curiosità per la loro forma paradossale, in bocca di un uomo che predicava la pace e la tolleranza; e se ne parlò in tutto il mondo. Se non che, salvo una recrudescenza, di persecuzione contro i cattolici irlandesi, e la condanna a morte di pochi individui, tali proposizioni fino allora non erano state messe ad effetto. Ma in seguito il mondo le aveva, in generale, approvate, e sembrava aspettarne il pieno compimento.

Poiché, come notava il biografo, un mondo chiuso entro i limiti della natura fisica non poteva negare il suo consentimento a Colui, che di questa napura mostrava di seguire i dettami; che primo, deliberatamente e senza riguardi introduceva tra gli uomini principi come quello della sopravvivenza dei più adatti e l’immoralità del perdono. Se si trovava in Lui qualche cosa di inesplicabile, questo era altresì nella natura; e doveva accettarsi dagli uomini per la loro completa evoluzione.

Nella personalità di quest’Uomo stava riposto il segreto del suo successo; chi lo vedeva era necessariamente tratto a credere e ad affidarsi in Lui. «Non possiamo noi spiegare la natura, o tentare di sfuggirla con recriminazioni sentimentali: la lepre grida come un fanciullo, il cervo ferito versa copiose lacrime, il pettirosso uccide i suoi parenti: la vita esiste solo a condizione che esista la morte, e tutto questo avviene a dispetto di tutte le nostre teorie. Dobbiamo accettare la vita così come è, e non temere di essere malvagi nel seguirla; soltanto a questo patto conseguiremo la pace, perché la nostra gran Madre rivela i suoi segreti unicamente a coloro che si sottomettono alle sue leggi». Così conviene comportarsi davanti a Felsemburgh. «La sua personalità è tale, che non ammette discussioni: Egli è perfetto e sufficiente a se stesso per coloro i quali si affidano volenterosamente a Lui; per gli altri resterà sempre uno spiacevole ed inestricabile enigma. E’ necessario che il mondo si disponga ad accettare tutte le conseguenze della sua dottrina: il sentimentalismo non deve prevalere sulla ragione».

Finalmente il biografo dimostrava come fossero dovuti a Lui i titoli finora prodigati ai così detti Esseri Superiori; questi erano apparsi nella immaginazione degli uomini come figure tipiche, le quali dovevano servire a preparare le sue vie.

Egli poteva dunque chiamarsi Creatore, per aver recato tra gli uomini quella vita di unione perfetta, alla quale avevano per tanto tempo sospirato invano, prima cioè d’essere stati rifatti a sua immagine e somiglianza. Poteva dirsi altresì Redentore, imperocché quella, somiglianza aveva in certo modo sedato il tumulto di ogni errore e di ogni conflitto; l’uomo fu condotto per Lui dalle tenebre e dall’ombra di morte nelle vie della pace. Per la stessa ragione Egli era il Salvatore; era il Figlio dell’Uomo, perché l’unico perfettamente umano; l’Assoluto, in quanto riassumeva in se stesso tutti gli ideali; l’Eterno, perché la natura lo aveva sempre in se virtualmente contenuto ed assicurato per Lui la perfetta continuità del suo ordine; l’Infinito, non potendo far parte delle cose finite, come Colui che era superiore al loro complesso. Di più era l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine, il primo e l’ultimo; era Dominus et Deus noster ­ proprio come Domiziano! – pensava il Papa. Infine era semplice e complesso come la vita: semplice nell’essenza, complesso nelle attività.

Ma poi la prova suprema della sua straordinaria missione si rivelò in quell’immortale messaggio. Non si poteva aggiungere nulla a quello che aveva messo alla luce; imperocché le linee direttive più divergenti trovavano in Lui il punto di partenza ed il punto di arrivo. Non si pensava ancora se Egli potesse o no dar prova della sua personale immortalità; certo sarebbe stato conveniente che la Vita avesse per Lui rivelato il supremo segreto, ma ciò non era assolutamente necessario. D’altra parte il suo spirito riempiva il mondo: l’individuo non era più disgiunto dai suoi simili, la morte era come un increspamento che si produce qua e là sopra l’inviolabile mare. L’uomo sapeva dopo tanto che la razza è tutto e che l’individuo non è nulla; la cellula riconosceva nel corpo la propria integrazione, e i più grandi pensatori avevano perfino dichiarato che la coscienza individuale doveva cedere il titolo di personalità alla massa intera degli uomini; giacché appunto per questo desiderio irrequieto dell’unità si erano indotti a pacificarsi nella umanità totale: diversamente, come spiegare la fine dei conflitti di parte e le rivalità nazionali? Questa l’opera di Giuliano Felsemburgh! L’anonimo scrittore terminava con questa calorosa perorazione: «Ecco che io sono sempre con voi; ora e fino alla consumazione dei secoli; il Paracleto è disceso in mezzo a noi. Io sono la Porta, la Via, la Verità e la Vita, la fonte e l’acqua della Vita. Il mio nome è l’Ammirabile, il Principe della Pace; il Padre Eterno, Io sono il Desiderio delle Nazioni, il più bello tra i figli degli uomini e il mio Regno non avrà più fine».

Il Papa gettò via il libro, e chiudendo gli occhi, si appesantì sulla sedia.

II.

E da parte sua che cosa poteva opporre a tutto questo? Un Dio personale, che si teneva nascosto, un Salvatore che tardava il ritorno, un Consolatore che non si udiva nella bufera, né si mostrava più in lingue di fuoco! Lì, nella stanza vicina si ergeva un piccolo altare di legno, sopra questo era un tabernacolo di ferro, dentro il tabernacolo una teca di argento, e dentro la teca vi era Qualche Cosa! Fuori, circa cinquanta metri dalla casa, si distendevano le cupole e i tetti di un piccolo villaggio chiamato Nazareth; sorgeva a destra, qualche miglio più lontano, il Carmelo, a sinistra il Thabor, e di faccia la pianura di Esdraelon; di dietro Cana e la Galilea, il lago tranquillo e l’Hermon; e più lontano, a sud, Gerusalemme… Su questa plaga ristretta dei Luoghi Santi dimorava il Papa: nella terra, dove duemila anni fa era germogliata la fede, e dove, a meno che Iddio non avesse fatto riudire la sua parola in nembi di fuoco, quella stessa fede sarebbe stata rasa al suolo come un ingombro. Su questa terra passò Colui, che tutti gli uomini credettero il Redentore di Israele; in quel villaggio Egli attinse acqua, costruì casse e sedie… sulle acque del lago posò i piedi, sull’alta collina apparve trasfigurato nella gloria e sul monte disse beati i mansueti, perché erediteranno la terra, beati i pacifici, perché saranno chiamati Figli di Dio, beati coloro che han fame e sete di giustizia, perché saranno saziati.

Ed intanto si era ridotti a tal punto: la fede cristiana si celava lontano dall’Europa come il sole tramontato di là dalle alture; dell’Eterna Roma restava un mucchio di rovine; in Occidente e in Oriente un uomo usurpava il trono dell’Altissimo e gli uomini lo acclamavano Dio! Il mondo aveva camminato a gran passi: si era elevato il senso sociale, gli uomini avevano appreso dall’Evangelo la dottrina della solidarietà, ma prescindendo dal Divino Maestro; anzi, come essi dicevano, a dispetto di Lui! Potevano esserci ancora tre milioni di persone… forse cinque… al massimo dieci milioni – e come contarle del resto? – in tutto il mondo, che adoravano come Dio Gesù Cristo; e il suo Vicario sedeva intanto in una piccola stanza imbiancata a calce presso Nazareth, vestito di semplici abiti come il Maestro, aspettando la fine.

Dal canto suo non avrebbe potuto fare di più. Solo per una settimana, cinque mesi fa, fu dubbioso intorno alle risoluzioni da prendere. Rimanevano tre soli cardinali: lui, Steinmann ed il Patriarca di Gerusalemme: gli altri giacevano schiacciati sotto le rovine di Roma. Era un caso che non aveva precedenti. Così i due cardinali europei presero la via dell’Oriente, verso quell’unica città, dove regnava ancora un po’ di quiete: con il Cristianesimo greco sparì ancora ogni fomite di lotta intestina in mezzo ai fedeli; e, quasi per un tacito consenso del mondo, questi godevano di una certa libertà in Terra Santa. La Russia, da cui dipendeva la contrada, aveva cessato di occuparsene. E’ vero che i Luoghi Santi già dissacrati rimanevano solo come curiosità archeologiche; gli altari non esistevano più, ma si poteva ancor sapere dove erano sorti; e, sebbene fosse proibito celebrare pubblicamente la Messa, erano tuttavia permessi gli oratori privati.

In queste condizioni trovarono la Città Santa i tre cardinali.

Ciascuno si guardò bene dal portare i segni della propria dignità, e si poteva ritenere con certezza che il mondo l’incivilito non sospettava neppure la loro esistenza; poiché tre giorni dopo il loro arrivo, il vecchio patriarca morì, non prima però che Percy Franklin, in circostanze tali da non trovar riscontro in tutta la storia della Chiesa, venisse eletto al sommo pontificato. L’elezione fu fatta in cinque minuti presso il letto del patriarca morente. I due vegliardi insisterono; il tedesco ricorse per l’ultima volta alla strana somiglianza di Percy con Giuliano Felsemburgh, e ripeté sottovoce le sue vecchie osservazioni dell’antitesi e del dito di Dio.

Percy, per quanto stupito della insistente superstizione del collega, dovette accettare; e l’elezione fu ratificata. Egli si chiamò Silvestro, 1’ultimo santo dell’anno e terzo Papa di questo nome; quindi con il suo cappellano si ritirò in Nazareth, mentre Steinmann, ritornato in Germania, fu impiccato in una sommossa popolare quindici giorni dopo il suo arrivo.

Si trattava ora di eleggere nuovi cardinali. Con le più grandi cautele furono inviati dei brevi a venti persone delle quali nove ricusarono; di altre tre, cui fu dopo fatto l’invito, una sola aveva accettato. Così nel mondo dodici persone sole formavano il Sacro Collegio: due inglesi, uno dei quali Corkran, due americani, un francese, un tedesco, un italiano, uno spagnolo, un polacco, un cinese, un greco ed un russo.

A questi si affidavano regioni vastissime con piena autorità, unicamente dipendente da quella del Santo Padre.

Per quanto riguardava la vita stessa del Papa, si poteva dire ben poco. Rassomigliava esteriormente, anche secondo il suo stesso pensiero, a quella di Leone il Grande, tolta ogni pompa terrena. In teoria il mondo cristiano dipendeva dal Papa; in pratica, tutto ciò che riguardava la religione si amministrava dalle autorità locali. Il Papa non poteva per giusti motivi fare quanto avrebbe desiderato per tenersi in comunicazione con i fedeli. Solo per mezzo di un apparecchio telegrafico senza fili, impiantato sul tetto di quella casa, trasmetteva con cifrario segreto i suoi ordini ad un apparecchio simile che si trovava a Damasco, dove il cardinale Corkran aveva fissato la residenza; e da questa stazione centrale tutti i messaggi venivano trasmessi alle autorità ecclesiastiche di tutto il mondo. Ma, in complesso, non venivano molti messaggi. Il Papa, tuttavia, aveva potuto sapere con grande contentezza e malgrado le difficoltà, quasi insuperabili che qualche cosa si era fatto per la riorganizzazione della gerarchia nei vari paesi. Erano stati liberamente consacrati nuovi vescovi; si diceva che fossero duemila in tutto il mondo; e dei preti un numero infinito. L’Ordine del Cristo Crocifisso perseverava nell’opera santa; e negli ultimi due mesi giunsero a Nazareth non meno di quattrocento relazioni di martirio, inflitto per lo più dalle folle.

I nuovi religiosi, oltrechè proseguire l’ideale proprio dell’Ordine, quello cioè di offrire a coloro che amavano Iddio la possibilità di servirlo con una perfezione maggiore, rendevano ancora in altre circostanze dei segnalati servigi. I compiti più pericolosi, come lo scambio di comunicazioni (tra i vari prelati, le ambasciate presso persone di sospetta integrità, ogni altro affare, che non poteva essere sbrigato senza mettere a rischio la vita, si affidava unicamente ai membri di questo Ordine. Rigorose istruzioni venute da Nazareth, proibivano ai Vescovi di esporsi al pericolo senza necessità; ciascuno di loro doveva esser considerato come il cuore della propria diocesi, protetto con tutti i mezzi che comportava la dignità cristiana; perciò ogni vescovo si era circondato di un manipolo di nuovi Cavalieri – uomini e donne – che con obbedienza generosa ed intrepida, affrontavano, giusta la loro capacità, le missioni più difficili e pericolose. Tutti compresero allora, che, senza quell’Ordine, l’azione della Chiesa sarebbe rimasta paralizzata in simili congiunture.

Straordinarie facilitazioni furono poi accordate su diversi punti. Ogni prete appartenente all’Ordine del Cristo Crocifisso riceveva piena giurisdizione dal Vescovo della Diocesi in cui veniva a trovarsi; permesso di dire ogni giorno la Messa delle Cinque Piaghe, della Madonna o della Risurrezione; concesso a tutti il privilegio dell’altare portatile, che poteva essere anche di legno. Le altre esigenze rituali furono abrogate; la Messa poteva celebrarsi con qualunque vaso decente di vetro o di porcellana, e con qualsiasi specie di pane. Nessun paramento era obbligatorio, salvo un cordiglio che rappresentava la stola; i lumi facoltativi, come era facoltativo l’abito talare; e il rosario anche recitato senza corona poteva sostituirsi all’ufficio. In tal guisa era possibile ai preti di amministrare i sacramenti e di offrire il Santo Sacrificio con minor pericolo; queste mitigazioni furono già sperimentate di grande vantaggio nelle prigioni dell’Europa, dove migliaia di Cattolici subivano la pena della mancata partecipazione al nuovo culto.

La vita privata del Papa era poi semplice come la sua stanza.

Un prete siro gli faceva da cappellano ed altri due siri laici da domestici. Diceva la Messa ogni mattina, vestito del bianco abito papale, ed ascoltava, dopo, un’altra Messa; quindi prendeva il caffè, dopo essersi cambiato, indossando la tunica ed il mantello del paese, e passava il resto del mattino al lavoro. Pranzava alle dodici, prendeva un po’ di riposo, quindi usciva a cavallo; giacché la contrada, a causa della incerta situazione politica, serbava ancora la semplicità di un secolo prima. Ritornava sull’imbrunire, cenava, e si rimetteva al lavoro fino a notte inoltrata.

Il suo cappellano spediva i messaggi necessari a Damasco; e i domestici, che ignoravano la sua dignità, avevano con il mondo esterno le relazioni puramente indispensabili. Così avvenne che i pochi vicini sapevano soltanto che nella piccola casa del defunto Sceicco, posta sulla collina, abitava un Europeo un po’ strambo, che aveva con se un telegrafo senza fili. I domestici, cristiani veramente ferventi, sapevano solo che Egli era Vescovo; era stato loro detto che vi era un Papa; queste parole, ed i sacramenti che ricevevano, li avevano resi contenti.

In conclusione, il mondo cattolico sapeva che esisteva un Papa con il nome di Silvestro, e tredici persone della intera razza umana sapevano che Franklin era il suo vero nome e che il trono di Pietro rimaneva per il momento in Nazareth.

La situazione del Cattolicesimo era quella predetta cento anni prima da uno scrittore francese: Esso sopravviveva: e non era poco!

III.

Che dire poi della sua vita interiore? Egli sedeva adagiato su quella sedia di legno, pensoso e con gli occhi bassi; ma neppure lui sapeva farsene una rappresentazione giusta, poiché in verità la conosceva appena: adesso era tempo di agire più che di meditare. Del resto il suo stato di animo aveva come centro la semplice fede. Per lui la religione cattolica sola poteva spiegare adeguatamente un universo, e, anche se non apriva le porte di tutti i misteri, doveva sempre ritenersi come la chiave migliore. Era altresì convinto che il Cristianesimo fosse l’unico sistema di pensiero che appagasse tutto l’uomo, l’unico che potesse penetrare a fondo nella sua natura; che l’insuccesso del Cristianesimo nell’unire perfettamente gli uomini non dipendeva dalla sua debolezza: ne dimostrava anzi la vitalità: le sue vie portano verso l’eternità, non verso il tempo. Questa la sua fede.

Ma su tal quadro vivente altre immagini passavano senza che egli ne avvertisse la successione. Trasportato da esse, quando gli scendevano nello spirito come aure di paradiso, vedeva lo sfondo di quel quadro illuminarsi di speranza ed animarsi di dramma. Considerava se stesso ed i suoi colleghi proprio come dovevano essersi considerati Pietro e gli altri apostoli, quando predicavano nei templi, nei borghi, nelle pubbliche piazze, nelle case private, la fede che scosse e trasformò il mondo. Essi avevano parlato con il Signore della Vita, avevano veduto il sepolcro vuoto, palpate le mani trafitte di Colui che era loro fratello e loro Dio. Questa la verità rifulgente, per quanto nessuno volesse prestarvi più fede; ma il denso velo della incredulità non poteva nascondere un fatto, tanto reale, quando il sole nel cielo. Di più, era proprio una causa umanamente perduta, anche quella che ispirò gli apostoli. Non potevano pensare di affidarsi al braccio dell’uomo, giacché solamente Iddio combatteva per loro. E trovarono nella nudità la loro armatura, nell’umile parlare la loro eloquenza; e, nella loro debolezza domandarono il divino aiuto e lo ottennero. Con tutto ciò passava tra lui e Pietro una differenza molto rilevante. Pietro aveva del mondo spirituale un concetto garantito da fatti, dei quali egli stesso era stato testimone; aveva veduto il Cristo risorto: la storia confermava l’idea. Non così per Silvestro. Egli doveva apprendere le verità di ordine soprannaturale in una sfera superiore, la quale garantisse la storicità della Incarnazione più che la certezza di quella sua apprensione. Senza dubbio il Cristianesimo era un fatto storico, provato da documenti; pure per creder questo si richiedeva una illuminazione dall’Alto. Egli sperimentava in se la potenza della Resurrezione; dunque Cristo era risorto! Ma passavano altresì dei momenti ben tristi.

Talvolta si svegliava e si trovava tra le tenebre; tentava dormire, e si sentiva soffocato; celebrava, e non gustava la ineffabile dolcezza del Pane Divino, né i palpiti del Prezioso Sangue. Tal’altra le tenebre si addensavano talmente, che perfino gli oggetti della sua fede sembravano dileguare come ombre: la sua natura diveniva per metà cieca non solo a Cristo, ma allo stesso Dio e alla sua reale esistenza… Il suo abito pontificale gli appariva come il distintivo di un pazzo.

Ed allora la sua mente terrena si domandava: come credere che Lui, con i dodici del suo collegio e le poche migliaia di seguaci, avesse ragione, ed il consenso di tutto il mondo rincivilito avesse torto? Il mondo aveva ricevuto il messaggio del Vangelo; per duemila anni non gli si era predicato altro; eppure adesso dichiarava che il Vangelo era falso… falso nelle sue credenziali, falso nelle sue spirituali esigenze… Ed allora il Capo dei fedeli soffriva per una causa perduta; egli era l’ultimo della lunga serie, come lo stoppino fumante di una candela che non aveva fatto lume ad alcuno, la riduzione all’assurdo di un sillogismo ridicolo basato su premesse impossibili… Neppur meritavano di morire Lui ed i suoi compagni di insania… no, dovevano rimanere per essere i patentati idioti alla scuola del mondo! Era dunque il materialismo l’unica via di salute? Si sentiva talvolta così ottenebrato nell’abbattimento fino quasi a credere d’aver perduta la fede; la ribellione della mente era così violenta, che arrestava ogni moto del cuore; la brama della pace terrena così intensa, che soffocava ogni aspirazione celeste; e la tenebra così fitta, che egli sperando contro la propria speranza, controponendo la fede alla conoscenza ed alla verità l’amore, gridava, come già aveva gridato l’altro: Eli! Eli! Lamma sabachtani? In una cosa sola trovava il conforto e la perseveranza, almeno quando la sua coscienza era turbata: nella contemplazione.

Nella vita mistica gran progresso egli aveva fatto dopo i primi angosciosi conati. Ora però non soleva discendere deliberatamente nelle regioni più remote dello spirito; si prendeva per così dire la testa fra le mani, immergendosi come in una profondità extra spaziale. Poteva la coscienza ritrarlo a galla come un sughero; ma egli si sforzava di ritornarvi, finché con la cessazione di ogni attività, che rappresenta il punto più alto della tensione spirituale, trasvolava il regno misterioso della trascendenza, dove Iddio si donava a lui ora con un suggerimento, ora con un aculeo penoso, ora con un alito vivificante, soave come la brezza marina. Questo gli accadeva talvolta dopo la Comunione, tal altra mentre stava per addormentarsi, ed anche durante il lavoro. Pure tali esperienze non duravano a lungo nell’animo suo: cinque minuti dopo poteva trovarsi nuovamente alle prese con i sensibili fantasmi della mente e del cuore.

Sedeva dunque ripensando alle intollerabili bestemmie di quel libro. I suoi capelli bianchi cadevano radi sulle tempie imbrunite, le sue mani parevano quelle di uno spirito; e sul giovane volto erano visibili le impronte del dolore. I piedi gli uscivano nudi di fondo alla tunica un po’ macchiata, ed un vecchio mantello scuro giaceva in terra lì accanto….

Passò un’altra ora prima che egli si muovesse. Il sole aveva perduto un poco del suo ardore, quando nel cortiletto lastricato risuonò lo scalpitio di due cavalli. Allora si alzò, si infilò i sandali e prese il mantello di terra, mentre che la porta si apriva, entrando un magro prete, abbronzato dal sole.

– I cavalli sono pronti, Santità, – disse il prete.

Il Papa non fece neppure una parola, quella sera, finché i due nell’ora del tramonto non giunsero sullo stretto sentiero fra Nazareth e il Thabor. Avevano fatto la gita consueta attraverso Cana salendo un’altura, dalla quale si vedeva il lungo specchio del lago di Genezareth, passando poi, sempre diretti a destra, sotto l’ombra del Thabor, finché la pianura di Esdraelon tornava a dispiegarsi ai loro piedi come un tappeto grigio verde: vasto cerchio di un venti miglia di diametro con dei casolari bianchi sparsi qua e là, con Naim visibile di fronte, con il Carmelo dalla cima aguzza verso destra e Nazareth, appiattita qualche miglia più in là sull’altipiano che i nostri avevano percorso.

Era una visione di pace unica al mondo, tale da sembrare estratta da un albo di panorami disegnati qualche secolo prima. Là non si addensavano le abitazioni, non si agitavano gli uomini, non sorgevano fabbriche, nessuna paurosa traccia appariva di quei febbrili e sterili conati che contraddistinguono la cosiddetta civiltà. Pochi Giudei stanchi del mondo si erano ritirati nel piccolo e quieto paese come fanno ritorno i vecchi alla terra nativa, non con la speranza di ritrovarvi la giovinezza perduta o i passati ideali, ma per un certo sentimento che supera qualsivoglia ragione. Così, poche baracche si erano aggiunte qua e là ai casolari dell’oscuro villaggio, che non aveva, per questo, mutate le sembianze di cento anni prima. Il piano era per metà ombrato dal Carmelo, per metà soffuso della dorata luce pulviscolare. In alto il limpido cielo di oriente appariva tinto di rosa, così come era apparso ad Abramo, a Giacobbe, al figlio di David. Non si scorgeva la più piccola nebbia sul mare, come segnale di bonaccia o di tempesta; nessun rumore di convogli né in terra né in cielo qui, dove trenta secoli prima era apparso il volante carro di fuoco al giovine Eliseo; qui la medesima terra ed il medesimo cielo immutati ed immutabili. La primavera, sempre generosa, disseminava sul magro terreno i fiori di Betlehem, i gigli del campo, davanti ai quali impallidiva la porpora stessa del re Salomone.

Ma nessun messaggio veniva dal trono di Dio, come quando attraverso il medesimo cielo discese Gabriele per salutare la Benedetta fra le donne; nessun’aura di promessa o di speranza fuori di quella che Iddio spira in ogni momento soprattutto il creato.

Frattanto i due si erano fermati; e, mentre i cavalli annusavano fissando ansiosamente l’immensità, dell’aria e della luce, risuonò un piccolo fischio acuto di un pastore che passava pochi metri più in là sul fianco della collina, traendosi dietro la propria ombra allungata; e con un festivo tintinnio di bubboli lo seguiva la mandra formata da un branchetto di agnelle mansuete e da un altro di capre testarde, che brucavano e camminavano, e camminavano e poi brucavano daccapo tornando all’ovile, chiamate per nome dalla malinconica voce dell’uomo che le conosceva tutte, e piuttosto che spingerle preferiva menarle.

Il tintinnio diveniva più debole; l’ombra del pastore si distese fino ai loro piedi mentre egli varcava il crine della pendice e spariva. Poi anche la sua voce si affievoliva in lontananza e taceva affatto.

Il Papa alzò la mano, e si fregò gli occhi e la faccia; poi accennò ad un gruppo confuso di muri bianchi, che spiccavano attraverso la bruma crespuscolare.

– Quel posto laggiù, padre, come si chiama? Il siro guardò prima a basso, poi volse gli occhi al Papa, quindi nuovamente là dove questi accennava:

– Dice quello tra le palme, Santità? – Sì.

– E’ Megiddo; alcuni però lo chiamano Armageddon.

CAPITOLO SECONDO

I.

Alle ventitré ore di quella notte il prete siro stava aspettando l’arrivo del messaggero di Tiberiade. Circa due ore prima aveva udito il fischio del velivolo russo che faceva servizio da Damasco a Tiberiade e da Tiberiade a Gerusalemme: senza dubbio il messaggero si trovava piuttosto in ritardo.

Questi mezzi di comunicazione avevano del primitivo; ma la Palestina era considerata come un paese fuori del mondo, terra inutile e conseguentemente negletta. Ogni notte veniva un uomo a cavallo da Tiberiade a Nazareth portando le lettere del cardinale Corkran al Papa e ritornando con le rispettive risposte: un’impresa questa, piena di pericoli, che i Cavalieri del Cristo Crocifisso, agli ordini del Cardinale, compivano a turno. In tal guisa tutte quelle cose, di cui il Papa doveva personalmente occuparsi, e non erano troppo lunghe né troppo urgenti, potevano essere sbrigate comodamente da Lui, che faceva poi le sue comunicazioni entro le ventiquattro ore.

Era una splendida notte lunare. Il gran disco d’oro vagava sul Thabor piovendo la magnifica luce metallica sopra i lunghi declivi e sulla deserta landa, che incominciava subito fuori della casa, fugando le gravi ombre nere, ben più consistenti e più dense che le lastre rocciose dalla superficie brillante ed i frantumi stessi del quarzo e del cristallo che luccicavano qua e là nel pietroso sentiero.

Di fronte a quel vivo splendore la luce scialba della casa doveva apparire come un di più inutile ed assurdo; ed il prete, appoggiato ad uno stipite, cogli occhi che brillavano soli nella sua faccia nera, si inebriava stendendo con voluttà, tutta orientale le scarne e brune mani a quel divino chiarore.

Era questi un uomo assai semplice nella fede, come nella vita; non conosceva né i rapimenti né le desolazioni del suo signore, ma sentiva la gioia più intensa e più devota qui, nel paese di Gesù ed al servizio del suo Vicario. Le agitazioni del mondo le osservava in quella guisa che osserva un pilota le onde che incalzano, contro la barca; sapeva che il mondo era inquieto, ma conosceva ancora, come dice S. Agostino, che il cuore dell’uomo è inquieto, finché non trovi in Dio il luogo del suo riposo.

«Quare, fremuerunt gentes?… adversus Dominum et adversus Cristum eius?». La fine stessa di questo mondo non lo commuoveva granché: la barca di Pietro poteva essere travolta; ma il momento di quella catastrofe avrebbe segnato la fine di tutte le cose quaggiù. Le porte dell’Inferno non dovevano prevalere: quando Roma cadrà, cadrà anche il mondo; e, quando cadrà il mondo, Cristo apparirà nella sua gloria.

Credeva tuttavia fermamente che la fine non fosse lontana: questo gli era tornato in mente quella sera nominando Megiddo. Gli pareva conveniente che, alla consumazione di tutte le cose, il Papa dovesse dimorare in Nazareth, dove era venuto il suo Re; e che lo Armageddon (cfr. Apocalisse XVI, 16) di San Giovanni fosse invisibile da quel luogo dove Cristo aveva preso per la prima volta il suo scettro terreno e dove sarebbe tornato a riprenderlo ancora.

Del resto non sarebbe stata la prima battaglia che Megiddo aveva veduto. Qui combatterono Amalek ed Israele e l’Assiria; qui cavalcarono Sesostri e Sennacherib; il Cristiano ed il Turco si incontrarono come Michele e Satana, qui, dove Iddio aveva riposato il suo corpo.

Sul come sarebbe avvenuta la fine il prete siro non aveva idee precise; si figurava una grandiosa battaglia; e quale altro campo era più indicato di questa immensa pianura circolare di Esdraelon, larga venti miglia, tale da contenere nel suo ambito le armate di tutta la terra? Poiché, nella sua ignoranza delle condizioni di fatto, si fingeva il mondo come diviso in due grandi schiere: quella dei Cristiani e quella dei Pagani, e quest’ultima assai più numerosa. Se un giorno le truppe nemiche fossero sbarcate a Caifa, si sarebbero veduti gli eserciti cristiani irrompere come torrenti da Tiberiade, da Damasco e dall’Asia più remota, da Gerusalemme, dall’Egitto e dall’Africa, dall’Europa e dalle lontane Americhe. E, sicuramente, quel tempo non poteva tardar molto; imperocché il Vicario di Cristo era qui; e, come aveva letto nel Vangelo dell’Avvento: «ubicumque fuerit corpus illic congregabuntur et aquilae».

Di tale profezia non conosceva altre interpretazioni: per lui le parole erano cose e non semplici etichette sopra le idee.

Ciò che avevano detto Cristo, San Paolo e San Giovanni era proprio come essi lo avevano detto. Trovandosi isolato dal mondo della cosiddetta Cultura, non aveva subìto l’influsso delle idee del Ritschl, per le quali nell’ultimo secolo tanti e tanti furono spinti a negare una fede intelligibile. Per loro l’accettazione di un fatto riferito costituiva la massima delle difficoltà, considerato che le parole non erano le cose, e che le cose da quelle rappresentate non possedevano una realtà oggettiva. Ma per quest’uomo, che ora aspettava al lume della luna, attento allo scalpitio che soleva sentire sopra la collina, quando il messaggero avrebbe oltrepassato Cana, la fede era una cosa semplice come la scienza esatta. Qui Gabriele discese con le ali spiegate dal trono dell’Altissimo posto sopra le stelle; qui lo Spirito Santo spirò un raggio di luce ineffabile; qui il Verbo si fece carne, quando Maria, incrociate le braccia, chinò la fronte ai decreti dell’Eterno. E, se bene si trattasse di una semplice congettura, credeva – e già gli sembrava di udire il fracasso dei carri a galoppo – che qui dovesse avvenire il tumulto degli eserciti di Dio nel raccogliersi intorno al campo dei Santi; e pensava che dietro la barriera delle tenebre l’Arcangelo Gabriele avesse già accostato alla bocca la tromba del giudizio, tremando i cieli nella terribile attesa.

Poteva bene ingannarsi questa volta, come altre volte tanti altri s’erano ingannati; ma né lui né gli altri potevano ingannarsi sempre; un giorno doveva segnare il termine della pazienza di Dio, per quanto emanasse dall’eternità, di sua natura.

Si alzò, mentre, sopra il sentiero inondato di luna, avanzava, cento metri più in là, un uomo bianco a cavallo, con un sacco di cuoio alla cintura.

II.

Potevano essere le tre del mattino, quando il prete, svegliatosi nella cameretta murata a fango, attigua a quella del Santo Padre, sentì passeggiare per le scale. La sera avanti, lasciato il suo signore alla consueta apertura delle lettere spedite da Damasco era andato a dormire. Per qualche momento stette, mezzo fra il sonno, ad ascoltare quello scalpiccio; ma poi si alzò improvvisamente ad un colpo deciso che fu dato alla porta. Un nuovo colpo ancora, ed egli balzò fuori del letto, tirò su alla svelta la lunga veste da notte, e corse ad aprire.

Era il Papa, con una piccola lucerna in una mano, giacché incominciava appena ad albeggiare, ed una carta nell’altra.

– Mi perdoni, padre; vi è un messaggio che devo spedir subito a Sua Eminenza.

Attraversarono insieme la camera del Papa – il prete con gli occhi indolenziti ancora dal sonno – salirono le scale, ed uscirono all’aria, fresca sul tetto della casa.

Il Papa spense la lucerna e la posò sul parapetto.

– Vi sarà, freddo, padre; andate a prendere il mantello.

– E Vostra Santità? L’altro fece un gesto negativo, e andò difilato sotto la piccola tettoia provvisoria, dove era collocato l’apparecchio del telegrafo.

– Andate a prendere il mantello, padre! – ripeté il Papa voltandosi indietro – Io intanto darò l’avviso.

Quando il prete, dopo qualche minuto, ritornò con le pantofole ai piedi e con il mantello addosso, recando un altro mantello per il suo signore, questi sedeva già all’apparecchio.

Non si mosse per niente all’arrivo del prete; ma spinse un’altra volta la leva, che, comunicando con la lunga asta innalzata a metà del pendio, trasmetteva la fremente energia attraverso lo spazio semioscuro che separava per ottanta leghe Nazareth da Damasco.

Il buon prete non aveva ancora tanta familiarità con quel portentoso congegno, inventato cento anni prima e portato ora alla massima perfezione; che, mediante una verga di ferro, un rocchetto di fili, una scatola di ruote – con qualche cosa insomma, che, fatte le debite proporzioni deve trovarsi come elemento ultimo in ogni materia, sebbene non possa dirsi principio della vita organica – parlava ad un ricevitore intonato a capello con le vibrazioni trasmesse.

L’aria era insolitamente fredda, considerato il caldo precedente e quello che sarebbe seguito; ed il prete cominciò a tremare mentre stava lì, fuori della tettoia guardando ora la figura del Papa immobile sulla sedia, ora la immensa volta del cielo, che passava in quel momento da una luminosità fredda e scolorita ad un tenue giallo pallido, a mano a mano che cresceva l’alba di là dal Thabor e dal Moab.

Dal villaggio, mezzo miglio lontano, cominciò il canto di un gallo, chiaro e penetrante come uno squillo di tromba… un cane abbaiò, e poi tacque; quindi un trillo improvviso del campanello annesso all’apparecchio lo riscosse, avvertendolo che il suo compito stava per incominciare.

Il Papa spinse nuovamente la leva ed attese la risposta; e, quando questa fu venuta, si alzò, e fece segno al prete di prendere il suo posto.

Il siro, dopo avere accomodato il mantello sulle spalle del suo signore, aspettò che questi si fosse posto dall’altra parte del tavolino in modo da potersi guardare in faccia; quindi tenendo le brune dita sopra la tastiera, fissò in volto l’altro che si disponeva a dettare.

Quel volto emergente dall’ampio cappuccio gli apparve più pallido che mai al freddo barlume dell’alba; le nere sopracciglia davano un maggior risalto a quel pallore, e le labbra ferme, pronte al dettato, gli si mostravano bianche ed esangui.

Il Papa teneva gli occhi sul foglio che aveva in mano; quindi, rivolto al siro:

– Accertatevi prima se è il Cardinale.

Il prete batté sui tasti una domanda; poi lesse a fior di labbra la risposta che si imprimeva magicamente sulla striscia di carta bianca.

– E’ Sua Eminenza, Santità – disse pacatamente il siro – ed è solo all’apparecchio.

– Benissimo! incominciate, dunque! Abbiamo ricevuto la lettera della Eminenza Vostra ed abbiamo apprese le notizie… Dovevano queste trasmettersi sollecitamente per telegrafo; come mai non è stato fatto? La voce si arrestò; ed il prete, che aveva battuto il telegramma più velocemente che non si sarebbe scritto, lesse ad alta voce la risposta:

– Credevo che non fosse urgente, figurandomi un assalto di più, come quei tanti che abbiamo sostenuti. Del resto era mia intenzione d’inviare notizie più precise, tostochè le avessi ricevute.

– Era, invece, assolutamente urgente! – replicò Silvestro con quella deliberata calma, abituale fra loro nell’atto di spedir telegrammi. Ricordi che le notizie come queste sono sempre urgenti.

– Lo ricorderò. Deploro il mio fallo! – Ci fa poi sapere – continuava il Papa con gli occhi sempre fissi sul foglio – che questa è una decisione già presa, e cita tre sole testimonianze; ne citi altre, se le ha.

Seguirono pochi momenti di attesa; quindi il prete incominciò a leggere alcuni nomi.

– Oltre i tre cardinali già ricordati nel messaggio scritto; gli arcivescovi del Thibet, del Cairo, di Calcutta, di Sidney, hanno domandato se le notizie fossero vere, e chiesto delle istruzioni in proposito; poi altri, dei quali posso trasmettere i nomi, se mi permette di lasciare l’apparecchio per qualche minuto.

– Faccia pure – disse il Papa.

Qui, nuova attesa; poi proseguiva la lista: – Il vescovo di Bucarest, delle Isole Marchesi e di Newfoundland; i Francescani del Giappone, i Frati della Croce del Marocco, gli Arcivescovi di Manitoba e di Portland ed il cardinale arcivescovo di Pechino. Ho spedito in Inghilterra due membri del Cristo Crocifisso.

– Ci dica quando e come giunsero le notizie.

– Fui chiamato all’apparecchio ieri sera a ore venti circa. L’Arcivescovo di Sidney domandava per mezzo della nostra stazione a Bombay, se le notizie fossero vere; risposi di non saperne nulla. Altre quattro domande mi giunsero passati dieci minuti; e, tre minuti dopo, il cardinale Ruspoli mi inviava da Torino le prime notizie positive, e subito dopo, da Mosca, arrivava un identico messaggio del Padre Petrowski. Quindi….

– Un momento! perché non ha telegrafato da se il cardinale Dolgorowski? – Ha telegrafato tre ore dopo.

– Perché non subito? – Sua Eminenza non sapeva nulla.

– Si informi a che ora giunse a Mosca la notizia; non subito, ma a suo comodo in giornata.

– Santità, sì.

– Avanti, dunque.

– Il cardinale Malpas telegrafò cinque minuti dopo il cardinale Ruspoli; e i rimanenti messaggi e domande giunsero l’uno dopo l’altro prima di mezzanotte; l’ultimo a venire fu quello della Cina, alle ventitré.

– A che ora crede Lei che le notizie siano state rese pubbliche? – La cosa fu decisa a Londra in adunanza segreta ieri sera alle sedici, secondo l’ora nostra; pare che i Plenipotenziari la approvassero subito… dopo di che fu comunicata a tutto il mondo. Qui fu pubblicata al tocco di notte.

– Era dunque a Londra, Felsemburgh? – Non ne sono ancora ben certo; ma il Cardinale Malpas dice che Felsemburgh aveva dato un giorno prima il suo eventuale consenso.

– Va Bene! E’ questo, dunque, tutto ciò che Lei sa? – Mi ha chiamato un’ora fa il cardinale Ruspoli, e mi ha detto che si teme una rivolta in Firenze, e che questa, chi sa che non debba servire di incentivo a molte altre.

– Non domanda di più? – Solamente le istruzioni.

– Gli dica che Noi gli inviamo la Nostra benedizione, e che riceverà le istruzioni entro due ore. Scelga dodici membri dell’Ordine del Cristo Crocifisso per un immediato servizio.

– Santità, sì.

– Partecipi altrettanto a tutti i Membri del Sacro Collegio; e ordini loro di dare avviso con ogni cautela ai Metropolitani e ai Vescovi, affinché i sacerdoti ed i popoli sappiano che Noi li portiamo nel Nostro cuore.

– Santità, sì.

– Dirà loro finalmente che Noi avevamo preveduto tutto da lungo tempo, e che li raccomandiamo all’Eterno Padre, senza la Cui Provvidenza non vi è uccello che cada al suolo. Li esorti a rimaner quieti e confidenti e non fare altro se non confessare la pura fede, quando ne siano interrogati. Altre istruzioni saranno quanto prima trasmesse ai loro pastori.

– Santità, sì.

Seguì una nuova pausa.

Il Papa aveva parlato con il più grande sangue freddo, quasi recitasse la parte in un dramma, con gli occhi sempre fermi sul foglio ed immobile nella persona come una statua.

Il prete che ascoltava e batteva i telegrammi latini, sebbene gli sfuggisse il preciso significato di quelle comunicazioni, pensò che fosse imminente qualche nuovo e più grande pericolo. Gli pareva che l’aria stessa ne trepidasse; e, benché nulla di concreto potesse dedurre dal fatto innegabile che tutto il mondo cattolico si era convulsivamente messo in comunicazione con Damasco, ricordò i pensieri che gli erano venuti in mente la sera prima; quando stava aspettando il messaggero. E fu convinto che le potenze del mondo stavano meditando un nuovo assalto…. ma non bramava saperne di più.

Qui il Papa si rivolse a lui con l’accento della conversazione ordinaria.

– Padre – disse – quello che dirò ora, resti fra noi come un segreto di confessione; capite? Bene; allora, incominciate.

E con la intonazione di prima proseguì il suo dettato.

– Eminenza! fra un’ora diremo la Messa dello Spirito Santo; dopo farà sì che tutto il Sacro Collegio sia in comunicazione con Noi, aspettando i Nostri ordini. Quest’ultimo fatto ha una gravità maggiore dei precedenti: Lei pure ne è ora convinto! Abbiamo escogitato diversi piani, sebbene non sappiamo quale voglia veramente il Signore; dopo Messa Le indicheremo quello che sarà parso a noi conforme alla Sua volontà.

La preghiamo di applicare la Messa secondo la Nostra intenzione. Faccia con la più viva sollecitudine tutto ciò che il momento richiede. Del caso del Cardinale Dolgorowski potrà occuparsi più tardi; ma il risultato delle sue inchieste, specialmente in Londra, vogliamo saperlo prima di mezzogiorno. Benedicat te Omnipotens Deus: Pater et Filius et Spiritus Sanctus.

– Amen! – mormorò il prete leggendo la risposta impressa sul nastro.

III.

Il piccolo oratorio appariva poco più decente che le altre stanze, e non aveva altri ornamenti fuori di quelli assolutamente necessari alla liturgia ed alla devozione. Le pareti portavano impresse nell’intonaco le quattordici stazioni della Via Crucis; si alzava in un angolo la statua della Madonna con un candelabro davanti; e sull’altare di pietra greggia basato su di un gradino parimenti di pietra, si allineavano sei candelabri di ferro ed il crocifisso. Sotto la croce, un tabernacolo di ferro, protetto da cortine di tela; e una lastra di marmo sporgente dal muro serviva da credenza. L’unica finestra rispondeva nel cortile impedendo così agli occhi degli estranei di penetrare nell’interno.

Parve al prete siro nell’accingersi alla quotidiana faccenda – spiegare i paramenti sul banco della sagrestia, che si apriva presso l’altare, preparare le ampolline, togliere la sopra coperta – che anche questa agevole occupazione lo affaticasse oltremodo: nell’aria stessa egli sentiva qualche cosa di opprimente.

Ma, lungi dal credere che ciò dipendesse dal sonno interrotto, pensò che minacciasse qualche altra giornata di scirocco.

Già il colore giallastro dell’alba non era sparito con il sorgere del sole; ed ancora, nell’aggirarsi a piedi scalzi tra la predella e l’inginocchiatoio, dove il Papa silenzioso ed immobile faceva la preparazione alla Messa, scorgeva di quando in quando sul tetto e dentro il cortile i languidi raggi di una luce color sabbia, elle faceva presentire caldo ed afa insopportabili.

Accese infine le candele, si inginocchiò aspettando a capo chino che il Santo Padre si alzasse; risuonò nel cortile il passo di uno che veniva alla Messa, mentre il Papa si alzava, dirigendosi alla sacrestia, dove erano apparecchiati per il Santo Sacrificio i rossi paramenti del Dio apparso in lingue di fuoco.

Silvestro serbava nel celebrare la Messa un portamento dignitoso e modesto: agile nei movimenti come un giovane prete, pronunciava chiaro e con voce giusta e volgeva i passi senza pompa né precipitazione. Impiegava mezz’ora – come dicono i rubricisti – ab amictu ad amictum; ed anche nella sua piccola e vuota cappella soleva tenere gli occhi costantemente bassi. E il prete siro mai servì quella Messa senza provare qualche cosa di simile alla paura; non solo perché conosceva la sublime dignità del celebrante; ma ancora, sebbene non riuscisse a spiegarselo, perché intorno a quel sacerdote parato si diffondeva l’aroma di una emozione che agiva sopra di lui quasi fisicamente. Gli pareva che celebrando, quella persona sparisse per dar luogo alla più augusta Persona, e che tanto raccoglimento in ogni più minuta movenza non potesse esser proprio che della perfezione assoluta.

A Roma stessa, il Padre Franklin aveva attirato gente alla sua Messa come ad uno spettacolo; ed i seminaristi vi si mandavano la vigilia dell’ordinazione per dar loro un esempio della maniera perfetta di celebrare.

La Messa di quel mattino procedé come d’ordinario fino alla consumazione dell’Ostia, allorché il prete fu tratto a guardare, quasi da una voce o da un gesto improvviso: il cuore gli batteva forte, con palpiti visibili fin sotto la gola, sebbene nulla di nuovo apparisse lì intorno.

Il celebrante era rimasto a capo basso, con il mento appoggiato sulle dita congiunte e sempre eretto nella persona, come se il peso di quell’aria strana non gravasse sopra di lui. Ma il buon siro qualche cosa interiormente sentiva, per quanto non riuscisse a spiegarla: ricordava, dopo, di avere atteso in quei momenti una manifestazione di luce e di suono. La forza divina, che per gli occhi dell’anima ardeva tutta la pianeta rossa ed il camice bianco, poteva sprigionarsi in raggi di vivida luce, rischiarando non solamente la bruna testa dai capelli canuti, ma ancora la stoffa rozza, sbiadita, e macchiata che rivestiva le altre parti del corpo; o bene rivelarsi in un prolungato accordo di viole e di organi, quasi che dalla mistica unione di quell’anima santa con l’Uomo Dio si generasse tale concerto, come dal trono dell’Agnello emana perenne la fonte della vita; ovvero poteva diffondersi un puro e soavissimo profumo dal rozzo tabernacolo ad inebriare gli astanti quale fragranza di rose celesti.

Passarono quei momenti in un’estasi di purità e di pace. Echeggiò qualche rumore lontano; lo strepito di un carro, il primo frinire delle cicale di fra mezzo al verde incolto lì presso la cappella. Il domestico, inginocchiato dietro al prete sbuffava fortemente come sotto il peso di una emozione violenta, mentre il celebrante perdurava calmo e sereno, senza turbare minimamente nel suo camice la scolpita immobilità delle pieghe o la perfetta compostezza dei piedi bianco- calzati.

Quando poi egli si mosse per scoprire il calice, porre sull’altare le mani e adorare, parve una statua in cui fosse stata infusa la vita; ed il servo ne riportò una impressione dolorosa.

Sunto il Prezioso Sangue, ecco daccapo la prima emozione; l’uomo sembrava sparire nell’amplesso divino con nuova calma di soavità e di ardore.

…E quando quell’effluvio di cielo fu risalito alla sua sorgente, Silvestro porse il calice, con le ginocchia tremanti, con gli occhi ancora aperti nell’attesa, il prete si alzò, fece l’inchino e andò alla credenza.

Secondo il consueto, dopo la Messa del Papa doveva il prete siro celebrare alla Sua presenza; ma quel giorno, deposti appena i paramenti sul rozzo banco, Silvestro disse sottovoce al prete:

– Padre, salite subito sul tetto, e dite al Cardinale di star pronto. Tra cinque minuti sono da voi.

– Avremo senza dubbio una giornata di scirocco! – pensava il prete giunto appena sul tetto.

Su in alto, infatti, invece del turchino chiaro, proprio di quell’ora mattinale, l’aria presentava un colore giallo pallido, sempre più cupo verso l’orizzonte; davanti appariva in lontananza il Thabor attraverso quell’impalpabile atmosfera color di sabbia; e, dietro, sul piano, oltre la bianca stria del villaggio di Naim altro non si vedeva se non i contorni sbiaditi delle collinette elevate verso il cielo.

L’aria afosa ed irrespirabile era unicamente turbata da una leggera brezza di sud-ovest, che spirando attraverso le mille miglia di sabbia dal lontano Egitto, raccoglieva tutto il calore del vasto ed arido continente, riversandolo poi, salvo una porzione di mare che ne mitigava appena la asprezza, su quel misero angolo di terra.

Il Carmelo mostrava il fianco avvolto in una nebbia in parte umida, in parte secca, sopra la quale sorgeva l’alta cima a testa di toro sfidando il cielo.

La tavola e la leva di metallo, già aride e calde, sarebbero divenute intollerabili al tatto.

Egli spinse la leva, ed aspettò; spinse un’altra volta ed attese di nuovo. Venuta la soneria di risposta, telegrafò attraverso le ottanta miglia di aria che era assolutamente ed immediatamente necessaria la presenza del Cardinale. Passarono pochi minuti; quindi, dopo un secondo scampanio, un rigo di scritto venne ad imprimersi sul nastro bianco.

– Pronto!… Vi è Sua Santità? Qui il siro sentì una mano sulle spalle; e, voltosi, vide Silvestro incappucciato di bianco, dietro la sedia.

– Risponda di sì, e domandi se vi sono altre nuove.

Il Papa si mise a sedere; ed il prete con una agitazione crescente lesse dopo la risposta:

– In questo momento sono assediato di domande; tutti aspettano che la Santità Vostra lanci una pubblica sfida. I miei segretari sono in funzione fin dalle quattro. L’ansietà è indescrivibile! Alcuni sono giunti perfino a dire che il Papa non esiste… Qualche cosa, dunque, deve esser fatto immediatamente.

– E’ tutto questo?.. – domandò il Papa.

Il prete lesse la nuova risposta:

– Sì e no! La notizia è vera, e la legge sarà subito messa in esecuzione; senza un passo decisivo aumenteranno la confusione e le apostasie.

– Sicuro!… – mormorò il Papa con un accento adeguato alla solennità del momento. Ora ascolti con attenzione, Eminenza! Il Papa rimase per alcuni istanti pensoso, con le mani giunte sul mento, come poco prima durante la Messa; quindi parlò:

– Noi ci mettiamo senza riserva nelle mani di Dio, poiché la prudenza umana non deve più trattenerci. Le ordiniamo di comunicare con tutta la cautela possibile e sotto il più rigoroso segreto questi nostri desideri alle seguenti persone e non ad altre, chiunque esse siano. Scelga a tal uopo due membri del Cristo Crocifisso per ogni messaggio, che dovrà essere assolutamente comunicato a voce. Avvisi i membri del Sacro Collegio, in numero di dodici; i Metropolitani ed i Patriarchi di tutto il mondo: ventidue; i Generali degli Ordini Religiosi, la Compagnia di Gesù, i Frati, i Monaci Ordinari e Contemplativi. Questi, trent’otto, e con il cappellano dell’Eminenza Vostra che farà da segretario, ed il mio cappellano che gli servirà come assistente, e con l’Eminenza Vostra stessa, quarantuno in tutti, dovranno trovarsi qui, nel nostro palazzo di Nazareth non più tardi della vigilia di Pentecoste. Imperocché non vogliamo fare alcun passo decisivo in ordine al nuovo decreto senza udir prima il parere dei Nostri consiglieri, ed offrir loro la opportunità di conferire liberamente l’uno con l’altro. Queste parole, tali quali le abbiamo dette, siano comunicate a tutte le persone che Le abbiamo indicate; e l’Eminenza Vostra farà sapere altresì che le Nostre deliberazioni non impiegheranno più di quattro giorni.

Per gli approvvigionamenti e gli altri preparativi per il Concilio, l’Eminenza Vostra mandi oggi il suo cappellano, che se ne occuperà insieme con il mio. E non più tardi di quattro giorni, verrà anche l’Eminenza Vostra, dopo incaricato il Padre Marabout di fare le sue veci.

Finalmente, a tutti coloro che hanno domandato istruzioni esplicite sul modo di comportarsi davanti alla nuova legge, partecipi questa sentenza e non più: «Non perdete la vostra fede, che avrà una grande ricompensa: perocchè, ancora un breve tempo, e Colui che ha da venire verrà e non tarderà. Silvestro, Vescovo, Servo dei servi di Dio».

CAPITOLO TERZO

Il venerdì sera, quando terminata appena la adunanza, i Plenipotenziari si furono alzati dai loro seggi, Oliviero Brand uscì dalla Sala del Consiglio in Westminster più inquieto per l’impressione che il nuovo decreto avrebbe prodotto su Mabel che sul mondo intero.

Vedeva in sua moglie un cambiamento profondo, i cui principi egli riportava cinque mesi addietro, a quel giorno, che il Presidente del Mondo aveva dichiarate per la prima volta le linee direttive della sua politica; e, mentre Oliviero ne aveva approvate via via le possibili applicazioni, ed aveva finito anzi, a forza di difenderle, con il convincersi della loro necessità, Mabel si mostrò fino da quel tempo ostinatamente contraria. La giovine sembrava caduta in una specie di follia; la dichiarazione di Felsemburgh, fatta poche settimane dopo il discorso nell’Abbazia di Westminster, le parve addirittura incredibile; ma poi, quando seppe con certezza che il Presidente aveva prospettato lo sterminio dei Soprannaturalisti come una eventuale necessità, si svolse fra lei ed il marito una scena straziante. Disse che l’avevano ingannata, che la speranza del mondo si risolveva in una beffa mostruosa, che il regno della pace era più lontano di prima, che Felsemburgh aveva tradito la sua fede e mancato di parola. La scena fu davvero straziante; ed Oliviero faceva di tutto per cancellarne il ricordo. Mabel ritornò poi momentaneamente alla calma; ma gli argomenti che Oliviero le recitava con una pazienza estrema, non approdarono quasi a nulla. Restava a lungo in silenzio, ed interrogata, rispondeva appena; non si commuoveva altro che quando Oliviero le parlava del Presidente. Dovette poi concludere che sua moglie, in fine dei conti, era una donna, dotata, sì, di una forte personalità, ma inafferrabile alle prese della logica. Ne fu gravemente sconcertato, sperando tuttavia che il tempo la facesse rinsavire.

Il Governo dell’Inghilterra mise subito in opera i più efficaci espedienti per incoraggiare coloro che, come Mabel, indietreggiavano davanti alle inevitabili conseguenze della nuova politica. Un intero esercito di oratori percorreva il paese per spiegarla e difenderla, mentre la stampa lavorava con la più raffinata abilità; cosicché, neppure una sola persona, fra tanti milioni di Inglesi, poté ignorare la difesa del punto di vista governativo.

In sostanza; fatta astrazione da ogni artifizio di retorica, gli oratori ed i giornalisti argomentavano così, riuscendo a conquistare quasi sempre gli spiriti sentimentali più sbigottiti e più refrattari.

La pace era divenuta finalmente una realtà universale nella storia del mondo; nessuno stato, per quanto piccolo, poteva vantare particolari interessi differenti da quelli di una delle tre grandi Potenze, di cui faceva parte: primo stadio dell’Umanitarismo già raggiunto da mezzo secolo.

Ma il secondo stadio, vale a dire la riunione delle tre Potenze sotto un capo unico – impresa infinitamente più grande, essendo gli interessi in conflitto di gran lunga più vasti – fu raggiunto per opera di un solo Uomo, che la Umanità suscitò proprio nel momento in cui sentì, per la sua esistenza, la necessità di un simile tipo.

Ed in verità non era troppo domandare da quelli che avevano ricevuto tali benefici, il consentimento al volere ed al giudizio del Benefattore; questo primo argomento faceva appello alla gratitudine.

Il secondo argomento si indirizzava alla ragione. La persecuzione, come già ammettevano gli spiriti più illuminati, consisteva nell’imporsi di una maggioranza di persone senza cuore ad una minoranza, che non consentiva spontaneamente alle loro idee. Ora, malizia propria della persecuzione nei tempi passati, fu non l’uso, ma l’abuso della forza. Che uno stato qualunque volesse, ad esempio, dettare le opinioni religiose ad una minoranza dei propri sudditi, era una mostruosa tirannia; giacché nessuno stato poteva arrogarsi il privilegio di leggi universali, quando lo stato vicino poteva stabilirne delle contrarie. Questo, per quanto celato, l’individualismo delle nazioni: eresia più disastrosa ancora per la Umanità dello stesso individualismo personale.

Ma, sopraggiunta la comunità universale degli interessi, la situazione cambiava interamente di aspetto: la personalità unificata della razza prendeva il posto delle unità separate; e, questa sostituzione, che si poteva considerare come un passaggio all’età matura, dava origine a nuovi diritti. La razza umana si concepiva ora come un’entità singola, avente una responsabilità suprema verso se medesima: sparivano dunque i diritti dell’individuo, giustamente riconosciuti nelle epoche precedenti. L’uomo aveva adesso il supremo dominio sopra ciascuna cellula del suo Corpo Mistico; e là, dove qualche cellula agiva in detrimento del Corpo, i diritti del Tutto erano illimitati.

Una sola religione reclamava diritti ugualmente universali: la religione cattolica. Le sètte dell’Oriente, pur ritenendo i propri caratteri distintivi, avevano tuttavia ritrovato nel Nuovo Mondo la incarnazione dei loro ideali, e si erano per conseguenza sottomesse alla Autorità del gran Corpo, di cui Felsemburgh era capo riconosciuto.

Il Cattolicesimo invece negava essenzialmente l’idea stessa dell’uomo: i Cristiani piegavano il capo ad un essere immaginario, che pretendevano non solo separato dal mondo, ma superiore al mondo stesso. I Cristiani dunque – senza considerare la stolta leggenda della incarnazione, che basterebbe da sola a far tramontare la loro folle credenza – si distaccavano deliberatamente da quel Corpo Mistico, di cui per natura facevano parte; erano come membra morte, che, soggiacendo all’influsso di una forza esteriore, la quale non poteva vivificarle, mettevano in pericolo la vita del Corpo intero. Questa, l’unica insensatezza, che meritasse ora il nome di delitto. L’assassinio, il furto, la rapina, la stessa anarchia apparivano colpe leggere di fronte a questa iniquità mostruosa, poiché ferivano il corpo, ma non il cuore; facevano soffrire gli individui, e meritavano di essere perciò repressi, ma non colpivano veramente la vita. Solo il Cristianesimo portava seco un veleno mortale; ed ogni cellula, in cui venisse inoculato, infettava le fibre stesse che la ricollegavano alla sorgente della vita. Questo e questo solo il massimo delitto di alto tradimento contro l’Uomo; delitto, che non richiedeva altra ammenda se non la completa estirpazione del Cristianesimo.

Tali i precipui argomenti indirizzati a coloro che rimanevano perplessi alla esplicita dichiarazione di Felsemburgh; e riportarono un considerevole successo. Naturalmente il loro contenuto logico, rivestito dei più vivaci colori, indorato della più squisita retorica, animato di passione, produsse un tale effetto, che, sul principio dell’estate Felsemburgh poté privatamente esprimere il proposito di presentare quanto prima un disegno di legge che avrebbe condotto il suo sistema di politica alle estreme conseguenze.

Quel proposito era un fatto compiuto.

II.

Giunto appena in casa, Oliviero corse difilato alla camera di Mabel, volendo parteciparle in persona l’ultima notizia; se non che ella era uscita quasi da un’ora.

Ciò lo mise sopra pensiero. Il decreto già sottoscritto mezz’ora prima su richiesta di Lord Pemberton, non fu tenuto neppure segreto, ma comunicato immediatamente alla stampa. Per questo Oliviero si affrettò affinché la signora udisse la nuova dalla sua bocca; ed ora Mabel, trovandosi fuori, l’avrebbe certamente appresa dai pubblici affissi! Si sentiva estremamente a disagio, e per un’altra ora circa restò indeciso su quel che dovesse fare. Poi, andato al portavoce, rivolse alcune domande alla cameriera, la quale rispose di non sapere dove fosse andata la padrona: forse in Chiesa, come soleva talvolta in quell’ora.

Mandò fuori la donna, e stette alla finestra proprio nella camera della sposa guardando tristemente l’ampia distesa dei tetti nella luce dorata del tramonto, che gli appariva quella sera di una bellezza insolita.

Il cielo non conservava più la tinta di oro puro delle ultime notti, ma aveva preso una leggera sfumatura color di rosa, che si spandeva a vista d’occhio su tutta la volta; celeste da occidente ad oriente; e Oliviero tornò con la mente ad un vecchio libro letto pochi giorni prima, in cui era scritto che la eliminazione del fumo aveva certamente mutato in peggio i colori del tramonto.

Erano avvenute in America due gravi scosse di terremoto; e Oliviero anelava pensando… se qualche connessione potesse esservi fra quei fenomeni e… Ma poi ritornò a Mabel.

Dieci minuti dopo udì finalmente i suoi passi per le scale e si mosse per andarle incontro.

L’aspetto del suo volto gli rivelò che ella sapeva ogni cosa; ed Oliviero si sentì venir meno davanti a quella pallidezza severa. Non mostrava collera, ma solo una disperazione immensa ed una decisione irremovibile, nelle labbra rigidamente chiuse, e negli occhi, sotto il cappello bianco da estate, contratti come da una puntura.

Mabel, chiusa la porta, rimase lì, senza muovere un passo verso il marito.

– Ed è proprio vero? – domandò senz’altro.

Oliviero mandò un sospiro, e si ripose a sedere.

– Che cosa vuoi dire con questo, mia cara? – E’ dunque vero che tutti saranno interrogati se credano o no in Dio, e messi a morte se confesseranno di credere.

Oliviero si lambì le labbra.

– Tu adopri delle parole un po’ dure!… rispose. – Si tratta invece di sapere se il mondo ha diritto…

– Allora è vero! e tu l’hai sottoscritta questa deliberazione? – Mabel!…. per carità, non facciamo scene! Io non ne posso più! permettimi che ti risponda solo quando avrai udito quel che ho da dirti.

– Di’ su, dunque.

– Via, siedi.

– No! – Fai come vuoi, allora… Ebbene, la questione è tutta qui. Il mondo ora è uno e non più diviso; l’individualismo è morto fin da quando Felsemburgh divenne Presidente della Società delle Nazioni; è incominciato un periodo storico assolutamente nuovo, che non ha riscontro nei precedenti. Tu lo sai bene quanto me.

Mabel fece un nuovo gesto di impazienza.

– Senti, fammi il piacere di ascoltarmi sino in fondo!… – riprese Oliviero con tono grave. – Dunque, dopo questo avvenimento, è necessaria una morale nuova, proprio come al fanciullo, quando perviene all’uso della ragione.

Dobbiamo quindi vigilare, affinché l’idea cammini, e non si arresti o retroceda… affinché tutte le membra si conservino in salute. «Se la tua mano ti scandalizza, tagliala», diceva Gesù Cristo! E’ appunto quello che facciamo noi!… Ora quelli che credono in Dio – dato che ancor ve ne siano e comprendano ciò che significa – quelli che affermano che vi è un Dio, commettono il massimo dei delitti: l’alto tradimento. Ma stai sicura che non ricorreremo alla violenza, ma ad un metodo di eliminazione calmo e grazioso. Già tu sei favorevole alla Euthanasia, come noi tutti; ebbene: ce ne serviremo, e…

Mabel fece con la testa un altro piccolo gesto di impazienza, mantenendosi nelle altre parti della persona rigida come una statua.

– Ed hai il coraggio di dirmi questo? – domandò senza muoversi.

Oliviero si alzò; non poteva più reggere all’accento penoso di quelle parole.

– Mabel!… tesoro mio!…

Le labbra della giovine ebbero un fremito improvviso; poi ella fissò lo sposo con i suoi occhi di ghiaccio.

– No! risparmiati questo! tanto, non ce n’è di bisogno. Dimmi, piuttosto, hai sottoscritto o no? Oliviero provò un senso di disperazione atroce, alzando gli occhi verso di lei: avrebbe preferito vedersela davanti furiosa e piangente.

– Oh!… Mabel!… – esclamò ancora.

– Dunque, tu hai sottoscritto? – Sì! – disse alfine Oliviero.

Mabel si voltò e si avviò verso l’uscio, mentre Oliviero si slanciava dietro a lei.

– Mabel!… Dove vai?…

Allora, per la prima volta in vita sua, ella mentì al marito pienamente, deliberatamente.

– Vado a riposarmi un poco… – disse – A momenti ci rivedremo a cena.

Egli esitava; ma quegli occhi, sebbene languidi, gli apparvero così onesti e sinceri, che la lasciò partire.

– Vai pure!… ma, te ne prego, mia cara, guarda di farti persuasa.

Mezz’ora dopo discese per la cena armato di logica ed infiammato di entusiasmo; gli argomenti che avrebbe ora esposti gli sembravano addirittura irrefutabili. Posti quei principi, che l’uno e l’altra avevano accettati e vissuti, la conclusione discendeva assolutamente necessaria, fatale.

Aspettò un minuto o due; poi corse al portavoce, e domandò alla domestica:

– Dov’è la signora? Seguì un momento di silenzio; poi venne questa risposta; E’ uscita mezz’ora fa, signore; credevo che lo sapesse.

III.

La sera stessa Mr. Francis era nella stanza d’ufficio occupatissimo a studiare nelle sue varie parti la festa della Solidarietà, che doveva celebrarsi il primo di luglio. Rimaneva da inaugurare quella sola, ed egli desiderava di riportare il medesimo successo che nelle precedenti. Le differenze non erano molte, ma egli stimava necessario che i cerimonieri ne avessero piena conoscenza.

Con il suo modello davanti – una riproduzione in miniatura dell’interno della Abbazia, con dei piccoli pupazzi che potevano essere trasportati sui vari punti – stava riempiendo, con la sua fine calligrafia ecclesiastica, di note marginali una copia dell’Ordine delle Cerimonie.

Quando, dopo le ventuno, il portiere gli telefonò che una signora desiderava parlargli, rispose, piuttosto seccamente, che in quell’ora non poteva.

Ma il campanello trillò daccapo; e, alla nuova impaziente domanda fu risposto, questa volta, che era a basso la signora Brand, la quale desiderava di abboccarsi con lui per soli dieci minuti.

Il caso mutava completamente d’aspetto! Il signor Brand era un personaggio eminente, e tale, per contraccolpo, anche la signora. Mr. Francis fece le sue scuse, ordinò al portiere di farla passare nell’anticamera, e lasciò sospirando di contentezza l’Abbazia ed i pupazzi.

Mabel non dimostrò il più piccolo turbamento stringendo la mano di Mr. Francis; portava il velo abbassato in modo da nascondere quasi tutto il volto, e la sua voce aveva perduto la consueta vivacità.

– Mi dispiace di disturbarla signor Francis – incominciò subito – ma, se mi permette, avrei da rivolgerle alcune domande.

Francis le sorrise come per incoraggiarla.

– Mr. Brand senza dubbio…

– No, non è lui che mi manda; si tratta di una cosa interamente mia, e gliela faccio saper subito per non trattenerla troppo.

Caso strano! pensava tra se Francis, disponendosi ad ascoltare.

– Prima di tutto, io so che lei è stato amico di Padre Franklin; egli divenne Cardinale, vero? Mr. Francis accennò di sì con un sorriso.

– Ed è vivo ancora? – No! Padre Franklin è morto! Si trovava in Roma con gli altri Cardinali, quando la città fu distrutta.

– Ah!… Ma ne è proprio sicuro? – Sicurissimo! poté fuggire solamente il Cardinale Steinmann, che fu poi impiccato a Berlino.

– Bene!… lasciamo andare!… Avrei dunque da farle una domanda curiosa, per ragioni mie particolari, che non le posso spiegare… Lei mi capisce!… Ed è questa: perché i Cattolici credono in Dio? Queste parole lo colsero così all’improvviso, che rimase per qualche istante con gli occhi stralunati.

– Certo – continuò Mabel pacatamente ­ è una domanda piuttosto curiosa, ma… – e qui s’interruppe esitando.

– Ebbene, le dirò: ho un’amica che si trova in grave pericolo dopo questa nuova legge. Volendo discutere con essa, bisogna che io conosca le ragioni della sua fede. Lei, signore, è il solo prete – volevo dire il solo uomo già prete da me conosciuto, oltre il Padre Franklin; e per questo spero che non si ricuserà, di mettermi un poco al giorno.

La sua voce era proprio naturale, senza la minima ombra di esitazione o di tremito. Francis sorrise fregandosi delicatamente le mani.

– Ah! – disse. – Ho capito! ma… vede, signora, è una questione assai vasta; non le farebbe lo stesso, se domani, a comodo….

– Mi contento della risposta più breve; e m’è d’uopo saperla subito, giacché, lo sa bene, la nuova legge entra in vigore.

Egli fece cenno di acconsentire, ed incominciò:

– Dunque… in poche parole, i cattolici affermano che Iddio può esser dimostrato per via di ragionamento; che dall’ordine del mondo si può dedurre l’esistenza di un Ordinatore… di una Mente, capisce? Da queste poi tirano altre conseguenze intorno a Dio… come, per esempio, che egli è amore, e causa della felicità, che….

– E il dolore? – interruppe Mabel.

– Appunto! Ecco la difficoltà… ecco il punto debole! – E questa come la spiegano? – Dicono che il dolore è una conseguenza del peccato….

– E il peccato? Lei vede, signor Francis, che io sono completamente al buio! – Il peccato non sarebbe altro che la ribellione dell’uomo contro la volontà di Dio.

– E che cosa vogliono dire con questo? – Ecco: volendo Dio essere amato dalle sue creature, le ha fatte libere, altrimenti esse non potrebbero veramente amarlo; e, se sono libere, vuol dire che possono anche ricusarsi di amare e servire Iddio; e questo è appunto ciò che i Cristiani chiamano peccato. Lei vede che assurdità….

– Sì! va bene! – riprese Mabel accompagnando le sue parole con un piccolo gesto – ma io desidererei di comprendere quel che pensano questi Cattolici… Allora, è tutto questo? Francis raggrinzò le labbra.

– Oh! non è tutto! è appena quel che essi chiamano la religione naturale; i Cattolici credono tante altre cose! – E quali? – Eh!… cara signora, impossibile farne una esposizione in poche parole. Credono, oltre a ciò, che Iddio si è fatto uomo, che Gesù è Dio, e che morì per liberarci dal peccato….

– Soffrendo per noi, nevvero? – Sicuro! soffrendo e morendo. Ciò che essi chiamano la Incarnazione è il punto centrale; da questa derivano tutte le loro credenze. Ed è naturale, che, ammessa l’Incarnazione, il resto venga da sé… tutto, fino agli scapolari e all’acqua benedetta! – Signor Francis, io non capisco più nulla! Egli le sorrise benignamente.

– Sfido io! Sono assurdità impensabili!… E dire che un tempo anch’io le ho credute! – Ma sono contrarie alla ragione! Francis emise una esclamazione piuttosto ambigua.

– Ecco: in un senso si possono, anzi si devono dire contrarie alla ragione, ma in un altro senso.. ..

Qui Mabel si sporse avanti tutto ad un tratto, in modo che egli non poté scorgere lo scintillare dei suoi occhi sotto il bianco velo.

– Ah! – esclamò quasi rimanendo senza respiro. – Ecco quanto bramerei di sapere! Mi dica, ora, come fanno a giustificare queste loro credenze! Francis tacque un momento come per riflettere.

– Ecco: – ricominciò pacatamente – per quanto io posso ricordare, essi ritengono che vi sono altre facoltà oltre la ragione; il cuore secondo loro, scopre talvolta ciò che la ragione non vede, ha delle intuizioni sue proprie, capisce? Dicono, a mo’ d’esempio, che certe cose come il sacrificio, l’abnegazione, l’onore, l’arte stessa, provengono dal cuore; che la ragione interviene dopo, fissando le regole della condotta e della tecnica, ma non può dimostrarle essendo a lei superiori.

– Mi par di capire!…

– Ebbene la religione è simile a quelle. In altre parole riconoscono che è semplicemente materia di emozione.

Qui tacque daccapo, sotto l’impressione di non aver parlato giusto.

– Forse non si esprimerebbero precisamente così intorno alle dottrine che professano; ma…. insomma… .

– Dunque? – Insomma, dicono che vi è una certa cosa chiamata fede – una specie di convinzione più profonda di tutte le altre -, di ordine soprannaturale, che Iddio elargisce a coloro che la desiderano, che pregano per ottenerla, che menano vita buona, e così via….

– E questa fede? – Questa fede, agendo sopra i così detti motivi di credibilità, testimonianze eccetera… rende assolutamente certi che Dio esiste, che Dio si è fatto uomo, che ha fondato la Chiesa, e così di seguito. Queste verità, secondo loro, ricevono conferma dagli effetti che la religione cattolica ha operati in mezzo al mondo e dal modo con cui essa riesce a spiegare la natura umana. Lei vede che tutto si riduce, in fondo, ad una specie di autosuggestione! Sentì che Mabel sospirava; e si tacque.

– Ci vede un po’ più chiaro adesso, signora? – Oh! sì!… e la ringrazio tanto, signor Francis. Ma, è poi vero che i Cristiani sono morti per questa fede, vera o falsa che sia? – Ah! certo! a migliaia! come pure sono morti i Maomettani per la loro.

– Credono in Dio anche i Maomettani? – Vi credevano una volta; ma ora sono rimasti pochi, assai pochi; i più sono divenuti, come essi dicono, esoterici.

– E quali sono, secondo lei, i popoli più progrediti, quelli dell’Oriente o dell’Occidente? – Oh! quelli dell’Occidente, senza dubbio! L’orientale pensa una grande quantità, di cose, ma ne manda poche ad effetto; e questo porta alla confusione delle idee ed anche all’intorpidimento del pensiero.

– E non fu il Cristianesimo la religione dell’Occidente fino ad un secolo fa? – Certamente! La giovine signora non domandava più nulla; e Mr. Francis ebbe agio di riflettere al suo caso abbastanza singolare.

Senza dubbio le doveva star molto a cuore quella amica cristiana! Infine ella si alzò, e si alzò pure Mr. Francis insieme con lei.

– Tante grazie, signore… Del Cristianesimo ella mi avrebbe dunque spiegata l’essenza.

– Certo! per quanto mi è stato possibile in poche parole.

– Grazie di nuovo! non voglio trattenerla di più.

Francis l’accompagnava verso la porta; ma, fatto appena qualche passo, ella si fermò.

– E lei, che fu educato nel Cristianesimo, signore, non vi ritorna mai con il pensiero? Francis sorrise.

– Mai!… Se non come ad un sogno! – Ma… se tutto questo non è che autosuggestione, come spiega lei il fatto di avervi potuto persistere per più di trent’anni? Francis, lì per lì, non sapeva! che cosa rispondere.

– Come lo spiegherebbero i suoi ex-compagni di fede? – Direbbero che io ho abbandonato la luce, o che la fede si è ritirata da me.

– E lei… come? Francis stette un poco a pensare.

– Io direi che mi sono imposto una autosuggestione più forte in un altro senso! – Ho capito!… Buona notte, signor Francis! Ella non permise al Gran Cerimoniere di accompagnarla nell’ascensore; e così, quando egli vide la liscia gabbia calare silenziosamente a basso, ritornò alla sua Abbazia ed ai suoi birilli di legno. Ma, prima di far loro riprendere le interrotte manovre, sedette per qualche istante con le labbra chiuse e con gli occhi stralunati.

CAPITOLO QUARTO

I.

Una settimana dopo, svegliatasi verso l’alba, Mabel non ricordava più dove fosse; chiamò ad alta voce Oliviero, girò gli occhi stupiti intorno alla camera insolita… poi ritornò in se e tacque.

Negli otto giorni trascorsi in quel rifugio fu sottoposta alla prova; oggi restava libera di mettere in esecuzione ciò per cui era venuta. Il sabato della settimana precedente subì l’esame davanti ad un magistrato speciale confidandogli, sotto le abituali condizioni di segreto, nome, età, domicilio ed i motivi per i quali domandava 1’applicazione della euthanasia.

Non occorre dire che fu promossa a meraviglia.

Scelse poi Manchester, come città abbastanza lontana ed abbastanza grande da sottrarla alle ricerche di Oliviero: infatti, della sua fuga nessuno poté scoprire le tracce. Non ebbe sentore alcuno dei sospetti di suo marito, giacché in simili casi la polizia si incaricava di proteggere i fuggitivi: l’individualismo era ammesso unicamente in quanto permetteva di abbandonare la vita a coloro che ne sentivano tedio. E Mabel ricorse senza dubbio a questo espediente legale, non potendo appigliarsi ad altri: lo stiletto esigeva coraggio e risoluzione; l’arma da fuoco le faceva ribrezzo; e il veleno, sotto il nuovo regime di polizia rigorosa, difficile oltremodo a procurarsi. Ma poi ella voleva sottoporre ad una seria prova il suo divisamento e rendersi ben certa che non le rimaneva altra via di uscita.

Ora si sentiva più sicura che mai. L’idea di morire, concepita per la prima volta tra le sofferenze atroci che le fecero provare i moti violenti dell’ultimo giorno dell’anno, era stata presto respinta dallo specioso argomento che l’uomo immaturo era ancora soggetto a ricadute; ma in seguito quel pensiero le riapparve qual demone tentatore, proprio nella luce meridiana fattasi a lei dintorno per le dichiarazioni di Felsemburgh.

E il demone le stava sempre davanti, per quanto cercasse di resistergli, illudendosi che quella dichiarazione che l’aveva riempita di orrore, non diverrebbe mai un fatto compiuto. Finalmente, quando la teoria politica passò in legge deliberata, Mabel cedé con tutta l’anima alla tentazione.

Da quel momento erano passati otto giorni senza che ella sentisse mai vacillare il proposito. Però aveva cessato di condannare, persuasa oramai che ogni recriminazione era inutile: sapeva di non poter reggere davanti al fatto di non riuscire a comprendere la nuova fede, e che per lei, comunque fosse per gli altri, non vi era più speranza… Oltre a ciò non lasciava figli…

Quegli otto giorni, stabiliti per legge, furono abbastanza tranquilli. Mabel aveva portato seco denaro sufficiente per entrare in una di quelle private Case di Rifugio fornite di tutti gli agi convenienti alla vita signorile. Le infermiere si erano mostrate gentili e riguardose, in modo che ella non ebbe a lagnarsi di loro.

Naturalmente dovette soffrire dapprima per le reazioni inevitabili: passò la prima notte in uno stato da far pietà, coricata nel buio soffocante di quella stanza, mentre tutta la sua natura sensibile protestava e lottava contro il destino che voleva così. Reclamava le cose familiari, la promessa di nutrimento, di aria, di consorzio umano; e ritraeva la faccia inorridita davanti all’abisso tenebroso verso il quale si avviava irrevocabilmente.

Nella lotta affannosa ebbe momenti di calma, solo quando una voce più profonda le mormorava l’avviso che non fosse la morte fine di ogni cosa. Sul fare del mattino ella rinvenne; e la volontà riacquistato il suo potere, cancellò definitivamente ogni segreta speranza di vivere. Dovette inoltre soffrire per una più positiva paura, ricordando le scandalose rivelazioni, che dieci anni prima misero sottosopra tutta l’Inghilterra, e portarono gli stabilimenti di euthanasia sotto la sorveglianza del governo. Era un fatto accertato che, per anni ed anni, nei grandi laboratori di vivisezione servirono per le esperienze soggetti umani; a molti, che, per togliersi dal mondo come lei, entrarono nelle case private di euthanasia, fu somministrato un gas, che sospendeva le funzioni vitali invece di annientarle… Ma, tutto passò con il nuovo giorno: tali cose non si potevano ripetere sotto il nuovo regime, almeno in Inghilterra. Appunto per queste ragioni ella non era corsa a cercar la morte sul Continente Europeo; laggiù, dove la logica superava il sentimento, il materialismo andava sino in fondo: se gli uomini non erano che puri e semplici animali… la conclusione veniva da sé.

Non vi fu poi che un altro inconveniente di natura fisica: il caldo insopportabile tanto di giorno come di notte.

Dicevano gli scienziati che questo proveniva da… una corrente di calore sconosciuta; e qui mille ipotesi, che si contraddicevano a vicenda. Era vergognoso, pensava Mabel, che uomini i quali avevano il mondo in consegna, rimanessero delusi in quella maniera.

Lo stato stesso dell’atmosfera fu accompagnato da disastri: terremoti e cicloni di una violenza inaudita avevano distrutto in America non meno di venticinque città; due isole furono sommerse, e l’inquietante Vesuvio sembrava accingersi a qualche nuova convulsione; ma tali fenomeni nessuno riusciva a spiegarli. Qualche retrogrado aveva accennato a cataclismi prodotti dal fuoco centrale… Mabel lo seppe dall’infermiera; ma tutto questo la impensieriva fino ad un certo punto. Solamente le recava tedio il non potere uscire in giardino e di dover rimanere all’ombra calda di quella stanza del secondo piano.

Anche un’altra cosa avrebbe desiderato sapere, cioè l’effetto prodotto sul mondo dal nuovo decreto; ma l’infermiera non poté darle che scarse notizie; erano state commesse delle violenze qua e là, ma la legge non si era applicata in tutta la sua estensione. Del resto, una settimana era tempo troppo breve, e, sebbene il decreto fosse stato posto immediatamente in vigore, i magistrati si limitavano per ora a fare i censimenti prescritti.

Quella mattina, mentre giaceva sveglia, guardando i colori del soffitto e i vari mobili della camera, le parve che il caldo fosse divenuto più che mai insopportabile. Credette dapprima d’aver dormito troppo, ma il suo orologio a ripetizione l’assicurò che erano appena le quattro. Rimanevano dunque poche ore di sofferenza! Alle otto vi avrebbe posto fine! Non aveva che da scrivere ad Oliviero e da fare qualche altro preparativo.

Intorno alla moralità dell’atto che stava per compiere, alla relazione cioè che passava tra questo e la vita comune degli uomini, non aveva il minimo dubbio: credeva, insieme con tutti gli Umanitaristi, che, come i dolori del corpo giustificavano all’occorrenza il suicidio, così pure i dolori dello spirito. Quando il disagio fosse giunto ad un grado tale da rendere l’individuo inutile a se stesso ed agli altri, il suicidio diveniva l’atto più caritatevole che potesse esser compiuto. Certo, non aveva mai pensato, ai suoi giorni, di doversi trovare in simile condizione; si era sentita, anzi, anche troppo attaccata alla vita…. Eppure vi si trovava adesso: la necessità di finirla era dunque fuori di questione.

Riandò più volte in quel tempo all’abboccamento avuto con Mr. Francis. Recatasi da lui quasi per un impulso istintivo, Mabel voleva udire anche l’altra parte; sapere cioè se il Cristianesimo fosse così ridicolo come aveva creduto sempre.

Ridicolo non era di certo; le parve, anzi, estremamente patetico… un dramma seducente, un brano squisito di poesia! E sarebbe stata ben felice di credervi; ma sentiva di non potere. No! un Dio trascendente era assurdo, sebbene non fosse meno assurda una Umanità Infinita. Ma poi… l’incarnazione… Basta! non se la sentiva!… Dunque nessuna via di uscita: la religione umanitaria era l’unica vera, l’uomo era Dio o per lo meno la sua più alta manifestazione; ma con questo Dio ella non voleva più aver che fare! E in questa misteriosa impulsività che superava insieme la ragione ed il sentimento, Mabel non tardò a riconoscere una emozione più raffinata e profonda.

Ricordando poi Felsemburgh, si stupiva di nutrire adesso tutt’altri sentimenti. Egli era senza dubbio l’uomo più rappresentativo apparso al mondo; poteva darsi benissimo che egli fosse, come diceva da sé, l’incarnazione dell’uomo ideale, la prima manifestazione perfetta della umanità; ma, per Mabel la logica della condotta di costui era troppo terribilmente consequenziaria. Egli fu coerente nel deplorare la distruzione di Roma e nel fare, sette giorni dopo, una dichiarazione come quella… Logicamente egli condannò la violenza dell’uomo contro l’altro uomo, di regno contro regno, di setta contro setta; violenza che porta al suicidio della razza: la violenza, non l’azione in se stessa. Ed era parimenti logico il suo ultimo decreto, come atto giudiziario del mondo unito contro una piccola minoranza che attentava ai principi stessi della vita e della fede… e per di più da eseguirsi con una carità estrema; qui nessun ricatto, nessuna violenza settaria, a meno che non dovesse dirsi ricattatore o violento l’uomo che si fa amputare un braccio affetto da cancrena… Su questo punto Oliviero l’aveva proprio convinta. Sì! era logico, era coerente! Pur tuttavia ella non vi si poteva rassegnare! Ah! che uomo sublime Felsemburgh! e che gioia ricordare la sua persona e la sua eloquenza! oh! poterlo rivedere!… Ma forse non era bene… Sarebbe andata così con maggiore tranquillità, incontro alla morte: dopo di che il mondo, quel mondo che le faceva spavento, avrebbe continuato, anche senza di lei, il proprio cammino.

In mezzo a tali pensieri fu ripresa da un lieve assopimento; e, dopo cinque o sei minuti vide chinare sopra di se il volto gentile e sorridente di una infermiera vestita di cappa bianca.

– Sono le sei fra poco, mia cara! l’ora che abbiamo fissata. Son venuta per sentire se vuole la colazione.

Mabel mandò un sospiro profondo; poi, balzata dal letto, estrasse alcuni fogli da lettera.

II.

Batteva la mezza dopo le sei al piccolo orologio del caminetto, mentre Mabel posava la penna. Raccolse le pagine scritte, si adagiò sulla poltrona e rilesse: «Casa di Rifugio – N. 3a. – Manchester.

«Amato sposo, «ti mando la notizia dolorosa che io sono ritornata alla antica follia; non posso più a lungo resistere, e sono perciò decisa di andarmene per l’unica via che mi resta.

«Ho trascorso dei giorni abbastanza tranquilli nella Casa, dove mi hanno trattata con ogni riguardo: l’intestazione della lettera ti dice chiaramente che casa sia questa….

«Io ti volli sempre bene, e te lo voglio ancora, in questo momento; bisogna che ti dica, dunque, le ragioni del mio proposito. Comprenderle ti sarà difficile, ma, comunque sia, ti confesso che non posso più vivere. Fui felice e piena di entusiasmo, specialmente quando Egli venne; ma speravo, per dopo, tutt’altri avvenimenti.

«Non comprendevo allora, come comprendo adesso, a quali conseguenze avrebbe portato inevitabilmente il sistema; potei rassegnarmi pensando che la plebe assassinava in un accesso di passione… Ora so che si farà la stessa cosa, e non per un moto impulsivo!…

«Non capivo allora che la Pace ha le sue leggi ed il diritto di difendere se stessa; ma, mio caro, io non so come, ma non è, questa la pace che fa per me. No, io credo che sia tutta nella vita la ragione della mia infelicità.

«Ma v’è di più: conosco bene quanto ti vada a genio il nuovo stato di cose; ed è naturale, essendo tu più forte e più ragionevole di me. Ma, se hai una moglie, è necessario che ella sia del tuo medesimo parere… ed io non sono più con te, almeno con il sentimento, sebbene veda che tu hai ragione… Capisci, mio caro? «Se avessimo avuto un figlio, potevo rassegnarmi alla vita per amor suo, ma per la Umanità… oh! Oliviero, io non posso! non posso! «Vedo che ho torto e che tu hai ragione…. ma ecco: io non posso cambiare me stessa; questo mi conferma nella necessità della fine.

«Voglio poi dirti che non ho alcuna paura; e, in verità, non capisco come possano gli uomini aver paura della morte, a meno che non siano cristiani… Oh! se fossi cristiana, che terribile passo non sarebbe mai quello! Ma noi siamo certi che di là; non v’è nulla: è la vita, non la morte quella che mi fa paura! «Tutt’al più potrei temere se ciò avvenisse con pena; ma i medici mi assicurano che non ha luogo la minima sofferenza, proprio come quando ci addormentiamo. I nervi muoiono prima del cervello.

«Ho deciso di fare ogni cosa da me, senza nessuna assistenza. Tra pochi minuti la infermiera, Suor Anna, l’ultima amica, mi recherà l’apparecchio, e poi mi lascerà sola.

«Non ho volontà alcuna da manifestarti, per dopo morte: farai proprio come ti piace.

«La cremazione avverrà domani a mezzogiorno, e potrai essere presente, se credi; diversamente, fai richiesta dell’urna e ti sarà inviata. Fu tuo desiderio di avere in giardino l’urna della mamma; può darsi che tu voglia accanto a quella anche la mia.

«E tutto ciò che possiedo non occorre che io dica che lo lascio a te.

«Una cosa sola mi rattrista: l’averti dato dei dispiaceri e di essermi dimostrata così sciocca. I tuoi argomenti, lo sai bene, mi convinsero sempre; ma, in fondo, io non volevo essere convinta. Da questo comprenderai la ragione delle noie che hai dovuto soffrire per causa mia.

«Oliviero! amor mio!… tu fosti troppo buono con me.! Sì! anche tra le lacrime ti dico che mi sento veramente felice…

felice negli ultimi momenti. Deploro le ansie, che mi è stato forza recarti in questa settimana, e di averti mentito; sapevo che tu, scoprendomi, mi avresti dissuasa, ed allora, chi sa che non avvenisse qualche cosa di peggio. Ma, in verità, ho mentito con te per la, prima e per l’ultima volta! «Ed ora, mi sembra di non aver altro da dire.

«Oliviero, sposo amato, addio! Ti mando il mio amore con gli ultimi palpiti del mio cuore.

«Mabel».

Finito di leggere rimase ancora seduta e con gli occhi umidi di pianto; eppure si sentiva più felice che davanti alla speranza di recedere dal suo, proposito. Non avendo più scopo la vita, la morte le appariva l’unico scampo e vi anelava con tutta l’anima, come un corpo stanco al riposo. Scrisse con mano ferma l’indirizzo, posò la busta chiusa sopra la tavola e si accomodò nella poltrona guardando la colazione ancora intatta.

Frattanto le tornò al pensiero l’abboccamento avuto con Mr. Francis e, per una strana associazione di idee, ricordò la caduta del velivolo a Brighton, l’affaccendarsi di quel prete e i mantici della euthanasia…

Suor Anna, tornata cinque minuti dopo, rimase stupefatta: Mabel, curva sul davanzale della finestra, guardava il cielo con un manifesto atteggiamento di orrore.

Suor Anna, posato un oggetto sopra la tavola, attraversò la stanza e toccò su di una spalla la giovine.

– Che c’è di nuovo, mia cara? Mabel si drizzò sospirando, e, voltasi alla infermiera, la trasse a se con una mano; accennando con l’altra ad un punto remoto verso il cielo.

– Là… guardi… là….

– Là?.. Ma non vi è nulla… nulla… se non un po’ di scuro! – Scuro?… scuro dice lei?.. ma non vede?… è nero! è nero! L’infermiera la tirò dolcemente dalla finestra verso la poltrona. Riconobbe in quella paura il semplice effetto di un accesso, non altro; Mabel si liberò dal suo braccio, e corse di nuovo alla finestra.

– Ha detto che è scuro!… ma, guardi, suor Anna, guardi!…

In verità non vi era nulla che colpisse particolarmente la vista. Davanti si alzava la cima frondosa di un albero; sul lato opposto della corte si vedevano le finestre ancora chiuse ed il tetto; e su, in alto, appariva il cielo mattinale, un po’ grave e cupo, come prima di una burrasca: niente altro! – Sì! mia cara!… ma non c’è mica nulla! che cosa vede lei? – Ma guardi!… ma guardi!… Ascolti!… non ha sentito?…

Echeggiò un vago rumore di tuono, simile allo strepito lontano di un carro; ma così debole, quasi da sembrare una illusione dell’udito. Ma la giovine si turava le orecchie, mostrando due occhi stralunati su di una faccia così pallida, quasi fosse velata da una larva paurosa.

L’infermiera l’abbracciò alla vita.

– Mia cara, ritorni in sé! Non è altro che un piccolo rumore di tuono, prodotto dal calore. Segga e stia quieta! Sentì il corpo della giovine tremare fra le sue braccia; ma poté, senza resistenza, ritirarla verso la poltrona.

– La luce! la luce! – esclamò Mabel singhiozzando.

– Ma… mi promette di star calma, dopo? Mabel accennò di sì, e l’infermiera corse ad un angolo della camera, sorridendo teneramente: tali scene non erano punto nuove per lei! Un momento dopo la camera era piena di una luce squisita; ma la giovine aveva girato la poltrona verso la finestra; e, con le mani serrate, guardava ancora il cielo di là dai tetti; ma, sembrava più quieta. L’infermiera le cinse le spalle.

– Ella è sovreccitata, mia cara!… Si fidi di me, stia sicura che non v’è nulla da temere: dipende da un accesso nervoso.

Devo abbassare le persiane? Mabel volse la faccia. Certo la luce le fu di conforto: era sempre pallida e sbalordita, ma gli occhi avevano ripreso lo sguardo naturale, sebbene, anche mentre ella parlava, si ostinassero a vagare fuori della finestra.

– Suor Anna, – disse con voce pacata guardi un’altra volta, e mi dica se vede niente; se non vede niente vuol dire che io sono impazzita!… No!… lasci stare le persiane! In verità, non si vedeva altro che il cielo scuro, come quando si prepara un temporale. Tutt’al più si distinguevano i contorni di qualche nube vagante attraverso un’aria soffusa di malinconia; null’altro dunque che i fenomeni forieri di un acquazzone primaverile. L’infermiera si sforzò di farglielo comprendere.

– Ha ragione, Suor Anna!… Allora….

E andò alla tavola, dove l’infermiera aveva posato quell’oggetto.

– Allora… favorisca di spiegarmi un poco! Ma l’infermiera esitava.

– Figliola cara, può assicurarmi che non avrà paura? Vuol prendere qualche cosa, prima? – Non ho più bisogno di nulla! – rispose Mabel risoluta – Mi spieghi dunque! Suor Anna si avvicinò alla tavola.

Era lì sopra una specie di cassetta smaltata di bianco e dipinta delicatamente di fiori; partiva da questa un tubo bianco e flessibile, che terminava con una larga imboccatura, munita di due prese d’acciaio, rivestite di pelle; e usciva sul lato anteriore una maniglia di porcellana.

– Ecco, mia cara!… – incominciò pacatamente Suor Anna, spiando gli occhi di Mabel, che giravano senza posa verso la finestra – Guardi: lei si mette a sedere come è adesso, ma con la testa un poco indietro, se non le dispiace; quando è pronta, si applica questo alla bocca e affibbia le due molle dietro il capo… è facilissimo! Poi gira la maniglia, finché viene… e… basta così! Mabel, riacquistata la padronanza di sé, aveva capito ogni cosa, sebbene i suoi occhi seguitassero a girare verso la finestra.

– Basta così!… – Ripeté Mabel – ma…. dopo?..

L’infermiera le diede una occhiata ansiosa.

– Ho capito bene!… ma… dopo?…

– Più nulla!… Respiri in modo naturale: si sentirà quasi subito presa da sonno, e allora…. chiude gli occhi… ecco fatto! Mabel rimise il tubo sulla tavola, e si alzò: era tornata perfettamente in sé.

– Mi dia un bacio, Suor Anna! Sull’uscio, l’infermiera si voltò per salutarla, e sorriderle ancora; ma la giovine vi badò appena: ella continuava a guardare la finestra.

– Tornerò fra mezz’ora, – disse Suor Anna – e, vista sulla tavola una busta chiusa, domandò:

– E’ questa la lettera? – Sì – rispose quasi distrattamente la giovine.

L’infermiera prese la lettera, guardò l’indirizzo e poi Mabel!… Non trovava la via di distaccarsene.

– Fra mezz’ora… – tornò a ripetere – ma non vi è fretta: la… cosa è fatta in meno di cinque minuti. Addio, mia cara! Ma la giovine si era voltata daccapo alla finestra; e non le diede risposta.

III.

Mabel aspettò che la porta fosse ben chiusa e tolta la chiave; quindi ritornò alla finestra e si appoggiò al davanzale. Di lì osservò prima giù a basso, la corte, con la sua aiuola verde dalla quale si alzavano due o tre alberi, che la luce interna rischiarava attraverso la finestra; poi i tetti, e su in alto un pauroso drappo nero e rossastro.

La scena appariva più tetra nel contrasto dei due aspetti: era come se la terra fosse divenuta capace di far lume, ora che il cielo si era spento.

Regnava all’intorno una grande quiete. La casa si manteneva ordinariamente silenziosa a quell’ora: gli inquilini non erano in verità disposti a far chiasso; ma la quiete di quel momento si poteva dire un silenzio di morte; quel silenzio che precede i rombi improvvisi delle artiglierie celesti.

Ma gli istanti passavano senza che neppur uno di quei rombi si facesse sentire. Solo tornò a riecheggiare il rullio, tetro come lo strepito di un grosso carro lontano; ma questa volta meravigliosamente impressivo, sembrando agli orecchi della giovine che fosse accompagnato dal brusio di innumerevoli voci festanti e plaudenti.

Poi ritornò il silenzio, come lana che cade….

Mabel incominciava a capire che il suono e le tenebre non erano né per tutti gli occhi né per tutte le orecchie.

L’infermiera, infatti, non aveva udito né veduto alcunché di straordinario, così come il rimanente degli uomini: per tutti non apparivano che i segni di una burrasca, imminente. Mabel non si provò neppure a sceverare l’elemento soggettivo da quello oggettivo nelle sue sensazioni; poco le importava che le visioni ed i rumori provenissero dal suo cervello o da qualche facoltà specifica finora sconosciuta. Si sentiva segregata dal mondo circostante, che già si allontanava da lei, o, piuttosto, rimaneva sempre, ma si trasformava passando ad un altro modo di esistenza.. Cosicché la singolarità della situazione non la turbò più di quanto avrebbe potuto turbarla qualsiasi altra, cosa… come per esempio, la piccola cassetta dipinta lì, sopra la tavola…

Ed allora, quasi senza sapere quel che diceva, con gli occhi rivolti verso il cielo, incominciò a parlare:

– O Dio! siete voi lassù?.. esistete veramente?..

Sentì venir meno la voce, e si aggrappò al davanzale per non cadere; stupiva di aver pronunciato quelle parole, che non erano dettate, né dalla ragione né dal sentimento. Pure continuò:

– Dio!… io son certa che voi non siete lassù! Già non siete in nessun luogo! Ma, se vi foste, oh! io saprei bene quello che vi vorrei dire! Vi direi quanto è grande il mio tedio e la mia amarezza!… ma no… non occorrerebbe, perché lo vedreste da voi! Vi direi allora che tutto quello che faccio, lo detesto con tutta l’anima mia!… ma voi vedreste anche questo, senza che io ve lo dicessi!… O Dio! che dirvi allora? Ah! Vi direi di vegliare sul mio Oliviero e sui vostri poveri cristiani. Oh! quanti terribili cimenti non dovranno essi affrontare!… E voi, mio Dio, mi comprendereste, mi ascoltereste? Echeggiò ancora il rullio cupo, accompagnato da un basso maestoso di miriadi di voci, che sembravano avvicinarsi….

– Suvvia! – disse – Addio!… Addio a tutto!… Quindi si adagiò sulla poltrona.

– Qua… a me l’imboccatura!…

E si adirava per le mani che le tremavano: due volte le sgusciarono le molle sulle trecce dei capelli: poi riuscì ad allacciarle; e subito, come all’alito di una brezza vivificante, si sentì rianimata. Respirava, senza, il minimo disagio, pensando che neppur dopo ci sarebbe stato pericolo di soffocazione. Stese una mano e toccò la maniglia, senza accorgersi della sua freschezza in mezzo a quel calore veramente insopportabile, in cui la stanza pareva essersi quasi improvvisamente immersa.

Sentiva il battito dei polsi e il sussurro di quelle voci fantastiche… Ma, rilasciò la maniglia per togliersi con ambo le mani il mantello bianco indossato quella mattina.

Adesso si sentiva più comoda e respirava meglio. Tastò di nuovo, e ritrovò la maniglia; ma, per il sudore che le colava dalle dita, non la poté far girar subito. Poi ad un tratto cedé…

Nel primo istante il soave e languido profumo la invase, come un colpo, giacché ella sapeva che quello era il profumo della morte; poi la volontà che l’aveva condotta fino a quel posto, riaffermò il suo proposito. Così, abbandonate le mani sul grembo, faceva dei respiri calmi e profondi.

Aveva chiuso gli occhi nel girare la maniglia; ma ora li aveva riaperti, curiosa di osservare l’aspetto del mondo nel suo disparire: già fin dai primi giorni, si era proposta di non perdere nessun particolare di quell’unica estrema esperienza.

Le parve dapprima che nulla cambiasse: le stavano sempre davanti la cima frondosa dell’olmo, il tetto di piombo; e su, in alto, il cielo pauroso. Vide solo un colombo bianco librarsi a volo nell’aria scura e sparire sull’istante.

Alfine seguirono delle cose simili a queste: Mabel provò una sensazione di leggerezza estatica in tutte le membra; volle alzare una mano, ma si accorse che non poteva: quella mano non era più sua. Tentò di abbassare gli occhi da quella cupa striscia di cielo, ma sentì che era ugualmente impossibile. Capì allora che la volontà aveva perduto ogni comunicazione con le sue membra e che il mondo corruttibile si era già allontanato ad una distanza infinita: la qual cosa, in verità, si aspettava, mentre la rendeva perplessa la viva e sempre continua attività dello spirito. E, sebbene il mondo da lei conosciuto si fosse oramai sottratto al dominio della sua coscienza, come il suo corpo – fatta, eccezione per l’udito, che non perdeva l’acutezza nativa – ella serbava ancora sufficiente memoria per ricordare, almeno, che un mondo esisteva, che esistevano altre persone, che gli uomini andavano per i loro affari nulla sapendo di ciò che presentemente accadeva in quella stanza; ma i volti, i nomi, i luoghi erano ugualmente spariti. In realtà ella sperimentava una coscienza di se differente da quella di prima; le sembrava di essere alfine penetrata proprio nei recessi della sua natura, non potuti mai scorgere in vita se non come attraverso un vetro opaco.

E tutto questo era per lei nuovo e familiare nel medesimo tempo: sentiva di trovarsi ora in un centro, la cui circonferenza ella aveva percorsa nell’intera sua vita; non era però un semplice punto, ma uno spazio distinto, riparato e rinchiuso… Qui si accorse che anche l’udito incominciava a mancarle. Poi le accadde un fenomeno portentoso; ma le pareva d’aver sempre conosciuto che questo doveva accaderle, sebbene non lo avesse mai né pensato né espresso. Ed il fenomeno fu questo: i ripari di quello spazio centrale cadevano con un suono simile a qualche cosa che va in frantumi, sorgendo poi un altro spazio, ma vivente, attivo, indefinito: vivente come un corpo che respira e si muove; evidente ed incomprensibile, uno e molteplice, immateriale e reale… reale di una realtà non mai concepita né intuita. E tuttavia anche questo le era familiare, come uno spazio visitato sovente nei sogni. Alfine, come un baleno, qualche cosa che era insieme luce e suono, e che ella conobbe immediatamente essere unico, trasvolò quello spazio….

Allora Mabel vide, e comprese…

CAPITOLO QUINTO

Dopo la scomparsa di Mabel, Oliviero passò giorni di una indescrivibile angoscia. Ma più non avrebbe potuto fare: seguì i movimenti della fuggitiva dalla stazione di Croydon alla stazione Vittoria, dove ne perdé le tracce; si mise in comunicazione con la polizia ricevendo solo la risposta d’ufficio che non si avevano notizie.

Il martedì dopo la fuga, Mr. Francis, conosciuta per caso la triste avventura, fece sapere ad Oliviero l’abboccamento avuto con sua moglie il venerdì sera; ma questo faceva presagire più male che bene: Oliviero infatti non poté non rimanere costernato nell’apprendere il soggetto di quella conversazione, sebbene Mr. Francis gli desse per certo che Mabel non era per nulla propensa alla difesa dei cristiani.

Due sole ipotesi, scartata ogni altra, rimanevano plausibili: o Mabel era andata a proteggere qualche cattolica sconosciuta; oppure corsa – e ciò gli accresceva la pena – in qualche stabilimento di euthanasia… come tempo addietro aveva minacciato. In tal caso ella si trovava sotto la tutela di una legge che era in vigore fino dal 1998, quando passò a pieni voti l’Atto di Cessione, che Oliviero stesso aveva malauguratamente approvato.

Quel martedì sera, mentre sedeva pensieroso nella sua stanza tentando per la centesima volta di raccapezzare il filo giusto in mezzo alla trama confusa delle cose passate negli ultimi mesi tra lui e sua moglie, fu riscosso da mio scampanio improvviso. La chiamata veniva da Whitehall; sentì in quel momento balzare il cuore di gioia, sperando notizie di Mabel, ma fu deluso alle prime parole.

– Parlo con il signor Brand? – diceva una voce penetrante e gentile – Sì, sono Snowford. Ho bisogno assolutamente di lei, subito… subito, ha capito? Alle venti deve radunarsi straordinariamente il Consiglio; vi sarà anche il presidente; si tratta di un affare della massima importanza; venga immediatamente al mio ufficio: Neppure questa insolita chiamata riuscì a distrarlo dai suoi angosciosi pensieri. Come tutti gli altri, del resto, non si meravigliava più delle improvvisate del signor Presidente. Questi andava e veniva incessantemente, viaggiando e lavorando con una attività incredibile, senza perder mai l’ordinaria sua calma.

Erano le diciannove sonate; Oliviero cenò subito, e un quarto d’ora prima delle venti si trovava nel Gabinetto di Snowford insieme con altri dodici colleghi ivi radunati.

Il Ministro gli andò incontro, mostrando sul volto una insolita commozione; e, tiratolo in disparte, gli disse:

– Senta signor Brand; lei prenderà, la parola il primo, dopo il segretario del Presidente, che aprirà la seduta. Vengono essi da Parigi portando una novità strabiliante: hanno scoperto la residenza del Papa… Sì! vi è ancora un Papa, a quanto pare! Sentirà fra poco!… Giusto… a proposito!… – continuò guardando il viso sconvolto di Oliviero – le faccio le più sentite condoglianze per il triste caso!… L’ho saputo proprio oggi da Pemberton.

Oliviero alzò bruscamente una mano.

– Si compiaccia, dunque, di suggerirmi lei quel che devo rispondere.

– Ecco: il Presidente, m’immagino, farà una proposta; e lei, facendosi interprete dei nostri sentimenti, dichiarerà l’atteggiamento che noi dovremo prendere di fronte ai Cattolici.

Gli occhi di Oliviero si contrassero tanto, da sembrare due punti luminosi sotto i cigli; pure acconsentì.

Si fece poi avanti Cartwrigth, un uomo tozzo, curvo, dalla faccia incartapecorita, come si conveniva ad un Lord Presidente di Tribunale:

– A proposito, signor Brand: conosce lei un certo Philipps? dicono che abbia fatto il suo nome.

– Fu mio segretario – rispose pacatamente Oliviero – Che ne è di lui, adesso? – Io credo che voglia impazzire! E’ venuto da se davanti al Magistrato chiedendo di essere subito sottoposto ad esame. Il Magistrato si è rivolto a noi per sapere come contenersi: ella vede che l’esecuzione della legge non ha fatto ancora i primi passi.

– Ma… Philipps che cosa, ha commesso? – Questa è la difficoltà! Egli dice che non può negare l’esistenza di Dio, ma che non può neppure affermarla. E fu suo segretario? – Credo almeno! Mi accorsi che nutriva delle simpatie per il Cristianesimo, e me ne disfeci.

– Bene! Egli sarà rinviato; forse in una settimana si porrà in grado di decidersi! Qui la conversazione cambiava soggetto; altri due o tre si fecero avanti guardando Oliviero con una certa curiosità: era già corsa la voce che Mabel lo aveva abbandonato ed essi volevano vedere come si comportasse davanti a simile avventura.

Cinque minuti prima delle venti, ad un suono di campana, si aprì la porta che metteva nel corridoio.

– Entrino, signori, – disse il primo Ministro.

La sala del Consiglio era una stanza alta e larga, posta al primo piano, con le pareti da cima a fondo ricoperte di libri.

Un silente tappeto di gomma, ricopriva il pavimento; e non vi erano finestre, essendo la stanza artificialmente illuminata. Correva per lungo un’ampia tavola con otto poltrone a braccioli dalle due parti, ed il seggio presidenziale posto sopra un gradino dall’uno dei capi. Tutti si recarono in silenzio al loro seggio e stettero ad aspettare. La squisita freschezza di quella sala, malgrado la mancanza di finestre, faceva un singolare contrasto con il caldo di fuori, attraverso il quale erano dovuti passare i convenuti. Essi pure, dopo aver fatto le più alte meraviglie su quella insolita temperatura, e dopo avere scherzato sulla infallibilità degli astronomi, stavano ora silenziosi e raccolti; l’arrivo del Presidente faceva sempre tacere anche i più loquaci: di più, sapevano trattarsi, questa volta, di un affare straordinariamente grave.

Un minuto prima delle venti la campana suonò quattro volte, ed a quel segnale ciascuno rivolse gli occhi alla portiera, situata dietro il seggio del Presidente.

Regnava un silenzio sepolcrale tanto dentro che fuori, giacché i vasti locali del Governo erano lussuosamente forniti di materia che smorzava il suono; per modo che neppure le automobili più colossali, passando cinquanta metri lì accanto potevano trasmettere una vibrazione attraverso lo strato di guttaperca che parava i muri. Un rumore solo vi poteva penetrare: quello del tuono; i tecnici avevano lottato invano per eliminarlo! Ma in quel momento pareva che il silenzio fosse, protetto da un velo ancora più denso. Quindi la portiera si aprì, entrando un personaggio, seguito immediatamente da un altro, in veste scarlatta e nera.

II.

Il Presidente andò difilato al suo seggio, accompagnato dal segretario si inchinò leggermente a destra ed a sinistra, e sedette facendo un piccolo cenno con la mano. Allora anche i Ministri si posero, a sedere, pronti ad ascoltare con la più viva attenzione.

Oliviero considerava per la centesima volta a dir poco il Presidente, stupito sempre, più di quella personalità meravigliosamente serena. Quel giorno Egli indossava l’abito antico dei giuristi inglesi, di color nero e scarlatto, con maniche di ermellino e cintura cremisi, abito che aveva scelto in qualità di Presidente della Gran Bretagna. Ma quel che induceva stupore, era proprio la sua persona, e lo spirito che da essa emanava. Come l’effluvio del mare sulla nostra natura fisica, Felsemburgh purificava, vivificava, inebriava, incantava; ti allettava invincibilmente come un frutteto in fiore, ti inteneriva come una melodia di viole e nel tempo stesso ti trascinava con la violenza di una tempesta. Così dicevano i letterati. Ma lo rassomigliavano ancora ad un ruscello di acqua chiara, allo splendore di una gemma, all’amore di una fanciulla… Le loro comparazioni raggiunsero talora il grottesco; dissero perfino che era tale da adattarsi a tutti i toni dell’armonia come una cascata di acqua…. e lo dichiararono infine ripetutamente la incarnazione perfetta della Natura Divina.

Qui Oliviero lasciò cadere le sue riflessioni, poiché il Presidente, con gli occhi bassi e con la testa eretta, fece un piccolo cenno al rubicondo segretario che gli sedeva a destra; e quest’uomo, senza scomporsi, incominciò a parlare come un attore che recitasse una parte che non gli si addice.

– Signori! – incominciò con voce uniforme e sonora – Il Presidente giunge ora da Parigi; questa sera Sua Eccellenza fu a Berlino, e stamattina a Mosca. Ieri fu a New York. Questa notte deve recarsi a Torino, e domani incomincerà il suo viaggio per la Spagna, il Nord Africa, la Grecia e gli Stati del Sud.

Era questa la formula abituale di introduzione. Il Presidente parlava poco, ma si mostrava premuroso di informar bene i subalterni delle sue occupazioni. I segretari vi si erano perfettamente addestrati, e questo pure non fece eccezione.

Dopo una breve pausa egli proseguì:

– Ecco, o Signori, di che cosa si tratta: «Giovedì passato, come lor Signori ben sanno, i Plenipotenziari firmarono in questa sala la Legge di Professione, che fu poi comunicata a tutto il mondo. Alle sedici Sua Eccellenza ricevette il messaggio di un certo Dolgorowski, uno dei Cardinali della Chiesa Cattolica: almeno si dava per tale; ma un’inchiesta ha messo in chiaro la verità delle sue affermazioni. Le notizie che ci ha date costui confermano quello che già sospettavamo da un pezzo, cioè: che esiste un uomo il quale pretende di esser Papa, ed ha creati (giusta l’espressione di uso) altri Cardinali, poco dopo la distruzione di Roma, e dopo essere stato eletto in Gerusalemme. Sembra che questo Papa, con singolare abilità, sia riuscito a nascondere il proprio nome e perfino il luogo stesso della sua residenza a tutti i seguaci, fatta eccezione per i dodici Cardinali. Con questo, e mediante la collaborazione di uno dei suoi Cardinali in particolare, e del Nuovo Ordine in generale, ha felicemente riorganizzato la Chiesa Cattolica; ed ora, egli vive segregato dal mondo e pienamente sicuro.

«Sua Eccellenza deplora di avere solamente sospettato una cosa simile, illuso dalla persuasione che, se vi fosse stato ancora un Papa, se ne avrebbe avuto notizia per altre vie; giacché, come è noto, l’intera struttura del1a Chiesa Cristiana si basa sul Papa come su di una pietra. Pensa poi Sua Eccellenza che debbano esser fatte ricerche per scoprire il luogo preciso dove questo Papa risiede.

«Il nome di quest’uomo, o Signori, è Franklin….

Oliviero ebbe un involontario sussulto; ma ritornò subito alla primaria attenzione, dopo uno sguardo che gli rivolse il Presidente con quella sua marmorea imperturbabilità,.

«Franklin… – proseguì il segretario – e dimora nei pressi di Nazareth, dove si dice che il fondatore stesso del Cristianesimo passasse la gioventù.

«Questo seppe Sua Eccellenza giovedì passato, ed ordinò subito che fossero fatte delle indagini: il venerdì mattina seppe ancora da Dolgorowski che il Papa ha convocato a Nazareth un Concilio di Cardinali e di altri ecclesiastici da ogni parte del mondo per deliberare intorno all’atteggiamento che dovranno prendere i Cristiani davanti alla nuova Legge di Professione.

«Tale divisamento, secondo che ne pensa Sua Eccellenza, rivelerebbe una imprudenza estrema, che mal si accorda con la tattica precedente. Tutte queste persone, per mezzo di invitati speciali, saranno chiamate, a Nazareth il prossimo sabato, e terranno consiglio la mattina seguente, dopo alcune cerimonie del loro culto.

«Vi piacerà, senza dubbio, o Signori, di conoscere i motivi che hanno indotto Dolgorowski a fare quelle rivelazioni. Sua Eccellenza è convinto della loro verità. Quest’uomo ha perduto ogni fede nella sua religione; ed avendo realmente compreso come essa costituisca il massimo ostacolo al consolidamento della razza umana, si è creduto in dovere di informare di tutto Sua Eccellenza.

«È poi un parallelo storico molto significativo il fatto che diede occasionalmente origine al Cristianesimo, identico a quello che, come noi speriamo, ne determinerà la fine; vale a dire: il modo di toglier di mezzo il protagonista offerto in ambedue i casi dalle rivelazioni di uno fra i principali seguaci. Come è del pari significativo che il teatro della sua morte sia proprio quello stesso della sua nascita….

«Ora, Sua Eccellenza ha da farvi la seguente proposta, in conformità con la sua precedente dichiarazione, da noi tutti approvata: un esercito di battelli aerei sarà inviato in Palestina sabato notte, e la domenica mattina, quando quegli uomini saranno radunati insieme, quest’esercito dovrà compiere il più presto nella maniera meno dolorosa l’opera di distruzione, alla quale tutte le Potenze del mondo sono oramai impegnate. Finora il consenso dei Governi da noi interpellati è stato unanime, e non dubitiamo di aver quello di tutti gli altri. Sua Eccellenza non ha voluto prendere di proprio arbitrio una decisione così grave: non si tratta di una questione locale; è un atto di giustizia internazionale, che produrrà degli effetti superiori alle nostre speranze.

«Non è d’uopo entrare nelle vedute particolari di Sua Eccellenza: tutte sono a Voi note, o Signori; ma, prima di domandare la vostra opinione, Egli mi incarica di farvi conoscere – nel caso che diate voi pure il consenso – come desidera che sia svolta l’azione.

«Ogni Governo dovrà, prender parte al colpo finale, perché la lotta assuma in tal modo un significato simbolico; a tal uopo le tre parti del mondo allestiranno tanti battelli aerei, quanti sono gli Stati particolari di ciascuna: in tutti centoventuno. I battelli non dovranno muovere uniti: altrimenti potrebbe giungere a Nazareth la notizia della spedizione, giacché si sa che il Nuovo Ordine del Cristo Crocifisso ha per conto suo un sistema di spionaggio meravigliosamente organizzato, L’unico luogo di convegno sarà dunque Nazareth stessa, non più tardi delle nove secondo la cronometria della Palestina. Questi particolari, del resto, saranno decisi e comunicati appena che sarà presa una deliberazione concreta su tutto l’insieme.

«Circa il modo di effettuare la fine, Sua Eccellenza ritiene più umano di non impegnarsi in trattative con quella gente; solo verrà offerta agli abitanti del paese una occasione qualunque di fuggire, se credono; quindi, mediante gli esplosivi, che la spedizione porterà seco, la fine sarà pressoché istantanea.

«E Sua Eccellenza intende di prender parte personalmente alla impresa, e desidera che la scarica decisiva degli esplodenti sia lanciata proprio dal Suo battello. E infatti giusto che il Mondo, avendo chiamato Sua Eccellenza all’onore presidenziale, agisca per le Sue mani, dando così un certo attestato di onore a quella superstizione, che, per quanto infame, è apparsa la sola capace di resistere fino da ultimo al reale progresso dell’uomo; «Sua Eccellenza vi promette, o Signori, che, compiuta l’impresa, non avremo più molestie da parte del Cristianesimo.

Già l’effetto morale della nuova Legge di professione è stato prodigioso: a decine di migliaia i Cattolici, compresi quelli appartenenti al nuovo Ordine fanatico, hanno ripudiato le loro follie in questi giorni. Ora, un ultimo colpo, assestato proprio sulla testa e sul cuore della Chiesa Cattolica, eliminando il centro vitale della sua organizzazione, farà sì che ella non potrà mai più risorgere. Cancellata infatti la linea dei Papi, essenziale alla sua indefettibilità, nessuno, per quanto ignorante, potrà, mettere in dubbio che le pretese stesse di Gesù Cristo siano oramai divenute impossibili ed assurde; e sparirà da se anche l’Ordine che le ha apprestato i nervi per l’ultima mossa.

«Esiste però una difficoltà da parte di Dolgorowski, poiché non è ben certo se un Cardinale solo possa o no ristabilire la continuità della linea. Per questo, sebbene a malincuore, Sua Altezza propone che, terminata l’impresa, anche Dolgorowski sia graziosamente eliminato dal pericolo di una ricaduta….

«Ed ora, o Signori, Sua Eccellenza chiede brevemente il vostro parere sui vari punti, che io ho avuto l’onore di esporvi.

Qui il monotono oratore si tacque; e finì proprio come aveva incominciato: con gli occhi bassi, con voce calma e repressa, con un contegno severo.

Passò un momentaneo silenzio, durante il quale tutti gli astanti fissarono gli occhi su quella figura immobile vestita di nero e scarlatto, e dalla faccia d’avorio.

Quindi si alzò Oliviero. Aveva il viso pallido come una carta, gli occhi lucenti ed infossati.

– Signore! – disse – Sono certo che qui siamo tutti del medesimo sentimento; non occorre dunque che io dica, a nome dei miei colleghi, che accettiamo la proposta, rilasciando anche i particolari del caso alla volontà dell’Eccellenza Vostra.

Il Presidente alzò gli occhi e li girò attorno veloci su quelle facce immobilmente fisse in lui; quindi, in mezzo ad un silenzio, in cui pareva che venissero meno perfino i respiri, emise quella voce strana, divenuta ora impassibile come un torrente di ghiaccio:

– Vi sono altre proposte? Seguì un mormorio di negazione, mentre i convenuti si disponevano ad alzarsi.

– Grazie, o Signori! – concluse il segretario.

III.

Il sabato mattina, poco avanti le sette, Oliviero, disceso dalla automobile a Wimbledon Common, incominciò a salire la gradinata della vecchia Stazione dei Volanti, abbandonata cinque anni prima. Per meglio assicurare il segreto di quella spedizione i delegati dell’Inghilterra pensarono di muovere da un luogo che non desse tanto nell’occhio; e scelsero a tal uopo la vecchia stazione che non serviva più se non per le prove dei nuovi battelli governativi.

Non essendoci più l’ascensore, dovette Oliviero salire a piedi i centocinquanta scalini.

Egli accettò piuttosto a malincuore di prender parte alla spedizione, non sapendo ancora nulla di sua moglie: lo angustiava terribilmente il dover lasciar Londra in quella incertezza.

Tutto considerato egli inclinava ora meno che mai verso l’ipotesi di un suicidio con l’euthanasia; alcune amiche di Mabel, messe a parte del caso, gli avevano detto che ella non aveva mai manifestato l’idea di finir la vita in quel modo.

Ma poi, sebbene sapesse degli otto giorni di prova stabiliti per legge, anche supponendo che Mabel si fosse decisa a quel passo, non aveva alcun indizio che si trovasse ancora in Inghilterra; anzi, sempre nell’ipotesi del suicidio, rimaneva molto probabile che ella fosse andata all’estero, dove le condizioni erano meno rigorose. Alla fine si lasciò convincere: la tentazione di esser presente a quel finale atto di giustizia che avrebbe tolti di mezzo coloro i quali erano indirettamente cagione della sua domestica tragedia, compreso Franklin… – Franklin, quella curiosa parodia del Dominatore del Mondo – le sollecitazioni dei colleghi, quel sentimento inesplicabile, sempre più vivo di dare, magari, la vita per un’idea di Felsemburgh, tutte queste ragioni la vinsero in lui.

E partì, dopo avvertito il segretario di non risparmiare spese, pur di comunicargli qualsivoglia notizia della moglie, che potesse pervenire durante la sua assenza.

Quella mattina faceva un caldo insopportabile; Oliviero, giunto in cima alla gradinata, vide il mostro già incalappiato nella bianca gabbia di alluminio, entro il quale agivano i ventilatori. Passò nel salone, depose la valigia, scambiò una parola o due con il conduttore, che ignorava tuttora, lo scopo di quel viaggio; e, saputo che i suoi colleghi non erano arrivati, ritornò sulla piattaforma per cercare un po’ di fresco ed abbandonarsi più liberamente ai suoi pensieri.

Considerava intanto l’aspetto strano che presentava Londra quella mattina; giù a basso il piazzale, bruciato dal caldo intenso della settimana precedente: un piano di terra lungo mezzo miglio circa, tutto sconvolto, e tappezzato qua e là di erba secca, con alberi di alto fusto all’intorno, che sembravano coprire come sotto una pergola i tetti delle prime case.

Più là si dispiegavano, una dopo l’altra, le file serrate degli edifici, interrotte in un punto dalla striscia semi lucida del fiume, e poi si perdevano lontano. Ma recava speciale meraviglia la densità dell’aria, ridivenuta caliginosa come all’epoca del fumo; l’atmosfera non aveva, né la freschezza, né la trasparenza di quell’ora mattinale. Impossibile poi indicare, in una direzione qualsiasi, la sorgente di quella bruma afosa, essendo la medesima per ogni parte. Anche il cielo nascondeva il suo colore: sembrava dipinto con una scopa fangosa, ed il sole mandava la solita luce rossastra.

Tutto questo – e lo pensava anche Oliviero offriva l’aspetto di un abbozzo di second’ordine; non dava la percezione misteriosa di una città velata, ma piuttosto la illusione di una città esistente, con quelle ombre mal definite ed i contorni ed i raggruppamenti irregolari. Poteva essere indizio di una tempesta od anche di un terremoto in qualche parte del mondo, che illustrava meravigliosamente la unità cosmica suscitando quella insolita pressione atmosferica nelle altre parti… .

Bene!… Comunque fosse, la giornata era scelta bene, se non altro per osservare i fenomeni meteorologici; a condizione però che il caldo non divenisse insopportabile, oltrepassato il sud della Francia.

E qui ritornò con il pensiero al caso luttuoso che gli rodeva il cuore. Ma, dieci minuti dopo, egli vide l’automobile rossa del Ministero, che, a tende scoperte, guizzava sulla carreggiata, proveniente da Falhau; e dopo altri cinque o sei minuti apparvero sulla piattaforma, seguiti dai domestici, Maxwell, Snowford e Cartwright vestiti, come Oliviero, di tela bianca dal collo ai piedi.

Non fecero una parola intorno alla spedizione, ritenendo prudente guardarsi da ogni benché minima indiscrezione davanti agli operai di bordo, che andavano e venivano. Il conduttore, già avvertito di fare le provvisioni necessarie per tre giorni, sapeva solamente che la prima tappa di quel viaggio sarebbe stato il centro delle dune del sud; lì si sarebbero fermati non meno di un giorno ed una notte.

Ulteriori istruzioni erano venute il giorno prima dal Presidente, il quale aveva compiuta la sua escursione ricevendo il pieno consentimento dai particolari governi radunati d’urgenza in tutto il mondo. Questo andava comunicando sottovoce Snowford ai suoi colleghi, aggiungendo altri particolari, mentre tutti e quattro insieme guardavano dall’alto sopra la città.

In breve, almeno per quanto riguardava il battello inglese, l’itinerario era, il seguente: doveva penetrare in Palestina dalla parte del Mediterraneo congiungendosi ai battelli francese e Spagnolo dieci miglia dal confine orientale di Creta.

Alle ventitré, secondo la cronometria dell’Oriente, avrebbe spiegato il segnale notturno: striscia scarlatta su campo bianco. E, nel caso che gli altri due battelli non apparissero in vista, manovrare intorno a quel punto ad un’altezza di ottocento piedi fino al loro arrivo o fino a nuove istruzioni. Per condurre l’impresa con la massima sollecitudine il battello del Presidente sarebbe arrivato l’ultimo dal sud, accompagnato da un altro battello aiutante di campo, della più grande velocità, i cui segnali dovevano ritenersi come fatti da Felsemburgh medesimo. Tutti i battelli, formato un cerchio con il centro in Esdraelon e con un raggio di cinquecento quaranta miglia, dovevano procedere calando gradualmente fino a cinquecento piedi sul livello del mare, diminuendo la primaria distanza di venticinque miglia l’un dall’altro fino al punto di avvicinarsi tanto da schivare ogni urto. In tal guisa, muovendo con la velocità di cinquanta miglia l’ora appena formato il cerchio, sarebbero giunti in vista di Nazareth circa le ore nove della domenica mattina.

Il conduttore si avvicinò ai quattro delegati, che guardavano in basso silenziosi.

– Signori, sono pronti? – disse.

– Che ne dite di questo tempo? – domandò Snowford. # Il conduttore raggrinzò un po’ le labbra; quindi rispose:

– Avremo qualche colpo di tuono, signore! E Oliviero, con uno sguardo pieno di curiosità gli domandò:

– E non ci sarà altro? – Può darsi, qualche temporale! – replicò il conduttore.

– Ebbene – disse Snowford – partiamo subito; ne avremo poi del tempo da perdere, se ci piace! Pochi minuti dopo tutto era pronto per la partenza. Veniva da poppa un fine odore di cucina, giacché la colazione doveva essere immediatamente servita; un cuoco in berretto bianco si affacciò un momento per interrogare il conduttore.

Sedevano i quattro nel sontuoso salone a prua; Oliviero stava in silenzio e un po’ in disparte, mentre gli altri conversavano sottovoce.

Il conduttore tornò al suo compartimento a poppa per vedere se tutto era in ordine, ed un istante dopo suonò la partenza.

Allora, per tutta l’estensione di quel vascello – il più veloce d’Inghilterra – passò la vibrazione del propulsore; mentre Oliviero, guardando attraverso i cristalli della finestra, vide a basso le sbarre ed apparire improvvisamente il lungo piano di Londra, scialbo sotto quel cielo sinistramente colorato. Scorse con una rapida occhiata un piccolo gruppo di persone che guardavano in su, e che poi disparvero come in un turbine; sparì il gran prato polveroso, mentre incominciava ad allargarsi il pavimento dei tetti, ed in ogni parte giravano le file delle vie come razzi di una ruota gigantesca. Poi anche quel pavimento si assottigliava mostrando tracce di color verde, come avviene sul terreno, fra pietra e pietra.

Infine tutto era scomparso, dando luogo alla vasta ed inaridita campagna.

– Sarà meglio – disse – che informi adesso il conduttore; così non saremo disturbati durante il viaggio.

CAPITOLO SESTO

Il prete siro si svegliò da un sogno in cui gli pareva di vedere migliaia di facce che lo fissavano fiere ed orribili, in quell’angolo della terrazza, e si raddrizzò tutto sudato ed ansante.

Gli parve lì per lì di essere in punto di morte e di trovarsi già a contatto con il mondo invisibile; ma poi, a furia, di sforzi, ritornò in sé, l’espirando a pieni polmoni l’aria grave di quella notte.

Su in alto il cielo appariva come una cavità immensa, nera e vuota: nessun barlume di luce, ancorché la luna fosse già sorta; l’aveva, infatti, veduta quattr’ore prima in forma di falce rossastra girare lentamente di là dal Thabor.

Sul piano tutto era deserto; pochi passi più là attraverso il terreno scosceso si proiettava in linea curva la luce di una finestra socchiusa, e poi più nulla. Al nord, nulla; ad occidente un barlume scialbo come l’ala di una falena indicava i tetti di Nazareth; ad est ancora, nulla. Avrebbe potuto credere di trovarsi in cima di una torre nel mezzo al deserto, se non fosse stato per quella striscia e quel fioco barlume che sfuggiva alla vista.

Sul tetto però, era possibile distinguere qualche cosa; poiché l’abbaino a capo scala era lasciato aperto e vi saliva un po’ di lume di fondo alla scala. Era in un cantuccio un fardello bianco: il guanciale dell’abate benedettino; lì infatti si era sdraiato poco avanti; – ma erano quattro ore, o quattro secoli? – Una forma grigia giaceva accanto alla parete: probabilmente il monaco; ed altre forme irregolari interrompevano qua e là da tutti i lati la linea del parapetto.

Pian piano – giacché conosceva bene i capricci del sonno – andò alla parte opposta della terrazza, volendo bene accertarsi di essere ancora in compagnia della carne e del sangue. Ma sì!… Egli era sempre in questo mondo! Vedeva frammezzo alle balze sconvolte un lume chiaro e distinto; e davanti a quel lume, delicate al pari di una miniatura, apparivano la testa e le spalle di un uomo intento a scrivere. Li intorno, altre figure pallide sdraiate su dei giacigli; alcuni pali infilzati per reggere probabilmente una tenda; un mucchio di valigie protette da una coperta da viaggio; ed oltre il cerchio di quella luce altre forme ed altri contorni andavano perdendosi nel buio pauroso.

Ad un certo punto l’uomo intento a scrivere muoveva la testa, ed un’ombra mostruosa fuggiva attraverso il suolo.

Un grido simile al guaito di un cane strozzato risuonò dietro il prete, che voltatosi vide una persona che si stirava lì in terra gemendo e singhiozzando nell’atto di svegliarsi; un’altra si scosse a quel grido; e, mentre la prima sospirando ricascava contro il muro, il prete ritornò al suo giaciglio, dubitando ancora della realtà che lo attorniava, mentre il silenzio veniva a ricoprirla del suo drappo funereo.

Il prete si risvegliò dopo un sonno più quieto, e vide che la scena era alquanto cambiata. Dal suo cantuccio alzando gli occhi sonnolenti vide venirgli incontro un luccichio abbagliante, che si risolvette subito in una candela accesa, con dietro una manica bianca e più in su ancora un collo bianco ed un volto.

Capì subito, e si alzò barcollando: era il messaggero di Tiberiade, che veniva a svegliarlo secondo il fissato.

Attraversando la terrazza volse gli occhi intorno, e gli parve che l’ora dell’alba fosse venuta: infatti quel cielo tetro era alfine visibile. Una volta enorme, opaca, di color fumo si abbassava verso l’orizzonte spettrale dall’altra parte del piano, da cui le colline lontane sorgevano in forme aguzze come se fossero incise su carta.

Davanti appariva il Carmelo – tale almeno pensò che fosse quel monte – una specie di collo e testa di toro protesa in avanti, e calava bruscamente a picco; e di là, ancora il fioco barlume del cielo.

Non vi erano nuvole vaganti a spezzare con i loro contorni l’immensa, fosca ed uniforme volta, sotto il cui centro sembrava appunto situata la casa. Voltosi a destra, prima di scendere le scale, vide distesa proprio in faccia al parapetto Esdraelon, cupa e triste, attraverso quell’aria grigio-metallica.

Tutto si mostrava lontano dalla realtà ordinaria, come una pittura fantastica, eseguita da chi non avesse mai vedute le cose alla luce del sole; ed il silenzio era assoluto, profondo.

Discese rapidamente le scale attraverso il fluttuare delle ombre dietro quell’uomo bianco-vestito; quindi si mosse per l’angusto corridoio, inciampando contro i piedi di uno che dormiva dibattendo le membra come un cane affaticato; quei piedi si ritrassero automaticamente, mentre un piccolo gemito risuonava nel buio. Il prete passò avanti al messaggero, che si era tirato in disparte, ed entrò nella stanza.

Stavano lì radunati sei uomini vestiti di bianco, silenziosi e ad una certa distanza l’uno dall’altro. Entrando il Papa dalla porta opposta, genuflessero insieme, quindi si rialzarono atteggiando le pallide facce a devota attenzione.

Il prete li guardò ad uno ad uno, dopo essersi messo dietro la sedia del suo Signore; ne riconobbe due, veduti la sera avanti, cioè il Cardinale Ruspoli ed il magro arcivescovo australiano, oltre il Cardinale Corkran, che sedeva a destra al banco del Papa, con un fascio di carte in mano.

Silvestro sedette invitando con un cenno tutti gli altri a sedere. Quindi incominciò subito con quella voce stanca, ma tranquilla che il suo cappellano conosceva così bene:

– Eminenze, eccoci qui tutti riuniti… quelli almeno che sono arrivati!… Comunque, non abbiamo tempo da perdere. Il Cardinale Corkran ha qualche cosa da comunicarvi – E voltosi al cappellano – Sedete anche voi, padre; questa cosa richiederà del tempo.

Il prete si accomodò sul gradino della finestra, da cui poteva guardare in faccia il Papa al lume delle due candele poste sulla tavola tra Lui ed il Cardinale segretario.

Allora il Cardinale incominciò tenendo gli occhi fissi sopra le carte: «Santità, credo bene di rifarmi un poco indietro con la narrazione; le loro Eminenze non conoscono i particolari precisi.

…………………………………………………………

«Il venerdì: della scorsa settimana ricevetti a Damasco numerose domande dai vari prelati delle diverse parti del mondo, sul come comportarsi davanti alla nuova legge di persecuzione. Dapprima non potei dare nessuna risposta, poiché, solo dopo le venti il Cardinale Ruspoli mi mandava da Torino la notizia positiva del fatto. Il Cardinale Malpas la confermava cinque minuti dopo, ed il Cardinale Arcivescovo di Pechino alle ventitré.

«Il sabato, prima di mezzogiorno, i messaggeri spediti a Londra mi davano la conferma finale.

«Fui dapprima meravigliato che il Cardinale Dolgorowski non avesse mandato nessuna notizia; poiché quasi simultaneo al messaggio di Torino, me ne giungeva un altro da Mosca, spedito da un prete membro del Cristo Crocifisso, al quale, naturalmente, non prestai attenzione. E’ nostro dovere, Eminenze, di far così con le comunicazioni non autorizzate. Sua Santità mi ordinò di fare una inchiesta; ed allora potei sapere dal Padre Petrowscki e da altri che il Governo pubblicò il decreto alle venti, secondo l’ora nostra. Bisognava supporre che il Cardinale non ne avesse notizia, poiché, diversamente, era suo dovere di avvisarmi subito.

«Ma, da quel giorno, sono venuti alla luce i fatti seguenti: è pienamente accertato che il Cardinale Dolgorowski ricevé la visita di uno sconosciuto nelle ore pomeridiane. Il suo Cappellano, di cui le Eminenze Vostre conoscono assai bene l’attività esercitata in Russia a pro della Chiesa, ce ne informava privatamente.

«Di più: il Cardinale asserisce, a giustificazione del suo silenzio, di essere rimasto solo in quelle ore, e d’aver dato ordine di non far passare alcuno da lui se non per causa urgente. Tutto questo confermava i dubbi di Sua Santità; ma io, per ordine suo, mi comportai come se nulla fosse accaduto, ingiungendo però al Cardinale di trovarsi qui insieme con gli altri membri del Sacro Collegio. Mi rispose che non sarebbe mancato. Ricevetti ieri un altro messaggio in cui si diceva essere incorso a Sua Eminenza un leggero inconveniente, che però non gli avrebbe impedito di trovarsi qui a tempo per le deliberazioni. Da ieri non ho risaputo più nulla!».

Seguì a queste parole un silenzio di morte. Il Papa, rivolto al prete siro, gli disse:

– Padre, i messaggi di Sua Eminenza li riceveste voi; avete nulla, da aggiungere ad essi? – Santità, no.

Il Papa si voltò da un’altra parte.

– Figlio mio – disse – ripetete qui alla presenza di tutti quello che avete già detto a Noi solo.

Un piccolo uomo dagli occhi vivaci uscì fuori dall’ombra.

– Santità, fui io a portare il messaggio al Cardinale Dolgorowski. Dapprima non mi volle ricevere; quando poi mi fu possibile di essere ammesso alla sua presenza e di partecipargli il comando della Santità Vostra, egli rimase lì per lì, silenzioso. Poi sorridendo mi disse di far sapere a Damasco che egli non avrebbe mancato alla obbedienza.

Il Papa non aggiunse parole.

Allora si alzò l’alto e magro australiano, e disse:

– Santità; io fui per molto tempo legato in intimità con quest’uomo, ed ebbi gran parte nella sua ammissione entro la Chiesa, Cattolica. Questo avveniva quattordici anni fa, quando le sorti della Chiesa sembravano farsi più liete… Ma le nostre relazioni sono cessate affatto da due anni; e, da quanto ho potuto sapere sul conto suo, non avrei difficoltà ad ammettere che….

La sua voce tremava dalla commozione ed esitava a proseguire.

Silvestro alzò una mano e disse:

– Eminenza, non è tempo di recriminazioni! Anche la evidenza del fatto adesso non gioverebbe a nulla; poiché è accaduto quello che doveva accadere. Noi pure, del resto, non abbiamo alcun dubbio intorno all’azione commessa da quest’uomo… a lui pure Gesù Cristo porse con le sue mani il frammento del pane dicendo: «Quel che sei per fare, fallo quanto prima; e ricevuto il frammento, uscì subito; e la notte era venuta…».

Seguì un nuovo silenzio. Nel frattempo risuonò fuori del corridoio un lungo gemito, che si ripeteva allo svegliarsi di qualcuno degli uomini stanchi, ivi sdraiati a dormire, e somigliava al grido di un’anima nel passare dalla luce alle tenebre.

Quindi Silvestro riprese la parola, lacerando quasi senza avvedersene un gran foglio, dove erano scritti i nomi di tutti coloro che avrebbero dovuto esser presenti.

– Eminenze, sono le tre del mattino; fra due ore Noi celebreremo la Messa alla Vostra presenza e Vi daremo la Santa Comunione. Frattanto partecipate queste decisioni a tutti i convenuti. Noi accordiamo a tutti ed a ciascuno di Voi una giurisdizione senza limiti, e concediamo la indulgenza plenaria a tutti quelli che si confesseranno e si comunicheranno in questo giorno. Padre – disse al siro – esponete il SS. Sacramento nella cappella, e poi correte al villaggio ed avvertite gli abitanti che, se vogliono aver salva la vita, fuggano via subito… ma subito, avete capito? Il Siro guardava il Papa di su quella pietra; poi accortosi di quanto Egli stava facendo con le mani, balzò, esclamando:

– Le liste! le liste, Santità!…

Ma Silvestro sorridendo ne raccoglieva i frammenti sopra la tavola.

Quindi il Papa si alzò.

– Non ve ne date pensiero, figlio mio! Oramai non ne avremo più bisogno!… Un’ultima parola, Eminenze… una parola, se mai qui vi fossero dei cuori trepidanti ed incerti.

E tacque con la più spontanea deliberatezza; quindi volse gli occhi intorno a quei volti tesi verso di Lui.

– Ho avuto una illuminazione da Dio.

E terminò in perfetta calma:

– Io non cammino più nella fede, ma nella visione.

III.

Un’ora dopo, nell’afoso crepuscolo, il prete siro rifaceva a gran fretta il sentiero dal villaggio alla casa, seguito a breve distanza da sei o sette individui, più curiosi che creduli.

Pochi più ne aveva veduti sbalorditi presso gli usci delle catapecchie, mentre un centinaio di famiglie, cariche delle loro masserizie fuggivano per la via sassosa alla volta di Kaifa.

Alcuni lo avevano ingiuriato e minacciato, altri guardato male: i più lo avevano deriso. I fanatici dicevano che i Cristiani avevano portato la maledizione di Dio sopra la terra e il buio nel cielo; il sole moriva, perché questi cani non potessero più vivere né guardarlo. Altri, per lo contrario non vedevano alcunché di insolito nelle condizioni atmosferiche.

Il cielo presentava il medesimo aspetto di un’ora prima, per quanto poco più illuminato dal sole, che ascendeva dietro l’impenetrabile fosco lenzuolo. Le colline, le erbe, i volti degli uomini sembravano aver perduto davanti al prete la loro realtà, come cose vedute in un sogno, attraverso le palpebre gravate di piombo. Anche gli altri sensi provavano la medesima impressione della irrealtà; gli pareva di sognare come prima, lieto però di non aver più davanti quella visione di orrore.

Ma il silenzio non era più semplice privazione di suoni, ma qualche cosa esistente di per sé, un che di positivo e reale, cui non turbava né frastuono di passi né ululato di cani, né clamore di voci.

Pareva che la quiete della eternità fosse discesa a sommergere il mondo e che questo nel disperato tentativo di difendere le proprie attività, si fosse impegnato con un tenace, muto, anelante ed immoto sforzo a perseverare nel suo essere.

Accadeva al siro il medesimo che a Silvestro: il contatto con il suolo polveroso, i caldi ciottoli sotto i suoi piedi nudi, si trovavano fuori del campo della coscienza ordinaria, che considera gli oggetti del senso più reali ed evidenti di quelli dello spirito. Per lui la materia esisteva ancora, occupava lo spazio, ma aveva preso un aspetto completamente soggettivo come se fosse prodotta dalle facoltà interiori piuttosto che risultare dai sensi esterni. Egli credeva di essere divenuto poco più che uno spirito libero ed attivo e che solo un tenue filo lo ricollegava al corpo ed al mondo circostante. Sentiva quel caldo afoso; ancora davanti ai suoi occhi si screpolava e crepitava il terreno sopra il sentiero, come acqua al contatto di un ferro rovente al suo passaggio; sentiva bruciare la testa e le mani, aveva tutto il corpo in un lago di sudore, ma era come se tutto questo non gli appartenesse, siccome ad un uomo affetto da neurite, che percepisce il dolore non più nelle membra ma nel letto su cui riposa. Tali apparivano le cose alla vista ed all’udito; così pure al languido ed amaro senso dell’odorato e del gusto.

Non aveva più né timore né speranza: la sua persona, il mondo, lo stesso terribile Spirito Onnipotente considerava quali realtà che non lo riguardavano gran fatto, quasi fossero estranee al suo pensiero; né si affliggeva per questo.

Il Thabor che gli sorgeva davanti – almeno quello che una volta si diceva il Thabor – non era più adesso che una fosca forma rotonda, che impressionando la rètina informava il cervello della sua esistenza e dei suoi contorni, sebbene questa stessa esistenza non apparisse più reale di un fantasma che va dileguandosi.

E gli sembrò cosa quasi naturale – per lo meno, naturale come tutte le altre – quando, attraversata la corte ed aperto l’uscio della cappella, vide le persone ivi raccolte, prostrate, immobili al suolo. Erano vestite dei mantelli bianchi, che lui stesso aveva distribuiti la sera precedente; e, con la fronte sopra le braccia, come al canto delle Litanie dei Santi nella sacra ordinazione, stava la figura dell’uomo che egli conosceva meglio di tutti e che amava più di ogni altro al mondo: con le spalle ed i capelli bianchi si elevava sopra tutti appoggiandosi all’unico gradino dell’altare.

Sulla mensa ardevano i sei ceri, e nel mezzo, sotto un piccolo trono, brillava l’Ostensorio d’argento con il suo Centro Bianco. Allora, anche lui cadde prostrato, immobile….

Non si avvide quanto tempo passò, prima che la sua coscienza riallargasse i confini, cessasse il lento fluire delle immagini e la persistenza delle idee fisse, tutto ritornando calmo e naturale nell’anima sua, come su di uno stagno d’acqua, allorché la pietra che l’ha battuta giace da un pezzo nel fondo. Ma venne alfine quella deliziosa tranquillità, solo possibile quando le facoltà dello spirito sono fisicamente sveglie; quel punto di assoluto riposo che Iddio fa provare almeno una volta in vita dentro il cuore di Colui che è fonte di ogni esistenza, e sarà premio indefettibile alle anime dei suoi figli che vi anelano fidenti.

Ma non si dava pensiero di esprimere questa sua esperienza o di analizzarne gli elementi, di toccare una piuttosto che un’altra di quelle corde vibranti di estatica gioia. Il tempo della introspezione era finito: quella esperienza gli bastava senza la cognizione riflessa della medesima.

Dalla sfera della esperienza interiore era passato alla sfera eminente della beatitudine, sempre più vicino a quel centro da cui essa irradia; e la prima cosa ad indicargli ancora la successione del tempo fu un mormorio di parole distintamente udite e comprese, benché senza associarvisi, in quella guisa che un uomo sonnolento apprende la notizia di un messaggio venuto di lontano; di parole udite come attraverso un velame che ne lasciasse passare unicamente il significato essenziale.

«Spiritus Domini replevit orbem terrarum. Lo Spirito del Signore ha riempito tutto l’universo, Alleluia… E questo, che tutto contiene, ha coscienza della sua voce. Alleluja, alleluja, alleluja!…

«Exurgat Deus» e la voce diventava più alta. «Sorga il Signore, siano dispersi i suoi nemici e fuggano quei che lo odiano davanti a Lui.

«Gloria Patri…».

Il prete alzò la testa: era davanti all’altare una figura trasumanata, avvolta nei paramenti rossi che sembrava non poggiare immobile a terra; ma fluttuare sospesa per aria tra il chiarore diffuso dai ceri, con le sottili mani distese e lo zucchino sui capelli bianchi. Un servente vestito di bianco stava inginocchiato sul gradino.

Kyrie eleison… Gloria in excelsis Deo….

Si svolgeva davanti a lui la funzione come uno spettacolo di ombre; vedeva le cerimonie, udiva il sussurro della preghiera, ma percepiva solamente la luce che le fondeva come in un tutto. L’Oremus, Deus qui hodierna die… gli risuonò passivamente alle orecchie senza lasciar traccia né sulla immaginazione né sull’intelletto, finché non lo riscossero le parole degli Atti Apostolici. Cum complerentur dies Pentecostes… Quando fu venuto il giorno della Pentecoste, tutti i discepoli erano radunati nel medesimo luogo; ed improvvisamente venne un suono dal cielo, come di bufera impetuosa che si avvicinava e riempì tutta la casa, dove erano seduti».

Allora si ricordò e comprese: era quello il giorno di Pentecoste! E con la memoria tornò in lui per un momento anche la riflessione: Dove era adesso la bufera, la fiamma ardente, il terremoto e la ignota voce? Taceva il mondo ostinato nel supremo sforzo dell’affermazione di sé; nessun fremito del suolo, a mostrare che Iddio ricordava… nessun raggio di luce che spezzasse l’orribile, scura volta, distesa sulla terra e sui mari a manifestare Colui che risplende lassù eterno, trascendente, onnipotente; e neppure una voce…. Ma qui finì di comprendere: quel mondo, di cui il sogno della scorsa notte gli aveva offerto una mostruosa, parodia, non era come egli temeva: era dolce, non terribile; amico, non ostile; sereno, non tenebroso… era la patria, non il luogo dell’esilio! Vedeva qui radunati i fratelli, non già i mostri avidi e feroci che aveva sognati….

Riappoggiò la testa sulle mani, confuso, ma tranquillo; e s’immerse daccapo nelle profondità luminose della pace interiore.

Non vide subito, né pensò a quanto accadeva lì a pochi passi sul gradino davanti all’altare: nella prima Pentecoste cristiana una bufera di fiamma e di suono era passata sul limpido mare, come stella che sorge, tracciando una linea di fuoco sull’immota superficie delle acque e come la soave armonia di una corda che vibra per la quieta profondità della notte; nell’ultima Pentecoste, nella medesima ora, egli vedeva in confuso una natura inferiore vivere per un istante unita alla natura Divina… E poi, di nuovo, un silenzio che abbracciava tutto, un sentimento nuovo della realtà più profonda…

finché, inginocchiato al balaustro, vide l’Unico che trascorse la vera vita sopra questa terra, appressarsi con la celerità del pensiero e con il fuoco del divino amore….

Alla fine della Messa, mentre l’umile suo spirito si esaltava, beato di ricevere l’ultimo dono di Dio, un grido, un improvviso clamore si levò dal corridoio; sulla soglia della cappella si arrestò un uomo balbettando in lingua araba delle parole incomprese.

IV.

Ma a tal grido ed a tal vista appena fu scosso il tenue filo che univa le fibre del suo corpo al mondo esteriore, vide e sentì il tumulto nel corridoio, le facce frenetiche e le bocche aperte; e, singolare contrasto, i pallidi sembianti estasiati di quei principi della Chiesa, che si erano momentaneamente rivolti a quella parte. Pure, nel cenacolo spirituale dell’anima sua, dove due esseri: Iddio incarnato e l’uomo sciolto dai vincoli della carne si davano l’amplesso, gli atti mentali avevano in qualche modo ripreso il loro corso; ma tutto era separato da lui come il palcoscenico ed il dramma da uno spettatore distratto. Il mondo materiale, ridotto oramai alle proporzioni di un miraggio, continuava per la sua via, ma all’anima del siro, che l’aspettazione di tutt’altri eventi rendeva incerto della realtà stessa di quel mondo, questo non poteva esser più che una illusione.

Si volse di nuovo all’altare: là come ben sapeva, tra lo splendore dei ceri, tutto era in pace. Il celebrante, veduto come attraverso un liquido vetro, adorava con prece sommessa il Mistero del Verbo Incarnato, e cadeva in ginocchio nel passare davanti.

Tutto allora comprese pienamente; giacché il suo pensiero non procedeva più per atti successivi, ma con la intuizione immediata dei puri spiriti, tutto comprese, e, con un irresistibile impulso aprì la bocca al canto, siccome fiore che spiega per la prima volta le sue corone al sole: O salutaris hostia.

quae coeli pandis ostium.

E tutti ora cantavano; perfino il catecumeno maomettano, accorso gridando un momento prima, cantava insieme con gli altri con il volto sparuto proteso in avanti e le braccia incrociate sul petto. Il piccolo tempio risuonava di quaranta voci, tremando il vasto mondo al di fuori….

Cantando parve al prete di vedere uno spirito distendere il velo sugli omeri del Pontefice; poi un muoversi, un ondeggiare di sembianze: le sole ombre intorno alla Sostanza verace.

…Uni Trinoque Domino….

Il Papa si alzò, pallida visione fra lo splendore della luce, con il velo di seta che gli pioveva dalle spalle in pieghe fantastiche ad avvolgergli le mani, e con la fronte china celata dalla raggiera dell’Ostensorio e da quell’Ostia che esso portava.

Qui vitam sine termino nobis donet in patria.

Gli assistenti si mossero dall’altare. Parve al prete riaffermarsi in loro il mondo della vita. Lui pure uscì dal corridoio, tra le facce pallide e tremanti che miravano a bocca aperta lo spettacolo di quei sacerdoti che cantavano il Pange lingua e l’aureola di coloro che passavano alla eterna vita….

Dall’angolo del corridoio guardò ancora per un istante le sei fiamme vive che brillavano sull’altare come punte di una lancia presso ad un Re, e nel mezzo l’ostensorio d’argento ed il Candido Pegno dell’Amore di Dio.

…Quindi uscì sulla corte… già la battaglia incominciava.

Il cielo era passato da una oscurità carica di luce ad una luce sovraccarica di tenebre; dal barlume della notte al color rosso del dì dell’ira….

Da sinistra a destra, dal Thabor al Carmelo, sulle circostanti colline si distendeva l’enorme volta sanguigna; nessuna gradazione dallo zenit all’orizzonte nella misteriosa tinta cremisi, pari a quella di un ferro incandescente. Era come il colore che imporpora il tramonto dopo la pioggia, quando le nuvole, a mano a mano più diafane, trasmettono i raggi del sole che non possono assorbire, Là, sul monte della Trasfigurazione saliva scialbo il disco del sole, e sull’estremo occidente, dove un giorno gli uomini avevano gridato a Baal invano, pendeva, in forma di pallida falce, la luna. Era tutto una luce colorata, come se passasse attraverso un vetro….

In supremae nocte coenae….

cantavano ora miriadi di voci recumbens cum fratribus, observata lege plene cibis in legalibus, cibum turbae duodenae Se dat suis manibus.

Vide allora, simili ad atomi che nuotano dentro la luce, quelle sembianze a forma di pesce, bianche come il latte, fuorché nelle parti investite dai sinistri riflessi, fluttuare ad ali aperte come immense falene; e tutte disporsi in cerchio da un piccolo punto remoto verso il sud fino ad un terribile mostro che pareva guidarle a breve distanza; e guardando e cantando si accorse che il cerchio si faceva sempre più vicino, ma che quelle sembianze volavano e non sapevano dove….

Verbum caro, panem verum verbo carnem efficit.

…Eccole più vicine ancora, finché ai suoi stessi piedi vide guizzare attraverso il pavimento l’ombra fosca e deforme di un uccello mostruoso, mentre sotto il sole scolorito fluttuava la forma orrenda, che un momento prima pendeva sopra i giri dell’Abisso… Ora, questa indietreggiava, e pareva porsi come in agguato….

Et si sensus deficit, ad firmandum cor sincerum sola fides sufficit.

…Ritornato fra i suoi compagni si fermò, e volse gli occhi intorno, colpito da un accordo di arpa e dallo scoppio improvviso di un tuono.

Brillavano attraverso lo spazio le sei fiaccole, erette lame d’acciaio, meravigliosamente sospese fra la terra ed il cielo; e, nel centro lo splendore radioso ed il candore del Mistero di Dio fatto uomo….

…Poi un nuovo scoppio di tuono echeggiò lassù di cerchio in cerchio fra le tremende Potenze dei Troni e delle Dominazioni – sostanze davanti al mondo, ombre esse pure sotto il sommo vertice e dentro il cerchio immenso della Deità Assoluta….

Scoppiava il tuono e scuoteva la terra con gli ultimi tremiti della dissoluzione.

Tantum ergo sacramentum veneremur cernui et antiquum documentum novo cedat ritui.

Ah! sì!.. Ecco giunta l’ora dell’Uomo che Iddio aspettava! Dall’alto, sotto l’ombra di quella volta tremante, fattasi fondo di un inopinato colore, Egli veniva nel suo rapido carro, a tutti ignoto fuori che a Lui, contro il Quale aveva per sì lungo tempo rivolto le mire, e non si accorgeva che il mondo gli si sfasciava davanti, e che la sua ombra vagava come pallida nebbia, qui, sopra il terreno dei morti, dove Israele aveva vinto e Sennacherib cantava solo vittoria.

Quel terreno si infiammava ora di un ardore più profondo, mentre i cieli di lume in lume più belli nelle eccelse luci degli spiriti beati, raffrenavano ancora le Potenze in uno congiunte per far risplendere di tutta la gloria la rivelazione finale.

E intanto per l’ultima volta cantavano le voci: Praestet fides supplementum sensuum defectui …Eccolo più rapido ancora l’Erede delle età temporali, ma esule dalla eternità, l’infelice Principe dei ribelli, la Creatura contro Dio, più cieco del sole stesso che impallidiva e della terra che tremava. E, mentre Egli veniva, passando dalla ultima effettiva comparsa alla evanescenza di una apparizione spettrale, le sue vittime roteavano dietro a Lui, agitandosi come uccelli fantastici dietro la scia di un vascello fantasma.

…Egli veniva… e la terra scissa una volta ancora da opposta fede, vacillava raccapricciata nell’agonia di due adorazioni.

Eccolo il Dominatore del Mondo!…

Ma già la sua ombra retrocedeva, lontano dal suolo. E svaniva.

Mentre le bianche ali del suo naviglio si arrestavano irretite e squillava la grande campana, riecheggiavano lunghe le armonie dei segnali: ma erano, oramai, solo sibili perduti nel maestoso fragore della eterna canzone.

Genitori Genitoque laus et jubilatio, salus, honor, virtus quoque sit et benedictio.

Procedenti ab Utroque compar sit laudatio.

e di nuovo: Procedenti ab Utroque compar sit laudatio.

E così finiva questo mondo, così passava la sua gloria.

FINE

INDICE

PROLOGO

LIBRO PRIMO: L’AVVENTO

LIBRO SECONDO: LO SCONTRO

LIBRO TERZO: LA VITTORIA

Note

1 Questa voce significa in ebraico monte di Mageddo. E’ detto antonomasticamente per guerra di popoli, seguita da desolazione. In Mageddo furono sconfitti e perirono Sisara, re di Canaan, Ocozo e Giosia re di Giuda. V. Giudici, IV, 7, 16, 19; IV Re, IX, 21; Zaccaria, XII, 2.

  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. No trackbacks yet.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: