Leggendo l’enciclica Mit brennender Sorge

el-nazismo.jpgSettanta anni fa il Sommo Pontefice Pio XI scriveva l’enciclica all’episcopato tedesco Mit brennender Sorge (Con viva ansia, in seguito: MBS). Motivo immediato: l’abolizione delle scuole confessionali in Germania, l’ultima delle continue violazioni, da parte del Terzo Reich, del concordato tra Stato e Chiesa, voluto da Adolf Hitler stesso nel 1933.
Questo documento, relativamente poco noto, almeno in Italia, è esemplare da molti punti di vista. Nei contenuti, in primo luogo, che delegittimano il regime nazista in nome del Vangelo, del diritto divino, della legge di natura ed anche del diritto positivo. Attraverso un approccio che rimane ancorato alle competenze religiose e morali della propria autorità, Pio XI coglie il nazismo nel suo tratto precipuo di sistema intrinsecamente disumano. In secondo luogo, il testo è di assoluta grandezza storica, oltre che dottrinale, per la parrhesia che pervade l’enciclica. Nessun potere, nessuna autorità ufficiale mondiale aveva prima d’allora osato alzare pubblicamente, e con tale chiarezza, la voce contro Hitler e le sue gerarchie.
La fedeltà allo specifico della missione ecclesiale e persino del linguaggio cristiano è il criterio che guida i giudizi valutativi espressi dall’enciclica contro il nazismo anche su un piano strettamente politico. Così l’enciclica si pronuncia sull’uso manipolatorio della propaganda, sul ricorso abusivo al linguaggio religioso e la tendenza a camuffare una mera e brutale volontà di potenza sotto le spoglie di una religiosità mondana e a battaglie di civiltà; l’infondatezza religiosa, morale e filosofica delle dottrine razziste e del mito della superiorità ariana, il culto del capo, il disprezzo dell’altro e della parola data, l’idolatria ideologica del potere, l’attacco alla trascendenza ed alla rivelazione, cristiana, ma anche giudaica.
Al tempo stesso, la MBS non si nasconde, da parte sua, le responsabilità, le insufficienze, le controtestimonianze provenienti dall’interno del corpo ecclesiale.
Si dirà, forse, che la denuncia del Pontefice non nomina mai Hitler, né pronuncia la parola “nazismo”, e rimane troppo legata all’ambito religioso perché le si possa riconoscere un respiro autenticamente universalistico.
In realtà proprio nel grido in difesa dei diritti di coscienza sta la radice comune dei diritti dell’uomo. Il valore universale della MBS risalta invece dalla sua applicabilità a questioni per tanti versi lontane nel tempo rispetto al contesto storico per il quale fu pensata e scritta. Essa è tutt’oggi un testo d’eccezione per chi si interroga sulle possibilità di un dialogo interculturale e di sfruttare appieno le potenzialità di una lettura specificamente religiosa dei sistemi di violenza che si oggettivano nelle strutture mondane della convivenza umana. Si pensi ad esempio all’attuale dibattito tra cattolici e laici in Italia o alla questione ebraica nei termini inclusivi di una continuità messianico-escatologica di ebraismo e cristianesimo, o alle possibilità della categoria “struttura di peccato”, per decrittare il fenomeno mafioso sotto il suo inquietante profilo di fatto religioso.

Pio XI, Mit brennender Sorge (versione italiana, testo integrale)

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  1. rickinca84
    11 novembre 2007 alle 21:13

    ecco un’altro esempio in cui la religione, e in particolare quella cristiana, non solo non è l’oppio del popolo bensì è la sua coscienza critica. Nel particolare caso in esame lo è nella persona del papa in quanto guida religiosa, in quanto fedele alla parola di Dio, alla missione dell Chiesa e alla sua responsabilità ministeriale.
    Certo altre volte non sarà stato così, ma già solo questo ( e non è solo questo) delegittima la pretesa universalità dell’affermazione marxista che vuole come ostacolo la religione alla felicità terrena, in quanto proietterebbe la felicità al di là della storia.
    Riccardo Incandela

  2. 13 novembre 2007 alle 18:18

    Caro Riccardo,

    Sono molto contento di poterti rileggere in Terra di Nessuno.
    Ti confesso che ho scritto il post sulla Mit brennender Sorge dopo aver letto il tuo intervento nel tuo blog sulla protesta dei monaci birmani. Ho già scritto, a commento della tesi che esponi nel tuo sito, e qui riprendi, che la tua lettura della metafora marxiana della religione-oppio non è imparziale. Occorre rendersi conto che tale lettura è solo uno dei livelli di interpretazione di quel testo; interpretazione, tra l’altro, gravata da ottanta anni di scontro ideologico tra i massimi sistemi salvifici del novecento, cristianesimo e marxismo, appunto.
    Si dice che la visione religiosa vada un po’ oltre e un po’ più a fondo di quella dell’uomo della strada. In questo senso anche Marx porta la condanna di quanti possiedono uno sguardo più acuto del comune. Ora che il baricentro del dialogo culturale sposta altrove lo scontro, il nocciolo della visione marxiana della religione riassunto in quella frase non appare necessariamente errata o inaccettabile per un teologo cattolico; può anche essere semplicemente presa come un punto di vista diverso, ma ugualmente legittimo, sulla religione. “La religione è oppio del popolo” dice sostanzialmente che la religione sarebbe una risposta falsa ad un problema vero. Ma non è solo questo. E’ che la capacità di riserva critica della religione è indirizzata non al cambiamento della realtà ma al suo trascendimento. In tal modo la religione svolgerebbe una funzione alienante, che finisce col divenire organica allo stato di cose, legittimandolo, sacralizzandolo, garantendone la permanenza.
    Di questa visione marxiana c’è da prendere il carattere ambiguo della religione, che ad un credente facilmente sfugge. Anche se gestiscono il sacro, cioè cose genericamente attinenti alla sfera del divino, le religioni nondimeno sono pratiche sociali, cioè prodotti umani, e sono gravate delle contraddizioni delle società che le esprimono. Fare confusione tra Dio e le cose che lo riguardano porta dritto al delirio di onnipotenza. Non era forse una religione anche il nazismo?
    Nell’enciclica Mit brennender Sorge, Pio XI tocca molte volte questo argomento. Do qui solo un esempio:
    «Non si può considerare come credente in Dio colui che usa il nome di Dio retoricamente, ma solo colui che unisce a questa venerata parola una vera e degna nozione di Dio.
    Chi, con indeterminatezza panteistica, identifica Dio con l’universo, materializzando Dio nel mondo e deificando il mondo in Dio, non appartiene ai veri credenti. Né è tale chi, seguendo una sedicente concezione precristiana dell’antico germanesimo, pone in luogo del Dio personale il fato tetro e impersonale, rinnegando la sapienza divina e la sua provvidenza, la quale « con forza e dolcezza domina da un’estremità all’altra del mondo» e tutto dirige a buon fine. Un simile uomo non può pretendere di essere annoverato fra i veri credenti».

    Da quando scoprii, nell’apparato critico del Merk, Novum testamentum graece et latine, l’esistenza di una versione isolata, ma autorevole, del vangelo di Matteo, secondo cui si chiamava Gesù anche Bar-Abba (quest’ultimo, soprannome messianico: “Figlio del Padre”) il fatto ha sempre suscitato in me profonda impressione. Il popolo fu dunque chiamato a scegliere tra la salvezza e la condanna di due individui dallo stesso nome e soprannome, entrambi portatori di visioni religiose a sfondo messianico, virtualmente indistinguibili, con la stessa identità. Trovammo il salvatore giusto salvando il messia sbagliato.

    Praticamente mentre discorriamo di queste cose sfilano in processione gli ultrà, col pretesto dell’uccisione di Gabriele, e i monaci birmani, per la libertà del loro popolo. Cos’hanno in comune l’ultrà e il monaco birmano? Sostanzialmente l’uso di linguaggi e segni religiosi, coi quali esprimono il loro sentirsi appartenenti ad una fede. Sono le due facce della religione. Violenza e pacificazione, intransigenza e buon senso, integralismo e inclusività, sanzione e perdono, sacrificio e vittima. Esse sarebbero virtualmente indistinguibili senza il criterio dell’amore fino al sacrificio di sé.
    Essere credenti è un’altra storia. Ancora Pio XI sottolinea più volte, nell’enciclica, la cruciale differenza, in religione tra dire e fare. L’ortoprassi è la controllabilità dell’ortodossia, la sua peculiare forma di onestà.
    Religioni distruttive e inumane riempiono il vuoto di senso laddove la religione stessa non dà risposta al desiderio umano di felicità.
    La Chiesa di oggi mi sembra un Gesù riluttante a prendere la croce.

  3. rickinca84
    14 novembre 2007 alle 10:23

    capisco perfettamente la tua preoccupazione: l’ambiguità del carattere religioso che si nutre dell’umana cultura per esprimersi in forme pacifiche e violente. Credo che ci siano motivi diversi per questo che vanno cercati sia nella religione particolare stessa (dottrina,) che nella personalità individuale e collettiva di chi professa quella religione. Ma la religione è in se stessa uno strumento di relazione con la divinità ( in tutte le sue accezioni) ed essendo tale imprime in se stessa tutte le dinamiche umane, nelle sue brutture ed estatiche bellezze. Odio e Amore. Hai davvero ragione che è estremamente pericoloso poi accostare queste dinamiche al carattere assoluto del divino. Inoltre il pericolo di trasferire su un diverso piano la soddisfazione dei bisogni primari di giustizia e pace è sempre presente in un sentimento religioso indefinito. Non ci sono dubbi, ed è solo in questa accezione (che non è quella dell’autore, ma una nostra armonizzazione) che possiamo accogliere l’aforisma di Marx. Eppure continuo a credere che le premesse che fai circa la caduta ideologica del marxismo non siano del tutto vere. Secondo me sono tuttora presenti anche se non tematizzate perché ormai è passato nell’ovvio della mente di tanti uomini (non tutti per fortuna) come prima lo era l’esistenza di Dio. Liberare la religione dal pregiudizio circa la sua capacità di offrire all’uomo una via esistentivamente liberante è propedeutico, a mio avviso, a qualsiasi altro discorso particolare, specie quello cristiano di cui tu hai dato brillantemente la discriminante rispetto ad un generico sentimento religioso, che proprio a causa della sfiducia verso il concetto di religione tradizionale trova sempre maggiore spazio nelle pseudodottrine new-age, nella wicca e religioni neopagane, divinazione etc…
    Riguardo al Gesù detto barabba anche a me ha fatto molto pensare quando ho studiato esegesi. Gesù che si dichiara figlio di Dio VS Gesù il figlio del Padre. Il parallelo ci porta a due salvatori, entrambi due liberatori: ma chi portava il vero Dio? La religione concepita da quegli uomini con le loro categorie non poteva che rispondere il liberatore armato! Barabba portava la rivolta armata: gli zeloti erano pronti a prendere le armi e già lo facevano cercando un nuovo Maccabeo. Ma Gesù era anch’esso un Liberatore e non soltanto in senso puramente spirituale perché il suo comandamento nuovo, il superamento della legge in quanto norma non è ama solo Dio, sopporta tutto, e un giorno Dio ti darà la caramella, il premio, ma amateVI gli uni gli altri ( prospettiva sociale-comunitaria) come Io (Dio) ho amato VOI (uomini ). E’ in questa dimensione di amore comunitario verticale e orizzontale ( già presente nell’ebraismo), spiritualizzato nel senso che non è più solo un precetto (ammesso che sia sempre stato così), che avviene la liberazione dell’uomo ( sto privilegiando in questo luogo un’accezione senza nulla togliere alle altre): la basileia ( il regno) di Dio sulla terra che già realizzata con la venuta di Cristo (il regno è tra voi), nella Chiesa, e che sarà compiuta nell’escaton (alla fine dei tempi).
    In ultimo dici “La Chiesa di oggi mi sembra un Gesù riluttante a prendere la croce”. A parte il fatto che Gesù nel getsemani faceva festini all’idea di dover essere crocifisso, a dispetto della tradizione donatista o delle euforie da kamikaze di teste calde come Origene, la domanda essenziale da porci è chi è la Chiesa? Se rispondi da clericale, allora ti dico che c’è tanto da lavorare per la conversione, se rispondi da cristiano allora sai perfettamente che la Chiesa siamo tutti noi! Siamo noi il sale della terra! E se sono io il sale della terra insieme a te e a tutti i nostri fratelli portiamo la nostra rivoluzione cristiana al di là degli stati di vita e delle ordinazioni, perché siamo tutti crismati, unti da Dio. Combattiamo la giusta battaglia d’amore o re della terra ( e tu fai per tre 😉 )! Portiamo noi la Croce di Cristo sulle nostre spalle e issiamola sulle nostre teste perché tutti possano guardare a lei e guarire dal veleno del serpente!

  4. rickinca84
    14 novembre 2007 alle 10:23

    mamma mia che siamo lunghi! :D:D:D

  5. elena stefani
    10 giugno 2008 alle 10:46

    mamma miia che tristezza

  6. 10 giugno 2008 alle 12:56

    Gentile Elena,
    grazie di aver contribuito a questo blog e benvenuta in Terra di Nessuno. Le posso chiedere che cosa esattamente suscita in lei tanta tristezza?

  7. 4 luglio 2010 alle 10:16

    La nota di Pacelli per l’aiuto ai “non ariani”

    A poche settimane dalla Notte dei Cristalli, il Vaticano si mosse segretamente chiedendo ai vescovi di molti Paesi di adoperarsi per favorire l’immigrazione degli ebrei dalla Germania. «Ogni volta che questi emigranti saranno insediati in colonie separate, occorre fare attenzione di garantire loro gli edifici di culto e le scuole, per salvaguardare il loro benessere spirituale e per proteggere i loro costumi e le loro tradizioni». È il passaggio centrale e decisivo di una nota scritta in latino, inviata il 9 gennaio 1939 a 61 arcivescovi in vari Paesi dalla Segreteria di Stato guidata dall’allora cardinale Eugenio Pacelli. Il futuro Pio XII, a nome di Papa Ratti, che sarebbe morto poco più di un mese dopo, chiede alle Chiese di Regno Unito, Irlanda, Scozia, Lituania, Olanda, Lussemburgo, Canada, Stati Uniti, Costa Rica, Salvador, Bolivia, Argentina, Cile, Colombia, Ecuador, Perù, Venezuela e Australia di collaborare per aiutare chi fugge dalla Germania e ha bisogno di aiuto sia per i visti d’ingresso sia per il sostentamento. La minuta della nota, ritrovata dallo studioso tedesco Michael Hesemann, rappresentante in Germania di «Pawe the Way Foundation», è conservata nell’Archivio Segreto Vaticano (Affari Ecclesiastici, P. 575, fasc. 606) e nella parte iniziale spiega: «Le recenti leggi instaurate in Germania stanno provocando la migrazione di duecentomila cattolici non ariani», cioè di origine ebraica. «Molti di loro sono eminenti in virtù, ingegno e dottrina». Papa Pio XI vuole aiutarli e dunque i vescovi sono invitati a istituire «Comitati di assistenza per i cattolici non ariani» e ad adoperarsi per favorire, presso i vari governi, la concessione di visti d’ingresso. Nella nota in latino si cita esplicitamente la «St. Raphael-Verein», l’opera San Raffaele che in quegli anni mise in salvo numerosissimi ebrei. Il passaggio centrale è quello citato, nel quale Pacelli ricorda ai vescovi l’importanza di garantire culto, scuole e tradizioni religiose dei profughi. Anche se nel documento, probabilmente per ragioni di sicurezza, si citano soltanto i «cattolici non ariani», cioè gli ebrei convertiti al cristianesimo, è evidente dal contesto e dai numeri citati che l’operazione di salvataggio si intendeva più ampia e per questo erano menzionate anche le tradizioni religiose e le scuole. «È chiaro da molti altri documenti – spiega il professor Matteo Luigi Napolitano, docente all’università Marconi di Roma – che non si trattava di salvare solo gli ebrei convertiti, ma l’aiuto veniva dato a tutti». Già il 4 aprile 1933, il Segretario di Stato Pacelli aveva chiesto al nunzio apostolico a Berlino, Cesare Orsenigo di interessarsi della sorte degli ebrei , un aiuto che andava dato «poiché è nelle tradizioni della Santa Sede svolgere la sua universale missione di pace e di carità verso tutti gli uomini, a qualsiasi condizione sociale o religione appartengano», scriveva il futuro Pio XII. James G. McDonald, alto commissario per i profughi tedeschi (ebrei e non ebrei), in quegli anni rimane in costante contatto, attraverso il conte Enrico Galeazzi, con il cardinale Pacelli, che incontrerà più volte. E il 6 aprile 1938, nove mesi prima della nota ora resa pubblica, il Segretario di Stato Pacelli era presso la nunziatura di Varsavia nel tentativo di bloccare una legge che proibiva la macellazione rituale dei capi di bestiame secondo l’usanza ebraica, giudicandola «persecutoria».
    Dal blog di Andrea Tornielli

  8. 3 aprile 2011 alle 23:54

    Clemens A. von Galen, Predica nella chiesa di San Lamberto

    Il vescovo di Münster Clemens August Graf von Galen (1878-1946) pronunciò la seguente predica nella chiesa di San Lamberto il 13 luglio 1941. Von Graf, amico personale di Pio XII, che lo elevò alla porpora cardinalizia nel 1946, era stato nel ’37 tra gli estensori della lettera pastorale Mit brennender Sorge (Con viva preoccupazione) qui sopra riportata nell’articolo iniziale. Pur essendo un convinto nazionalista e sostenitore dell’aggressione tedesca all’Unione Sovietica, in diverse omelie pronunciate nell’estate del 1941 von Galen denunciò i crimini del regime aprendo così un vero e proprio fronte di resistenza interna e venne perciò soprannominato “Leone di Münster”. Le sue accuse contribuirono alla nascita del movimento di opposizione d’ispirazione religiosa della “Rosa Bianca” e al complotto per eliminare Hitler, fornendo argomenti ideali e morali di lotta politica. Vediamo ad esempio qui di seguito adombrato l’argomento classico della morale cattolica che giustifica la disobbedienza nei confronti dell’autorità statale che violi la giustizia.
    Il 9 ottobre 2005 il Card. von Galen fu beatificato da papa Benedetto XVI.

    Da Parole contro il nazifascismo Giacomo Matteotti – Dolores Ibárruri – C. A. von Galen, prefazione di Lucio Villari, Gruppo Editoriale L’Espresso, Roma, 2011, 52-71.
    Traduzione italiana con testo originale a fronte di Gabriele Goldhofer.

    Miei cari cattolici di San Lamberto!
    Ho sentito il bisogno di leggere personalmente, in questo giorno e dal pulpito della chiesa parrocchiale, la mia lettera pastorale sugli eventi della scorsa settimana e di esprimere in particolar modo a voi, ai miei parrocchiani di un tempo, la mia più sentita partecipazione. Infatti alcuni quartieri della parroc¬chia di San Lamberto, ma anche di altre zone della città, hanno subito gravi devastazioni e perdite. pero che l’intervento da parte delle autorità municipali e statali, ma soprattutto il vostro amore fraterno e le offerte raccolte oggi a favore dell’azione di soccorso avviata dall’Associazione della Caritas e dalla Caritas parrocchiale, possano contribuire ad alleviare, almeno in parte, la sofferenza.
    Avevo intenzione di aggiungere alcune parole su come debba essere interpretata questa tribolazione divina: su come Dio attra¬verso di essa ci cerchi per condurci presso la sua casa. Dio vuole condurre la città di Münster presso la sua casa! I nostri antenati sÌ che si sentivano a casa presso Dio, nella sua santa chiesa! La loro vita era costruita sulla fede in Dio e guidata dal sacro timore di Dio e dall’amore verso Dio; sia la vita nella comunità, sia la vita familiare, sia la vita lavorativa. È ancora così oggigiorno?
    Dio vuole condurre la città di Münster presso la sua casa! Su questo avrei voluto fare qualche considerazione, ma al momento ne devo fare a meno perché mi vedo costretto a parlare qui oggi in pubblico di un’altra cosa: di un evento sconvolgente che ci ha colpito ieri, alla fine di una settimana terribile.
    La città di Münster è ancora sconvolta dalle terribili devasta¬zioni che il nostro nemico esterno e nemico di guerra ci ha inflitto questa settimana. E come se non bastasse, ieri, alla fine di una tale settimana, ieri, il 12 luglio, la Polizia segreta di stato [Geheime Staatspolizei, Gestapo] ha seque¬strato le due sedi della Compagnia di Gesù, dell’ordine dei gesuiti, della nostra città, la Haus Sentmaring nella Weseler Straße e la Ignatius-Haus nella Königsstraße, ha cacciato gli abitanti dalle loro proprietà e costretto i padri e i frati a lasciare immediatamente, ancora nella giornata di ieri, non solo le loro case, non solo la nostra città, ma persino la provincia della Vestfalia e la provincia della Renania.
    E lo stesso duro destino è stato riservato, sempre nella giornata di ieri, alle suore missionarie dell’Immacolata Concezione di Wilkinghege nella Steinfurter Straße. Anche la loro casa è stata sequestrata, le suore sono state espulse dalla Vestfalia e sono costrette a lasciare Münster entro stasera alle ore sei. Gli edifici e le proprietà dell’ ordine inclusi tutti i beni di loro pertinenza sono passati nelle mani della direzione provinciale della Vestfalia settentrionale.
    E così l’assalto ai monasteri che già da tempo imperversa nella marca orientale, nella Germania meridionale e nei nuovi territori di Warthegau, Lussemburgo, Lorena e in altre parti del Reich si è scatenato anche qui nella Vestfalia. Dobbiamo prepararci al fatto che nei prossimi giorni si moltiplicheranno notizie terrificami di questo genere: quando anche qui un monastero dopo l’altro sarà sequestrato dalla Gestapo e i suoi abitanti, i nostri fratelli e le nostre sorelle, i figli delle nostre famiglie, i nostri fedeli conna¬zionali saranno buttati in mezzo alla strada come iloti senza diritti e saranno cacciati dal paese come parassiti.
    E tutto ciò in un momento come questo, in cui tutto trema e viene scosso per i ripetuti attacchi notturni che potrebbero ucci¬derci tutti e trasformare ognuno di noi in un profugo senza patria! E proprio ora uomini e donne innocenti, persino benemeriti e stimati da tutti, vengono cacciati dalle loro modeste proprietà, e dei connazionali tedeschi, i nostri concittadini di Münster, ven¬gono resi profughi senza patria.
    Perché? Mi dissero: “Per motivi interni alla polizia di stato!”. Non sono stati indicati altri motivi. Nessun abitante di questi monasteri è stato accusato di un delitto o di un crimine, citato in tribunale o addirittura condannato! E se uno di loro fosse vera¬mente colpevole, che venga chiamato in giudizio! Ma è lecito poi che vengano punite anche delle persone innocenti?
    Chiedo a voi, che siete testimoni della vita silenziosa e consa¬crata esclusivamente alla gloria di Dio e al bene del prossimo che i padri gesuiti e le suore dell’Immacolata Concezione hanno con¬dotto per anni, chiedo a voi: “Chi ritiene questi uomini e queste donne colpevoli di un crimine punibile? Chi osa muovere un’ac¬cusa contro di loro?”. Chi ne ha il coraggio fornisca anche una prova a sostegno della sua accusa! Nemmeno la Gestapo ha mosso una tale accusa, e tanto meno il tribunale o il pubblico ministero!
    Dichiaro qui e pubblicamente in qualità di vescovo, al quale compete d’ufficio la sorveglianza di questi ordini, che provo la massima stima nei confronti di queste suore missionarie silenziose e umili di Wilkinghege che vengono cacciate via oggi. Il loro ordine è nato per opera del mio stimatissimo amico e connazionale, il vescovo P. Amandus Bahlmann, che lo ha fondato soprattutto per la missione in Brasile, nella quale egli stesso, benemerito della comunità tedesca in quel paese, ha operato instancabilmente fa¬cendo del bene fino alla sua morte avvenuta tre anni fa.
    Dichiaro in qualità di uomo tedesco e vescovo che provo la più alta stima e ammirazione per l’ordine dei gesuiti, che conosco da vicino sin dalla mia prima adolescenza, da cinquant’anni, e che resterò legato fino all’ultimo respiro alla Compagnia di Ge ù, ai miei insegnanti, educatori e amici da un sentimento di amore e di riconoscenza. E che oggi nutro un’ammirazione ancora maggiore per loro, oggi, nel momento in cui si compie in loro nuovamente la profezia di Cristo pronunciata davanti agli apostoli:
    “Come hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi.”
    “Se foste del mondo, il mondo amerebbe certo ciò che è suo, ma poiché non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, il mondo vi odia (Gv 15,19s).”
    E così oggi da qui, anche in nome dei cattolici fedeli della città di Münster e del vescovado di Münster, è con profondo amore che mando un saluto a loro, eletti di Cristo e odiati dal mondo, nel loro esodo verso l’immeritato esilio.
    Che Dio li ricompensi per tutto il bene che hanno fatto per noi! Che Dio non punisca noi e la nostra città per le ingiustizie e l’esilio inflitti ai suoi fedeli discepoli! Che l’onnipotenza di Dio riconduca presto a noi i nostri cari esiliati, i nostri fratelli e le nostre sorelle!
    Miei cari diocesani! Per le gravi tribolazioni che si sono abbat¬tute su di noi a causa degli attacchi nemici, dapprima avevo intenzione di non dire nulla in pubblico riguardo alle altre recenti misure intraprese dalla Gestapo che non possono che provocare la mia pubblica protesta. Ma se la Gestapo non considera quegli eventi, a causa dei quali centinaia di concittadini hanno perso la loro casa, se continua in un momento del genere a gettare dei cittadini innocenti in mezzo alla strada e a espellerli dal paese, allora non posso più trattenermi dal dare pubblicamente voce alla mia protesta ben fondata e a esprimere un serio monito.
    Già varie volte, anche poco tempo fa, siamo stati testimoni di come la Gestapo abbia arrestato persone tedesche incensurate e stimatissime senza sentenza da parte del tribunale e senza dare loro alcuna possibilità di difendersi, di come le abbia private della loro libertà e le abbia espulse dalla propria patria internandole chissà dove. Nelle ultime settimane persino due dei miei più stretti collaboratori, membri del capitolo della nostra cattedrale, sono stati improvvisamente prelevati dalle loro abitazioni dalla Gestapo, portati via da Münster ed esiliati in luoghi lontani imposti loro come soggiorno obbligato. Alle mie proteste presso il ministro degli affari della chiesa del Reich [Hanns Kerrl] non ho ricevuto alcuna risposta nelle settimane successive. Ma chiedendo telefonicamente dei chiarimenti da parte della Gestapo ho potuto appurare una cosa: nessuno dei due canonici capitolari è sospettato o accusato di un atto passibile di pena. Sono stati puniti con l’esilio senza avere commesso alcuna colpa, senza accusa e senza che fosse stata data oro la possibilità di difendersi. Miei cristiani! Ascoltate attenta¬mente: abbiamo la conferma ufficiale che i signori canonici capi¬tolari Vorwerk e Echelmeyer non sono accusati di alcuna azione punibile. Non hanno fatto niente per cui possano essere puniti! Eppure sono stati puniti con l’esilio!
    E perché? Perché io ho fatto una cosa che il governo dello stato non ha gradito. Riguardo all’ assegnazione dei quattro incarichi per canonico capitolare mi è stato comunicato da parte del governo che in tre casi non approvava la nomina. Poiché il concordato con la Prussia del 1929 esclude espressamente il diritto di veto da parte del governo, ho portato ugualmente avanti la nomina in due di quei quattro casi. Non ho commesso alcun crimine, ho solo esercitato un diritto che mi è stato garantito per iscritto. Lo posso provare in ogni momento. Che mi si porti davanti a un tribunale se si è dell’opinione che io possa avere agito contro la legge.
    Sono convinto che nessun tribunale indipendente della Ger¬mania possa condannarmi per il mio procedere nell’assegnazione degli incarichi dei canonici capitolari! Sarà per questo che il compito non è stato affidato a nessun tribunale bensì alla Ge¬stapo, il cui operato all’interno del Reich tedesco non è pur¬troppo soggetto a nessun controllo giuridico? I cittadini tedeschi sono completamente inermi e indifesi di fronte alla superiorità fisica della Gestapo. Del tutto inermi e indifesi! E molti conna¬zionali hanno dovuto sperimentare ciò sulla propria pelle negli ultimi anni: esattamente come il nostro caro professore di reli¬gione Friedrichs, tenuto prigioniero senza processo e senza sen¬tenza da parte del tribunale, ed esattamente come i due canonici capitolari che i trovano in esilio, così adesso lo sperimentano anche i nostri fratelli dell’ ordine che ieri senza alcun preavviso sono stati cacciati dalle loro proprietà, dalla città e dal paese.
    Nessuno di noi è al sicuro, nemmeno se si è convinti di essere il più fedele e il più coscienzioso cittadino del paese, e nemmeno se si è convinti di essere senza colpa si può essere certi che un bel giorno non si venga prelevati dalla propria abitazione, che non si venga privati dalla propria libertà e rinchiusi nei sotterranei e nei campi di concentramento della Gestapo.
    Io ne sono ben consapevole: può succedere oggi o in un qualsiasi giorno anche a me. E siccome allora non mi sarà più possibile parlare in pubblico, voglio fare sentire la mia voce oggi, lanciando pubblicamente un avvertimento contro il proseguire su una strada che, sono convinto, farà scendere sugli uomini il castigo di Dio e che immancabilmente porterà disgrazia e rovina per il nostro popolo e la nostra patria.
    Esprimendo pubblicamente la mia protesta contro queste misure e queste punizioni da parte della Gestapo, e pretendendo pubblicamente l’abolizione di queste condizioni e il controllo o la revoca da parte del tribunale di tutte le misure operate dalla Gestapo, non faccio nient’altro di diverso da quello che ha fatto il governatore generale e ministro del Reich dott. Hans Frank (1), il quale, nel febbraio di quest’anno ha scritto sulla rivista Akademie für Deutschen Recht: “Vogliamo un ordine interno retto da un equilibrio solido che non possa essere trasformato dal diritto penale in un’autorità assoluta retta da un potere persecutorio impersonato da pubblici ministeri ed esercitato nei confronti di un accusato condannato a priori e privato di ogni possibilità di difesa [ … ] La legge deve garantire a tutti la possibilità legale di difendersi, di chiarire le circostanze del fatto e quindi di tutelarsi contro l’arbitrio e l’ingiustizia [ … ] Altrimenti è meglio non parlare di diritto penale ma solamente di violenza penale [ … ] È impossibile combinare il concetto di giustizia con una con¬danna del tutto priva della possibilità di difesa [ … ] È nostro compito mostrare inequivocabilmente – in modo altrettanto forte ed energico come lo fanno altri che rappresentano l’autorità in ogni sua forma – che dobbiamo rappresentare coraggiosa¬mente l’autorità della legge come parte integrante di un potere duraturo”. Così scrisse il ministro del Reich dott. Hans Frank.
    Sono ben consapevole, in qualità di vescovo e di annunciatore e difensore di un ordine legale e morale divino, che da sempre garantisce a ogni individuo diritti e libertà davanti ai quali ogni volere umano deve fermarsi, che sono chiamato, al pari del ministro Frank, a tutelare coraggiosamente l’autorità della legge e a giudicare una qualsiasi condanna priva di difesa come un in¬giustizia inaudita!
    Cari cristiani! L’imprigionamento di tante persone integer¬rime senza possibilità di difesa e senza una sentenza da parte del tribunale, la privazione della libertà nei confronti dei due cano¬nici capitolari, la chiusura dei monasteri e l’espulsione dei mem¬bri innocenti dell’ordine, nostri fratelli e nostre sorelle, mi co¬stringono a richiamare pubblicamente alla memoria una verità antica e incrollabile: “Justitia est fundamentum regnorum!”. La giustizia è l’unico fondamento stabile di ogni forma di Stato!
    Il diritto alla vita, all’inviolabilità, alla libertà, è una parte imprescindibile di ogni ordine sociale morale. E parte delle competenze dello stato punire i suoi cittadini privandoli di alcuni diritti, ma lo stato possiede questa autorità esclusivamente nei confronti di coloro che violano la legge e di coloro la cui colpa è stata provata in un processo legale. Lo stato che oltrepassa questo limite voluto da Dio, ammettendo la punizione di innocenti o inducendo a essa, mina la propria autorità nonché la stima nei confronti della sua sovranità nelle coscienze dei cittadini.
    Sempre più negli ultimi anni abbiamo dovuto osservare che sono state inflitte pene più o meno gravi, perlopiù pene deten-tive, senza che fosse stata provata in un processo legale la colpa delle persone coinvolte e senza che fosse data loro la possibilità di difendere i propri diritti e di provare la propria innocenza. Quanti cittadini tedeschi languono in stato di arresto e nei campi di concentramento, quanti sono stati espulsi dalla loro patria senza aver mai avuto una condanna da parte di un tribunale ordinario o quanti sono ancora in stato di arresto o tenuti prigionieri dalla Gestapo dopo essere stati assolti dal tribunale o dopo avere scontato la pena imposta dal tribunale!
    Quanti sono stati espulsi dalla loro patria e dal luogo in cui svolgevano il loro lavoro!
    Richiamo alla memoria lo stimatissimo vescovo di Rottenburg Johann Baptist Sproll, un anziano di settant’anni che recentemente ha festeggiato il venticinquesimo anniversario del suo vescovado in esilio, lontano dalla sua diocesi perché tre anni fa la Gestapo lo ha espulso. E ricordo ancora i nostri due canonici capitolari, gli stimatissimi signori Vorwerk e Echelmeyer. Ricordo il nostro venerabile professore di religione Friedrichs che langue nel campo di concentramento. E mi astengo oggi dal fare altri nomi. Tutti voi conoscete il nome di un uomo protestante (2), ufficiale tedesco e comandante di sommergibili, che ha rischiato la propria vita per la Germania durante la guerra mondiale e che in seguito ha operato come sacerdote protestante anche a Münster; già anni fa è stato privato della libertà, e noi nutriamo la più grande stima per il coraggio e la lealtà di questo nobile uomo tedesco.
    E questo esempio, cari miei cristiani, vi fa capire che la que¬stione della quale vi parlo oggi in pubblico non riguarda solo la confessione cattolica bensì tutto il cristianesimo, addirittura tutta l’umanità in genere, nonché la nazione e la religione.
    “La giustizia è il fondamento degli Stati!” Lamentiamo e osserviamo con grande preoccupazione come oggi questo fonda-mento venga scosso, come la giustizia, questa virtù naturale e cristiana, imprescindibile per l’esistenza ordinata di una qualsiasi comunità di esseri umani, venga praticata e ottenuta in modo tale per cui non sia riconoscibile inequivocabilmente per tutti. Non solo per amore dei diritti della Chiesa, non solo per amore della personalità dell’uomo, ma anche per amore verso il nostro popolo e per la preoccupazione per la nostra patria chiediamo, vogliamo e pretendiamo giustizia! Chi non teme per la stabilità della casa quando vede che le sue fondamenta vengono minate?
    “La giustizia è il fondamento degli stati!” L’autorità dello Stato riesce a opporsi con onestà e con buone possibilità di una riuscita duratura all’uso illegale della violenza da parte di chi viene a trovarsi in una posizione di superiorità e all’oppressione dei più deboli e alla loro riduzione in un indegno stato di schiavitù solo nel momento in cui i detentori del potere statale si inchinino davanti alla maestà regale della giustizia e impieghino la spada solo al servizio della giustizia. Chi detiene il potere può fare affidamento su un seguito onesto e sul libero servizio di uomini onorevoli solo nel momento in cui le sue misure e decisioni penali, alla luce di un giudizio imparziale, risultano essere lontane da ogni arbitrio e soppesate sull’incorruttibile bilancia della giustizia. La prassi della condanna e della punizione senza avere la possibilità di difesa e di una sentenza da parte del tribunale, “la condanna del tutto priva della possibilità di difesa di condannati a priori”, come aveva espresso il ministro del Reich Dr. Frank, genera la sensazione di un vuoto di diritti, di un timore angosciante e di una viltà sottomessa che a lungo andare non possono che corrompere il carattere del popolo e dilaniarne la comunità.
    Questa è la convinzione e la preoccupazione di tutti gli uomini tedeschi dotati di senso di giustizia. Questo è quello che un alto funzionario dell’ordine giudiziario ha espresso apertamente e coraggiosamente nel Bollettino amministrativo del Reich nel 1937. Aveva scritto: “Quanto maggiore è il potere di un’autorità tanto più si rende necessaria la garanzia che essa venga gestita in modo impeccabile; quanto più gravemente viene sentito un errore tanto più grande è il pericolo dell’arbitrio e dell’abuso. Se viene meno la giurisdizione amministrativa, ci deve essere co¬munque un modo regolare per garantire un controllo imparziale, affinché non nasca la sensazione di un vuoto di diritti, che immancabilmente danneggerà a lungo andare la comunità del nostro popolo” (3).
    La giurisdizione amministrativa è esclusa dalle ordinanze e dalle decisioni penali emesse dalla Gestapo. Poiché nessuno di noi conosce un metodo per controllare in modo imparziale le misure della Gestapo, i casi di privazione della libertà imposti da essa, i divieti di soggiorno, gli arresti, la detenzione di connazio¬nali tedeschi nei campi di concentramento, all’interno della popolazione si è fatta largo una sensazione di vuoto di diritti e addirittura di vile timore che compromette gravemente la comu¬nità del popolo tedesco. Il mio dovere di vescovo di tutelare l’ordine morale, il mio dovere assunto con il giuramento che ho prestato davanti a Dio e davanti al rappresentante del governo del Reich di impedire, per quanto è in mio potere, “ogni danno che potrebbe minacciare il popolo tedesco”, mi spingono, davanti ai reati commessi dalla Gestapo, ad affrontare questo fatto pubbli¬camente come un ammonimento.
    Miei cristiani! Qualcuno forse mi accuserà di indebolire pro¬prio adesso, in tempo di guerra, il fronte interno del popolo tedesco con il mio linguaggio franco. Io invece controbatto: non sono io la causa di un eventuale indebolimento del fronte interno bensì coloro che noncuranti del tempo di guerra, noncuranti dell’attuale sofferenza, sì, coloro che adesso qui a Münster alla fine di una settimana terribile di spaventosi attacchi nemici, infliggono pene dure ai nostri connazionali innocenti, che pri¬vano i membri dell’ordine, nostri fratelli e sorelle, delle loro proprietà, li gettano in mezzo alla strada e li espellono dal paese senza una sentenza da parte del tribunale e senza dar loro la possibilità di difendersi!
    Distruggono la sicurezza garantita dai diritti, minano la co¬scienza giuridica, annientano la fiducia nel governo del nostro Stato. Ed è per questo che innalzo la mia voce nel nome dell’one¬stà del popolo tedesco, nel nome della maestà della giustizia e nell’interesse della pace e della compattezza del fronte interno; per questo in qualità di uomo tedesco, in qualità di onorevole cittadino, in qualità di rappresentante della religione cattolica e in qualità di vescovo cattolico grido ad alta voce: “Noi preten¬diamo giustizia!”.
    Se questo grido rimane inascoltato e altrettanto inascoltato resta il regno della regina giustizia, allora il nostro popolo tedesco e la nostra patria, nonostante l’eroismo dei nostri soldati e delle loro vittorie gloriose, andranno in rovina divorati dal marciume e dalla corruzione alloro interno!
    Preghiamo per tutti coloro che soffrono, in particolar modo per i nostri fratelli dell’ ordine esiliati, per la nostra città di Münster, che Dio allontani da noi altre prove, per il nostro popolo tedesco, per la nostra patria e il suo Führer!

    Note:
    (1) Avvocato difensore dei membri del partito nazionalsocialista in molti processi a loro carico, fu in seguito ministro del Reich e governatore in Polonia durante l’occupazione nazista.
    (2) Martin Niemöller (1892-1984). Nel 1933 fondò il movimento religioso antinazista della “chiesa confessante”. Arrestato nel 1937, fu liberato dal campo di concentramento di Dachau nel 1945.
    (3) Herbert Schelcher, presidente dell’Alto Tribunale amministrativo della Sassonia (Dresda).

  1. 1 gennaio 2008 alle 22:58
  2. 18 dicembre 2008 alle 23:29

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