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Il boss agnostico. Dio, Patria e Famiglia in Matteo Messina Denaro

Il capomafia latitante Matteo Messina Denaro in una rielaborazione di Giampiero Tre Re

Il capomafia latitante Matteo Messina Denaro in una rielaborazione di Giampiero Tre Re

Pubblichiamo qui di seguito due stralci tratti dalle lettere, venute in possesso degli inquirenti, del boss della mafia trapanese, il latitante Matteo Messina Denaro, indirizzate, sotto lo pseudonimo di “Alessio”, a “Svetonio”, nome in codice di un personaggio non identificato.
Di queste lettere colpisce soprattutto l’immagine della religiosità del boss. Il vocabolario religioso è piuttosto convenzionale e moralistico. Troviamo l’appello alla coscienza e alla responsabilità personale insieme a valori più presenti nello stereotipo del mafioso: l’onore, l’amicizia, la responsabilità, la rispettabilità. Emerge anche un ambiente relazionale, familiare e sociale, in cui è ancora assai importante l’ideologia religiosa. La mamma, la figlioletta, il prete, i legami affettivi con l’amico sono letti spesso in una cornice di sacralità naturale. La religiosità è chiaramente per lui ancora un valore e l’importanza del suo ruolo sociale appare ancora ovvia: essa detta un contegno ed è tuttora in grado di regolare le relazioni interpersonali, almeno formalmente e limitatamente a certe circostanze.
Ma questa religiosità tradizionale, legata come un tutt’uno agli affetti familiari e infantili, è soggetta a sviluppi sotto l’influsso di profonde riflessioni sull’esperienza morale personale ed altrui.

Messina Denaro rappresenta dunque un’evoluzione nella cultura religiosa di Cosa Nostra, perché sembra rivendicare legittimità all’autonomia, fino alla spregiudicatezza, dei percorsi individuali di organizzazione dei propri valori, in campo religioso, etico ed anche politico. Sebbene si dichiari sereno nell’aver abbandonato la fede, che rimane in lui come una sorta di struggente nostalgia infantile, il boss rileva con una certa soddisfazione il fatto che il suo mentore ha conservato “nonostante tutto” la sua religiosità.
Questa stessa idea rassicurante e consolatoria della religione soggiace anche ai discorsi di Messina Denaro sulla morte. Egli dichiara di non averne paura, perché, personalmente, “non ama la vita”: a chi non teme la morte, è il suo ragionamento, non occorre neppure religione. Egli sembra aver chiaro, per conto proprio, che l’esito del percorso religioso personale non è affatto scontato per un uomo d’onore e sembra personalmente propendere, addirittura con rammarico, per l’incompatibilità tra religione e scelte che egli è costretto a fare.
D’altro canto, in Messina Denaro la netta separazione tra la vita interiore e la quotidianità è evidente, al punto che essa trova uno specchio persino nella struttura di alcune sue lettere, in cui si passa spesso, bruscamente, da questioni concernenti la “vita interiore” alle “miserie di tutti i giorni”, gli affari. Che poi proprio questi ultimi rappresentino la parte più importante cui il boss dedica la sua attenzione e il suo tempo risulta chiaro dal fatto che la preoccupazione cui sembrano rispondere queste confidenze “religiose” è, in fondo, utilitaristica. Si tratta di confortare il proprio interlocutore circa la propria inalterata affidabilità. Ciò avviene principalmente attraverso uno sforzo empatico, l’implicita affermazione d’essere, per dir così, della stessa pasta, di dialogare tra capi allo stesso livello di autorevolezza e levatura morale, nonostante le scelte esistenziali del più giovane boss possano apparire incompatibili con i valori tradizionali del gruppo e dunque probabilmente disapprovate dal più anziano.
Vi è poi una seconda frattura, tra morale e politica, dovuta alla concezione fortemente individualistica della moralità in Messina Denaro. In questo campo egli è trasgressivo solo in apparenza. Ama spiazzare il proprio interlocutore manifestando ammirazione per personaggi di sinistra (Bettino Craxi, Jorge Amado, Tony Negri) ed emette sentenze trancianti sulle politiche moderate, che negli anni ’90, per effetto dell’azione di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e dell’inchiesta “Mani Pulite”, lentamente tagliano i ponti con il suo mondo. “Un golpe bianco tinto di rosso attuato da alcuni magistrati” Messina Denaro chiama questo processo della politica italiana. Ma poi spende retoricamente la mitologia gattopardesca della misconosciuta superiorità culturale della Sicilia, manifestando il solito risentimento contro la secolare oppressione “straniera” di cui lo Stato Italiano sarebbe solo la versione più recente. Ed è in fondo questo il giudizio, piuttosto scontato nel comune sentire popolare siciliano, che guida il suo atteggiamento e le sue analisi sulle cose politiche e sulla sua vita di personaggio pubblico.

Uno degli aspetti più interessanti delle problematiche religiose sollevate in queste lettere, è che “Alessio” accetta che nel suo interlocutore possano convivere, in maniera assai meno conflittuale di quanto egli vede accadere dentro se stesso, stili di vita per lui incompatibili. Nella lettera del 22 maggio 2005 sembra riconoscere, con una meraviglia assai controllata ma chiaramente percepibile, questo stesso compromesso nella condotta di un prete.
Insomma, in Alessio non si scorge nessun dinamismo della fede, ma ciò può lasciare relativamente indifferenti, atteso il fatto che egli stesso riconosce di aver smarrito la fede. Ciò che davvero sconcerta è che questo dinamismo interiore sembra totalmente assente anche in chi dà a intendere d’essere ancora un uomo di fede e ancor di più in chi s’illude che le proprie funzioni ecclesiastiche possano assicurargli un certo ascendente sul boss.
Beninteso, occorre tener presente che la descrizione di fatti e personaggi è condotta dal punto vista strettamente soggettivo del capomafia. Possiamo benissimo trovarci di fronte ad una semplice proiezione di stati d’animo di Messina Denaro; tuttavia tra le notizie che riceviamo da lui c’è il fatto che questa figura di ecclesiastico non solo è assidua di ambienti mafiosi, ma che questa contiguità si verifica in piena coscienza. Ciò che manca, per esempio nell’incredibile proposta del sacerdote a Messina Denaro, di impartirgli una “benedizione”, è proprio la necessità di fuoriuscire dalla visione rituale di una religiosità rasserenante e conciliante, per ristabilire nella capacità di provocare un cambio nel giudizio etico e nella prassi personale il criterio di misura dell’onestà della fede. Difficilmente, così, la presenza stessa del religioso in certi sodalizi potrà evitare di divenire un rinforzo della falsa consapevolezza di fede dei mafiosi che egli frequenta. Tra le righe del discorso di Alessio si coglie infatti la convinzione di un’assenza di sostanziali differenze tra il pragmatismo (meglio sarebbe dire il cinismo) cui lo ha condotto la perdita della fede infantile e quello di Svetonio o del prete, che invece l’hanno conservata. Anzi, al di là, delle forme ossequiose, si avverte chiaramente nelle parole di Alessio-Messina Denaro la coscienza di una superiorità morale: il suo cinismo, a differenza di quello altrui, ha almeno il pregio della sincerità.
Così la religiosità del ras, anche quella osservata in altri e interpretata da altri, che pure pervade questi scritti, rimane piuttosto naturalistica: esteriorità, occasionalità, contingenza, non radicalità, non esclusività, senza nessun primato nella scala di valori e nella vita interiore; queste le sue caratteristiche. In poche parole, qualcosa di assai distante da quella indicata nei vangeli come ideale di perfezione e di santità.

«1-2-2005

Carissimo mio,

spero tanto di trovarla bene assieme ai suoi cari. La ringrazio infinitamente del suo abbraccio paterno, della sua amicizia e della sua affettuosità e, mi creda, non ho mai avuto alcuno dubbio su ciò; la lontananza può mortificare la quotidianità del vivere ma mai può offuscare i sentimenti anzi li rafforza quando sono onesti e sinceri come i nostri. Non ho parole per ringraziarla degli elogi a quel faro ed alla mia persona, ne sono lusingato ed onorato perché provengono da lei. Veda, io non parlo mai con alcuno di quel faro, me lo sono ripromesso e sino ad oggi mantenuto, non è superbia la mia, soltanto che di lui si parlò così tanto mentre era in vita che oggi preferisco che riposi in pace, almeno da parte mia, mi restano i mici ricordi e quelli fortunatamente non me li può togliere alcuno; sento ora la necessità di mettere un po’ da parte ciò che mi ero ripromesso per sprecare due parole: veda che lo ha voluto veramente tanto bene e lo stimavo tantissimo, provò tanto dolore e dispiacere per le sue vicissitudini e non ci trovò mai un senso in tutto ciò, si chiese sempre perché proprio lei, non si seppe mai dare una risposta; mi creda da figlio tutto ciò è sola verità. Discorso chiuso.
Ho notato con piacere per lei che nonostante il suo vissuto è riuscito a mantenere il suo credo e la sua fede, io non ci sono riuscito. La mia mamma è una credente e nella fede ha cresciuto i propri figli, ad un tratto non so come e non so quando mi sono reso conto con grande rammarico che con me aveva sprecato il suo tempo, non avevo più la mia fede e non credevo più in niente, per me Dio non c’cra più o quantomeno non gli andava di guardare giù quando si trattava di me; non avendo fede non c’è più speranza ed infatti oggi vivo per come il fato mi ha destinato, mi preoccupo soltanto di essere un uomo corretto, ho fatto della correttezza la mia filosofia di vita e spero di morire da uomo giusto, tutto il resto non ha più valore. Non pensi che io dica ciò con arroganza, non è così, se mi vedesse noterebbe solo umiltà in questo mio dire, non c’è neanche cattiveria e astio verso qualcuno nelle mie parole; veda, io ho conosciuto la disperazione pura e sono stato solo, ho conosciuto l’inferno e sono stato solo, sono caduto tantissime volte e da solo mi sono rialzato; ho conosciuto l’ingratitudinc pura da parte di tutti e di chiunque e sono stato solo, ho conosciuto il gusto della polvere e nella solitudine me ne sono nutrito; può un uomo che ha subito tutto ciò in silenzio avere ancora fede? Credo di no. Oggi aspetto che il mio destino si compia seguendo questo pensiero: “Ho visto ciò che la vita mi ha dato e non ho avuto paura e non ho girato lo sguardo di là e non ho perdonato ciò che non si può perdonare”.
Mi scuso con lei per questo mio dire; il mio non è stato uno sfogo ho soltanto parlato a cuore aperto con un uomo che voglio bene, che stimo e che ho l’onore di essergli amico. Veda che per carattere non parlo mai con alcuno dei miei pensieri intimi, lo facevo soltanto con un uomo ed oggi l’ho fatto con lei. Se l’ho infastidito od annoiato me ne scuso sinceramente, io da parte mia la ringrazio perché parlando con lei mi sono accorto di essere me stesso. Facendola partecipe di ciò che io sento senza alcuna inibizione di sorta. Perché io non parlo mai con alcuno dei miei sentimenti e non soltanto per timore dei greci e dei loro doni, ma principalmente per un mio modo di vedere la vita, non faccio mai nessuno partecipe di ciò che io provo nel mio interiore. Grazie per avermi fatto compagnia in una giornata così uggiosa non soltanto per le condizioni atmosferiche.
Passo alle miserie di tutti i giorni. Lei mi chiede una mia analisi su delle argomentazioni che mi ha fatto e che peraltro io già conoscevo perché me le aveva anticipate lo zio di suo cugino ed anche lui mi chiese cosa io ne pensassi; con lui fui più conciso e semplice, invece con lei articolerò il mio pensiero in maniera più ampia. Tengo aprioristicamente a precisare che il mio dire sarà basato esclusivamente sui fatti e non sulla sua persona, perché per me è un assioma che lei farà sempre tutto ciò che potrà nel limite umano affinchè la nostra causa possa avere una svolta, so che darebbe la vita per ristabilire la verità delle cose, su ciò non ci piove e sempre grande stima alla sua persona da parte mia. Detto ciò analizzo i fatti a modo mio s’intende e per modo mio includo tinello la mia ignoranza su certe tematiche. Jorge Amado diceva che non c’è cosa più infima della giustizia quando va a braccetto con la politica ed io sono d’accordissimo con lui. In Italia da circa 15 anni c’è stato un golpe bianco tinto di rosso attuato da alcuni magistrati con pezzi della politica ed ancora oggi si vive su quest’onda. Oramai non c’è più un politico di razza; l’unico a mia memoria fu Craxi ed abbiamo visto la fine che gli hanno fatto fare. Oggi per essere un buon politico basta che faccia antimafia, più urla e più strada fa ed i politici più abietti sono proprio quelli siciliani che hanno sempre venduto questa nostra terra al potente di turno. Troppo semplicistico per lo stato italiano relegare il fenomeno Sicilia come un’orda di delinquenti ed una masnada di criminali, non è così, abbiamo più storia noi che questo stato italiano. Se io fossi nato due secoli fa, con lo stesso vissuto di oggi già gli avrei fatto una rivoluzione a questo stato italiano e l’avrei anche vinta: oggi il benessere, il progresso e la globalizzazione fanno andare il mondo in modo diverso ed i miei metodi risultano arcaici, quindi resto soltanto un illuso idealista ed entrambi sappiamo che fitie fanno gli idealisti. Quando uno Stato ricorre alle più infime torture per vendetta ed ancor più per portare alla delazione gli esseri più deboli mi dica che Stato è. Uno Stato che fonda la propria giustizia sulla delazione mi dica che Stato è, di certo le delazioni avranno fatto fare carriera a certi singoli ma come istituzione lo Stato ha fallito. Hanno praticato e praticano ancora oggi la tortura nelle carceri, facciano pure, non contesto loro ciò, hanno istituito il 41 bis, facciano pure e che mettano anche 1’82 quater, tanto ci saranno sempre uomini che non svenderanno la propria dignità (incoi’npn’Hsibiìe) da noi, che la smettano di ammantarsi di perbenismo e di alto grado di civiltà, non ha nulla di paese civile questo sino a quando certe verità non verranno a galla. Solo la storia la scrive chi vince e loro hanno vinto.
C’è una differenza sostanziale tra lei e me, lei è stato una vittima della giustizia italiana, invece io sono un nemico della giustizia italiana che è marcia e corrotta dalle fondamenta. Lo dice Tony Negri ciò ed io la penso come lui; solo che la differenza sostanziale che c’è tra noi due non cambia i suoi effetti, perché ingiustizie ha subito lei ed ingiustizie subisco io senza alcuna differenza tra noi due.
In merito alle sue argomentazioni io penso che non si arriverà mai a niente, non per mancanza di una volontà, lo so che lei farà l’impossibile per arrivare a ciò che mi ha detto, solo che in politica non si fa niente per niente e noi oggi non abbiamo più un potere contrattuale, non abbiamo più nulla da offrire, siamo solo un fardello; chi vuole che si vada a sporcare la bocca per la nostra causa o per tipi come me che vengono considerati ormai carne da macello? C’è solo di prendere atto della sconfitta restando nella propria dignità, un uomo si vede da ciò, soprattutto da ciò, perché la sconfitta torcia noi uomini e non la vittoria. Chiudo così: “Ce l’abbiamo fatta con l’alluvione e la pestilenza; con la legge non s’è potuto, no: abbiamo perso” […]»
«22-V-2005

Carissimo mio,

con gioia ho ricevuto sue notizie e con altrettanta gioia mi accingo a parlare, sperando, prima di ogni cosa, di trovarla in ottima salute assieme a tutti i suoi cari, così coinè le posso dire di me.
La ringrazio di cuore di tutto ciò che mi ha detto e credo di non avere parole adatte ad esprimerle la mia gratitudine; vorrei, però, sommessamente e con molta umiltà riuscire a farle comprendere ciò che io provo interiormente.
Veda, in me in passato non c’è stato niente di predisposto verso il soprannaturale e il supremo, tutto è accaduto aldilà delle mie volontà, io ho solo subito le sensazioni dettatemi dal mio ego, ci fu un tempo in cui io avevo fede, l’avevo in modo naturale senza imposizioni di sorta, poi ad un tratto mi resi conto che qualcosa dentro di me si era rotta, mi resi conto di avere smarrito la mia fede, ma non me l’ero imposto io ciò, è stata del tutto naturale la mia metamorfosi, vero è però che non ho fatto mai nulla per ritrovarla, mi sono accorto che in fondo ci vivo bene anche così, mi sono convinto che dopo la vita c’è il nulla e sto vivendo per come il fato mi ha destinato, preoccupandomi soltanto di conservare integra la mia dignità e quella della mia famiglia per poterla un giorno riconsegnare integra per come mi è stata affidata alla memoria di chi me l’ha donata, cioè mio padre. Mi creda, sono un uomo interiormente sereno ed in pace con me stesso. Le racconto un aneddoto che mi è accaduto anni fa’, il mio dire comunque è fine a se stesso, mi sono solo ricordato per ciò che mi ha detto Lei. Dunque, mi trovavo ad un appuntamento con amici e ci trovai anche un uomo in abito talare che io conobbi in quella occasione, lui penso mi conoscesse per la mia nomea; sul finire della giornata lui mi chiamò in disparte, l’avevo notato che era tutto il giorno che mi girava in tondo ma avevo fatto fìnta di niente, credo che l’attraessi perché ero stato l’unico tutto il giorno a non avergli chiesto alcunché, per la mia riservatezza ed anche per la mia giovane età. Lui esordì dicendomi se io avessi bisogno della benedizione di Gesù Cristo, io per educazione e per rispetto verso l’uomo e l’età non gli dissi che non ero credente e gli risposi in altro modo, senza alcuna arroganza, anzi con molta umiltà, ma senza tentennamenti, dissi testuale: “Padre, se io sono stato nel giusto, Dio mi ha già dato la sua benedizione, se io non sono stato nel giusto, mi perdoni, ma lei non può fare alcunché per me”. Lui non si turbò, anche perché non era minimamente nelle mie intenzioni arrecargli offesa e lui lo capì, mi mise una mano sulla spalla e paternamente mi disse “se hai bisogno della benedizione di Gesù Cristo sai dove e come trovarmi, ti aspetto”. Risposi “la ringrazio, lo terrò presente”. Non lo vidi più da allora ma penso che entrambi non ci siamo scordati perché ogni tanto mi manda i saluti che io puntualmente ricambio.
In quanto alla morte credo di avere avuto un rapporto particolare con lei, mi è sempre aleggiata intorno e so riconoscerla, da ragazzo la sfidavo con leggerezza per via dell’incoscienza giovanile, oggi da uomo maturo non la sfido, più semplicemente la prendo a calci in testa perché non la temo, non tanto per un fattore di coraggio, ma più che altro perché non amo la vita, teme la morte chi sta bene su questa terra e quindi ha qualcosa da perdere, io non ci sono stato bene su questa terra e quindi non ho nulla da perdere, neanche gli affetti per ché li ho già persi nella materia già da tanti anni. Quando la morte verrà mi troverà vivo, a testa alta e sorridente perché quello sarà uno dei pochi momenti felici che ho avuto nella vita. Spero solo di riuscire a portare a termine ciò che mi sono prefissato prima di andare via, per me stesso e, per dare un senso alla mia esistenza. Vero è che sono stato una persona sola e la mia vita è stata un guazzabuglio di sofferenze, delusioni e fallimenti (non per causa mia) ma è anche vero che ancora si sentirà molto parlare di me, ci sono ancora pagine della mia storia che si devono scrivere, non saranno questi “buoni ” e “integerrimi” della nostra epoca, in preda al fanatismo messianico, che riusciranno a fermare un uomo come me, questo è un assioma. […]»

Leggi il testo integrale di due lettere di Messina Denaro a Svetonio

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  1. Sebastian
    8 dicembre 2008 alle 9:00

    MAFIA: PRETE PALERMO, CHIESA PRENDA POSIZIONE NETTA CONTRO COSA NOSTRA

    Palermo, 5 dic. – (Adnkronos) – ”La Chiesa, attraverso le sue autorita’ ecclesiastiche, dovrebbe appoggiare i movimenti antimafia non solo indirettamente, ma anche attraverso la partecipazione attiva dei propri rappresentanti”. E’ l’invito lanciato da padre Michele Stabile durante la conferenza sul tema ”Antimafia della Chiesa”, incontro organizzato dal Centro Studi Pio La Torre presso il cinema Rouge et Noir di piazza Verdi a Palermo, nell’ambito del progetto educativo antimafia rivolto a quarantaquattro scuole medie superiori della Sicilia.
    ”Fino ad adesso ci si e’ limitati a dichiarazioni di sostegno – ha aggiunto padre Stabile – Serve invece una presa di posizione forte, netta contro la criminalita’ mafiosa, non limitata ai pochi esempi di lotta attiva come padre Pino Puglisi e don Peppe Diana. E’ una delle ragioni per cui abbiamo chiesto che venga creato all’interno della Conferenza episcopale siciliana (Cesi) un osservatorio sulla mafia”.
    Un convegno sui rapporti tra la mafia e la Chiesa e sulle misure di contrasto che le autorita’ ecclesiastiche hanno attuato e dovranno adottare in futuro e’ stata la proposta di padre Nino Fasullo. “La Chiesa siciliana – ha detto – non ha mai avviato una riflessione seria su questo tema. Spesso infatti vi e’ stata da parte della curia siciliana una difficolta’ ad affrontare il problema”.
    (Loc/Zn/Adnkronos)

    Merry Christmas M. Stabile

    http://it.youtube.com/watch?v=YwkuS9FlB7M

  2. 31 agosto 2010 alle 2:59

    Dal memoriale di Gaspare Spatuzza.

    La fede e la Chiesa, in che cosa crede?
    Come già detto, da dieci anni che vivevo in un mondo tutto mio, avevo assimilato tutto quello che un Buon Cristiano deve per forza di Fede, sapere. Ci sono aspetti importanti e molto personali che per adesso non posso dire. Devo dire che sono cresciuto con una formazione Cristiana e Cattolica. Però ci sono fatti che poco hanno a che vedere da quell’Essere Cristiano. Vorrei iniziare dal momento che dovevo fare la prima Comunione: per incomprensione con il vecchio prete (non è Don Puglisi) non l’ho fatta. Quando mi dovevo Sposare, c’era questo problema, ma è stato superato, pochi giorni prima l’ho fatta, prima Comunione, Cresima e corso Matrimoniale, cosa sbagliatissima, oggi dico un vero sacrilegio. Come è sacrilegio tutti quei riti fatti da tutta cosa nostra. Esempio: quando si compie il rito di affiliazione, si giura davanti a un’immagine sacra. Altra cosa, le parole pronunciate prima di compiere una missione delittuosa: “Andiamo in nome di Dio”. Oppure parlando di soggetti appartenenti a cosa nostra si fa riferimento: “I cristiani”. Tutte questa cose oltre a essere indegne, sono parole e riti impuri che rendono l’Uomo schiavo del male e nemico di Dio. Soltanto in carcere inizio a leggere libri, in particolare la Sacra Bibbia dandomi modo di entrare in contatto con la Parola di Dio. Allora ti accorgi che la Vita è un’altra, da quello che ti hanno fatto sempre vedere, ti rendi conto che tutto quello che hai fatto è orribile privo di giustificazione – coca che ho sempre fatto, dando una spiegazione a ogni azione cattiva – e chiede vendetta a cospetto di Dio. Un Vero Cristiano non può uccidere un altro Uomo: il suo Prossimo è poiché prossimo suo, è anche suo fratello. Con parole esatte, parliamo di Patricidi, Matricidio Fratricidio. Quindi, aldilà di Vedere l’essenza della Vita, scopri Innamoramento che rappresenta l’Essenza dell’Amore. Questa realtà ti cambia la Vita, te ne accorgi nel modo di pensare, di parlare, di rapportarti con il tuo Prossimo. Non solo, ma scopri la Libertà, perché un Uomo che ragiona con la sua mente è un Uomo Libero. Non ci sono più vincoli associativi, non sei più un subalterno. Devi solo obbedire alla Legge di Dio e a quella degli Uomini. Devo dire che aspettavo questo momento di passare dalla parte del Bene e una volta fatto il primo passo non ha esitato di mettermi in Grazia di Dio, così Grazie a brave Persone che hanno fatto sì, che questo mio desiderio si realizzasse c’è stato questo incontro, bellissimo, con la Chiesa di Dio, di cui oggi sono onorato di appartenere sotto tutti gli aspetti.

    http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-testo-integrale-del-memoriale%3Cbr-%3Edi-gaspare-spatuzza/2131474

  1. 16 ottobre 2008 alle 9:44

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