Due fratelli


litterae-testata

COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Anno C, Quaresima, IV domenica
Gs 5,9a.10ss; Sl 33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1ss.11-32
Gustate e vedete com’è buono il Signore


Luca 15,1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». 3 Allora egli disse loro questa parabola:
[…] 11 «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. 17 Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. 20 Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 22 Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 27 Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28 Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 31 Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

I versetti 1 e 2 del quindicesimo capitolo di Luca aprono un ciclo di discorsi conviviali di Gesù (15,3-17,10) condotti prevalentemente in parabole, in cui il cibo e il significato culturale del mangiare divengono pretesto e centro di un’articolata riflessione sulla salvezza e sui suoi effetti sociali. Il più celebre di questi discorsi a tavola è certamente la parabola dei due fratelli, unanimente ritenuta il capolavoro di Luca ed una delle più belle pagine della letteratura mondiale.

Si è soliti interpretare il brano chiedendosi inizialmente di quale dei personaggi il narratore assuma il punto di vista. I diversi titoli attribuiti al racconto, indicano appunto quale dei personaggi è di volta in volta ritenuto centrale. Siamo tuttavia di fronte ad una parabola articolata, o piuttosto a due parabole tra loro collegate. La “Parabola del figliol prodigo” o “del padre misericordioso” è in realtà solo la prima parte del discorso (11b-24a). Vi si rappresenta una particolare fisionomia umana nel modo di porsi di fronte all’esistenza. Il figlio minore è un edonista, incarna un idealtipo morale estetizzante. Il suo pensiero dominante e il suo cattivo rapporto col cibo rivelano tutta la sua immaturità. Il fratello potrebbe non aver tutti i torti quando l’accusa di scambiare il sesso col mangiare (e viceversa) (30). Materialista, avido ed intraprendente, il giovane non vede ragioni per rinviare il godimento della sua parte di beni. Ci si è spesso domandati in che consista esattamente il peccato di questo figlio, dato che non pretende per sé se non ciò che gli spetta. Egli però non considera le conseguenze sul piano affettivo del sottrarre se stesso al rapporto col padre e il fratello; mentre il narratore lascia intendere che questo peccato non riguarda né l’uso dei beni in sé (31) e neppure la disobbedienza a regole ereditarie, dinastiche, familiari, tutte cose viste invece come conseguenze di una radicale estraniazione e incomprensione di sé da parte del giovane (27). Il peccato qui non è trasgressione bensì spreco, di umanità e di amore (25s). Nel figlio più giovane la forza coercizione di quest’abito mentale è così grande che pure nel momento in cui rientra in se stesso dopo essersi gettato via, egli rimane prigioniero della propria superficialità relazionale e affettiva. Perciò si convince e chiede al padre di poter essere trattato come un servo (19.21): siccome è spinto dall’abitudine a commisurare ciò che gli altri sono per lui sulla base di rapporti materiali e oggetti di scambio (qui simboleggiati nel cibo, nel sesso mercenario e nel salario) giudica la rinuncia alla propria dignità essenziale di figlio un prezzo equo alla soddisfazione dei propri bisogni primari come prima considerava esauriti i propri doveri verso se stesso nella legittima soddisfazione dei propri desideri.

Lungi dall’essere, come alcuni vorrebbero, una mera appendice al discorso già concluso in 15,24a, la “parabola del figlio avaro”, possibile titolo della vicenda simmetrica e complementare del fratello maggiore, contiene il vero scopo dell’intero racconto. Il maggiore dei due figli è l’unico personaggio di cui non venga rivelata la decisione finale, un espediente che mira a sollecitare una presa di posizione personale dell’uditore sull’intera vicenda. Anch’egli incarna un tipo umano, con una propria serietà etica, quella del lavoro. Abituato a fare dell’azione il metro del giudizio morale sulle persone, giudica il fratello, il padre ed anche se stesso dalle rispettive condotte. Nei suoi discorsi il cibo e il mangiare sono colti nei loro tratti incorporativi ed identitari, e rivelano una tendenza all’isolamento, alla contrapposizione ed all’esclusione. Del cibo sottolinea gli aspetti che legano la figura paterna all’atto di dare nutrimento. Perciò la sua non è propriamente una rivolta, ma una sorta di processo, in nome di una rivendicazione dei propri diritti. Ritentivo, utilitarista, il fratello maggiore è il tipico assertore di una deontologia del dovere e del permesso ed è deciso a far valere la propria rigida teoria retributiva, del premio e del merito perfino in un suo personale “rib” sull’operato del padre, che giudica debole e parziale.

Infine la figura del padre. Egli si adegua ai rispettivi linguaggi dei figli. Per il più giovane comanda ai servi il vestito «più bello», mentre nel dialogo col maggiore fa appello al suo senso morale: «era doveroso far festa…». Nella frase che, ripetuta, scandisce la struttura dell’intera parabola: «era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (24; 32b) è la chiave del meccanismo narrativo e la spiegazione della reazione psicologica del figlio maggiore. Essa illustra il significato del comando dato ai servi di scannare il vitello grasso, per mangiarlo o sacrificarlo vicariamente in riscatto del figlio, come si fa per un primo nato. Stiamo assistendo pertanto all’atto d’investitura del primogenito. Nelle due formulazioni della stessa frase, l’unico elemento che cambia è quello referenziale: «Questo mio figlio…» (24) dice il padre parlando con i servi; «questo tuo fratello…» (32), parlando invece al figlio maggiore. Il padre è colui che all’estetica dell’avere del figlio più giovane e all’etica del fare del primogenito risponde con la cura dell’essere. Precedenze, gerarchie, prelazioni, norme: tutto passa in secondo piano di fronte alla priorità assoluta del perdono.

Con l’iniziale assunzione del punto di vista dell’uditore e col suo finale lasciato intenzionalmente aperto, la parabola dei due fratelli (come ogni altra, del resto) non parla solo ad un uditorio, ma soprattutto del suo uditorio, oltre che del narratore stesso. Il contesto sincronico della narrazione (il convivio) (1) e la sua rappresentazione narrata trascinano il pubblico dentro la scena, lo obbliga a rispecchiarsi nella parabola e a misurarsi con i personaggi. La parabola mette in scena due tipi umani e due distinti percorsi di metànoia (20; 29). Scribi e farisei da un lato, pubblicani e peccatori dall’altro potevano specchiarvisi, come Luca può vedere nei due fratelli la personificazione del conflitto religioso tra giudei e gentili e noi oggi lo scontro di contrapposte famiglie etiche, all’interno della comunità ecclesiale e tra la Chiesa e il mondo. Ma il discorso parabolico dice soprattutto che l’intero stile di evangelizzazione di Gesù, la sua conoscenza dell’uomo, la sua capacità d’osservazione psicologica, di compiere scelte impopolari e di sostenere il conflitto, la perfetta lettura di ogni situazione comunicativa anche informale, non istituzionale, non rituale, è incentrato su quella personale cura esistenziale-teologale dell’altro, che è il perdono. E nel perdono ricevuto e condiviso anche il discepolo deve trovare il motivo della propria scelta di campo degli ultimi e dei lontani e al tempo stesso, al di là delle culture, della diversità di religioni e sensibilità morali, i nuovi linguaggi di una comunicazione universale della salvezza.

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  1. Rosa
    20 marzo 2010 alle 22:22

    Bella spiegazione, Giampiero.

    Vorrei comunque fare il mio modestissimo commento. Questa parabola mi sembra descrivere una forma di iniziazione alla vita adulta. Il giovane fratello sperimenta tutta una serie di vicissitudini, che lo portano alla miseria e alla sofferenza. Spesso, per arrivare alla consapevolezza del sè, è necessario vivere i drammi dell’esistenza. Una condizione statica e priva di esperienze anche dolorose, non ci permette di fare progressi. Infatti, il fratello maggiore, lo dice egli stesso, pur essendo rimasto ubbidientemente accanto al padre, non ha avuto mai un capretto in dono per festeggiare con gli amici. Infatti, non c’era proprio niente da festeggiare. Quando non si mettono cause nella propria vita, la vita non produce effetti, nè positivi, nè negativi. Il minore, invece, con grande coraggio, sperimenta la vita e non si tira indietro davanti ai piaceri. Apparentemente, sembra che egli abbia perso tutto. In realtà, è l’assoluto vincitore della storia. Non chiede perdono al padre (almeno da quello che leggo), ma gli dice solo di avere peccato, nel senso che ha conosciuto il dolore provocato dalle sue azioni. Si è assunto ogni responsabilità e in questo è diventato “grande”. Il padre, dal canto suo, non lo perdona, perchè non ha nulla da perdonargli e gioisce per avere ritrovato il figlio. Quest’ultimo, non gli chiede di ritornare a fare il signore, ma semplicemente un lavoro. Non smette, cioè, di desiderare di costruire la vita con le sue stesse mani, prendendosi ogni responsabilità di fallimento o riuscita.
    E’ una bellissima storia. Mi insegna che la vita va ogni giorno sperimentata con coraggio e grande spirito di ricerca. Anche quando fallisco, conquisto e costruisco qualcosa di prezioso. Non importa quante volte cado, ma tutte le volte che mi rialzo.La sofferenza può essere vissuta con grande senso di colpa, o essere considerata un’opportunità per realizzare un grande progetto: l’illuminazione. Il fratello maggiore, che non capisce cosa c’è da festeggiare, rappresenta l’inerzia che àncora la nostra esistenza e che non ci fa assaporare il gusto della vera ed assoluta libertà.

  2. Sebastian
    21 marzo 2010 alle 17:25

    “Il peccato qui non è trasgressione bensì spreco, di umanità e di amore”.

    Scusa ma io questo peccato non lo vedo. Non c’è spreco di nulla nelle proprie libere scelte.
    Non è che possiamo sistematicamente considerare le conseguenze sul piano affettivo che possono scaturire quando desideriamo sottrarrci dal rapporto coi parenti stretti (in questo caso padre e fratello)! Allora, il “lascia tutto e seguimi” è in antitesi con tutto ciò!
    Poi, può anche rivelarsi un fallimento, ma sicuramente non si avrà nulla da rimproverarsi per non averci almeno provato.

  3. Sebastian
    21 marzo 2010 alle 17:27

    Mi è venuta in mente una poesia, nel frattempo.

    ^ LENTAMENTE MUORE ^

    Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni
    giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
    rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

    Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
    bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
    proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
    sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
    all’errore e ai sentimenti.

    Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
    lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un
    sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
    consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
    non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
    chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
    giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

    Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
    fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
    chiedono qualcosa che conosce.

    Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
    richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
    respirare.
    Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
    felicità.

    (P. Neruda)

    • Rosa
      21 marzo 2010 alle 19:09

      Che bella poesia! non la conoscevo. Ho fatto un copia-incolla e l’ho mandata a tanti amici.
      Sono d’accordo con te, quando affermi che non c’è stato nessuno spreco d’umanità e d’amore.
      Perlomeno, non nei confronti del padre e del fratello. Forse, l’unico spreco, è stato verso sè stesso, non comprendendo subito dove stava sbagliando. Per capirlo, il giovane fratello ha dovuto vivere il suo inferno, da vivo. La vita va comunque vissuta e rischiata con passione. Non possiamo certo stare sotto le gonne della mamma, per sempre!

      @Giamiero

      “Materialista, avido ed intraprendente, il giovane non vede ragioni per rinviare il godimento della sua parte di beni”.

      Caro Giampiero, a me sembra che il materialista non sia il fratello giovane, ma l’altro!
      E il padre lo sa. Infatti, lo rincuora dicendogli: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”. Sa che il maggiore è rimasto con lui, per non perdere i beni di famiglia. Questo suo attaccamento al denaro, sottolineato dal racconto dello spreco dell’altro, disegna un personaggio pavido, incapace di prendere iniziative per paura di rischiare il certo per l’incerto.

      @rosarossa

      Carissima Rosarossa,
      di cosa il padre dovrebbe perdonare il figlio? Di avere speso tutto il denaro? Era suo. Poteva farne quello che voleva. Di avere lasciato la famiglia? Prima o poi, la lasciamo tutti, diventando grandi. Di essere andato con le prostitute? E’ una libera scelta. Di avere mangiato con i porci? A mali estremi, estremi rimedi.
      Non leggo la parola “perdono” in tutta la parabola. Il peccato di cui il giovane parla è la consapevolezza di tutte le cause negative che ha messo nella sua vita che hanno prodotto cattivi effetti. Ha peccato nei confronti del padre e quindi anche del cielo, perchè non ha saputo usare abbastanza saggezza e le cose gli sono andate male!
      E’ lui che deve perdonare se stesso!
      Quando le cose vanno in rovina, ci sentiamo dei falliti e non ci perdoniamo i tanti errori, da noi commessi per leggerezza o per convinzione.
      L’atteggiamento del padre è chiaro. Non c’è nulla da perdonare! E infatti, non gli chiede nulla, nè lo rimprovera. E’ solo immensamente felice di vedere il figlio e di percepire come la sofferenza gli sia servita per “aprire gli occhi” sulla sua vita.

      Cara Rosarossa, oggi è il primo giorno di primavera. A te, una rosa rossa profumata, raccolta nel mio giardino.

  4. rosarossadgl9
    21 marzo 2010 alle 17:44

    Ciao Rosa bisogna chiederlo a Giampi , penso che riconoscere i propri peccati o errori è sempre un pentirsi e poi lo disse 21″ Padre ho peccato contro il cielo e contro di te” il padre che perdona è il vincitore assoluto, cosa sarebbe successo se non l’avesse perdonato?Il padre ha rotto quel circolo senza speranza di divisione tra gli uomini , ha riportato riconciliazione trasformando gli sbagli in amore, il padre col suo perdono ha rimarginato le ferite e portato comunione . da parte mia c’è tanta speranza che il perdono possa essere una via crucis ,un linguaggio universale che apra un futuro di speranza e di unità. Con affetto un fraterno abbraccio.

  5. 21 marzo 2010 alle 19:28

    @Rosa,
    Anche la tua spiegazione è molto suggestiva. Ogni lettore tende a proiettarsi sull’uno o l’altro dei fratelli e – sì, è vero – io tendo a identificarmi col maggiore, come tu col più giovane, suppongo. Comunque la parabola è interessante anche per quello che non dice, per esempio i due fratelli non si trovano mai faccia a faccia e non sappiamo cosa sia accaduto dopo che il padre parlò col primogenito spodestato, se quest’ultimo sia rientrato in casa a riabbracciare il fratello o no.
    Dunque solo la parabola del figliol prodigo (la prima parte) è a lieto fine; l’altra, quella del figlio avaro, invece propriamente non ha finale. Per questo l’intera parabola è incompiuta, almeno finché ciascun uditore o lettore non scriverà il proprio finale.
    La parabola traccia diversi percorsi di ritorno a se stessi. È questa irriducibile diversità dell’altro che entrambi i fratelli non sanno accogliere, a differenza del padre. In tal senso il giovane “tratta il sesso come il cibo”: l’altro gli è indifferente se non come oggetto esterno da consumare. Per il maggiore l’altro è invece un’estraneità inaccettabile se non riesce ad assimilarlo ed incorporarlo. Entrambe le rispettive parabole esistenziali sono destinate a rimanere incompiute finché non avranno dato una risposta al significato dell’essere dell’altro per la loro identità di persona.

  6. maria stella
    21 marzo 2010 alle 21:56

    @Gp
    No forse e solo qqquestione di fede

  7. rosarossadgl9
    21 marzo 2010 alle 22:27

    Grazie cara se l’hai piantata tu quella rosa è gradita, la primavera mi parla sempre di una nuova vita!
    In merito al fratello minore si presume che non sia stata solo la fame e il senso di colpa per lo sperpero a farlo tornare ma la mancanza di umanità e amore che il padre ha saputo colmare accogliendolo senza rancori, non leggo la parola perdono ma la intuisco…che senso avrebbe altrimenti, il Padre doveva far emergere dal peccato parole belle di affetto sostegno e incoraggiamento insegnando anche al maggiore come ci deve sentire di fronte ad un figlio che ammette i propri errori , è stato un insegnamento per entrambi i figli penso.Scusate ma non mi sembra gli abbia detto hai fatto benessimo ad andare con le prostitute a sperperare a vivere la tua vita come meglio credevi…

  8. Sebastian
    22 marzo 2010 alle 7:37

    Un vile senza pa*lle il figliol prodigo. Dopo la prima scelta toca, libera, e pertanto condivisibile, doveva prendersi le sue responsabilità fino in fondo ed accollarsi intanto, la sua triste situazione andata in malora, e poi provare da solo a farsi una miglior vita. Invece, alle prime difficoltà, pensa al paparino che gli garantiva una vita comoda e senza pensieri, da tipico bamboccione e, ritorna sui suoi passi piagnucolante: padre perdono, ungheeeeee!! uuungheeee!!. Lode al padre che lo ha riaccolto in casa. Chissà se poi lo avrà messo a “recuperare” il tempo perduto a suon di calci nel sedere e mandato a pascolar le caprette sui monti 😉 , Spero di si! Cribbio!

    Ma della mamma non si dice nulla? Peccato!

    Ah figliol prodigooooooo!! VAI A LAVORAREEEEEEE!!! 🙂

    • rosarossadgl9
      22 marzo 2010 alle 12:22

      Si a lavorare bamboccione viziato 🙂 eh eh !

  9. Sebastian
    22 marzo 2010 alle 7:54

    Mi viene in mente un passo dell’Apocalisse da dedicare al figliol prodigo…

    Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: “Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla”, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista.

    E poi…

    Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

  10. torietoreri
    22 marzo 2010 alle 16:36

    Penso che stiamo “psicoanalizzando” troppo una parabola che non vuol dire altro che il peccato di entrambi i fratelli (uguale e contrario) è oscurato dalla infinita misericordia del Padre.

    • 22 marzo 2010 alle 17:28

      “Troppo”? Eppoi, qualcosa lo impedisce?
      “Una parabola che non vuol dir altro che…”: come arrivi a questa conclusione?

    • Rosa
      22 marzo 2010 alle 18:40

      Signor Torietoreri,
      che credo non voglia dire altro che lei o è un toro o un torero (mi scusi la battuta, la prego, non si arrabbi e mi consideri una simpatica interlocutrice), sono felice per lei, se ha le idee così chiare, ma lo spirito di ricerca insito in ogni uomo, la sua personale visione del mondo, l’attitudine ad esprimere le sue inclinazioni sentimentali, caratteriali, intellettuali, religiose, le esperienze …le considera, quando afferma ciò che afferma?
      Le parabole sono metafore e come tali si prestano all’interpretazione di chi ascolta.
      Se Gesù avesse spiegato “per filo e per segno” il racconto, sarebbe diverso,potremmo essere semplicemente d’accordo con lui, oppure no.
      Un pensiero un pò “divergente” è utile per conoscere meglio se stessi e sperimentare le potenzialità della vita, non crede?

    • Sebastian
      23 marzo 2010 alle 7:40

      Scusa torietoreri, quali sarebbero esattamente i peccati dei due fratelli?

      No, perchè a questo punto bisogna mettere in discussione anche il comportamento del padre (eccessivamente protettivo, secondo me) che di fatto non destinerà nulla al figliol prodigo in quanto tutti i suoi beni saranno ereditati dal figlio maggiore. Di cosa vivrà il figlio prodigo? Alle dipendenze del figlio maggiore? La vedo dura! Andranno subito in conflitto! Mi sa che bisognerà ricorrere ad un buon avvocato che possa in qualche modo sistemare la cosa.

  11. torietoreri
    23 marzo 2010 alle 8:50

    Non intendevo assolutamente sminuire le vostre analisi. Sono perfettamente d’accordo con Rosa che ove si può, si deve approfondire la tematica sviluppata, anche prendendola per le corna (riferimento alle sue battute su torietoreri). Volevo soltanto cercare di capire ed evidenziare il nocciolo della parabola, che è a mio parere non “del figlio prodigo” o “del figlio avaro”, ma “del padre amorevole e attento”.
    Dato che Sebastian mi “punge” sull’atteggiamento del padre, dirò che il suo comportamento è esemplare. Accetta che il figlio minore assuma la sua responsabilità e libertà e si eclissi dalla sua vita, lo accoglie senza condizioni quando ritorna (badate, anche senza le condizioni del figlio, di trattarlo come uno dei suoi servitori), tenta di recuperare anche un rapporto, quello col figlio maggiore, che è logoro, sfilacciato, in crisi.
    Il peccato del figlio minore è noto; quello del maggiore è altrettanto grande, perchè pur godendo dei beni del padre, non li apprezza.

    Penso che ci sia anche in questa parabola una nuova “parabola dei talenti”: il figlio minore vuole spenderli per suo conto, il maggiore non sa neanche di averli.
    Il Padre (qui è con la maiuscola) ne fa consapevole l’uno e l’altro.

    • 23 marzo 2010 alle 9:32

      Ma, caro Tori, non è questione di suscettibilità. Ti ho chiesto come arrivi alle tue conclusioni perché comunque per arrivarvi devi sovrapporre alla parabola una tua griglia interpretativa. A questo punto, esplicitala! Che tale griglia possa partire da uno qualunque dei personaggi, o dall’uditorio, dal lettore o dal narratore stesso, o che la parabola tolleri perfino una lettura psicanalitica, ciò dice solo la straordinaria potenza comunicativa e di senso di quel testo. Metto qui sotto un link interessantissimo sugli studi che si sono posti la domanda su che “genere di oggetto” sia ciò che noi chiamiamo “parabola”.
      Un abbraccio.

      http://letterepaoline.wordpress.com/2010/03/05/le-parabole-storia-della-ricerca/

    • Sebastian
      23 marzo 2010 alle 10:09

      Ma si, certo, il padre ha fatto bene il suo mestiere di padre accogliendo nella sua casa il figliol prodigo andato in malora e indesideroso di prendersi le sue responsabilità quando ne è venuto il momento. Ma io continuo a non comprendere dove sia il peccato di quest’ultimo al di là di una libera scelta rivelatasi fallimentare sul piano finanziario (succede!).

      Il figlio maggiore ha tutte le ragioni di questo mondo per incavolarsi quanto basta, e fa altrettanto bene il suo mestiere. Lo trovo assolutamente naturale. Forse sarebbe degno di attenzioni maggiori più immediate, da parte del padre (a quanto pare deficitario in tal senso), al di là di qualsiasi inutile sentimentalismo orientato al futuro.
      Direi pertanto che il padre è stato tanto avaro col figlio maggiore esattamente come potrebbe sembrare quest’ultimo nei confronti del figliol “prodigio” [ un gran bel volpino! 😉 ]

  12. Sebastian
    23 marzo 2010 alle 10:22

    Ah dimenticavo, ma Calogero, è morto?

  13. Sebastian
    23 marzo 2010 alle 11:20

    ah ah ah!

    Caloggero, TORNAAAAAA!!

  14. rosarossadgl9
    23 marzo 2010 alle 12:57

    Torna torna dategli tempo!

  15. torietoreri
    28 marzo 2010 alle 23:05

    Ho scritto una storia, nel mio ultimo post. Leggila e fammi sapere cosa ne pensi. Ciao!

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