Home > Antropologia, Dialogo Chiesa-Mondo, Firmino (recensioni), Psicologia, Scienze Umane, Scuola, Teologia, Zibaldone > Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia

Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia

Michele Vilardo (a cura di)

Quarta di copertina:
«Il luogo comune è solido: per il cattolicesimo il piacere è colpa, il sesso è peccato. Da praticare con parsimonia e disagio esclusivamente nel matrimonio, e principalmente per procreare. Alcuni enunciati si ripetono nel corso del tempo nella predicazione cattolica fino a rendere possibile una sintesi così brutale. Ma sensibilità più libere, analisi circostanziate dei testi e delle politiche possono di volta in volta articolare, smentire, fino a sgretolare il potenziale conoscitivo di un assunto così generico.» È quanto fanno Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia in un libro che accomuna due passioni intellettuali e due approcci interpretativi in un’unica prospettiva di ricerca. La loro indagine rivela come il tentativo di unire lo spirito alla carne, e quindi valorizzare spiritualmente la sessualità, segni potentemente periodi e figure della storia della Chiesa — basti pensare al Cantico dei Cantici— mentre una politica della sessualità che alterna repressione e clemenza scorre parallela e agisce da efficace sistema di governo delle anime dei fedeli. La soluzione è sofisticata e funziona per secoli, finché non viene erosa dal primato della scienza che sembra dominare la modernità. Si accende così una lotta per l’egemonia in cui laici e cattolici competono ancora oggi. Margherita Pelaja lavora nell’editoria e conduce ricerche sulla storia sociale e sulla storia della sessualità tra Settecento e Novecento. E stata tra le fondatrici di “Memoria. Rivista di storia delle donne” e della Società Italiana delle Storiche. Autrice di numerosi articoli e saggi, per i nostri tipi ha pubblicato, tra l’altro, Matrimonio e sessualità a Roma nell’Ottocento (1994).

Lucetta Scaraffia insegna Storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza. E membro del Comitato Nazionale di Bioetica e collabora con giornali e riviste. Per i nostri tipi ha pubblicato, tra l’altro, Donne e fede. Santità e vita religiosa in Italia (a cura di, con G. Zarri, 1994), Storia sociale delle donne nell’Italia con temporanea (con A. Bravo, M. Pelaja e A. Pescarolo, 2001), Rinnegati. Per una storia dell’identità occidentale (2002) e Donne e uomini nelle guerre mondiali (a cura di A. Bravo, 2008).

Margherita Pelaja è laica. Storica e militante femminista negli anni Settanta, ha progressivamente saldato interessi scientifici e ri1ssione politica nel progetto e nell’esperienza della storia delle donne. Insieme con altre studiose ha fondato nel 1981 «Memoria», una rivista importante nel panorama dei gender studies in Italia, e più tardi la Società italiana delle storiche. Ha orientato le sue ricerche soprattutto sull’interazione di donne e famiglie con la giustizia e gli apparati giudiziari tra Sette e Novecento, privilegiando i conflitti che avevano al loro centro questioni sessuali.

Lucetta Scaraffia condivide la lunga pratica di storia delle donne e di femminismo, ma da circa vent’anni è tornata a sentirsi appassionatamente cattolica, e quindi ad affiancare alla sua attività di ricerca sulla storia delle donne e della vita religiosa un impegno culturale che si può definire militante. Oggi, oltre a insegnare Storia contemporanea all’Università di Roma «La Sapienza», è membro del Comitato nazionale di bioetica. Il suo impegno culturale e quello religioso si fondono quindi in molti suoi libri e articoli, ma sempre con l’avvertenza di non piegare la realtà studiata a obiettivi ideologici, con la certezza che solo una onesta conoscenza della storia può permettere di capire il presente, anche per intervenirvi polemicamente.

Annunci
  1. 3 giugno 2010 alle 18:32

    Il matrimonio è un momento importante nella vita. La meticolosa scelta della persona giusta con cui litigare.

    • 3 giugno 2010 alle 22:31

      Hai ragione,soprattutto se uno si cerca con la candelina la persona giusta per esercitare la pazienza e capire che, forse ,ogni tanto è meglio sognarsi ermafroditi!!!!

      • matilda
        3 giugno 2010 alle 22:59

        Ok Vaffa

  2. Rosa
    4 giugno 2010 alle 14:38

    Non credo che il matrimonio sia un momento più importante di infiniti altri. E’ una sovrastruttura culturale niente affatto degna di troppa enfasi. Quando due persone si amano, quello è molto importante. Il matrimonio è una convenzione sociale. Forse aveva senso per i nostri nonni, ma oggi, con il diverso concetto di famiglia, con l’indipendenza ottenuta dalla donna in questo secolo, sia culturale che economica, il matrimonio nel senso di “contratto” serve solo a garantire alcuni diritti sociali, nel senso di impegno reciproco per la vita, è piuttosto risibile, o perlomeno lascia perplessi.
    Questo certamente non significa che due persone non possano desiderare di sposarsi, anzi, è del tutto legittimo. Nel matrimonio c’è semplicemente una “promessa” d’amore, ma nessuno può essere certo di volere condividere davvero per sempre la vita con l’altro.
    Per questa ragione, ho deciso (almeno fino ad oggi) di non sposarmi. Mi dispiacerebbe dopo la festa, dovere rispedire i regali agli invitati!
    Inoltre, mi piace potere scegliere ogni giorno di amare il mio compagno e non doverlo fare per forza.
    Quando si lascia per scontato l’amore, ecco che qulcosa va storto!
    Per questo motivo, io e G abbiamo deciso di mantenere comunque i nostri appartamenti. Siamo una coppia molto più felice di altre e anche se viviamo come marito e moglie, ci teniamo a proteggere la nostra libertà e i nostri spazi.

    • Rosa
      4 giugno 2010 alle 15:13

      Per prima cosa, pratichiamo correttamente il rispetto reciproco. Non mi sognere mai di rispondere alle telefonate sul suo cellulare, nè guardare sul display chi lo sta chiamando, nè tanto meno, leggere i suoi messaggi. Non entrerei mai e poi mai dentro la sua posta elettronica, nè leggerei i suoi appunti. Quando non so dove si trova, non lo tormento con le mie “indagini”. Non mi sento preoccupata se esce con amici non ben identificati. Quando vuole stare tranquillo a casa sua, senza di me, non mi sento affatto frustrata. Anch’io ho tante cosa da fare, molta gente da incontrare, viaggi da fare anche senza di lui e rapporti sociali, emichevoli e di lavoro, nei quali lui non entra.
      Se qualcuno pensa che non siamo una vera coppia, sbaglia di grosso.
      Siamo molto uniti e abbiamo molta stima l’uno dell’altro. Parliamo di ogni cosa senza tabu e quando ci ritroviamo insieme è meraviglioso.
      Nei fine settimana, ce ne andiamo al castello e ci ritroviamo in armonia, in modo assolutamente esclusivo.
      Litighiamo poco, anzi pochissimo. Ci lodiamo continuamente e ci incoraggiamo tantissimo. Lodarsi è una palestra che fa molto bene all’amore. Una volta Daisaku Ikeda disse che anche il migliore degli uomini, se aprendo la porta di casa, non viene accolto con un sorriso, può diventare la persona più infima. E’ così. Voglio che G sia sempre felice di aprire la porta di casa, perchè sa che io sono sempre felice di accoglierlo.
      Questo è il consiglio che mi sento di dare a tutti.
      Un’altra cosa. Quando qualcosa non va, meglio parlare subito. Ogni problema va affrontato immediatamente, senza ripensamenti. Meglio risolvere subito, che covare livori.
      Stare insieme deve essere una felicità, non una tortura! Quindi, al lavoro, tutti i giorni, PER ESSERE FELICI!
      Se poi, le cose proprio non vanno più, allora bisogna ricordarsi che non esiste un bene più prezioso della propria vita e la vita ti da sempre una nuova opportunità.

  3. 4 giugno 2010 alle 15:55

    Va comunque notato che il litigio ha un essenziale aspetto di socialità che nel perseguimento della felicità, invece, può benissimo mancare. Se il matrimonio non è necessario alla felicità (!) non solo invece è pressocché impossibile litigare da soli, ma soprattutto non vi sono litigi più ben fatti di quelli che avvengono all’interno di un matrimonio. Sono certo perciò che, dovendo cercare qualcuno con cui espletare la fondamentale funzione sociale del conflitto, sceglieresti ad occhi chiusi il tuo uomo.

    • Rosa
      4 giugno 2010 alle 16:35

      Parli di litigio o sano confronto?
      Il litigio è espressione di infantilismo. Il bambino litiga per affermare e vincere la sua partita. Una persona adulta, non dovrebbe litigare, ma imparare a confrontarsi. Io non amo affatto litigare con il mio uomo, ma se c’è un problema, ne parlo con chiarezza a volte brutale e non ho paura delle conseguenze.
      Tu dici che non esistono litigi più ben fatti di quelli che avvengono all’interno di un matrimonio. Io invece ti dico che inorridisco all’idea di dovere litigare con G, quando già tutta la vita è un continuo stress!
      In una coppia, ciò che credo sia di fondamento, non è solo il sentimento amoroso, che, si sa, nel tempo si trasforma o si può trasformare, ma la consapevolezza di avere una “missione” comune, un progetto. Questo può essere, ad esempio, il raggiungimento di un obiettivo comune di qualunque natura, ideale o materiale, l’educazione dei figli, o che so io. I più grandi litigi tra coniugi avvengono quando ci si accorge di non avere più questo progetto comune e la convivenza non ha più un senso.

      • 5 giugno 2010 alle 14:34

        Ciao Rosa in modo brutale si rischia di rompergli un piatto in testa 😀 a volte anche se lo meritano sarebbe bene aspettare le condizioni di calma per confrontarsi, a te l’emotività fa essere sufficentemente razionale lucida e serena?Iopreferisco aspettare il momento più idoneo magari con una telefonata o trovando le parole giuste attraverso la scrittura che ti costringe a riflettere e mettere ordine nel tuo stato d’animo. Il problema a mio parere non sta tanto nel confronto ma nel trovare la soluzione, spesso i litigi hanno origine da ferite del passato che fan fatica a rimarginarsi e in questo si vede se c’è la volontà di collaborare e la volontà reciproca di crescere.A volte un alternativa può essere quella di farsi aiutare con un intervento esterno, se poi non si accetta neppure quello non rimane che armarsi di pazienza senza perdere la speranza perchè con l’amore si trova sempre una via d’uscita

  4. 4 giugno 2010 alle 20:03

    @Rosa
    Hai un’innata tendenza a vedere il mondo attraverso sineddoche. E la sineddoche sei sempre tu.
    Spassionatamente: un volo d’uccello, ogni tanto. Ti mostrerebbe nuovi orizzonti! 😆

  5. Rosa
    5 giugno 2010 alle 8:48

    “Due in una carne”…. preferirei “due in un pensiero” , ma mai….. “due in un portafogli”.

    Diceva il Dalai Lama: bevete lo stesso vino, ma non dalla stessa coppa.

    Certamente tutti sappiamo quante coppie non si separano per paura di affrontare il problema della divisione dei beni materiali!
    Uomini che no lasciano le mogli, per paura di perdere l’appartamento acquistato con infiniti sacrifici. Mogli che non lasciano i detestati mariti, per paura che l’assegno sia troppo al di sotto delle reali necessità loro e dei figli….
    Quindi, nel matrimonio, i beni comuni sono quasi sempre un’ostacolo alla libertà individuale. Prima ancora di affermare la forza economica e sociale della coppia, è molto importante lavorare incessantemente per realizzare pienamente la propria esistenza, anche attraverso l’indipendenza economica.
    Non potrei sopportare di offendere la mia vita, rimanendo accanto ad un uomo soltanto per non perdere le mie certezze materiali. Nessun oggetto dovrà mai ostacolare il raggiungimento della mia felicità, nè limitare la mia libertà.

    • Rosa
      5 giugno 2010 alle 9:28

      Nel matrimonio, come in ogni altra forma di unione, non bisogna fare dipendere la prorpia felicità dall’altro, o da eventi comunque esterni.
      Es: “sarò felice se avrò un figlio”, oppure: “sarò felice se lui mi dirà che mi ama”.

      Bisogna trovare la felicità, a prescindere da tutto. Essere felici, è una condizione che permette alla coppia di essere felice, insieme. Qualunque dipendenza è un’ostacolo alla propria felicità. E’ una catena.
      Se io sono felice, porto e trasmetto la mia felicità alla persona che amo, ai miei figli, a tutta la sfera familiare e non solo.
      Quando sento dire dei sacrifici che si fanno per amore dei figli, anche stare insieme ad una persona che si detesta, (per amore della famiglia), io rabbrividisco.
      Non c’è gioia più grande per un bambino che vedere la propria mamma felice! Quando un bambino vede la propria mamma infelice, pensa immediatamente di essere lui stesso la causa di quella infelicità.
      Vorrei dire a tutte le donne che incorrono in questo equivoco, di non avere paura delle separazioni coniugali.
      Per quanto siano piene di sofferenza iniziale, non bisogna cedere alle illusioni che ci inducono a credere di non essere in grado di affrontare, da soli, il cambiamento.
      Alla fine, anche i nostri figli ci diranno grazie.
      Immaginiamo cosa possono essere, nell’immaginario di un bambino, le figure dei genitori. Sono come degli Dei. Inoltre, i bimbi, nei primi anni della loro vita, imparano a riconoscere i ruoli sociali, attraverso i comportamenti di papà e mamma.
      Avere genitori fragili, deboli, infelici, significa per loro imparare a perpetuare questi comportamenti che, alla fine, li renderanno persone altrettanto deboli ed infelici.

      Buon week-end a tutti!

    • 5 giugno 2010 alle 15:28

      Confronto.
      E dopo che ci si è confrontati? Ognuno resta del suo parere. Nel confronto c’è un livello troppo basso di intersoggettività. Nel conflitto e nel compromesso c’è infinitamente più verità, quella che è consentita a noi esseri umani, dico, la veracità, l’autenticità.
      Poi che cosa sono le posizioni del confronto se non compromessi, cioè stratificazioni di conflitti già risolti? Il conflitto non è sostare su due punti in un universo monodimensionale, un gioco a somma zero, ma una ristrutturazione cognitiva in cui il punto di vista dell’altro da elemento del problema diviene elemento della soluzione.

      • Rosa
        8 giugno 2010 alle 14:33

        Il confronto tra due persone presuppone un atto di onestà che nè il conflitto, nè il compromesso hanno. Onestà pricipalmente con se stessi e onestà verso chi ci sta di fronte.

        Nel confronto c’è, prima di ogni altra cosa, una profonda ricerca dentro se stessi. Chi veramente sono? Cosa desidero dalla mia vita? Come penso di realizzare la mia felicità? Cosa vorrei trovare in te? Cosa voglio costruire attorno a me?….
        Nel conflitto o nel litigio, per meglio dire (tu lo hai chiamato così), raramente vengono fuori queste verità, che purtroppo spesso rimangono chiuse nel cassetto più recondito del nostro cuore. Quando razionaliziamo una qualunque lite tra coniugi, spesso ci accorgiamo che era per futilità. Questo avviene perchè nessuno di loro aveva il coraggio di parlare onestamente delle difficoltà profonde del rapporto. Nella lite si parla per “sottotesti”, nel confronto, solo per “testi”.! Se riuscissimo a confrontarci onestamete con l’altro, sarebbe sempre tutto diverso.

        Ti faccio un esempio:
        La moglie fa la scenata al marito, che ha guardato una ragazza per strada. La lite sembra nascere per una sciocca gelosia.
        La moglie, però, non ha il coraggio di dire al marito che, siccome a cinquant’anni sta per entrare in menopausa, teme di non essere più attraente agli occhi di un qualsiasi uomo. Non sa comunicare al suo compagno che vive un grande disagio. Non sa chiedere al compagno di scusarla se mostra aggressività, dal momento che pensa che l’altro non si accorga della sua fragilità.
        E’ una lite che si potrebbe evitare semplicemente essendo onesti con se stessi e con l’altro. Anzi, se quella donna riuscisse a parlare chiaramente, probabilmente scoprirebbe che il marito è felice accanto a lei e non vorrebbe mai e poi mai cambiarla con una donna più giovane.

        Sono per un confronto anche brutale, l’ho detto, ma onesto! Se poi, il marito non ama più la moglie ed è pronto a nuove avventure, è meglio per entrambi saperlo, non ti pare?

        Se nel confronto si è animati dal desiderio di trovare un accordo, questo arriva certamente, ma non sono per il compromesso. Ognuno di noi ha ilm sacrosanto diritto di avere il meglio dalla vita. Quindi, nessun compromesso. Mai.
        Che razza di compromesso è rimanere a casa a guardare la tv, solo perchè la moglie è gelosa e non vuole che il marito esca con amici? Naturalmente, anche il contrario…

        O si chiariscono le posizioni e si rispetta la libertà, o meglio andare per la propria strada.
        Ho parlato di questo argomento con G. E’ molto in linea con ciò che ho esposto.
        Le liti nascono principalmente da problemi interiori irrisolti, che spesso poco hanno a che fare con il rapporto di coppia. Il compagno non può essere scambiato per un “parafulmini” delle nostre angoscie. Cerchiamo prima di diventare grandi e risolvere i nostri veleni, Poi, possiamo cominciare a costruire felicità nell’amore.

      • Rosa
        8 giugno 2010 alle 17:12

        @ Giampi

        Dici:
        “Nel conflitto e nel compromesso c’è infinitamente più verità, quella che è consentita a noi esseri umani, dico, la veracità, l’autenticità.”

        Ma di quale autenticità parli? Nel conflitto siamo solo in grado di dare il peggio di noi, non certo essere più veri! La mia verità non ha luoigo nella mia bestialità, nella stupidità, nella collera, nell’avidità, nell’arroganza. Questi sono mondi troppo bassi per esprimere la totalità di una persona. Una persona è vera quando è nel mondo di collera, come in quello della buddità, o della compassione. Che diamine! Io voglio esprimere valore anche se mi incacchio! La mia parola non deve offendere, perchè è la voce del Budda!!! So che ogni mia frase, anche la più “tagliente” sarà piena di compassione e comprensione!
        No, non voglio tirare nè piatti nè altri oggetti. Voglio che i Budda parlino tra di loro. Credo assolutamente nel dialogo pacifico. Se poi non si sta più bene insieme, pazienza.
        Visto che sei un amante di De Andrè, ricorderai una canzone che recita: è stato meglio lasciarci, che non esseci mai incontrati.

        Quando, ad un certo punto della vita, cominci a cambiare, gli altri cambiano con te, o si allontanano.
        E’ inevitabile, ma ne vale sempre la pena e cambiare vale la pena, se per la felicità.

      • 9 giugno 2010 alle 10:10

        Cara Rosa,
        trovo già significativo che tu abbia sentito il bisogno di rispondere con due post di fila ad un’unica mia provocazione. E nella seconda (dimmi se sbaglio) sembra far capolino un dubbio che subito ti affretti a cacciar via.
        Partiamo dall’amato Faber: «è stato meglio lasciarci, che non esserci mai incontrati». Ma dove andare senza di TE?
        Mi viene in mente una preghiera musulmana: «Che ha trovato chi ti ha perduto? E che ha perduto chi ti ha trovato?».
        Volevo già dirti questo qualche giorno fa, a proposito della felicità che ami spesso evocare: per un cristiano la felicità non è impossibile, ma neppure umanamente possibile. La si può davvero ottenere solo sotto forma di “gioia”, come dono nuziale da parte del Risorto. Per un cristiano l’universo dell’alterità comprende quell’assolutamente Altro, perciò la felicità la si può ottenere solo facendo i conti con l’incolmabile prossimità altrui.
        Il punto è che “compromesso” e “conflitto” (o “lite”, la quale non è che un tipo di conflitto, usato anche per indicarne quella particolare specie che è il contraddittorio predisposto al raggiungimento di una verità processuale) non sono affatto rispettivamente sinonimi di “acquiescienza” e “bestialità”, come sembri credere. Così come, del resto, “confronto” non è per nulla sinonimo di “dialogo pacifico”, “compassione”, “comprensione” e “autocomprensione”. Tutte queste belle cose esistono solo come astrazioni (“mondi”). In concreto esiste un solo mondo per tutti e una sola vita ciascuno; esistono solo persone compassionevoli (a volte sì a volte no); che dialogano (più o meno pacificamente); comprendono gli altri e se stessi (in maniera ora profonda, ora superficiale). In concreto esistono biografie di libertà, per la cui intrinseca storicità è essenziale l’alterità, l’esserci dell’altro, proprio nella sua irriducibile diversità. In breve: rispetto al semplice “confronto”, il conflitto e il compromesso sono categorie ermeneutiche più universali e comprensive della condizione umana e dei suoi dinamismi. Il conflitto, infatti, non lo vediamo solo attorno a noi; questo avviene solo perché il conflitto siamo noi nella parte più profonda di noi stessi, e la “buddità” è solo una parte di questo conflitto, anzi un suo momento, lungo quanto vuoi, anche tutta una vita (come può essere accaduto a Siddharta) ma comunque contingente e transitorio, come noi persone umane essenzialmente siamo per nostra natura.

      • 8 giugno 2010 alle 19:34

        about ore 17 e rotti

        Mi chiedo: ma tu ci credi in quello che dici? O lo dici tanto per dire, per fede, per dottrina, per maniera, per bellezza estetica, per libidine lettararia. Insomma, tanto per romepre i cojones!

      • Rosa
        8 giugno 2010 alle 20:11

        9 ò clock p.m.

        Per tutte queste cose (compresa l’ultima), ma principalmente perché io penso e sono così.

  6. Rosa
    8 giugno 2010 alle 14:45

    @31

    Sono un pò feticista e mi dispiacerebbe rovinare il servizio di porcellane, spaccando qualche piatto… !!!

    Sono d’accordo con te su tutto. Alle volte sono vecchi livori che si trascinano. Una lettera può essere utile. Anch’io ho usato questa strategia, una volta. E’ stata utile.
    Sai, la mia vera strategia è quella del “Sutra del Loto”. La mia preghiera è utilissima per questo genere di cose, perchè è finalizzata all’armonizzazione tra le cose e le persone. Quando si alza lo stato vitale, si guardano i problemi sotto altre angolazioni e si è più determinati a risolvere.

    Sei una donna veramente in gamba.

  7. 9 giugno 2010 alle 16:39

    Grazie Rosa detto fra donne son dell’idea che gli uomini più che amare la parola per comunicare amino i gesti, esprimono molto di più i sentimenti con le azioni mentre noi cediamo subito al bisogno di parlare .C’è diversità di stile nel comunicare , c’è la comunicazione del giorno e quella della notte, gli uomini preferiscono quella notturna in camera da letto 🙂 piuttosto che in salotto, se di giorno la fanno da padroni con razionalità e autocontrollo di notte lasciano campo libero ai sentimentie alle emozioni ,è dopo il tramonto che esce dai suoi ruoli fissi e si racconta intimamente

    • 9 giugno 2010 alle 19:38

      Odddddiooooooooooooooooooooo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

      Ma si possono mettere assieme tanti luoghi comuni una volta sola!

      Mai scopato di giorno?

      • 10 giugno 2010 alle 8:05

        Mah guarda tu che lingua, non si s….si fa l’amore

      • 10 giugno 2010 alle 11:27

        Di “amore” non ne ho visto in quell’accozzaglia di luoghi comuni.

  8. Rosa
    9 giugno 2010 alle 20:55

    @Giampiero

    Se per te, le mie sono astrazioni, per me lo sono anche le tue.
    Io ti parlo della mia vita, delle mie esperienze. Quando affermo che non amo litigare con la persona che amo, penso che sia condivisibile. Chi vorrebbe litigare con chi si ama?
    Io do molta fiducia all’altro. Credo molto sulle sue potenzialità. Tu sei cristiano, ma io sono buddista. Per un buddista, ogni essere umano è un Budda, quindi merita ogni rispetto. Quando parlo con una persona, cerco di non vedere immediatamente le cose che mi fanno antipatia. E’ una palestra della “pratica giornaliera”. Mi sforzo di sfuggire al pregiudizio. Cerco di ossevare le cose belle che possiede e concentrarmi sul fatto che, essendo un Budda, possiede infinite capacità di saggezza. Da quando pratico questo modo di pensare, anche gli altri rispondono in maniera meno “combattiva” in ogni dialogo. Per questa ragione, so di potere ottenere il meglio da chiunque, purchè io mi sforzi di offrire il meglio di mè.
    Da quando sono buddista, non litigo più. Le discussioni sono molto pacifiche. Sempre.
    Specialmente con la persona che amo. Per lui ho il massimo rispetto e lo tratto sempre da pari. Sono convintissima che possa esistere un dialogo pacifico anche in condizioni estreme. Certo, è normale infuriarsi, ma con la pratica buddista, questa condizione dura sempre meno. E’ così. Uno satato vitale alto, ti impedisce di arrivare agli eccessi.

  9. 10 giugno 2010 alle 9:00

    @Rosa
    «non amo litigare con la persona che amo».
    Questo significa che ami litigare con le persone che non ami?
    Scusa, ma se identifichi l’amore con l’assenza di conflitti, ti privi in partenza di un amore universale e indiscriminato, proiettato verso l’altro, chiunque egli sia. Una cosa del genere non mi sembra coerente neppure coi principi del buddismo, pur riconoscendo di non avere sufficienti competenze al riguardo.
    Implicitamente hai già risposto a questa mia obiezione, nel tuo post precedente, dicendo che che ti sforzi di dare il meglio di te con chiunque, ottenendo in questo modo dagli altri una risposta «”meno combattiva”». Ma qui c’è un nodo nevralgico della questione.

    “Meno combattiva” non significa “niente affatto combattiva” né “pacificamente dialogante”. Quindi una quota di conflitto, anche in misura residuale, è ineliminabile. Ed è su questa irriducibilità del conflitto che t’invito a riflettere.

    Il tentativo di ottenere dagli altri una risposta «meno combattiva» non è necessariamente una cosa buona per la verità e il dialogo autentico. So che non è il tuo caso, ma certamente ridurre la combattività dell’interlocutore è una tattica di chi vorrebbe ottenerne la persuasione ad ogni costo. E’ stato così ed è spesso così tuttora nel dibattito pubblico, o in quello interno alla Chiesa. In altre parole, una ridotta combattività può favorire intenti di manipolazione della comunicazione.

    Poiché la relazione maschio-femmina è il modello atomico di ogni rapporto intersoggettivo, ed è di questo che stiamo parlando, aggiungo che identificare l’amore con l’assenza di conflitti, oltre a ignorare la natura ambivalente dell’affettività umana (solidale-aggressiva; cooperativa-competitiva) può anche offrire la possibilità di comode razionalizzazioni a situazioni di coppia dal dialogo ormai esaurito, che tuttavia stentano a prenderne atto, scambiando questa inerzia per equilibrio emotivo raggiunto, per assenza di «eccessi» e addirittura per «stato vitale alto». Quante persone di fatto scambiano propri comportamenti oggettivamente contrari alla logica dell’amore di coppia per atti innocui per il loro rapporto, perché falsamente rassicurati della sua solidità dall’assenza di conflitti interni e un’atmosfera pacificata?

    N.B. Mi dispiace averti dato una cattiva comunicazione nel mio post precedente. Non intendevo dire che vivi in un mondo astratto. Credo davvero che tu sei una persona compassionevole e dialogante con tutti. Volevo solo dire che trovavo quel tuo modo di rappresentare la realtà di coppia eccessivamente semplificato.
    Un abbraccio.

    • Rosa
      10 giugno 2010 alle 14:43

      @ Giampiero

      Senza dubbio, non mi esprimo bene. Io cerco di amare tutti indistintamente. Quando dico Tutti, non intendo una massa generica di persone non ben identificate, ma ogni singola persona. Dire che ci riesco sempre, forse è un pò troppo, ma mi sforzo di amare anche le persone che mi hanno fatto soffrire e desiderare comunque la loro felicità. Desiderare la felicità di ogni singola persona… Anche un semplice uomo può farlo. Ma figurati se non voglio la felicità dell’uomo che amo! Ogni giorno, due volte al giorno, prego per questo. Nelle mie preghiere mando “daimoku” per la felicità dei miei amici, compresi quelli di TdN, e prego per la pace nel mondo, oltre che avere una vita felice con G e realizzare i miei desideri. Che rimanga tra di noi, prego per la mamma di Kal, oltre che per i mjiei cari.
      La pace nel mondo si ottiene attraverso la forza di volontà di ogni singola persona. Confrontarsi tra persone, e lì ti do ragione, è un’azione per così dire, “drammatica”, se preferisci, conflittuale. Non per questo, però, è necessario fare la guerra per avere la pace!
      La capacità di dialogare non è semplicemente un dono. Si impara, come in palestra. E’ per questo che nelle nostre attività, almeno tre volte al mese, ci si incontra in quelli che chiamiamo “Zadankai” cioè: riunioni di discussioni. In queste riunioni, il responsabile del gruppo (in questo caso, io), introduco un argomento e poi lascio agli altri la possibilità di dialogare esprimendo pareri, esperienze, visioni non sempre condivise da tutti. Il concetto di “itai doshin” (corpi diversi, uniti nella mente) ci permette, alla fine, senza mai litigare, di trovare sempre un accordo armonico e sai perchè? perchè impariamo che anche le visioni divergenti sono un’opportunità, una ricchezza. Uniti nella mente, significa che il nostro desiderio più grande, nonostante la differenza dei corpi, cioè le infinite caratteristiche tra le persone, è stabilire la pace. Come si fa per esserlo? Per esempio, Non pensare che l’altro sia un cretino, o che non abbia capacità, non credere di essere migliore degli altri… insomma, spogliarci dai pregiudizi e sforzarsi di comprendere veramente l’altro.
      Quando dico che “mi sforzo” di fare tutto questo, ammetto che esiste comunque un conflitto dentro di noi, che un buddista chiama “Oscurità fondamentale”. Fa parte dell’uomo: è la paura del diverso, l’arroganza, l’avidità…..ma già lo sai. Anche se questo fa parte della natura dell’uomo, anche la buddità ne fa parte! Quindi, perchè non esprimere buddità e vivere felici?
      Andiamo all’amore. Tutto quello che ho esposto, si applica anche alla coppia. Quando parlo di felicità, come certamente avrai adesso ben capito, non parlo solo della mia, ma anche di quella degli altri. La mia felicità, infatti, non esiste da sola, ma solo se la condivido. Quindi, prego per la felicità dell’uomo che amo. Se desidero la sua felicità, mi sforzerò di ascoltare rispettosamente le sue argomentazioni e se non mi piacciono, imparo a considerarle una opportunità per approfondire la mia natura di budda.

      Non posso biasimarti se non comprendi o non condividi le mie posizioni, perchè i presupposti sono molto diversi, me ne rendo conto.
      Comunque, non sono i presupposti o le diverse culture o le filosofie a no n realizzare la pace. Sono solo le piccolezze degli uomini che non ci permettono di essere in pace.

      un esempio:
      tu sei cristiano, io no. E’ evidente che abbiamo una visione del mondo molto diversa, ma riusciamo a dialogare. Ilm tuo pensiero che diverge dal mio è un’opportunità per me. E’ molto prezioso. Infatti, per scriverti, sottraggo tempo ad attività lavorative, sociali e familiari.
      Anche Calogero è cristiano, però quando mi invita a fare “una lavanda di gesso”, non è il cristiano che parla, ma un arrogante presuntuoso ignorante. Se fossi diversa da quella che oggi sono, mi sentirei offesa e coverei un grande livore, ma non è così. Mi dispiace non essere arrivata al suo cuore, ma è la sua vita e piuttosto mi addolora vedere le cause negative che sta mettendo in questa esistenza. Sono sicura che è una persona veramente infelice e sola. Spero che un giorno capisca cosa potrebbe cambiare per vivere meglio e trasformare questa sofferenza.
      Come vedi, non sono le culture che impediscono alle persone di andare d’accordo, ma la violenza e la stupidità insita nell’uomo.
      Io ho una grande arma. E’ il Daimoku. E’ una spada ingioiellata, che mi rende forte e mi permette di rialzarmi sempre.
      Oggi, a tavola, G mi ha ricordato una frase meravigliosa di Nichiren:Il leone non ha paura di essere solo. Voleva incoraggiarmi e ci è riuscito. Il mio ruggito, in questo momento, potresti sentirlo anche tu.
      Ti voglio bene.
      Anche a te un abbraccio.

    • Rosa
      10 giugno 2010 alle 21:23

      Desidero aggiungere ancora qualcosa.
      Anche se sono per la pace e la felicità di ogni essere vivente, questo nn significa che sia anche una “pappamolla”. Vivo la vita con vera passione. Desidero realizzare l’impossibile in questa vita, quindi non mi stanco di lottare con la forza instancabile che forse avrai intuito. Ho determinato di avere sempre coraggio e di parlare sempre apertamente. Ho una forte autostima e nel contempo do fiducia alle persone che mi sono attorno. Sono veramente e profondamente felice, anche se ho tante difficoltà e spesso grandi (ma momentanee) sofferenze. Per me la felicità è questa. Essere alle redini della mia vita, percepire nella mia umanità la grande e segreta natura del Budda.

      • 12 giugno 2010 alle 14:36

        Ma tu lo sai cosa è una lavanda di gesso? Se tu pensi che te lo dica io prima che lo dica tu stesso di sbagli di grosso.

        E’ quasi tutto vero quello che dici: che pensi di avere una forte autostima, solo che conforndi autostima e ipertrofia dell’io. Che è precisamente ciò di cui sei (inguaribilmante) affetta. Tu dici di ascoltare tutti, ma senti solo ciò che vuoi sentirti dire.
        Tu dici di imparare da tutti, ma l’unica cosa che ti interessa è che qualcuno riconosca di avere imparatio da te. Come i bambini che voglio detto bravo per i loro scarabbocchi.
        Ma tu sei bambina?

        Quanto a me: presuntuoso lo sono di certo, fa tutt’uno con l’ignoranza (vedi appresso). Arrogante neanche un poco (forse non vuoi ammettere a te stessa di avare anche tu come i più comuni mortali qualche complesso di inferiorità).
        Ignorante: certamente si. A volte, quando contemplo la mia non beata ignoranza, rimango assolutamente sgomento di quanto essa sia vasta e di quanto piccoli siano i passi che penso di compiere per ridurla; e senza risultati, in verità. Più la misuro, più la osservo, più essa cresce.

        La mia vita.
        La tua affermazione si definisce, psicanalisi da bar dello sport.
        Sarà vero che ti dispiace di non essere arrivata al mio cuore, ma solo perchè non digerisci i fallimenti. E dire che il mio cuore è una specie di porto di mare. Ma tu hai preteso di passare per l’antimurale. E poi sarei io il presuntuoso!

        Quanto alla felicità, non ho ben capito se è alla ricerca buddista o a quella della costituzione americana che ti riferisci. Ma se di esse si tratta, certo sono sicuramente un infelice; non ho nè l’una nè l’altra e pensa che ci siano persone che passano la vita ad insguirla, mi rende antropologicamente infelice.
        La solitudine non so cosa sia, non ho mai provato il sentimento che nornalmente si descrive per tale. Quindi fai tu.

        Nulla mi manca, nulla mi spaventa.
        Solo Dio basta.
        Niente mi turba, niente mi manca.
        Solo Dio basta.

        Perchè mai doveri essere solo e infelice?

  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: