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Una profezia incompiuta


litterae-testata

COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Anno C, Tempo ordinario, III domenica
Ne 8,2ssa.5s.8ss; Sal 18, 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4.4,14-21
Le tue parole, Signore, sono spirito e vita

Lc 1,1 Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, 2 come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, 3 così ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, 4 perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

4,14 Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione. 15 Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi.
16 Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. 17 Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto:

18 Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
19 e predicare un anno di grazia del Signore.
20 Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. 21 Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi»
.

Anno C tempo ordinario, IV domenica
Ger 1,4s.17ss; Sal 70; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4,21-30
La mia bocca annunzierà la tua salvezza

Lc 4,21 Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». 22 Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». 23 Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». 24 Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. 25 Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26 ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro».
28 All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29 si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.


Accostandovi i primissimi versetti di Luca, con la celebre dedica a Teofilo, l’uso liturgico sottolinea che 4,14-30 è l’inizio vero e proprio del terzo vangelo. Se poniamo attenzione alla proiezione della pagina sull’assemblea liturgica che lo ascolta, esso sembra effettivamente pensata fin dall’origine per la lettura pubblica all’interno di una liturgia della parola, creando un particolare effetto di continuità spazio-temporale. L’ambientazione sinagogale si prolunga fin dentro l’aula liturgica cristiana e apparecchia una scena dentro la scena: il lettore attuale legge di Gesù che legge, e l’uno e l’altro leggono le stesse parole di Isaia. Una proclamazione della profezia che si ripropone dentro la proclamazione del vangelo, rinnovando tutto il proprio potenziale di evocazione e suggestione. L’”anno di Grazia” di cui la comunità celebrante ode nel vangelo non è altro che il tempo liturgico che le sta davanti.

Si possono trovare conferme dell’intenzionalità di questo effetto nell’analisi interna del brano.
Anzitutto non si tratta di una dichiarazione programmatica, come abbiamo ad esempio nel Discorso della Montagna, ma di un proclama, un kerygma. Anche se nell’opera di Luca non compare mai la classica formula marciana tipica della primitiva predicazione di Gesù in Galilea (Mc 1,15) vi sono chiari indizi del carattere kerygmatico della pagina odierna, dall’impiego del cosiddetto libro dell’Emmanuele di Isaia, all’accento posto sul kairòs («Oggi…») e sul suo “compimento” (sémeron peplérotai). La spiegazione della misteriosa assenza dell’annuncio nell’oralità della sua forma originale va cercata probabilmente proprio nell’indirizzo a Teofilo, che lascia intravedere l’esistenza di un corpo dottrinale già consolidato nella comunità di Luca, gl’intenti in certo senso letterari dell’autore, cioè la sua consapevolezza di comporre un documento finalizzato alla lettura e allo studio più che alla predicazione, ma soprattutto la destinazione dell’opera principalmente ad un pubblico già evangelizzato. Già allora, da tempo il vangelo aveva cessato d’essere l’annunzio del Regno per diventare ciò che è tuttora: l’annunzio di Cristo.

Lo scavo psicologico dei personaggi, la costruzione tematica, che insiste sullo Spirito e il perdono raccogliendo in poche righe tutti i principali elementi della teologia lucana, il consueto scrupolo nella ricostruzione storica, che giunge qui fino al dettaglio toponomastico di denominare i luoghi dell’azione come ai tempi di Gesù (“Nazarà”, non “Nazareth”), ci mettono davanti a un pezzo di bravura dell’arte pittorica di Luca.
Non a caso al lettore odierno esso porta alla mente una tecnica di ripresa cinematografica. La minuziosa insistenza su piccoli gesti (“gli fu dato il volume… lo aprì… lo riavvolse… consegnò il volume”) genera un effetto al rallentatore che termina con una chiusura su un primissimo piano (“gli occhi di tutti stava fissi su di lui”). Una suspence è sapientemente ottenuta allungando la pausa, che s’indovina riempita da un profondo silenzio e attesa, tra le parole del profeta e quelle dell’autorivelazione del Cristo.
La maestria narrativa di Luca non oscura, ma esalta questo saggio di maestria omiletica di Joshua Ben-Issuf.
Con il suo folgorante incipit: «Oggi si è compiuta questa Scrittura…» Gesù dice che la profezia non si realizza solo nella persona del predicatore ma anche in quelle degli uditori. La forza sua della predicazione sta nell’efficacia performativa: essa realizza ciò che significa, perciò è inclusiva e sanante; escatologica: scritturistica e attualizzante. L’assemblea dei galilei che gli sta davanti, una sorta di decima della nuova umanità, si trasforma nell’isaiano “resto d’Israele”, nel popolo degli anawim, i poveri di Iaweh. Anche i tempi messianici hanno cessato di essere futuri per divenire urgenza immediata. Il segno dell’investitura messianica, lo Spirito effuso sopra l’Inviato del Giubileo viene disseminato in mezzo al popolo che diviene così, tutto intero, assemblea messianica, raduno escatologico. Il vero segno tangibile degli ultimi tempi non è quindi nelle miracolose guarigioni che il Cristo è tuttavia abilitato a compiere ma in una nuova qualità teologale del tempo denominato “anno di Grazia”, cioè nella permanenza degli effetti della parola sotto forma di un mutamento radicale di vita e di relazioni umane in mezzo al popolo…
…Ma anche in rapporto a questo figlio uscito da Nazarà.

La brusca virata, da approvazione e meraviglia a ostilità, che si coglie nelle risposte dell’assemblea nel breve giro di un solo versetto (4,23)  si spiega probabilmente con un’operazione redazionale dell’evangelista, che accorpa in un’unità narrativa fatti del ministero pubblico di Gesù accaduti a Nazarà in due o più occasioni diverse. Per questo il brano non risulta essere un resoconto del discorso programmatico di Cristo; è piuttosto un abstract, un bilancio dell’intero anno giubilare che egli volle proclamare e di fatto celebrò nel suo anno di predicazione in Galilea, ma anche l’anticipazione parabolica del suo complessivo fallimento. Il rifiuto dei nazareni riassume la brusca interruzione del progetto dell’anno di Grazia, il quale a sua volta prelude all’esito del ministero di Gesù a Gerusalemme.

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  1. 1 febbraio 2010 alle 18:52

    «si spiega probabilmente con un’operazione redazionale dell’evangelista,»

    Attento al fuoco incrociato !!!!!!!

    • 1 febbraio 2010 alle 18:55

      Sopporterò stoicamente, per amore della verità…
      (e del metodo esegetico)

  2. 5 febbraio 2010 alle 22:47

    Allora se non fu un anno di grazia che profezia è?

    • 6 febbraio 2010 alle 8:47

      Non esistono profezie che si autoavverano? Ne esistono anche di quelle che si autosmentiscono. Queste ultime sono, ovviamente, le sole autentiche.

  3. 6 febbraio 2010 alle 17:03

    In sintesi: non siamo pupi e Dio non è un puparo!

    Perdonate l’ermetica prosaicità.
    (Miii, ma quanto mi piacciono gli ossimori!!!! Mi vengono soli soli 😀 )

  4. 6 febbraio 2010 alle 17:46

    Miiiii! chi siamo allora? 🙂

    • 7 febbraio 2010 alle 21:25

      Bella domanda. Domanda universale. Eterna domanda.
      Da che c’è il mondo c’è chi se lo chiede. C’è chi non se lo chiede. E chi lo sa già.
      Io preferisco stare nel primo gruppo e rinnovare la mia risposta ogni giorno. Nel secondo morirei di tristezza. Nel terzo starei con gli imbecilli e i fondamentalisti. E con tutto il rispetto e la misericordia, preferisco litigarci piuttosto che andarci a colazione.

      Una delle tante risposte: Gli uomini o la loro maschera


      Gli uomini o la loro maschera
      quando per un segnale incomprensibile
      lì nella brulicante commedia
      l’azione si interrompe
      e ristà, a un tratto, il gioco delle parti
      eccoli
      che impietosamente sopresi da quel vuoto
      e in essi da un fulmineo coagulo
      ciascuno dalla sua malcerta verità risaltano
      ancora più goffi
      spiccano ancora più fatui
      in quella neutra desolata lacca, tutti,
      coloro che si appisolano
      nella loro grandezza presunta o finta
      e gli altri che vociferano
      e pestano conciate nullità, tutti,
      tutti ugualmente…
      ma non è
      questo il tralucere
      improvviso dell’inferno,
      non è la morte, questa, è la semina,
      solo così rigermogliano
      e sono riconquistati al movimento,
      al fuoco, all’eterna metamorfosi.

      • 7 febbraio 2010 alle 21:29

        adde:

        Mario Luzi
        «Per il battesimo dei nostri frammenti (1978 – 1984)»
        GLI UOMINI O LA LORO MASCHERA

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