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Shoah: Cinque domande e una risposta sullo sterminio (per non dimenticare)

Pio XII sapeva della Shoah, anche la potente lobby degli ebrei americani e la Croce Rossa sapevano: perché non hanno parlato?

Roosevelt, Stalin e Churchill sapevano, perché non hanno attaccato militarmente le infrastrutture dei campi di sterminio?

Giovanni Paolo II: Perché la Provvidenza ha concesso al nazismo tredici anni e al comunismo sovietico settanta?

Un rabbino: Dov’era Dio mentre il suo popolo veniva sterminato?

Una sopravvissuta polacca: Dov’era l’uomo?

Cimitero degli ebrei morti nei campi di sterminio nazisti. Berlino.

 

Tutte le risposte, forse, in una ben nota tesi della storiografia ebraica, secondo la quale Hitler combattè contemporaneamente due guerre: una contro gli ebrei, l’altra contro il resto del mondo. Fino alla fine si consolò della disfatta pensando alla totale eliminazione degli ebrei come il suo vero successo. Fu l’impiego di enormi risorse di uomini, mezzi, infrastrutture, materiali per portare a termine lo sterminio, che finì con l’indebolire lo sforzo bellico della Germania contro gli Alleati. E’ temerario pensare che il sacrificio di sei milioni di ebrei, in definitiva, abbreviò il conflitto mondiale, risparmiò all’Europa immensi sacrifici, salvò la vita a molti milioni di persone, ottenne la salvezza della stessa Germania dalla totale estinzione e forse preservò dalla scomparsa la stessa civiltà cristiana e la cultura dei diritti in Europa?

 

Per le sue premesse, per le sue molteplici cause e per il concreto svolgersi degli eventi, sappiamo e constatiamo, dunque, che l’Olocausto fu una disfat­ta della intera civiltà occidentale e uno dei peggiori baratri della coscienza del­l’umanità in tutta la sua storia.
(da M. Cattaruzza, M. Flores Simon, L. Sullam, E. Traverso, Premessa, Storia della Shoah: per non dimenticare, Berna, Siena, Venezia, Parigi giugno 2005)

“Fu trafitto a causa delle nostre colpe. Il castigo che ci rende la pace fu su di lui e per le sue piaghe noi siamo stati guariti”

(Isaia, 53,5)

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  1. rickinca84
    8 febbraio 2008 alle 11:51

    mmm… giampiero non ne sono molto informato ma questa non è la teoria dei tempi messianici di stampo sionista secondo cui il moderno stato di Israele non si altro che il raggiungimento del popolo eletto dei suddetti tempi messianici non più identificati con una persona singola (come noi in Gesù Cristo – il messia appunto-) ma con un periodo storico che vive il popolo d’israele ?

  2. 12 febbraio 2008 alle 13:26

    Il dubbio cristiano sul popolo d´Israele

    GAD LERNER

    Destreggiandosi invano fra la luce e le tenebre, un infelice artifizio dialettico rivela oggi agli ebrei che la Chiesa cattolica non può smettere di additarli come popolo anomalo, un´imperfezione da sanare.
    Avendo elevato la lotta contro il relativismo a priorità del suo magistero, Benedetto XVI deve anzi ribadire con forza quell´imperativo – la conversione degli ebrei – che i suoi predecessori avevano deciso di mettere in sordina.
    Da mezzo secolo, ormai, la Chiesa s´interroga su quanto sia lecita teologicamente una svolta relativista a proposito della conversione degli ebrei. Fondamento di dottrina che si richiama a San Paolo e da cui, per oltre diciannove secoli, trassero alimento la diffidenza e il disprezzo nei confronti del popolo della Bibbia, colpevole di negare la divinità di Cristo. Se di nuovo quel proposito di correzione-conversione viene ribadito come elemento decisivo della fede cristiana, sarà difficile farlo coesistere con la ricerca dell´amicizia in uno spirito di riconciliazione.
    Lo rivelano le modifiche testuali, solo in apparenza attenuative, disposte dal Vaticano nel messale del rito tridentino per il venerdì santo, quello da cui nel 1959 Giovanni XXIII eliminò l´odioso riferimento alla perfidia ebraica. Al posto della preghiera per il “popolo accecato” perché “sia strappato alle tenebre”, oggi il Vaticano formula un eufemistico auspicio: “Preghiamo anche per gli ebrei, affinché Iddio Signore nostro illumini il loro cuore e riconoscano Gesù Cristo come Salvatore di tutti gli uomini” (i corsivi sono miei).
    Non è piacevole essere oggetto di una tale speciale attenzione, risparmiata ad altri popoli. Poco cambia, evidentemente, che i riferimenti all´accecamento e alle tenebre vengano sostituiti dall´augurio di illuminazione e dalla speranza di riconoscimento. Questa nuova preghiera che confida in una provvidenziale folgorazione degli ebrei – che finalmente desistano dall´errore – adegua l´argomento con cui numerosi santi e dottori della Chiesa definirono gli erranti come “popolo maledetto”. Un insulto rimosso, quest´ultimo. Ma potenzialmente implicito nell´attesa di una resipiscenza ebraica, condizione indispensabile per la Salvezza di tutte le genti alla fine della storia. Prima o poi è necessario che gli ebrei, per quanto rispettabili nella loro ingiustificata ostinazione, riconoscano la Verità che pure duemila anni or sono fu rivelata sotto i loro occhi, nella loro terra.
    Per secoli la Chiesa ha preteso di rappresentarsi come “la nuova Israele”. Fu Giovanni Paolo II, sulla scia del Concilio, a sconsigliare l´uso di questa espressione tipica di una teologia sostitutiva per cui l´Alleanza del Monte Sinai sarebbe invalidata e soppiantata dalla Nuova Alleanza. Dunque coloro che non vollero riconoscerla sarebbero per questo condannati al disprezzo, fin tanto che non si convertiranno.
    Si spiegano così la protesta e la pausa di riflessione annunciate dall´assemblea rabbinica italiana nel dialogo con la Chiesa di Roma. “Vengono meno gli stessi presupposti del dialogo”, ha rilevato il suo presidente Giuseppe Laras. Il Vaticano, infatti, non aveva alcuna necessità immediata di introdurre questo nuovo testo, visto che già nel 1970 Paolo VI l´aveva completamente modificato la preghiera del venerdì santo, limitandosi all´augurio, ben diverso, che il popolo ebraico sia fedele alla sua Alleanza.
    E´ interessante ricordare che lo stesso Paolo VI –come confermano suoi appunti scritti- nel 1964 restava contrario a una dichiarazione conciliare sul popolo ebraico nella quale mancasse un riferimento all´imperfezione e alla provvisorietà della sua condizione, visto che “tale speranza è esplicitamente espressa nella dottrina di S: Paolo sugli ebrei”. Papa Montini preferì allora custodire nell´intimo tale convincimento. Un anno dopo vide la luce la “Nostra Aetate” con cui la Chiesa scagionava gli ebrei dall´accusa di deicidio, senza riferimento alla necessità della loro conversione.
    Da allora molto cammino si è compiuto, allietato da storici gesti di riconciliazione e promesse d´amicizia. Ma la Chiesa cattolica fatica a compiere il passo più difficile nei confronti degli ebrei: l´elaborazione di una nuova teologia che archivi definitivamente la teologia sostitutiva.
    Non a caso, per motivare la scelta vaticana di riproporre –così infelicemente modificato- il messale in vigore nel 1959, il cardinale Kasper s´è richiamato alla dichiarazione “Dominus Iesus” pubblicata nell´agosto 2000 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede presieduta da Joseph Ratzinger. Riaffermando solennemente che non vi sono altre vie d´accesso alla Verità e alla Salvezza al di fuori di Gesù Cristo, la “Dominus Iesus” giunse come una doccia fredda a ridimensionare, sei mesi dopo, i “mea culpa” del Giubileo. La centralità di fede della conversione degli ebrei tornava così tema prioritario, e pietra d´inciampo, nel dialogo interreligioso.
    Venne di conseguenza, nell´ottobre 2005, la designazione del cardinale Lustiger, eminente figura di ebreo convertito, per la commemorazione in Vaticano del quarantesimo anniversario della “Nostra Aetate”. La stessa biografia di Lustiger testimoniava un´accezione del dialogo finalizzata alla conversione. Il rabbino capo di Roma decise per questo di disertare la cerimonia.
    Il medesimo filo conduttore di una fede che non ammette relativismi, congiunge la lectio magistralis di Ratisbona – dove il papa rivendicava una sorta di dominio sulla ragione – con la proposta agli ebrei di un dialogo somigliante ad un´amicizia sopraffattrice.
    Settant´anni dopo le leggi razziali che “Civiltà cattolica” nel 1938criticava debolmente, riconoscendovi benefici elementi di opportunità, viviamo per fortuna un´epoca completamente diversa. Ma la questione teologica rimane irrisolta, così come la fatica cristiana di confrontarsi con il Gesù ebreo.

    © Copyright Repubblica, 8 febbraio 2008

  3. 12 febbraio 2008 alle 13:31

    Caro Riccardo,

    E dunque? Ma poi, che significa “di stampo sionista”? Certo, la storia delle interpretazioni di Isaia 53,5 (il cosiddetto terzo carme del Servo di Jahweh) mostra una singolare stratificazione e, come tutte le profezie messianiche, ha subito anche strumentalizzazioni politiche; ma il rischio di manipolazioni secolarizzanti delle Scritture è venuto anche da parte di interpreti cristiani.
    E comunque l’interpretazione della figura del Servo di Jahweh in chiave di personalità corporativa non solo non è necessariamente il frutto di una distorsione ideologico-politica (se vi è almeno uno spiraglio per distinguere la nozione teologica di popolo d’Israele dallo Stato d’Israele o dalla nazione ebraica) ma è addirittura compatibile con l’interpretazione cristiana che identifica il Servo con Gesù. C’è una communio sanctorum, una solidarietà nella grazia, analoga a quella che affermiamo presente nella Chiesa, che lega i destini storici di Israele alla vicenda terrena del rabbino ebreo Gesù di Nazareth.
    E’ ormai universalmente accettato che la Shoah è l’evento storico fondante dell’ultima generazione dei diritti umani: il diritto alla libertà dal bisogno e dalla paura, il diritto di autodeterminazione dei popoli. Questo interpella la coscienza cristiana e reclama un’interpretazione teologica di questi fatti. Perciò è sempre più urgente una nuova teologia cristiana del primato d’Israele nel piano salvifico; la Shoah, infatti, ha reso impossibile la semplice riproposta di quella tradizionale (vedi articolo di Gad Lerner, postato qui sopra). Una nuova interpretazione che abbia come argini l’aderenza alla verità storica e una più profonda intelligenza del dato biblico. Non è più accettabile la vecchia impostazione di un’alleanza mosaica imperfetta e provvisoria in vista della “nuova ed eterna”, stipulata con la croce di Cristo, a cominciare dal senso stesso tradizionalmente dato a queste parole. Ciò che la “nuova Alleanza” abroga non è l’Alleanza di Mosè o le promesse ad Abramo; ma il culto del Tempio, i sacrifici di animali, come risulta dal contesto dei discorsi dell’ultima cena di Gesù, dalla lettera agli ebrei e dalla storia stessa, sacra e non. “Eterna” non si contrappone a “contingente” o “provvisoria”, ma allude piuttosto all’estensione delle prerogative teologali d’Israele all’intera umanità. Un orizzonte verso cui il primo ed il nuovo Israele sono entrambi in cammino e che, secondo un articolo di fede che accomuna cristiani e giudei, destina entrambi al raduno escatologico attorno ad un unico messia, uscito da Israele.

  4. 27 gennaio 2009 alle 12:02

    Caro Nino,

    Rispondo qui alla tua domanda per ragioni che ti saranno chiare nel corso della risposta.
    Israele ha una sua particolare consapevolezza del suo ruolo internazionale. Ciò ha le sue particolari ragioni teologiche che risalgono al profetismo in quanto quest’ultimo non è altro che un’ermeneutica della storia in una chiave salvifica universalistica; ma ancor prima alla fede abramica ed alle promesse a lui fatte da Dio.
    Potremmo accumulare decine di citazioni bibliche sia della Torah che del Nuovo testamento.
    Israele non è una nazione tra le altre. Egli è il paradigma dell’umanità in quanto tale. Ciò che accade ad Ìsraele (o per sua mano) ha valore di fondazione universale di senso.
    Questo è pacifico nella teologia dell’ebraismo ma è anche un punto di partenza ecumenico perché è perfettamente riconoscibile anche in quella cristiana ed islamica. Tutt’e tre i monoteismi riconoscono una singolare missione al giudice (cioè, biblicamente, il capo o la guida) escatologico dell’umanità, il messia, concordando anche sul fatto che egli sarà certamente un giudeo.
    Adesso applichiamo tutto questo alla Shoah e avremo una penetrante interpretazione dello sterminio come della più impressionante e radicale tentazione di ateismo in senso vero vero e stretto, (abominio della desolazione) dai tempi di Gesù, cioè il tentativo di negare la cura salvifica di Dio sulla storia, il suo governo provvidente, la sua presenza misericordiosa. In una parola il tentativo di buttare fuori Dio dalla storia.
    Con questo sguardo teologico si capisce anche perché i soli che negano ormai la sacralità ed universalità dei diritti dell’uomo sono gli stessi che negano la Shoah. I diritti dell’uomo sono infatti entrati definitivamente nella coscienza dei popoli solo come reazione della coscienza umana alla più grave violazione mai vista della dignità umana, ai danni non di un solo popolo ma in certo senso dell’umanità stessa nella personalità corporativa d’Israele.

    Che dire di un vescovo, che ha appena ricevuto un atto di misericordia, che nega la Shoah argomentando di camini troppo stretti e porte non a chiusura stagna?
    Meglio tacere? Arrossire al posto suo?
    Chi nega la Shoah è apostata, dovrebbe essere scomunicato, o rimanervi, se lo è già.

  5. Adele
    28 gennaio 2009 alle 15:03

    Ciao a tutti,
    Giampiero mi rivolgo a te per saperne di più circa “l’incidente”, avvenuto a causa di Mons. Williamson. Con che criterio di valutazione, viene revocato e quindi riabilitato un Monsignore che afferma che l’olocausto, le camere a gas e la morte di tanti ebrei non sia mai avvenuta? Tutto ciò, dichiarato per giunta il giorno della memoria? Siamo tutti figli di ebrei, e come tali l’indignazione è la minima cosa che si possa provare. Io mi aspettavo una posizione del Papa, rispetto alle affermazioni di Mons. Willliamson , più rigide. Tutto ciò sembra il grande bluff! Non si possono afferrmare cose così assurde e far finta di nulla! Quì c’è gente che per miracolo è ancora viva ed ha visto, ha vissuto, ha perso la sua vita (perchè si muore pur rimanendo vivi), la sua famiglia. Grazie

    • 29 gennaio 2009 alle 23:08

      Per Adele.
      Il caso Williamson tiene banco anche oggi. Ratzinger ieri ha detto. “Roma locuta est”: un tempo sarebbe già finita; oggi no. E’ giusto che sia così, che Roma oggi non sia l’unica voce in capitolo ma solo una tra le tante tradizioni morali ed autorità titolate a parlare. Ed è giusto che anche noi, quando comunichiamo, teniamo conto del particolare contesto comunicativo prodotto dai mezzi che usiamo per comunicare.
      Ha ragione Calogero, caro Marco e Rosarossa, quando dice che non si possono invocare autorità né certezze, non in nome della fede.
      Cosa vorrei sentir dire a Ratzinger a proposito di negazionismo della Shoah? Quello che disse Wojtyla sulla mafia: che è una struttura di peccato. L’antisemitismo è una struttura di peccato. Cioè, in qualche modo, una “totalità” del peccato, un “di più”, rispetto alla somma dei peccati personali, che si oggettiva nelle forme storiche della convivenza umana e rende più facile fare il male che il bene e più difficile distinguere l’uno dall’altro.

  6. marco
    29 gennaio 2009 alle 14:57

    “E se qualcuno non ubbidisce a ciò che diciamo in questa lettera, notatelo, e non abbiate relazione con lui, affinché si vergogni” (2 Tessalonicesi 3:14 e ss.)

    “Quelli di fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio di mezzo a voi stessi” (1 Corinzi 5:13; cfr. v. 5).

    Le scomuniche sono disciplinate dal Codice di diritto canonico ai canoni 1331 e 1364-1398.

    Viene scomunicato ipso facto e deve ricorrere alla Santa Sede:

    1. chiunque profana le specie consacrate (ostie) dell’Eucaristia, oppure le asporta dalla riserva eucaristica (Tabernacolo) o le conserva a scopo sacrilego (can. 1367), può essere anche assolto da un normale sacerdote, su delegazione dell’ordinario del luogo. Non si consideri scomunicato chi per una sola volta apra il tabernacolo e NON tocchi l’eucarestia per pregare. Il fatto va comunque confessato.
    2. chiunque usa violenza fisica contro il papa (can. 1370 §1)
    3. il sacerdote che in confessione assolve il proprio complice nel peccato contro il sesto dei dieci comandamenti, cioè assolve la persona con cui egli stesso ha avuto rapporti sessuali (can. 1378 ). Questa assoluzione, inoltre, è anche invalida (can. 977)
    4. il vescovo che consacra un altro vescovo senza mandato pontificio (can. 1382)
    5. il sacerdote che viola direttamente il sigillo sacramentale della confessione, cioè rende pubblica l’identità di un fedele e i suoi peccati (can. 1388 )
    6. l’appartenente a logge massoni

    È scomunicato automaticamente:

    1. chi ricorre all’aborto ottenendo l’effetto voluto e chi procura tale aborto (can. 1398 ); attualmente la remissione di questa scomunica è stata riservata al vescovo, il quale può decidere se e quali sacerdoti hanno l’autorizzazione per rimetterla;
    2. chi è responsabile di apostasia, eresia e scisma (can. 1364 §1).

    Anche la simonia o altri accordi condizionanti l’elezione del papa nel conclave, come stabilito dalla costituzione apostolica Universi dominici gregis, fanno incorrerere nella scomunica latae sententiae.

    La decisione di revocare la scomunica è un atto di grande magnanimità di Benedetto XVI, che va nella linea di sanare fratture e divisioni nel corpo ecclesiale, dopo che vi siano evidenti segni di pentimento.

    Se poi l’interessato commette altri errori, il papa non ha nessuna colpa.

  7. 29 gennaio 2009 alle 20:57

    @marco
    Citare le norme schiette è da legulei o da principi del foro. Non sono amemsse vie di mezzo.
    Usare le norme per giustficare le scelte politiche è da Bruno Vespa. Che non è una buona referenza.
    La riconciliazione dei cristiani, che è una fatto politico, può ben fare a meno dei lefebriani. Anzi la loro ri-ammissione è un probabile motivo di incompatubilità con la riconcliazione, dato che la loro doterina è tecnicamente anticoncliare e antiecumenca.
    Quando vogliemo parlare di riconciliazione le gerarchie vedano di parlare con ortodossi e riformate, di cose serie e non di beni materiali (per quanto simbolici e di buon inizio).
    Quanto alla magnanimità, il Papa non è Alice in the wonderful world.

  8. marco
    29 gennaio 2009 alle 21:38

    @Calogero M Cammalleri,

    l’aspetto sapienziale della fede cristiana non può escludere quello dottrinale così come quello dottrinale non può far a meno di quello sapienziale.
    Ho riportato parte della legge della Chiesa poichè la scelta del vescovo di Roma non è illegittima.
    Del resto ognuno dovrebbe pensare alla propria magnanimità.

    @Giampiero

    “Pio XII”
    Eugenio Pacelli
    Un uomo sul trono di Pietro
    Andrea Tornielli

    Ha conosciuto da vicino i grandi mali del ventesimo secolo, è stato ostaggio dei rivoluzionari bolscevichi, ha visto nascere il nazismo. È stato il fedele collaboratore di Pio XI, condividendone l’avversione per le ideologie totalitarie ma anche il tentativo di trovare un modus vivendi con gli Stati più ostili che garantisse un minimo di libertà per i cristiani È diventato papa alla vigilia di una guerra che avrebbe contato oltre cinquanta milioni di morti, culminata nell’abisso della Shoah, il genocidio degli ebrei
    perpetrato dai nazisti. È stato esaltato e amato mentre era in vita, è stato proclamato «defensor civitatis», protagonista di una grande opera di carità in favore di tutti i perseguitati.
    Ha regnato negli anni difficili del dopoguerra indicando la via per ricostruire attraverso la democrazia tutto ciò che era stato spazzato via dal conflitto. È stato protagonista nelle cruciali vicende politiche italiane. Durante la Guerra fredda ha attualizzato, proprio nei confronti del comunismo, la tradizionale distinzione tra errore ed errante. Ha proclamato un nuovo dogma mariano, ha scritto documenti dottrinali importantissimi, ha contribuito agli sviluppi consacrati dal Concilio Vaticano II, ha accettato la legittimità del metodo storico-critico per lo studio della Bibbia, ha sostenuto il movimento liturgico, ha preso in considerazione l’ipotesi evoluzionista, ha intemazionalizzato il collegio cardinalizio e ha canonizzato, in percentuale, il maggior numero di donne, più di tutti i suoi predecessori e successori.
    Eugenio Pacelli, Pio XII, oggi è conosciuto perlopiù come «il papa dei silenzi», per l’atteggiamento tenuto durante l’Olocausto. Questa biografia, basata su molti documenti inediti, tratti dall’archivio privato della famiglia Pacelli e sulle testimonianze non ancora pubbliche agli atti della causa di beatificazione, ricostruisce la personalità ben più complessa e articolata dell’uomo chiamato a vestire i panni di Pietro in anni tragici per la storia dell’umanità.
    Ne emerge il ritratto di un uomo che ha finito per annientare se stesso nell’incarnare l’istituzione del papato
    http://www.fides.org/ita/recensioni/2007/tornielli_0507.html

  9. marco
    29 gennaio 2009 alle 21:42

    Ebrei testimoniano di essere stati salvati da Pio XII

    cliccate su link in basso:

    http://www.zenit.org/article-15701?l=italian

  10. 30 gennaio 2009 alle 8:36

    @marcro et aliis
    Non è che tra Tornielli e Vespa ci sia molta differenza. Se la lughezza d’onda è questa.. Taccio e tacerò.

  11. Rosalba
    30 gennaio 2009 alle 12:45

    @ Giampi. Mi chiedi cosa ne penso. Poichè non sono così brava ad argomentare, posso dirti, al momento, che la penso come te e che, non ultimo, anche il “religioso” di Treviso afferma che le camere a gas servivano per “disinfettare”. Williamson non è certo nè il primo nè l’ultimo che ha dichiarato l’inesistenza dei lager, attribuendo loro altre… funzioni; la cosa che reca danno è che sia un religioso a parlare in tal senso. E’ non ammettere l’evidenza; come dice Papa Benedetto XVI “Chi nega il fatto della Shoah non sa nulla né del mistero di Dio, né della Croce di Cristo”. Per chi, come me, ha visitato questi campi, anche se in parte ricostruiti, subisce quasi uno stato di regressione. Si torna indietro nel tempo e si “vede” la sofferenza rivivere e palpitare in quei campi dove il dolore era il pane quotidiano. E si sta male dentro per quanto male l’uomo è capace di fare all’altro uomo. Respirare quell’aria, vedere la raccolta degli oggetti personali di persone che non ci sono più, le scarpe dei bambini (dei bambini!!!) è come ricevere mille pugnalate, pugnalate a cui Cristo ha voluto rispondere con la sua Passione, il “silenzio” di Dio, e che, invece, non viene compresa, ma solo criticata da chi ha il vuoto della fede in sè.

  12. marco
    30 gennaio 2009 alle 14:39
  13. Adele
    1 febbraio 2009 alle 15:26

    @ GIAMPI E ROSALBA,
    grazie per le vostre riposte,sono esaustive. Cristo ha sofferto sulla croce per colpa nostra, ma non ha mai detto che altri uomini dovessero patire e subire efferatezze del genere.
    Io i campi di concentramento,non li ho visitati, penso che non riuscrei a fare questo tipo di esperienza, perchè già le sole immagini che talvolta vengono trasmesse in tv mi fanno stare male. Pensare alle migliaia di vite distrutte, alle migliaia di famiglie, bambini e donne che hanno vissuto ciò, mi fa sudar freddo. Se rapportiamo questo ai giorni nostri, alle nostre dificoltà, ai nostri momenti di”crisi”, ci si può render conto, di quanto siamo fortunati e di quanto siamo codardi nel non voler ricordare, nel non voler combattere, affinchè nessun altro essere umano possa patire simili nefandezze.

  14. Rosalba
    2 febbraio 2009 alle 8:41

    @ Adele.
    Combattere il dolore con il dolore. Affrontarlo per capire. Lo so, non è facile vivere certe esperienze, ma non sono pentita. Anzi, molti giovani dovrebbero viverla… per non dimenticare e per piantare buone basi per il futuro. Altre persone, che erano insieme a me, non hanno voluto entrare in quei campi: Auschwitz e Birkenau erano nomi che facevano paura solo a nominarli. Hanno eretto una barriera: non vedo cosi non soffro. Io di solito agisco al contrario: soffro, quindi sono viva. E quello che si vedeva, in realtà, era solo una minima parte di quella che è stata la realtà! Si, siamo fortunati, da un certo punto di vista, a vivere nella realtà odierna ma… quanti lo apprezzano, quanti sanno cosa vuol dire sacrificio e rinuncia?

  15. Adele
    2 febbraio 2009 alle 10:29

    @Rosalba,
    ciao, grazie per la tua risposta, la rispetto ma non la condivido, perchè il mio motto non è “non vedo così non soffro”, non so se mai riuscirò ad entrare in un posto come Auschwitz, o tanti altri campi di concentramento, perchè per come sono fatta caratterialmente, tutto quel dolore, quell’orrore è per me già annientante da qui. Sai Rosalba, io sono invece convinta che il dolore vada combattuto con l’amore e non con altro dolore, ed è per questo che non posso assolutamente accettare i discorsi di qualche pseudo vescovo, che asserisce che i campi di concentramento non sono serviti per uccidere migliaia di persone, o addirittura che siano stati utilizzati per disinfettare (disinfettare da cosa?). Con questi presupposti mi chiedo, come possono queste persone comunicare che Dio è solo amore, nè dolore, nè orrore?

  16. Rosalba
    2 febbraio 2009 alle 12:48

    @ Adele.
    Non prendere la mia risposta come rivolta a te o comunque dall’odore integralista. Non intendo il “dolore” in senso negativo, ma quel tipo di dolore dell’anima che va condiviso con … amore, appunto. Combattere il dolore con il dolore è, per me, ripeto (e rispetto comunque il modo di pensare altrui), affrontarlo. Come dice Spinoza: “combattere un’emozione negativa contrapponendogliene un’altra, ancor più forte, ma positiva, indotta dal ragionamento e da uno sforzo dell’intelletto” e – aggiungo io – con l’amore che portiamo dentro. Per come sono fatta, quindi, preferisco affrontare e poi… affidarmi a ciò “che mi porta il cuore”. Dio è Amore, appunto, ma è nel dolore che Cristo ha dimostrato il suo amore, se sappiamo vedere quel dolore non in maniera distruttiva, ma come atto di rinascita. Ogni modo di pensare, comunque, visto nell’ottica di Dio, è per ognuno quello giusto, se vissuto nella fede. Per quanto riguarda, poi, queste “persone” che fanno discorsi su discorsi, opportuni o meno, su campi di concentramento e vari altri argomenti, certamente non credo che riescano a comunicare, se non in maniera errata o distorta quello che è, in realtà, l’amore di Dio.

  17. Adele
    3 febbraio 2009 alle 8:36

    @ Roslba,
    non ti sento da anni, ma sta certa, non avevo frainteso quello che intendevi quando parlavi di dolore, so che tu sei una persona pacata, seria e assolutamente non integralista, ci mancherebbe altro! Abbiamo solo due modi diversi, ma uniti dallo stesso fondamento, di affrontare queste cose, queste realtà. Per fortuna, per noi, il concetto di Dio amore, non è solo un conceto verbale come appunto dicevo di qualche vescovo, ma un concetto concreto. grazie ancora x questo scambio, mi è servito molto, è stato molto costruttivo. Buona giornata

  18. Sebastian
    4 febbraio 2009 alle 7:12

    LUCIANA LITIZZETTO a CHE TEMPO CHE FA del 01/02/09

    «Come si fa a rimettere in circolazione un matto, uno totalmente fulminato che, malgrado tutte le prove e le testimonianze, nega l’Olocausto e poi mi dice di credere al Paradiso?» si è chiesta. «Ma non avete già perso abbastanza pecorelle per mettervi i lupi in casa? Tra un po’ restate solo voi. Dopo i musulmani, i gay, gli ebrei, Galileo, gli zingari, quali altre minoranze volete ancora perdere? Le pecorelle dovete ritrovarle, non smarrirle. Poi vi lamentate se le vocazioni dovete andarvele a cercare in Congo e tra le foche monache, che tanto sono già del ramo».

    Il Vaticano sembra non aver apprezzato “l’attacco” della comica torinese, e ha fatto sapere che la “piega laicista” del servizio pubblico viene tenuta d’occhio. Il Vaticano ha anche fatto un nome per un possibile sostituto del direttore generale, uno che possa garantire imparzialità, libertà di parola e di espressione di diverse vedute: Lorenza Lei, ex responsabile di Rai Giubileo.

    Video.

    • 4 febbraio 2009 alle 11:09

      Non è la prima volta che mi capita di osservare in questo blog che, dopo Benigni, Luciana Littizietto è oggi il maggiore teologo italiano vivente. Certo, visti i tempi non è così difficile esserlo, dato che un vero teologo oggi non lo trovi manco in Vaticano (eccetto uno, ovviamente, ma è bavarese).

  19. 27 gennaio 2010 alle 21:02

    27 gennaio
    da Terezin, Repubblica Ceca

    dal sito del Monstero di Bose
    Signore,
    ricordati non solo degli uomini di buona volontà
    ma anche di quelli di cattiva volontà.
    Non ricordati
    di tutte le sofferenze che ci hanno inflitto.
    Ricordati invece
    dei frutti che noi abbiamo portato
    grazie al nostro soffrire:
    la nostra fraternità, la lealtà, il coraggio,
    la generosità e la grandezza di cuore
    che sono fioriti da tutto ciò che abbiamo patito.
    E quando questi uomini giungeranno al giudizio
    fa che tutti questi frutti
    che abbiamo fatto nascere
    siano il loro perdono!
    Preghiera scritta da uno sconosciuto prigioniero del campo di sterminio di Ravensbruch e lasciata accanto al corpo di un bambino morto.)

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