Lasciare e prendere


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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Anno C, Tempo ordinario, V domenica
Is 6,1sa.3-8; Sal 137; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11
Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria

Luca 5,1 Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret 2 e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3 Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca.
4 Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». 5 Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». 6 E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. 7 Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. 8 Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore». 9 Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; 10 così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Come chi ha lavorato tutto il giorno e senza premio, guadagna tutto nell’ultimo minuto di fatica gratuita. La “piccola via” di Luca richiama all’attenzione il mistero del lavoro vano e la redenzione della fatica umana. Laddove il Battista invitava chi volesse attendere il Messia in maniera degna ad attenersi coscienziosamente al proprio dovere, Gesù trasfigura il lavoro, non più condanna di Adamo, ma gioiosa metafora della salvezza.
Ancora una volta troviamo il tratto caratteristico di Luca: la scrupolosa ricerca storica (che qui vediamo nell’indicare il Lago di Galilea con l’antico toponomastico “Gennesaret” e l’attenzione prestata a certi dettagli della cultura materiale dei personaggi) congiunta all’attitudine ad individuare allusioni cristologiche disseminate dentro ai fatti e ai materiali oggettivi della narrazione. In questo brano, per esempio, mentre con la pesca miracolosa spiega in maniera più convincente degli altri sinottici l’immediata adesione dei primi discepoli alla chiamata da parte di Gesù, nello stesso tempo Luca interpreta teologicamente i fatti, mescolando allusioni scritturistiche, specie ai racconti della creazione (la signoria di Cristo sull’imprevedibilità degli elementi naturali che dominano l’esistenza umana) e rimandi simbolici ai misteri battesimali e pasquali (le reti estratte dal mare e le barche che quasi sprofondano; la semplice annotazione sulla postura di Gesù, «levato in piedi»; il contrasto tra il travaglio notturno e l’alba dell’annuncio messianico).
La trasformazione dello stato delle cose, di una inutile notte di fatica in un giorno di festa, della mesta e lenta occupazione del rassettare le reti nella movimentata concitazione della pesca straordinaria, di questa strana dinamica esistenziale e tutta interiore di beni lasciati e persone catturate, ma liberate, avviene, secondo Luca, precisamente per la parola di Gesù. Egli concorda con gli altri sinottici sull’efficacia performativa della parola di Cristo, ma accentua il carattere fondativo dell’episodio e la forza creatrice della parola di Cristo. Nessun miracolo è più grande, sembra volerci suggerire, della trasformazione di un umile pescatore della Galilea in un capo di popoli; nessuna immagine della vita che riprende, di una speranza che si accende, di un futuro che si apre improvviso potrebbe essere più efficace di quelle reti e le barche, un tempo quotidiano strumento di lavoro ed unica speranza di sopravvivenza, lasciate in abbandono alla risacca del mare.

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