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Né su questo monte, né in Gerusalemme. Un loghion per

luzzati-succoth-jpg«”Nel dire nuova, Dio ha reso antiquata la prima alleanza. Ma ciò che diventa antiquato e che invecchia è prossimo alla scomparsa” (Lettera agli ebrei 8, 13). La profezia contenuta in questo testo apostolico tuttora inserito a pieno titolo fra le lettere di Paolo (benché l’attribuzione sia controversa) ha subito la smentita di diciannove secoli di storia.
Sopravvissuti a innumerevoli persecuzioni e tentativi di sterminio, nel Novecento gli ebrei hanno rifondato uno Stato nella loro terra d’origine e sono tornati in milioni a parlare una lingua che pareva morta, a lungo rinchiusa nelle sole funzioni liturgiche.
Un enigma, un miracolo, un accidente fastidioso? Il mondo fatica a rispondere, e con esso la Chiesa che si era concepita come Nuova Israele».

Per quanto non privo di osservazioni accettabili il pezzo di Gad Lerner apparso stamani su Repubblica col titolo “Quel vescovo non è un alieno” è un esempio di come NON vada fatto il dialogo ebraico-cristiano.
Come non capire che cercare le radici dell’antisemitismo negli stessi testi sacri, oltre che insostenibile scientificamente, mette in mano al fondamentalismo religioso antisemita un argomento irresistibile? Se davvero si potesse fondare l’antisemitismo su un brano del Nuovo Testamento, allora al cristiano correrebbe l’obbligo di essere antisemita per stretta obbedienza di fede, dal momento che la Parola di Dio non può essere abrogata.
E che dire se trattassimo la Tenak, (le sacre scritture ebraiche, esattamente corrispondenti a ciò che per i cristiani è l’Antico Testamento) come Lerner tratta il Nuovo Testamento? Passi come Giosuè 6,21: «[Gli israeliti] Votarono allo sterminio tutto quanto c’era in città [Gerico]: Uomini e donne, giovani e vecchi, buoi, pecore e asini, tutto passarono a fil di spada» cosa sono: la fondazione del diritto alla pulizia etnica a sfondo religioso, la prova biblica della legittimità della guerra santa o la dottrina rivelata che la Shoah è cosa abominevole, a meno che non siano gli ebrei stessi a infliggerla all’altrui? O piuttosto la prova che affermazioni del tipo: «[la Chiesa] guarda con ostilità alla trasformazione delle vittime di sempre in combattenti» sono prima di tutto una fesseria storica?
Ma per fortuna la tesi di Lerner che il vescovo lefebvriano Williamson non sia un isolato perché il seme dell’antisemitismo è sin nel cuore del Nuovo Testamento è solo uno sciocco infortunio giornalistico, di cui tuttavia non si sentiva affatto il bisogno, in questo momento.
Nulla più della buona teologia servirebbe invece al dialogo interreligioso.
Servirebbe anche a Lerner sapere che quella profezia di Ebrei 8,13 si è in realtà avverata effettivamente dopo pochi anni, già nel 70 dopo Cristo, con la distruzione del secondo Tempio e la diaspora, perché con “fine dell’Antica alleanza” l’autore di Ebrei non intende certo (come non si è mai inteso) la revoca delle promesse ad Abramo, e quindi della sopravvivenza della sua discendenza fino alla fine dei tempi, bensì l’Alleanza mosaica (3,3) dunque l’abrogazione del sacerdozio levitico e dei riti del Tempio di Gerusalemme (9,11-14), che – nessuno si offenda – come ognun sa, sono tuttora estinti.
Mai Lerner avrebbe scritto il suo brutto articolo se avesse saputo che l’antisemitismo è di là da venire al tempo della lettera agli Ebrei e che il suo autore è assai probabilmente un giudeo ellenista di stretta osservanza passato al cristianesimo, senza con ciò sentirsi obbligato ad abbandonare le sue amate Scritture e persino la sua fede nel Dio d’Israele (1,1).
Ma Lerner dovrebbe prendere anche qualche lezione di buona teologia ebraica ed apprenderebbe allora che la fine dell’alleanza mosaica era una dottrina apparsa già in epoca profetica (Geremia 3,32-41; Ez 16,60; 36,26s ecc.)… a meno che Lerner non voglia vedere antisemitismo persino nelle Scritture ebraiche!
E’ vero, invece che c’è un gran bisogno di una buona teologia cristiana dell’ebraismo, così come di una teologia ebraica del cristianesimo. Nulla più del conoscersi reciprocamente distrugge il pregiudizio. Ma (anche questo è vero) questa teologia sarebbe, è una teologia eversiva. Facendosi uomo, il Dabar Jahweh assume tutta la tradizione morale e spirituale, tutti i linguaggi del Popolo Eletto. Da Israele pertanto possiamo apprendere chi è veramente Gesù di Nazareth. Ma proprio questa comprensione giudaica di Gesù, anche per me rabbino rappresenterebbe un problema teologico non da poco: come sia stato possibile che «Gesù, un nostro fratello» (Amos Oz) dalla santità così spiccatamente giudaica abbia potuto subire una così clamorosa smentita, la maledizione della croce (Deuteronomio 21,22s), in nome di Dio? Che potrebbe voler dire per un giudeo “accettare” Gesù? E’ proprio sicuro che l’uomo voglia conoscere tanto a fondo l’abisso del proprio cuore?
Ogni buona teologia nasce da un loghion, un punto d’appoggio biblico. Quello che vorrei indicare per avviare una teologia ecumenica dell’ebraismo è basato sulla convergenza dei monoteismi non solo sulle proprie origini (creazione, Abramo, Israele) ma anche sulla destinazione finale della storia. Sia l’ebraismo, che il cristianesimo e l’Islam credono che alla fine dei tempi sarà il Messia a giudicare i popoli e le loro storie, e concordano anche sul fatto che questo Messia sarà un giudeo. Ecco il loghion:

«…viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che adorano devono adorare in spirito e verità».

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  1. 30 gennaio 2009 alle 10:49

    Cari amici di TdN, ho pubblicato un nuovo articolo sul dialogo ebraico-cristiano. (qui sopra). Buona lettura.
    Giampiero.

  2. Andrea, Card.Napellus
    31 gennaio 2009 alle 13:43

    Mi pare di capire che le sole cose che uniscono davvero i tre monoteismi sono Abramo, l’inizio e il GIudizio, la fine. Mi sembra pochino. Come se noi due, per esempio, si dovesse diventare amici solo perché siamo nati e moriremo. Forse sarebbe meglio cercare l’amicizia al di fuori delle questioni teologiche, in fondo duemila anni di guerre e sgarbi reciproci non si cancellano così rapidamente. Ma ci sono cose che uniscono le persone al di fuori del proprio credo. Per esempio le tradizioni culturali, musicali, letterarie. Come Cristo si è fatto uomo, occorre che sacerdoti, rabbini e imam si conoscano per quello che sono veramente, uomini. Uomini che hanno una tradizione culturale e dei valori spesso condivisi. Dopo, senza fretta, si passerà alla teologia. Prima conosciamoci da uomini. Buona domenica.

  3. 31 gennaio 2009 alle 16:13

    @cd cardinale
    Che quellio che unsce sia poco, piuttosto che il tutto, mi lascia perplesso.
    Che quello che dividide sia più di quello che unisce, pure.
    E poi come si fa – senza essere Leibniz, tiro a caso – a escludere, non la scienza teologica che è una cosa impegnativa, la semplice religiosità dell’uomo dall’uomo, cioè il senso stesso della teologia?
    Qualche suggerimento?

  4. Andrea, Card.Napellus
    31 gennaio 2009 alle 23:27

    Nel post si dice che “Quello che vorrei indicare per avviare una teologia ecumenica dell’ebraismo è basato sulla convergenza dei monoteismi non solo sulle proprie origini (creazione, Abramo, Israele) ma anche sulla destinazione finale della storia. Sia l’ebraismo, che il cristianesimo e l’Islam credono che alla fine dei tempi sarà il Messia a giudicare i popoli e le loro storie, e concordano anche sul fatto che questo Messia sarà un giudeo.” E in effetti che tutti abbiano origine in Abramo è sicuro. Ma per il resto le differenze sono sensibili. Tra persone civili un dialogo è sempre possibile, ma almeno all’inizio è meglio lasciare da parte ciò che ci divide. Dunque o si parla di Abramo o della fine dei tempi, o si comincia da questioni meno teologiche. Se io e lei abbiamo diverse idee in politica, ad esempio, sarà meglio fare amicizia parlando di altre cose. Se non si può parlare di altro o non abbiamo nemmeno una minima flessibilità nelle nostre convinzioni, la cosa si fa dura. Ma non è necessario essere amici, basta non farsi la guerra. Buona domenica.

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