1989

Le rivolte popolari in Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, e quella studentesca a Pechino; la caduta del regime in Romania, la rivoluzione di velluto; Solidarnosc, Piazza Tienammen, la caduta del muro di Berlino.
Cronaca di un anno indimenticabile.

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  1. 29 novembre 2009 alle 22:02

    Il vallo tra gli Stati Uniti e il Messico che trabocca di clandestini arriva fino al mare

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  2. 30 novembre 2009 alle 19:38

    Radio TdN
    “Sarà la musica che gira intorno, o, come sono molto più propenso a credere, saremo noi, che abbiamo nella testa un maledetto muro”
    (Ivano Fossati)

    Mia Martini e Aida Cooper, La musica che gira intorno (Ivano Fossati)

  3. 3 dicembre 2009 alle 14:30

    “1989 Dieci storie per attraversare i muri”.
    Oggi alle 17,45 al Goethe Institute di Palermo (Via P. Gili, 4) discussione e presentazione del libro. Interverranno il curatore M. Reynolds, Elia Barcelò, Th. Noir, H. Wagenbreth, M. Cottone.

  4. 3 dicembre 2009 alle 18:28

    Come sarebbe bello attivare sempre in noi quella capacità creativa di gettare dei ponti che consentono comunicazione, punti d’incontro tra differenti sponde senza però ostacolare il fluire di ciò che in mezzo scorre.
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  5. 5 novembre 2011 alle 23:24

    Mu’ammar Gheddafi
    Muʿammar Abū Minyar ʿAbd al-Salām al-Qadhdhāfī (in arabo: spesso semplificato in italiano come Muammar Gheddafi), (Sirte, 7 giugno 1942) è stato un militare e politico libico.
    Di fatto è stato, per oltre un quarantennio, la massima autorità del proprio paese, fino alla sua deposizione, da parte del Consiglio nazionale di transizione (CNT) durante la Guerra civile libica del 2011; questo pur non avendo mai ricoperto stabilmente alcun incarico ufficiale ma essendosi fregiato soltanto del titolo onorifico di Guida della Rivoluzione. Gheddafi è stato infatti la guida ideologica del colpo di stato militare che il 1º settembre 1969 portò alla caduta della monarchia (accusata di essere filo-occidentale) del re Idris I di Libia.
    Nasce a Sirte, che al tempo è parte della provincia italiana di Misurata, in una famiglia islamica di cui però non si conosce molto. Al riguardo, nel 2009, un’anziana signora israeliana di origine libica, tal Rachel Tammam, ha affermato che Gheddafi avrebbe anche una discendenza ebraica in quanto figlio di sua zia Razale Tammam (un’ebrea di Bengasi che, poco dopo la maggiore età, avrebbe sposato un uomo musulmano, scontrandosi contro la volontà del padre); questa voce relativa alle possibili origini ebraiche del leader libico, che ha circolato ormai da tempo, non è però mai stata dimostrata in modo inequivocabile dagli storici, dando adito al dubbio che si tratti di una pura e semplice fantasia.
    All’età di sei anni Gheddafi rimane coinvolto in un incidente, durante il quale perde due suoi cugini e rimane ferito ad un braccio, a causa dell’esplosione di una mina risalente al periodo bellico. Tra il 1956 e il 1961 frequenta la scuola coranica di Sirte, in cui viene a contatto con le idee panarabe di Gamal Abd el-Nasser e alle quali aderisce con entusiasmo. Nel 1968 decide di iscriversi all’Accademia Militare di Bengasi. Una volta concluso il corso e dopo un breve periodo di specializzazione in Gran Bretagna, comincia la propria carriera nell’esercito ricevendo la nomina al grado di capitano all’età di 27 anni.
    Insoddisfatto del governo guidato dal re Idris I, giudicato da Gheddafi e da altri ufficiali troppo servile nei confronti di Stati Uniti e Francia, il 26 agosto del 1969 si pone alla guida del colpo di Stato organizzato contro il sovrano, che porta, il 1º settembre dello stesso anno, alla proclamazione della Repubblica, guidata da un Consiglio del Comando della Rivoluzione composto da 12 militari di tendenze panarabe filo-nasseriane (i cosiddetti “Liberi Ufficiali Unionisti”, al-Ḍubbāṭ al-waḥdawiyyīn al-aḥrār ). Gheddafi, che nel frattempo si è autopromosso al grado di colonnello e si è messo a capo di tale Consiglio, instaura in Libia un regime che, progressivamente, si trasforma in una vera e propria dittatura.
    Una volta al potere, Gheddafi fa approvare dal Consiglio una nuova Costituzione e abolisce le elezioni e tutti i partiti politici. La Libia (chiamata per volere di Gheddafi Jamāhīriyya, neologismo coniato per l’occasione a partire dal termine arabo jumhūr, il cui plurale jamāhīr significa “masse”) non si può infatti considerare una democrazia, non essendovi concesse molte libertà politiche (tra cui, per esempio, il multipartitismo). La politica della prima parte del governo Gheddafi viene definita dai suoi sostenitori una “terza via” rispetto al comunismo e al capitalismo, nella quale cerca di coniugare i principi del panarabismo con quelli della socialdemocrazia. Gheddafi decide di esporre le proprie visioni politiche e filosofiche nel suo Libro verde (esplicito ammiccamento al Libretto rosso di Mao Tse-tung), che pubblica nel 1976.
    In nome del Nazionalismo arabo, decide di nazionalizzare la maggior parte delle proprietà petrolifere straniere, di chiudere le basi militari statunitensi e britanniche, in special modo la base “Wheelus”, ridenominata “ʿOqba bin Nāfiʿ” (dal nome del primo conquistatore arabo-musulmano delle regioni nordafricane) e di espropriare tutti i beni delle comunità italiana ed ebraica, espellendole dal paese.
    Infatti, proprio fra le primissime iniziative del regime di Gheddafi, c’è l’adozione di misure sempre più restrittive nei confronti della popolazione italiana che era rimasta a vivere in quella che era stata la ex-colonia, limitazioni che culminano con il decreto di confisca del 21 luglio 1970 emanato per “restituire al popolo libico le ricchezze dei suoi figli e dei suoi avi usurpate dagli oppressori”. Gli italiani vengono pertanto privati di ogni loro bene, compresi i contributi assistenziali versati all’INPS e da questo trasferiti, in base ad un accordo, all’istituto libico corrispondente, e sono sottoposti a progressive restrizioni che culminano con la costrizione a lasciare il Paese entro il 15 ottobre del 1970. Dal 1970, ogni 7 ottobre in Libia si è celebrato il “Giorno della vendetta”, in ricordo del sequestro di tutti i beni e dell’espulsione di 20.000 italiani.
    In politica estera, il regime libico diventa finanziatore dell’OLP di Yasser Arafat nella sua lotta contro Israele, inoltre, si fa spesso propugnatore di un’unione politica tra i tanti Stati islamici dell’Africa, caldeggiando in particolare, nei primi anni settanta, un’unione politica con la Tunisia; la risposta negativa dell’allora presidente tunisino Bourguiba fa però tramontare questa ipotesi. Sempre nel medesimo periodo, e per molti anni successivi, Gheddafi è uno dei pochissimi leader internazionali che continuano a sostenere i dittatori Idi Amin Dada e Bokassa (quest’ultimo però soltanto nel periodo in cui si dichiarò musulmano), mentre non verrà mai dimostrato un suo coinvolgimento nella misteriosa scomparsa in Libia, nel 1978, dell’Imam sciita Musa al-Sadr (di cui non apprezza i tentativi di pacificazione del Libano) e neppure il suo fattivo sostegno al combattente palestinese Abu Nidal e alla sua organizzazione para-militare, organizzatori, tra l’altro, della Strage di Fiumicino nel 1985. In quest’ultimo caso la Libia smentisce ogni suo coinvolgimento ma non manca di rendere ufficialmente onore ai terroristi attori di tale attentato.
    Dal 16 gennaio 1970 al 16 luglio 1972 Gheddafi è anche, ad interim, primo ministro della Libia, prima di lasciare il posto a ʿAbd al-Salām Jallūd. Nel 1977, grazie ai maggiori introiti derivanti dal petrolio, il regime decide di effettuare alcune opere a favore della propria nazione, come la costruzione di strade, ospedali, acquedotti ed industrie. Proprio sull’onda della popolarità di tale politica, nel 1979, Gheddafi rinuncia a ogni carica ufficiale, pur rimanendo l’unico vero leader del paese, serbandosi il solo l’appellativo onorifico di “Guida della Rivoluzione”.
    Negli anni ottanta avviene un’ulteriore radicalizzazione nelle scelte di politica internazionale. La sua ideologia anti-israeliana e anti-americana lo porta a sostenere gruppi terroristi, quali ad esempio l’IRA irlandese e il Settembre Nero palestinese. Viene anche accusato dall’Intelligence statunitense di essere l’organizzatore degli attentati in Sicilia, Scozia e Francia, anche se per questi atti si è sempre proclamato estraneo. Si rende, altresì, sicuramente responsabile del lancio di due missili SS-1 Scud contro il territorio italiano di Lampedusa, come rappresaglia per il bombardamento della Libia da parte degli Stati Uniti nell’operazione El Dorado Canyon. I missili fortunatamente non provocano danni, cadendo in acqua a 2 km dalle coste siciliane.
    Il suo regime, pertanto, diviene il nemico numero uno degli Stati Uniti d’America ed è progressivamente emarginato dalla NATO. Questa tensione prelude, il 15 aprile 1986, al blitz militare sulla Libia per volere del presidente statunitense Ronald Reagan: un massiccio bombardamento ferisce mortalmente la figlia adottiva di Gheddafi, ma lascia indenne il colonnello, che poi si scoprirà essere stato preventivamente avvertito delle intenzioni statunitensi da Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio italiano.
    Il 21 dicembre del 1988 esplode un aereo passeggeri sopra la cittadina scozzese di Lockerbie, dove periscono tutte le 259 persone a bordo oltre a 11 cittadini di Lockerbie. Prima dell’11 settembre 2001, questo è l’attacco terroristico più grave mai avvenuto. L’ONU attribuisce alla Libia la responsabilità dell’attentato aereo, chiedendo al governo di Tripoli l’arresto di due suoi cittadini accusati di esservi direttamente coinvolti. Al netto e insindacabile rifiuto di Gheddafi, le Nazioni Unite approvano la Risoluzione 748, che sancisce un pesante embargo economico contro la Libia, la cui economia si trova già in fase calante. Solo nel 1999, con la decisione da parte libica di cambiare atteggiamento nei confronti della comunità internazionale, Tripoli accetta di consegnare i sospettati di Lockerbie: Abdelbaset ali Mohamed al-Megrahi viene condannato all’ergastolo nel gennaio 2001 da una corte scozzese, mentre al-Amin Khalifa Fhimah viene assolto. Nel febbraio 2011, intervistato dal quotidiano svedese Expressen, l’ex ministro della giustizia Mustafa Abd al-Jalil ha ammesso le responsabilità dirette del colonnello Gheddafi nell’ordinare l’attentato del 1988 al Volo Pan Am 103.
    A partire dai primi anni novanta, Gheddafi decide un ulteriore cambiamento del ruolo del suo regime all’interno dello scacchiere internazionale; condanna l’invasione dell’Iraq ai danni del Kuwait nel 1990 e successivamente sostiene le trattative di pace tra Etiopia ed Eritrea. Quando anche Nelson Mandela fa appello alla “Comunità Internazionale”, a fronte della disponibilità libica di lasciar sottoporre a giudizio gli imputati libici della strage di Lockerbie e al conseguente pagamento dei danni provocati alle vittime, l’ONU decide di ritirare l’embargo alla Libia (primavera del 1999).
    Nei primi anni duemila, proprio questi ultimi sviluppi della politica libica, portano Gheddafi ad un riavvicinamento agli USA e alle democrazie europee, con un conseguente allontanamento dall’integralismo islamico. Grazie a questi passi il presidente statunitense George W. Bush decide di togliere la Libia dalla lista degli Stati Canaglia (di cui fanno parte Iran, Siria e Corea del Nord) portando al ristabilimento di pieni rapporti diplomatici tra Libia e Stati Uniti.
    Nel 2004, il Mossad, la CIA e il Sismi individuano una nave che trasporta la prova che il regime libico sia in possesso di un arsenale di armi di distruzione di massa. Invece di rendere pubblica la scoperta e sollevare uno scandalo, Stati Uniti e Italia pongono a Gheddafi un ultimatum che viene accettato.
    Gli anni 2000 vedono Gheddafi protagonista, del riavvicinamento tra Italia e Libia, sancito da diverse visite ufficiali del capo libico in Italia e del presidente del consiglio italiano in Libia.
    Nel 2011, il procuratore del Tribunale Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, chiede alla corte penale l’incriminazione di Gheddafi per crimini contro l’umanità, insieme al figlio Sayf al-Islām Gheddafi e al capo dei servizi segreti libici Abd Allah al-Sanussi. La richiesta di incriminazione nasce dalle prove raccolte sui comportamenti messi in atto per la repressione della rivolta libica del 2011.
    La prima moglie di Gheddafi, Fātiḥa, è un’insegnante, sposata nel 1969. Cronache del tempo raccontano come i due non si fossero mai incontrati prima della data dello sposalizio. Dalla loro unione nasce un solo figlio e, dopo sei mesi di matrimonio, Gheddafi decide di separarsi per sposare la seconda moglie Safia Farkash, nata al-Brasai ed ex-infermiera di origini ungheresi (Farkas in ungherese vuol dire lupo ed è un cognome assai diffuso); i due si conoscono in Bosnia, a Mostar, città di origine della donna dove la famiglia si era trasferita ai tempi in cui il nonno di lei era direttore scolastico.
    Gheddafi ha avuto 8 figli, sette dei quali maschi. Il figlio maggiore è Muhammad al-Qadhdhāfī, l’unico nato dalla sua prima moglie Fatiha; ricopre la carica di presidente del Comitato Olimpico Nazionale ed è presidente di Libyana, una dei due operatori di telefonia mobile posseduta dalla General Post and Telecommunication Company. Il secondogenito è Sayf al-Islam al-Qadhdhāfī, nato nel 1972 dall’attuale moglie e ritenuto colui che sarebbe dovuto diventare il delfino del colonnello. Architetto, collaboratore politico del padre dopo esserne stato designato erede alla presidenza nel 1995, nel 2006, avendo criticato il regime del padre, con la richiesta di attuare riforme in senso democratico, cade momentaneamente in disgrazia e va a vivere all’estero, a Londra, dove consegue un master presso la London School of Economics (Lse) con una tesi, che poi si scopre essere stata copiata, inerente alla natura anti-democratica della governance globale. Ritorna in Libia insediandosi inizialmente alla presidenza della Fondazione caritatevole di famiglia ma, nonostante nel 2008 dichiari di non volere avvicendare il padre nella guida del paese, ritorna a ricoprire via via incarichi sempre più importanti all’interno del regime fino al 2011, quando gli viene dato il compito di portavoce del regime e di lavorare alla realizzazione di una nuova Costituzione.
    Il terzogenito è il figlio maschio al-Saʿādī al-Qadhdhāfī, sposato con la figlia di un generale dell’esercito libico e, visto il suo principale interesse per il calcio (ha giocato con scadenti risultati in Serie A con il Perugia, esordendo in un incontro contro la Juventus, e ha militato, sempre in Serie A, anche con l’Udinese e la Sampdoria), responsabile della Federazione Calcistica Libica. Il quartogenito è Hānnībāl al-Qadhdhāfī, incaricato alla gestione dell’export del petrolio libico, si rende protagonista di alcuni incidenti in Italia (dove ha aggredito nel 2001 tre agenti di polizia), Francia (dove ha aggredito una ragazza a Parigi) e Svizzera. In quest’ultimo paese viene anche arrestato per aver aggredito due camerieri alle sue dipendenze a Ginevra, causando un grave conflitto diplomatico-economico-politico tra Berna e la Libia[11] (→ Crisi diplomatica fra Libia e Svizzera).
    Il quintogenito è al-Muʿtaṣim bi-llāh al-Qadhdhāfī, ritenuto confidente del padre e unica seria alternativa a Sayf al-Islam al-Qadhdhāfī per la successione. Alcune voci però lo descrivono coinvolto in un tentativo di colpo di stato contro il padre e in una successiva fuga in Egitto. Dopo qualche anno di esilio gli viene però concesso di rientrare in Libia, dove diventa consigliere per la sicurezza nazionale e comandante di un’unità speciale dell’Esercito. Il sesto figlio è Sayf al-ʿArab al-Qadhdhāfī, studia a Monaco di Baviera presso la Technische Universität (dove nel 2008 si narra che la polizia tedesca gli sequestra l’automobile a seguito di gravi infrazioni). Nel 2011, viene nominato a capo di alcune milizie dell’esercito libico durante le ribellioni. Viene dichiarato morto da alcune fonti il 30 aprile 2011, a causa di un bombardamento NATO.
    Il settimo figlio è Khamīs al-Qadhdhāfī, molto fedele al padre, anche lui ufficiale dell’esercito libico. Si narra che a tre anni, nel 1986, durante il blitz americano su Tripoli a cui Gheddafi riesce a scampare, viene ferito. Si laurea prima presso l’accademia militare di Tripoli, ottenendo un diploma in arte e scienza militare, in seguito all’Accademia Militare di Mosca e all’Accademia di Stato Maggiore dell’Accademia delle Forze Armate della Federazione Russa. Dall’aprile 2010 si iscrive ad un master in economia presso la IE Business School di Madrid, venendone però successivamente espulso nel marzo 2011 a causa dei “suoi collegamenti agli attacchi contro la popolazione libica”. La guerra civile libica infatti, durante la quale viene soprannominato “Mu’ammar il giovane” dai propri miliziani e “macellaio” dai rivoltosi di Bengasi, lo vede al comando delle brigate che sparano per reprimere le prime rivolte scoppiate il 17 febbraio in Cirenaica. Viene più volte dato per morto a seguito di un bombardamento NATO su Tripoli.
    L’unica figlia femmina naturale e prediletta di Gheddafi è ʿĀʾisha al-Qadhdhāfī, un avvocato che ha difeso anche Saddam Hussein e il giornalista iracheno Muntazar al-Zaydi. Gheddafi ha adottato anche due bambini, Hanna e Milad. Hanna, data per uccisa durante il bombardamento USA del 1986, compare insieme a lui in un filmato probabilmente del 1988, e sarebbe ancora viva, come testimoniato da alcune foto rinvenute nella residenza-bunker di Gheddafi, e da non meglio precisate testimonianze.

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