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Ma non confondiamo Gristina con Martini…

258396383_baa96aad2f.jpgIl duomo di Catania

Ma i vescovi leggono ancora il Vangelo? Come mai il cristocentrismo del Vaticano II è così poco di moda tra le giovani generazioni dell’alto clero italiano da dover faticare parecchio per trovare nella loro omiletica la parola stessa “Gesù” o “Cristo”? Davvero i vescovi non riescono più a dire qualcosa di cristiano o, almeno, di cattolico? In compenso abbondano le analisi sociologiche da quattro soldi in certe figure sciocche e narcisistiche, malinconicamente simili alle comparsate di vecchie star televisive, mentre troviamo di continuo la parola “Dio” anche su labbra presumibilmente non avvezze al latino ecclesiastico. Ma fuggiamo la tentazione di un troppo facile sarcasmo.

Il problema dello spettacolo di straordinaria inettitudine pastorale e mancanza di sensibilità umana data dalle gerarchie cattoliche, specie del Mezzogiorno italiano, nei giorni dell’assassinio di Filippo Raciti, è complesso e assai risalente. E’ essenzialmente un problema pedagogico e di formazione spirituale, sovente di scarsa qualità, impartita nei Seminari, e legato alla cosiddetta crisi delle vocazioni degli anni ’70. Il calo delle vocazioni ha reso problematico non solo il reclutamento del clero ma anche la selezione di un episcopato di alto livello culturale e spirituale.

Molti membri del clero meridionale della precedente generazione hanno subito una forte esposizione mediatica sulla scia di una forte concentrazione dell’interesse popolare, non esclusivamente religioso, sulla figura di Giovanni Paolo II e della partecipazione di uomini di Chiesa alla lotta alla mafia. Questa nuova visibilità della Chiesa e del rinnovato riconoscimento della sua autorevolezza anche su temi non strettamente di fede non sempre ha giovato alla formazione dei giovani preti. Capita, dunque, che una sede prestiosa e difficilissima come quella di Catania venga ricoperta da un prelato con discreta formazione canonica, ma scarsa formazione teologica e pochissima esperienza pastorale, come riconoscimento ad una carriera burocratica costruita pazientemente fin dagli anni giovanili del ministero tra incarichi diplomatici e curiali. Capita anche che, mentre a Roma il Card. Ruini nega le esequie a Piergiorgio Welby, il nuovo Vescovo della Diocesi di che fu di Cassisa, Salvatore DiCristina, ex Preside della Facoltà Teologica di Sicilia ed ex Vicario generale di Palermo, formatosi alla scuola del Card. Pappalardo, evidentemente trova che nulla osti ai funerali religiosi al vecchio boss di Partinico Don Nené Geraci. Chissà che avrebbe deciso nella circostanza il suo giovane predecessore, da poco scomparso, Mons. Cataldo Naro? Forse lui, da stimato storico della Chiesa siciliana, si sarebbe ricordato che nel lontano 1952, nel corso secondo sinodo regionale siciliano, guidato dal Card. Ruffini, veniva confermata la scomunica a quanti si fossero macchiati di omicidio o rapina, e che, di conseguenza, andavano negati sacramenti e sacramentali (ivi compresa la benedizione della salma)?

A Palermo, cambio della guardia: lascia il pugliese Card. Salvatore De Giorgi, valente giornalista, giunge un diplomatico di prestigio (anche lui), il palermitano Romeo. Le prime uscite non sembrano esaltare i fedeli, ma è giusto dire che staremo a vedere. Intanto, tra il chiasso provocato dal Card. Ruini ogni volta che apre bocca e il clamoroso silenzio di parole cristiane sull’esplosione di violenza che scuote le comunità ecclesiali del sud Italia c’è davvero uno stridente contrasto. Non è proprio il caso, tuttavia, di mettere nello stesso bouquet l’Arcivescovo di Catania e il Card. Martini.

Per approfondire:

Breve preambolo al dialogo tra credenti e laici

Breve introduzione alla teologia biblica

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