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Chi evangelizza i poveri nella Chiesa cattolica?

J. Escrivà de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei

J. Escrivà de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei

Troppo concentrata a catechizzare i potenti, la Chiesa cattolica italiana ha smesso da un pezzo di evangelizzare i poveri. I Pastori dell’ultima generazione sono passati dalla “scelta spirituale” di Paolo VI, che negli anni ’70 segnò l’inizio del disimpegno della gerarchia dalle sorti della DC e di un benefico atteggiamento critico della Chiesa nei confronti dello Stato, alla nuova parola d’ordine della cosiddetta “scelta culturale”. In questo modo, mentre il Card. Ruini pilota l’intervento diretto dell’episcopato sulla scena politica italiana, i vescovi si lasciano cogliere distratti ed impreparati dai rigurgiti d’inaudita violenza che scuotono dall’interno le loro comunità ecclesiali, a Napoli come a Catania.

I giovani sono un campo abbandonato, i bisognosi una vigna saccheggiata; il popolo, un tempo interlocutore privilegiato del clero, è oggi gregge senza pastore. Tutto ciò a dispetto delle proclamate “scelte privilegiate per i poveri”, degli accorati richiami dell’ultimo Giovanni Paolo II ad una nuova evangelizzazione e dell’esplicita presa d’atto che il processo di secolarizzazione della società italiana è giunto ormai da un pezzo ad una fase di scristianizzazione. Specie nelle Chiese locali del Mezzogiorno, un’intera generazione di pastori, incapaci di muovere un passo da sé, deresponsabilizzati dalla pratica di una falsa collegialità, in cui ogni dialettica interna è stata messa a tacere per precisa scelta disciplinare, sembra aver perduto ogni sintonia con la propria gente. Dov’è la Chiesa italiana, che fa, a che pensa, mentre dei battezzati si ammazzano a Napoli tutti i giorni o mentre dei giovani cattolici catanesi che ieri erano impegnati a sfasciare mezza città, e persino uccidere, possibilmente scenderanno domani in processione, coi loro scapolari bianchi, in compagnia dell’eccellentissimo Arcivescovo?

Con la fine dell’unità politica dei cattolici, si dice, la Chiesa italiana ha perso il suo referente politico e così s’impegna in prima persona. Mossa politicamente accorta, forse, ma incauta e addirittura stolta dal punto di vista dottrinale prima, e pastorale poi. Invadendo la sfera d’azione dal Concilio strettamente riservata ai laici, la gerarchia italiana predica la sussidiarietà ma non la pratica essa stessa, ponendo così le premesse di molte ingiustizie dentro il Corpo ecclesiale. Eutanasia, pacs, procreatica: la politica italiana va verso la “zapaterizzazione”? Non è l’effetto, come di solito si afferma in certi ambienti, di un ritiro nel privato, di una “luteranizzazione” del laicato cattolico, che giustifica il tambureggiante presenzialismo ruinante nell’apporre paletti e dettare agende sui temi eticamente sensibili. E’ piuttosto la “balaguerizzazione” del clero nostrano la causa dell’irrigidimento in opposti estremismi tra cattolici e laici nel nostro Paese. O si vuole dimenticare che Zapatero esprime la risposta degli spagnoli agli errori e alle menzogne del cattolico Aznar, a sua volta espressione del radicalismo aristocratico, dell’ingerenza e dell’estremismo conservatore dei cattolici dell’Opus Dei in Spagna?

Ma una Chiesa che non sa più parlare a i poveri, non evangelizza neppure se stessa, perdendo la memoria salvifica e la disponibilità alla metanoia ed alla conversione. I pescatori di uomini tornano di nuovo a casa senza aver preso un bel nulla, con le loro reti rotte e vuote. Gli angeli delle Chiese sembrano aver perso la libertà spirituale ed autonomia di discernimento dei segni tempi, che derivano loro dalla dignità episcopale, ed essere sentinelle in attesa ormai solo di ordini di scuderia. Nonostante non manchino numerosi richiami profetici nei segni di questo tempo, non vogliono neppure sentire parlare di esame di coscienza…

Per approfondire:

Breve preambolo al dialogo tra credenti e laici

Breve introduzione alla teologia biblica

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  1. MAX 62
    12 giugno 2007 alle 12:46

    NON MI PARE CHE LA CHIESA NON EVANGELIZZI PIU’ I POVERI. QUANDO SENTO QUESTE CRITICHE CHE VENGONO DA AMBIENTI TUTTO SOMMATO ESTRANEI ALLA CHIESA STESSA MI CHIEDO COME SI FA AA DIRE QUESTO. BASTA FARE UN GIRO PER LE PARROCCHIE. VEDO PRETI SUPERAFFATICATI SEMPRE IMMERSI NELLA PASTORALE CHE TENDE A FAGOGITARTI. I POVERI, QUELLI VERI, LI TROVI SEMPRE IN PARROCCHIA. PROPRIO PERCHE’ SANNO CHE PER QUANTO POSSIBILE LA CHIESA CERCA DI DARE UNA RISPOSTA AI LORO PROBEMI

  2. rickinca84
    13 giugno 2007 alle 12:45

    Il problema che vuole evidenziare il nostro autore non è l’aiuto materiale ai poveri che viene dato (grazie ai contributi dei fedeli) ma del fatto che ci si stia ritirando ad un vuoto formalismo, ad una ripetizione di azioni, il cui significato morale è dubbio: se l’atto è intrinsecamente buono, ciò non toglie che l’attegiamento sia quello corretto. Lo dimostra il fatto che le catechesi, le missioni popolari e l’evangelizzazione si stanno riducendo all’osso. Le celebrazioni a scarne e formali atti di culto, la carità un semplice tappare i buchi di uno colabrodo. I poveri restano poveri, gli viene dato il pezzo di pane(duro) ma non gli viene dato il pane vivo! Facile dire ad altri ( i membri spesso laici delle caritas) di dare ai poveri ciò che altri ti hanno dato (fedeli laici, otto per mille, A.G.E.A., Croce rossa…). Vuoto formalismo appunto. Occorre porre atti concreti mossi dallo spirito giusto ovvero dallo SPIRITO di Carità.

  3. Don V
    15 settembre 2007 alle 10:28

    Sappiamo che dalla «fonte di amore», che è Dio Padre, sono scaturite la missione del Figlio e la missione dello Spirito Santo.
    Noi tutti, membri della Chiesa, pur se in diverso modo, mossi dal medesimo Spirito, siamo consacrati per essere inviati: in virtù del Battesimo ci è affidata la stessa missione della Chiesa.
    Se tutti i membri della Chiesa sono consacrati per la missione, tutti sono corresponsabili di portare Cristo al mondo mediante il proprio impegno personale.

  4. Don V
    23 settembre 2007 alle 9:27

    Prof. Tre Re perchè non fa un post sulla catechesi e non si espone in prima persona?
    Con Stima
    Don V

  5. 24 settembre 2007 alle 0:34

    In Terra di nessuno si possono già trovare alcuni spunti per la catechesi, specialmente nella sezione saggi; ad esempio nel preambolo al dialogo tra cattolici e laici, oppure nell’introduzione alla lettura della Sacra Scrittura, nell’introduzione al Concilio, nei commenti a vari documenti magisteriali. Altro materiale ho in programma di aggiungere presto. Ho deciso di svuotare i cassetti.

    In che senso “in prima persona”?

    Temo, però, di non essere del tutto d’accordo sul non detto, che mi pare di cogliere oltre le sue parole. Siamo sicuri di misurare adeguatamente la vastità e la profondità della crisi delle nostre Chiese? Per me questa crisi non viene dall’esterno, almeno non principalmente, da un attacco dottrinale, per esempio, da parte della cultura laica, relativistica ecc., o da una contaminazione, come spesso si dice, con modelli materialistici, edonistici… E’ una crisi che viene dall’interno e da lontano, è una crisi dell’evangelizzazione, non della catechesi, sia nel senso che non evangelizziamo abbastanza, o per nulla affatto, non siamo in assetto di annuncio, di Chiesa missionaria; sia nel senso che con troppo poca attenzione e senza riserve critiche abbiamo accettato l’evangelizzazione tramandataci, senza mai veramente curarci della sua qualità.
    Per quanto riguarda il primo aspetto c’è ben poco da essere ottimisti per il prossimo futuro. La crisi di vocazioni ha innescato un meccanismo perverso per cui il numero dei giovani preti e il rigore dei criteri reali di selezione s’inseguono al ribasso. I seminari e i presbitèri sono pieni di persone con spaventose labilità caratteriali e di personalità. Evangelizzare è un lavoro duro, che richiede forza e intelligenza. Viene da dire con S. Paolo: come potranno credere se non ricevono l’annuncio?, come potranno ricevere l’annuncio se nessuno evangelizza?
    Per quanto riguarda l’altro versante della crisi dell’evangelizzazione le racconterò che sono andato a messa, questa domenica, presso una qualsiasi parrocchia palermitana, come spesso faccio. La prima cosa che mi ha colpito: la quantità di immagini vicino e tutt’attorno all’altare davano la sgradevole sensazione di un teatrino dei pupi. Tre Madonne, due delle quali con Bambino, i quali ultimi, sommati a due crocifissi e un Cuore di Gesù, davano un totale di ben cinque immagini del Redentore. Coronava il tutto una statua di Giovanni Forgione da Pietrelcina, più grande della taglia naturale, schierato proprio davanti all’altare. La mensa dell’altare era affollata d’ogni genere di oggetti: un vaso con fiori, due candele, ampolline, vaschetta, manutergio, supporto per microfono, leggìo, messale. Oh, la minimalistica eleganza dell’altare rappresentato da Raffaello nella Disputa del SS.mo Sacramento! Invece, fiori anche davanti all’altare, fiori e piante dappertutto, più che nel camerino di Elton John. L’Officiante, che non era il parroco, essendo questi assai più giovane, inizia la S. Messa; interrompe di continuo la liturgia, chiosa, annota, apostrofa l’assemblea. Arrivo a invocare mentalmente la Messa tridentina: “Porterebbe rispetto, almeno, alla lingua ecclesiastica”, mi sorprendo a pensare, “almeno non interromperebbe tanto spesso!” Interrompe persino le letture bibliche, per spiegare e chiarire! Segue un’omelia, zeppa di banalità moralistiche e persino di errori teologici, che va avanti per più di trenta minuti, dunque della durata più che doppia di quella che il Crisostomo, senza mezzi termini, avrebbe definito “omelia del Diavolo”, tripla rispetto all’omelia degli umani, e addirittura sestupla rispetto alla durata media delle omelie degli angeli (sempre stando al Crisostomo, o era S. Gregorio Nazianzeno?). Non ho mai capito perché, se Dio nella liturgia parla quattro, cinque minuti, i preti debbano predicare per ore. Una volta un parroco, considerato tra i migliori, mi spiegò che non aveva altra occasione di catechizzare i suoi parrocchiani… Gli chiesi se non lo avesse mai sfiorato il dubbio che i parrocchiani non andassero alle sue catechesi perché giustamente pensavano che già una, alla messa domenicale, fosse più che sufficiente.
    Ricevo la comunione da un signore in maniche di camicia, che avevo visto precedentemente raccogliere le offerte dei fedeli e, prima di entrare in chiesa, stare a fumare sul sagrato. Infine, dopo il canto (senza musica) “E’ l’ora che pia…”, il parroco impartisce la benedizione, ma non prima di avere pubblicizzato (non trovo altra parola) un libro su La Pira, in vendita all’uscita. Una piccola folla, dopo aver ricevuto la comunione, si accalca attorno alla gigantesca statua di Padre Pio.
    Padre, ho voluto farla sorridere. Non creda che stasera sono così pessimista a causa di questa pessima esperienza di Chiesa. Lo so, capita. Ma capita così spesso, nelle nostre chiese, da farci chiedere che cosa capiti alle nostre Chiese. Conosco quel parroco, è giovane, ma d’esperienza; mio compagno di studi, non può ignorare che le liturgie sono lo specchio dei modelli di Chiesa che incarniamo.
    Ma forse è proprio nell’evangelizzazione non cristocentrica, ma paternalista, devozionale, autoritaria, clericale, che abbiamo ricevuto, che dobbiamo cercare la causa di tutto ciò.

    Giampiero

  6. Don V
    24 settembre 2007 alle 8:03

    Gentilissimo Prof Giampiero Tre Re, lei è un figlio della luce, inizi lei ad evangelizzare nei vari rami della sua vita sociale e personale, le assicuro che le sue capacità sorvolano quelle della media.
    Temo che i fedeli cattolici dovrebbero fare attenzione all’idolatria e alla superstizione,
    Ricordiamoci le parole dell’antico testamento:
    “Non vi farete idoli, non vi eleverete immagini scolpite né statue, e non collocherete nel vostro paese alcuna pietra ornata di figure, per prostrarvi davanti ad essa, perché
    io sono l’Eterno, l’Iddio vostro” (Lv 26:1). E Dio maledice chiunque si costruisce “immagine scolpita”: “Maledetto l’uomo che fa un’immagine scolpita o di getto, cosa abominevole per l’Eterno…” (Dt 27:15).
    Dio ordina la distruzione dell’idolatria: “Tu non ti prostrerai davanti ai loro dèi, e non servirai loro. Non farai quello ch’essi fanno; ma distruggerai interamente quegli dèi e spezzerai le loro colonne” (Es 23:24);”caccerete d’innanzi a voi tutti gli abitanti del paese, distruggerete tutte le loro immagini, distruggerete tutte le loro statue di getto e demolirete tutti i luoghi alti” (Nm 33:52);”Distruggerete interamente tutti i luoghi dove le nazioni che state per cacciare servono i loro dèi” (Dt 12:2).
    Ciò era riferito alle immagini e alle statue pagane, poi lo stesso errore è stato fatto con quelle cristiane.
    Siamo dovuti arrivare al periodo dell’iconoclastia, si rende conto della gravità?
    Successivamente, con il secondo concilio di Nicea la Chiesa ha spiegato che le immagini sacre non si devono adorare, ma si possono rispettare come simboli che ci spingono ad una meditazione più proficua.
    Il Concilio Vaticano II ha definito la Liturgia come “fonte e culmine della azione della Chiesa” nella Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium (n°10) (1964).
    Personalmente ho ordinato di togliere la statua della Madonna e quella di un santo, visto che erano posizionate sopra il tabernacolo.
    Le tradizioni popolari e l’aspetto folkloristico stanno creando disagi, e poi, giustamente i protestanti ci puntano il dito.
    Giampiero, lei per me è un figlio, rispetto il suo lavoro, ma lei deve servire Gesù.
    Internet è colmo di siti atei e protestanti, lei ha ricevuto molto da Dio e le sarà chiesto tanto.
    La Chiesa è stata sempre tribolata (anche dal suo interno), ma nessuno scappa al giudizio di Dio!
    Principalmente si dedichi ad aiutarci nella vigna del Padre.
    Pace e bene

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