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DICO: se Stato e Chiesa scivolano tra le lenzuola

Bonanno Pisano, Adamo ed Eva,
portale del duomo di Monreale, XII sec.

Pisano, Adamo ed Eva, portale del duomo di MonrealeRaccolgo qui alcune riflessioni in margine al dibattito sulle dichiarazioni di convivenza (DICO).

1. La gerarchia ecclesiastica ha il diritto costituzionalmente garantito, come qualsiasi cittadino e qualsiasi gruppo organizzato, attraverso i propri portavoce, ad esprimere pubblicamente il propriensiero. Perché dunque arrivare a parlare di ingerenza e addirittura arroganza da parte della Chiesa? Rispondere che i vescovi non sono un gruppo qualsiasi è un argomento che non ha alcun peso proprio alla luce dell’uguaglianza di tutti i cittadini sancita dalla costituzione e pertanto non dovrebbe essere preso in considerazione in un ordine di idee autenticamente laico.

2. I rischi di un diretto intervento del magistero ecclesiastico nell’arena politica sono connessi piuttosto ad una polarizzazione del dibattito, che sarebbe contro gli interessi di tutti i cittadini. Non manca, infatti, chi considera i DICO una risposta troppo “timida” alla richiesta di riconoscimento di diritti delle persone conviventi in coppie di fatto. Il ddl sulle dichiarazioni di convivenza non fa alcuna menzione, opportunamente, a parere di chi scrive, di rapporti sessuali di alcun genere. I gruppi d’opinione che rappresentano le coppie omosessuali, se si è ben capito, considerano ipocrita non riconoscere esplicitamente un interesse pubblico anche alle relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso, purché conviventi in modo stabile. Ma siamo sicuri che ciò rappresenterebbe effettivamente un vantaggio per tutti i cittadini (ivi comprese le persone omosessuali)? L’orientamento e le preferenze sessuali rientrano nella sfera intima della persona, perciò i diritti che li riguardano sono diritti classificati come “negativi”, quelli, cioè, più forti e di prima generazione, nei confronti dei quali il riconoscimento da parte dello Stato rappresenta un limite che lo Stato stesso pone al proprio potere di regolamentazione. Se l’esistenza di una relazione sessuale fosse esplicitamente menzionata quale condizione per permettere l’accesso delle persone di fatto conviventi alle stesse tutele garantite alla convivenza matrimoniale, sarebbe come dire che una persona riceve una tutela in cambio della rinuncia ad una particella dei propri diritti (segnatamente: al diritto di non ingerenza dello Stato nella propria sfera intima). Il che non suona granché rassicurante: somiglia assai ad una crepa nella diga dei diritti; apre a derive autoritarie e sicuramente discrimina gruppi di cittadini che vorrebbero poter accedere a quelle tutele pur non avendo la minima intenzione di essere pubblicamente considerate conviventi more uxorio. Chi volesse ribattere che, posta in questo modo la questione, lo Stato invaderebbe la sfera intima dei cittadini anche riconoscendo l’istituto naturale del matrimonio, non si assumerebbe un compito facile. Anche sotto questo profilo il matrimonio è un istituto per sua natura impareggiabile. Nei suoi confronti, infatti, lo Stato si limita ad assimilare un istituto naturale che lo precede, i cui atti costitutivi sono essenzialmente ordinati alla procreazione, verso la quale esiste un altissimo interesse pubblico.

3. La dottrina cattolica sulla famiglia
Le ragioni dottrinali della strenua opposizione dei vescovi ai DICO si sono andate a poco a poco chiarendo in questi giorni nel loro carattere antropologico. Si suppone non siano le sole, ma certamente l’episcopato non poteva far valere in questa circostanza argomenti teologici come la celebre dottrina paolina e conciliare per la quale la famiglia scaturisce dal mistero d’amore di Cristo per la Chiesa (GS, 52,g) o l’affermazione ecclesiologicamente assai suggestiva della famiglia quale chiesa domestica, contenuta nell’enciclica di Giovanni Paolo II, Familiaris Consorzio.
L’unicità del matrimonio sotto l’aspetto antropologico è per la dottrina cattolica strettamente legata alla vocazione naturale della famiglia per l’educazione. Questa, a sua volta, poggia su due principi: la novità ed indisponibilità della persona e il principio-famiglia, che vede, nelle relazioni familiari, le relazioni sociali protocollari in cui vi è la sintesi naturale della forma stessa della socialità umana: solidarietà e sussidiarietà (vedi ad es. i documenti Apostolicam Actuositatem, 300; Gravissimum Educationis, 3,a; Gaudium et Spes, 48,f; 49,f).

4. Tuttavia la superiorità antropologica del matrimonio rispetto ad altri modelli di convivenza non ha bisogno di essere dimostrata: è autoevidente , nel senso che qualsiasi tentativo di sostituirlo con modelli alternativi, o anche solo di affiancarveli, finisce per confermarne la supremazia sul piano morale e spirituale. Ad esempio, c’è qualcosa di istruttivo nel desiderio delle coppie di omosessuali di vedere riconosciute le loro unioni come qualcosa che somigli ad un matrimonio e consiste precisamente nel fatto che il rispetto della diversità, battaglia storica del movimento omosessuale, trova proprio nel matrimonio eterosessuale la sintesi esistenziale più completa: la pari dignità nella diversità dei generi maschile e femminile.
Ciò che le famiglie italiane, specie giovani, chiedono al legislatore non è di tutelare in astratto i propri presunti privilegi negandoli ad altri ma l’allargamento di diritti e servizi per il vantaggio di tutti e l’alleggerimento del peso economico dell’educazione: sanità, scuole, strutture ricreative e di aggregazione, assistenza agli anziani, ai bambini… I DICO possono e debbono essere migliorati in questa direzione.
Dal canto suo, nel pieno rispetto delle famiglie e dello Stato, in nome del principio di sussidiarietà, la Chiesa italiana dovrebbe rilanciare l’evangelizzazione, la pastorale familiare e giovanile, la cura d’anime, compiti intimamente connessi alla sua missione divina e preminenti rispetto alla sua competenza sulla legge naturale. I vescovi stessi hanno più volte dichiarato che tra le cause della debolezza della famiglia non ci sono solo leggi inadeguate ma soprattutto una certa impreparazione spirituale e immaturità psicologica delle giovani coppie ammesse al matrimonio sacramentale.
Quello che disorienta una parte del popolo cattolico, per finire, non è affatto il diritto della gerarchia episcopale a far sentire la sua voce, ma il fatto che l’episcopato italiano si proponga sempre più come un centro di potere monolitico, con i propri gruppi di pressione, organismi, mezzi di propaganda. Tra l’altro senza mai lasciare spazio a voci diverse, che pure esistono dentro la gerarchia, nel timore, si dice, di confondere i fedeli. Se con la scelta di agire come una qualsiasi lobby, la gerarchia ha ottenuto il riconoscimento di interlocutrice con voce in capitolo (si pensi alle raccomandazioni del Presidente Napolitano) deve anche accettare di essere considerata, né più né meno, quale uno dei tanti attori del confronto pubblico e di essere portatrice, come tutti gli altri, di interessi di parte. Ma la scelta di agire come un movimento d’opinione e di accettare le regole della comunicazione di massa disattende soprattutto le strategie di evangelizzazione che il Nuovo Testamento raccomanda come vincolanti, basate sul principio-kenosi: la non violenza, la libertà di coscienza, la rinuncia ad ogni tentazione del potere. Le parole di S. Paolo “predichiamo Cristo e Cristo crocifisso” appaiono sempre meno caratterizzanti nella comunicazione di un episcopato italiano che interviene ormai in diretta praticamente su tutto.
Il Card. Ruini ha anticipato un intervento al tempo stesso chiarificatore e vincolante per i cattolici. Si annuncia una scomunica per i parlamentari che volessero votare i DICO? Non lo credo, se ha un minimo di fondamento la diceria secondo la quale fu proprio l’allora Card. Ratzinger a distogliere Giovanni Paolo II dal proposito di definire ex cathedra l’etica sessuale dell’Humane Vitae. Difficile pensare che, divenuto Papa, egli voglia impegnare il proprio Magistero ad un così alto livello su una materia apparentemente meno grave. Se, malauguratamente, ciò dovesse avvenire, non resterebbe che ripetere col Card. Henry Newman: “brindo al Papa ma, prima di lui, alla mia coscienza”.

Su CEI e DICO, in questo blog, vedi anche:

https://terradinessuno.wordpress.com/2007/03/29/la-nota-della-cei-sui-dico-e-il-dialogo-tra-laici-e-cattolici/

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  1. Il Tempo di Nessuno
    24 marzo 2007 alle 11:46

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    Elogio della coscienza: il brindisi del Cardinale
    di Joseph Ratzinger (Pubblicato da “Il Sabato”, 16 marzo 1991)

    Nell’attuale dibattito sulla natura propria della moralità e sulle modalità della sua conoscenza, la questione della coscienza è divenuta il punto nodale della discussione, soprattutto nell’ambito della teologia morale cattolica. La coscienza vi è presentata come il baluardo della libertà di fronte alle limitazioni dell’esistenza imposte dall’autorità. In tale contesto vengono così contrapposte due concezioni del cattolicesimo: da un lato sta una comprensione rinnovata della sua essenza, che spiega la fede cristiana a partire dalla libertà e come principio della libertà e, dall’altro lato, un modello superato, “pre-conciliare”, che assoggetta l’esistenza cristiana all’autorità, la quale attraverso norme regola la vita fin nei suoi aspetti più intimi e cerca in tal modo di mantenere un potere di controllo sugli uomini. Così “morale della coscienza” e “morale dell’autorità” sembrano contrapporsi tra di loro come due modelli incompatibili; la libertà dei cristiani sarebbe poi messa in salvo facendo appello al principio classico della tradizione morale, secondo cui la coscienza è la norma suprema, che dev’essere sempre seguita, anche in contrasto con l’autorità. Infatti se così fosse, ciò vorrebbe dire che non c’è nessuna verità — almeno in materia di morale e di religione, ossia nell’ambito dei fondamenti veri e propri della nostra esistenza. Dal momento che i giudizi di coscienza si contraddicono, ci sarebbe dunque solo una verità del soggetto, che si ridurrebbe alla sua sincerità. Non ci sarebbe nessuna porta e nessuna finestra che potrebbe condurre dal soggetto al mondo circostante e alla comunione degli uomini. Chi ha il coraggio di portare questa concezione fino alle sue ultime conseguenze arriva alla conclusione che non esiste dunque nessuna vera libertà e che quelli che supponiamo essere dettami della coscienza, in realtà non sono altro che riflessi delle condizioni sociali.

    1. UNA CONVERSAZIONE SULLA COSCIENZA ERRONEA ED ALCUNE PRIME CONCLUSIONI

    In questo modo è diventato evidente che la questione della coscienza ci porta veramente al cuore del problema morale, così come la stessa questione dell’esistenza umana. Una volta, un collega più anziano, cui stava molto a cuore la situazione dell’essere cristiano nel nostro tempo, nel corso di una discussione, espresse l’opinione che bisognava davvero esser grati a Dio, per aver concesso a così tanti uomini di poter essere non credenti in buona coscienza. Infatti se si fossero loro aperti gli occhi e fossero divenuti credenti, non sarebbero stati in grado, in un mondo come il nostro, di portare il peso della fede e dei doveri morali che ne derivano. Dovrebbe essere felice, pertanto, proprio colui cui non viene addossato l’onere di dover credere e di doversi sottomettere a quel giogo morale, che la fede della Chiesa cattolica comporta. La non verità, il restare lontani dalla verità, sarebbe per l’uomo meglio della verità. L’uomo starebbe a casa propria più nelle tenebre che nella luce; la fede non sarebbe un bel dono del buon Dio, ma piuttosto una maledizione. A questo punto sorgono davvero questioni della massima importanza: una fede simile può essere veramente un incontro con la verità? La verità sull’uomo e su Dio è davvero così triste e così pesante, o invece la verità non consiste proprio nel superamento di un tale legalismo? Essa non consiste anzi nella libertà? Ma dove conduce la libertà? Quale strada essa ci indica? Nella conclusione dovremo riprendere questi problemi fondamentali dell’esistenza cristiana oggi; ma è necessario prima ritornare al nucleo centrale del nostro tema, all’argomento della coscienza. Come ho detto, ciò che mi spaventò nell’argomento sopra menzionato fu soprattutto la caricatura della fede, che mi pareva di potervi riscontrare. Tuttavia, seguendo un secondo filo di riflessioni, mi sembrò che fosse falso anche il concetto di coscienza, che veniva presupposto. La coscienza erronea protegge l’uomo dalle onerose esigenze della verità e così la salva…: In questa concezione la coscienza non è l’apertura dell’uomo al fondamento del suo essere, la possibilità di percepire quanto è più elevato e più essenziale. Essa sembra essere piuttosto il guscio della soggettività, in cui l’uomo può sfuggire alla realtà e nasconderlesi. A tal riguardo è qui presupposta proprio la concezione di coscienza del liberalismo. La coscienza non apre la strada al cammino liberante della verità, la quale o non esiste affatto o è troppo esigente per noi. La coscienza è l’istanza che ci dispensa dalla verità. Essa si trasforma nella giustificazione della soggettività, che non si lascia più mettere in questione, così come nella giustificazione del conformismo sociale, che come minimo comun denominatore tra le diverse soggettività, ha il compito di rendere possibile la vita nella società. Quanto era stato per me solo marginalmente chiaro in questa discussione, divenne pienamente evidente un po’ dopo, in occasione di una disputa tra colleghi, a proposito del potere di giustificazione della coscienza erronea. Dopo una tale conversazione fui assolutamente sicuro che c’era qualcosa che non quadrava in questa teoria sul potere giustificativo della coscienza soggettiva, in altre parole: fui sicuro che doveva esser falsa una concezione di coscienza, che portava a simili conclusioni. Görres mostra che il senso di colpa, la capacità di riconoscere la colpa appartiene all’essenza stessa della struttura psicologica dell’uomo. Il senso di colpa, che rompe una falsa serenità di coscienza e che può esser definito come una protesta della coscienza contro la mia esistenza soddisfatta di sé, è altrettanto necessario per l’uomo quanto il dolore fisico, quale sintomo, che permette di riconoscere i disturbi alle normali funzioni dell’organismo. Forse ne erano totalmente sprovvisti Hitler o Himmler o Stalin. Anche i sensi di colpa abortiti… Tutti gli uomini hanno bisogno di sensi di colpa”.

    Del resto anche solo uno sguardo alla Sacra Scrittura avrebbe potuto preservare da simili diagnosi e da una simile teoria della giustificazione mediante la coscienza erronea. Nel salmo 19, 13 è contenuta quest’affermazione, sempre meritevole di ponderazione: “Chi si accorge dei propri errori? Liberami dalle colpe che non vedo!”. Qui non si tratta di oggettivismo veterotestamentario, ma della più profonda saggezza umana; il non vedere più le colpe, l’ammutolirsi della voce della coscienza in così numerosi ambiti della vita è una malattia spirituale molto più pericolosa della colpa, che uno è ancora in grado di riconoscere come tale. Se il pubblicano, con tutti i suoi innegabili peccati, sta davanti a Dio più giustificato del fariseo con tutte le sue opere veramente buone (Lc 18, 9-14), ciò avviene non perché in qualche modo i peccati del pubblicano non siano veramente peccati e le buone opere del fariseo non siano buone opere. Ciò non significa affatto che il bene che l’uomo compie non sia bene davanti a Dio e che il male non sia male davanti a Lui e neppure che ciò non sia poi in fondo così importante. La ragione vera di questo giudizio paradossale di Dio si mostra proprio a partire dalla nostra questione: il fariseo non sa più che anch’egli ha delle colpe. È completamente in pace con la sua coscienza. Ma questo silenzio della coscienza lo rende impenetrabile per Dio e per gli uomini. Invece il grido della coscienza, che non da tregua al pubblicano, lo fa capace di verità e di amore. Tutta quanta la teoria della salvezza mediante l’ignoranza crolla in questo versetto: c’è nell’uomo la presenza del tutto inevitabile della verità — di una verità del Creatore, la quale è stata poi anche messa per iscritto nella rivelazione della storia della salvezza. L’uomo può vedere la verità di Dio a motivo del suo essere creaturale. A questo punto delle nostre riflessioni è possibile tirare le prime conseguenze per rispondere alla questione sulla natura della coscienza. Quanto è venuto alla luce dopo il crollo del sistema marxista nell’Europa orientale, conferma questa diagnosi. Le personalità più attente e nobili dei popoli finalmente liberati parlano di un’immane devastazione spirituale, che si è verificata negli anni della deformazione intellettuale. Essi rilevano un ottundimento del senso morale, che rappresenta una perdita e un pericolo ben più grave dei danni economici, che sono accaduti. L’errore, la “coscienza erronea”, solo a prima vista è comoda. Infatti, se non si reagisce, l’ammutolirsi della coscienza porta alla disumanizzazione del mondo e ad un pericolo mortale.

    Detto con altre parole: l’identificazione della coscienza con la consapevolezza superficiale, la riduzione dell’uomo alla sua soggettività non libera affatto, ma rende schiavo; essa ci rende totalmente dipendenti dalle opinioni dominanti ed abbassa anche il livello di queste ultime giorno dopo giorno. La riduzione della coscienza alla certezza soggettiva significa nello stesso tempo la rinuncia alla verità.

    2. NEWMAN E SOCRATE: GUIDE PER LA COSCIENZA

    A questo punto vorrei fare una breve digressione. Prima di tentare di formulare risposte coerenti alle questioni sulla natura della coscienza, occorre che allarghiamo un po’ le basi della riflessione, al di là della dimensione personale da cui abbiamo preso l’avvio. Per la verità non ho l’intenzione di sviluppare qui una dotta trattazione sulla storia delle teorie della coscienza, argomento sul quale proprio di recente sono stati pubblicati diversi contributi. Un primo sguardo deve rivolgersi al cardinale Newman, la cui vita ed opera potrebbero ben essere designati come un unico grande commento al problema della coscienza. In questa cornice non ci è permesso di soffermarci sulle particolarità del concetto newmaniano di coscienza. Vorrei solo cercare di indicare il posto dell’idea di coscienza nell’insieme della vita e del pensiero di Newman. Le prospettive così guadagnate approfondiranno lo sguardo sui problemi attuali e apriranno collegamenti con la storia, cioè condurranno ai grandi testimoni della coscienza e alle origini della dottrina cristiana sulla vita secondo la coscienza. Comprendere ciò è difficile per l’uomo moderno, che pensa a partire dalla contrapposizione di autorità e soggettività. Per lui la coscienza sta dalla parte della soggettività ed è espressione della libertà del soggetto, mentre l’autorità sembra restringere, minacciare o addirittura negare tale libertà. Per Newman il termine medio che assicura la connessione tra i due elementi della coscienza e dell’autorità è la verità. Non esito ad affermare che quella di verità è l’idea centrale della concezione intellettuale di Newman; la coscienza occupa un posto centrale nel suo pensiero proprio perché al centro c’è la verità. In altre parole: la centralità del concetto di coscienza è in Newman legata alla precedente centralità del concetto di verità e può essere compresa solo a partire da questa. La presenza preponderante dell’idea di coscienza in Newman non significa che egli, nel XIX secolo e in contrasto con l’oggettivismo della neoscolastica abbia sostenuto per così dire una filosofia o teologia della soggettività. In occasione della sua elevazione al cardinalato, Newman confessò che tutta la sua vita era stata una battaglia contro il liberalismo. La coscienza non significa per Newman che il soggetto è il criterio decisivo di fronte alle pretese dell’autorità, in un mondo in cui la verità è assente e che si sostiene mediante il compromesso tra esigenze del soggetto ed esigenze dell’ordine sociale. Essa significa piuttosto la presenza percepibile ed imperiosa della voce della verità all’interno del soggetto stesso; la coscienza è il superamento della mera soggettività nell’incontro tra l’interiorità dell’uomo e la verità che proviene da Dio. Mi sembra significativo che Newman, nella gerarchia delle virtù sottolinei il primato della verità sulla bontà o, per esprimerci più chiaramente: egli mette in risalto il primato della verità sul consenso, sulla capacità di accomodazione di gruppo. Direi quindi: quando parliamo di un uomo di coscienza, intendiamo qualcuno dotato di tali disposizioni interiori. Un uomo di coscienza è uno che non compra mai, a prezzo della rinuncia alla verità, l’andar d’accordo, il benessere, il successo, la considerazione sociale e l’approvazione da parte dell’opinione dominante. In questo Newman si ricollega all’altro grande testimone britannico della coscienza: Tommaso Moro, per il quale la coscienza non fu in alcun modo espressione di una sua testardaggine soggettiva o di eroismo caparbio. Egli stesso si pose nel numero di quei martiri angosciati, che solo dopo esitazioni e molte domande hanno costretto se stessi ad obbedire alla coscienza: ad obbedire a quella verità, che deve stare più in alto di qualsiasi istanza sociale e di qualsiasi forma di gusto personale. Si evidenziano così due criteri per discernere la presenza di un’autentica voce della coscienza: essa non coincide con i propri desideri e coi propri gusti; essa non si identifica con ciò che è socialmente più vantaggioso, col consenso di gruppo o con le esigenze del potere politico o sociale.

    L’individuo non può pagare il suo avanzamento, il suo benessere, a prezzo di un tradimento della verità riconosciuta. Tocchiamo qui il punto veramente critico della modernità: l’idea di verità è stata nella pratica eliminata e sostituita con quella di progresso. Il progresso stesso “è” la verità. La teoria della relatività formulata da Einstein concerne, come tale, il mondo fisico. A me sembra però che possa descrivere adeguatamente anche la situazione del mondo spirituale del nostro tempo. La teoria della relatività afferma che all’interno dell’universo non si dà nessun sistema fisso di riferimento. Quanto è stato detto a proposito del mondo fisico, riflette anche la seconda svolta “copernicana” verificatasi nel nostro atteggiamento fondamentale verso la realtà: la verità come tale, l’assoluto, il vero punto di riferimento del pensiero non è più visibile.

    A questo punto diventa chiara l’estrema radicalità dell’odierna disputa sull’etica e sul suo centro, la coscienza. In essa viene messa alla prova la decisione cruciale tra due atteggiamenti fondamentali: la fiducia nella possibilità per l’uomo di conoscere la verità, da una parte, e d’altra parte una visione del mondo in cui l’uomo da se stesso crea i criteri per la sua vita. La rinuncia ad ammettere la possibilità per l’uomo di conoscere la verità conduce dapprima ad un uso puramente formalistico delle parole e dei concetti. A sua volta la perdita dei contenuti porta ad un mero formalismo dei giudizi, ieri come oggi. Lo specifico dell’uomo in quanto uomo consiste nel suo interrogarsi non sul “potere”, ma sul “dovere”, nel suo aprirsi alla voce della verità e delle sue esigenze. Questo fu, a mio parere, il contenuto ultimo della ricerca socratica e questo è anche il senso più profondo della testimonianza di tutti i martiri: essi attestano la capacità di verità dell’uomo quale limite di ogni potere e garanzia della sua somiglianza divina. È proprio in questo senso che i martiri sono i grandi testimoni della coscienza, della capacità concessa all’uomo di percepire, oltre al potere, anche il dovere e quindi di aprire la via al vero progresso, alla vera ascesa.

    3. CONSEGUENZE SISTEMATICHE: I DUE LIVELLI DELLA COSCIENZA

    A) ANAMNESIS

    Dopo tutte queste scorribande attraverso la storia del pensiero è giunto il momento di tirare le somme, cioè di formulare un concetto di coscienza. La tradizione medioevale giustamente aveva individuato due livelli del concetto di coscienza, che si devono distinguere accuratamente, ma anche mettere sempre in rapporto l’uno con l’altro. Molte tesi inaccettabili sul problema della coscienza mi sembrano dipendere dal fatto che si è trascurata o la distinzione o la correlazione tra i due elementi. La corrente principale della scolastica ha espresso i due livelli della coscienza con i concetti di sinderesi e di coscienza. Il termine sinderesi (synteresis) confluì nella tradizione medioevale sulla coscienza dalla dottrina stoica del microcosmo. Rimase però non chiaro nel suo esatto significato e venne così a costituire un ostacolo per un accurato sviluppo della riflessione su questo aspetto essenziale della questione globale circa la coscienza. Col termine anamnesi si deve qui intendere precisamente quanto Paolo, nel secondo capitolo della lettera ai Romani, così espresse: “Quando dunque i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi; essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” Lì possiamo leggere: “L’amore di Dio non dipende da una disciplina impostaci dall’esterno, ma è costitutivamente inscritto in noi come capacità e necessità della nostra natura razionale”. Basilio, coniando un’espressione divenuta poi importante nella mistica medioevale, parla della “scintilla dell’amore divino, che è stata nascosta nel nostro intimo”. Ciò significa che il primo, per così dire ontologico livello del fenomeno della coscienza consiste nel fatto che è stato infuso in noi qualcosa di simile ad una originaria memoria del bene e del vero (le due realtà coincidono); che c’è una tendenza intima dell’essere dell’uomo, fatto a immagine di Dio, verso quanto a Dio è conforme. Su questa anamnesi del Creatore, che si identifica col fondamento stesso della nostra esistenza, si basa la possibilità e il diritto della missione. In tal senso Paolo può dire che i pagani sono legge a se stessi — non nel senso dell’idea moderna e liberalistica di autonomia, che preclude ogni trascendenza del soggetto, ma nel senso molto più profondo che nulla mi appartiene così poco quanto il mio stesso io, che il mio io personale è il luogo del più profondo superamento di me stesso e del contatto con ciò da cui provengo e verso cui sono diretto. Il senso del bene è stato impresso in noi, dichiara Agostino. A partire da ciò siamo ora in grado di comprendere correttamente il brindisi di Newman prima per la coscienza e solo dopo per il Papa. Una simile concezione moderna e volontaristica dell’autorità può soltanto deformare l’autentico significato teologico del papato. Quando si parla della fede e della Chiesa, il cui raggio a partire dal Logos redentore si estende oltre il dono della creazione, dobbiamo tuttavia tener conto di una dimensione ancor più vasta, che è sviluppata soprattutto nella letteratura giovannea. In diversi passi del Vangelo si trova che essi compresero mediante un atto della memoria. L’incontro originale con Gesù ha offerto ai discepoli ciò che ora tutte le generazioni ricevono mediante il loro incontro fondamentale col Signore nel battesimo e nell’eucaristia: la nuova anamnesi della fede, che, analogamente all’anamnesi della creazione, si sviluppa in un dialogo permanente tra l’interiorità e l’esteriorità.

    Ciò non significa che i credenti possiedano una fattuale onniscienza, ma indica piuttosto la certezza della memoria cristiana. Oggi noi, proprio nella crisi attuale della Chiesa, stiamo sperimentando in modo nuovo la forza di questa memoria e la verità della parola apostolica: più delle direttive della gerarchia è la capacità di orientamento della memoria della fede semplice che porta al discernimento degli spiriti. Solo in tale contesto si può comprendere correttamente il primato del Papa e la sua correlazione con la coscienza cristiana. Il significato autentico dell’autorità dottrinale del Papa consiste nel fatto che egli è il garante della memoria cristiana. Tutto il potere che egli ha è potere della coscienza: servizio al duplice ricordo, su cui si basa la fede e che dev’essere continuamente purificata, ampliata e difesa contro le forme di distruzione della memoria, la quale è minacciata tanto da una soggettività dimentica del proprio fondamento, quanto dalle pressioni di un conformismo sociale e culturale.

    L’atto della coscienza applica questa conoscenza basilare alle singole situazioni. Su questo piano, il piano del giudicare (quello della conscientia in senso stretto) vale il principio che anche la coscienza erronea obbliga. Quest’affermazione è pienamente intellegibile nella tradizione di pensiero della scolastica. La colpa quindi si trova altrove, più in profondità: non nell’atto del momento, non nel presente giudizio della coscienza, ma in quella trascuratezza verso il mio stesso essere, che mi ha reso sordo alla voce della verità e ai suoi suggerimenti interiori. EPILOGO:

    COSCIENZA E GRAZIA

    A conclusione del nostro cammino rimane ancora aperta la questione dalla quale siamo partiti: la verità, almeno così come la fede della Chiesa ce la presenta, non è forse troppo alta e troppo difficile per l’uomo? Dopo tutte le considerazioni che siamo venuti facendo possiamo ora rispondere: certo, la via alta ed ardua che conduce alla verità e al bene non è una via comoda. Scalando le altezze del bene, l’uomo scopre sempre più la bellezza, che c’è nell’ardua fatica della verità, e scopre anche che proprio in essa sta per lui la redenzione.

    Senza dover spendere troppe parole, ciò può diventar evidente in un’immagine tratta dal mondo greco, in cui possiamo notare nello stesso tempo come l’anamnesi del Creatore si protenda in noi verso il Redentore e come ogni uomo possa riconoscerlo come Redentore, dal momento che egli risponde alle nostre più intime attese. Mi riferisco alla storia dell’espiazione del matricidio di Oreste. Questi commise l’omicidio come un atto conforme alla sua coscienza, fatto che il linguaggio mitologico descrive come obbedienza all’ordine del dio Apollo. Ma ora viene perseguitato dalle Erinni, che sono pure da vedere come personificazione mitologica della coscienza, che dalla memoria profonda, straziandolo, gli rimprovera che la sua decisione di coscienza, la sua obbedienza al “comando divino” era in realtà colpevole. Tutta la tragicità della condizione umana emerge in questa lotta tra gli “dei”, in questo conflitto intimo della coscienza. Nel tribunale sacro, la pietra bianca del voto di Atena porta ad Oreste l’assoluzione, la purificazione, in forza della quale le Erinni si trasformano in Eumenidi, in spiriti della riconciliazione. In questo mito è rappresentato qualcosa di più del superamento del sistema della vendetta del sangue in favore di un ordinamento giuridico giusto della comunità. In questo mito percepiamo la voce nostalgica che la sentenza di colpevolezza obiettivamente giusta della coscienza e la pena interiormente lacerante che ne deriva non siano l’ultima parola, ma che ci sia un potere della grazia, una forza di espiazione, che possa cancellare la colpa e rendere la verità finalmente liberante. In ciò consiste la vera novità, su cui si fonda la più grande memoria cristiana, la quale è nello stesso tempo anche la risposta più profonda a ciò che l’anamnesi del Creatore attende in noi. Essa ci porta nella terra desolata del nulla e così si distrugge da sola. Il giogo della verità è divenuto “leggero” (Mt 11, 30), quando la Verità è venuta, ci ha amato ed ha bruciato le nostre colpe nel suo amore. Solo quando noi conosciamo e sperimentiamo interiormente tutto ciò, diventiamo liberi di ascoltare con gioia e senza ansia il messaggio della coscienza.

  2. 26 marzo 2007 alle 9:06

    Grazie per il suo contributo a Terra di Nessuno.
    No, non conoscevo questo intervento di Ratzinger sulla coscienza e pertanto la ringrazio per la sua segnalazione. Si tratta della ripresa ed un ampliamento della dottrina conciliare contenuta in Gaudium et Spes 16, che troverà qui di seguito: la coscienza come istanza morale universalistica, prova dell’unità del genere umano, autorità interna che interpreta la legge divina, principio in base al quale è possibile un dialogo etico tra tutti gli uomini, l’obbligo morale di formazione della coscienza.
    Il dibattito cui Ratzinger si riferisce all’inizio è quello della cosidetta “specificità” della morale cristiana: se fosse possibile o no fondare un’etica teologica cristocentrica. Ratzinger non sembra qui voler dirimere la questione ma scrive, credo, per un pubblico “amico”, ma pare potersi intendere che per lui il teologo possa parlare di coscienza anche prescindendo dalla fondazione cristologica del proprio discorso. Questo forse è il punto che più colpisce, a sedici anni di distanza, ora che Ratzinger, allora considerato probabilmente il massimo teologo cattolico vivente, è divenuto papa. Perché, a proposito di coscienza, parlare solo di memoria e non anche di profezia ed eschaton? Perché parlare in termini normativi e non piuttosto kerygmatici e narrativi? Perché parlare solo di verità e non dire mai che la prima verità è l’amore? Perché parlare all’uomo moderno col linguaggio della scolastica, dello stoicismo, della filosofia socratica e persino della mitologia classica e mai direttamente con quello di Gesù e del vangelo? Non si rischia di cadere fin dall’inizio in una morale conservatrice, cioè rivolta al passato, esteriore, istituzionale, legalistica, con scarsa attitudine al dialogo con i non credenti? In una parola: davvero si può parlare della coscienza solo in una maniera cristologicamente tanto povera?

    Gaudium et Spes, 16. Dignità della coscienza morale.

    Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell’intimità del cuore: fa questo, evita quest’altro.

    L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità.

    Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo. Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale. Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità. Tuttavia succede non di rado che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza che per questo essa perda la sua dignità.

    Ma ciò non si può dire quando l’uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato.

  3. Don V
    15 settembre 2007 alle 10:23

    L’ampio dibattito che si è aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in causa come custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine dal Vangelo.
    La Chiesa da sempre ha a cuore la famiglia e la sostiene con le sue cure e da sempre chiede che il legislatore la promuova e la difenda.
    Il fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l’insegnamento del Magistero (Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 5)
    I diritti della pesona possono essere comunque garantiti.

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