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Epistemologia ecosostenibile. Riflessioni in margine allo tsunami atomico

La centrale di Fukushima prima del disastro

Una delle radici dell’attuale crisi ecologica globale va cercata nel mutamento dei rapporti tra tecnica e natura determinatosi alla nascita del pensiero scientifico moderno. Fino ad allora la tecnica non aveva avuto alcun rapporto privilegiato con la scienza, ma piuttosto con la natura, di cui è vista essenzialmente quale imitatio. La concezione galileiana della scienza come discorso oggettivamente controllabile, porta con sé una costellazione di nuove esigenze epistemologiche. Anzitutto le “sensate esperienze”, l’osservazione sperimentale che nel metodo galileiano deve precedere le “necessarie dimostrazioni”, avvengono non in natura ma nell’ambiente controllato del laboratorio, ove il fenomeno naturale è riprodotto artificialmente riducendolo alle sue sole variabili misurabili. Le caratteristiche di misurabilità, riproducibilità e riduzionismo della proposizione scientifica inaugurarono un nuovo rapporto privilegiato tra scienza e tecnologia: quest’ultima per la prima volta svolge una funzione euristica integrata nell’intero processo della scoperta scientifica e non meramente applicativa di conoscenze empiriche.

Map of Japan with Fukushima highlighted

Image via Wikipedia

L’osservativismo baconiano è un altro degli affluenti del pensiero scientifico moderno alle sue origini. Diversamente da Galilei, che concepisce la scienza anzitutto come discorso e ne sottolinea soprattutto gli aspetti logici, linguistici ed ermeneutici, per Bacone la conoscenza conferisce anzitutto un potere di controllo sulla natura. La traduzione di conoscenze in applicazioni tecniche conduce, comunque, anche nella concezione epistemologica baconiana, ad incorporare strettamente la tecnica stessa nella struttura formale del discorso scientifico: l’operabilità della conoscenza, la sua efficacia pratica, viene così ad essere parte integrante della sua controllabilità. La possibilità di tradurre operativamente conoscenze scientifiche in tecnologie capaci di dominare i fenomeni naturali appare la conferma alla pretesa di aver effettivamente afferrato le leggi naturali da parte del più alto grado di autorevolezza nel campo: la natura stessa.
Il modello di scientificità proposto da Cartesio, infine, è strettamente coerente con la grande divisione uscita dal suo progetto di riordino dell’intero sapere sulla base del metodo. Riduzionismo e meccanicismo quali nuovi modelli interpretativi della realtà sono connessi strettamente alla fine del monismo tradizionale e al nuovo assetto ontologico che la realtà, in primo luogo nei suoi aspetti antropologici, viene ad assumere nella distinzione tra res cogitans e res extensa. Distinti dal principio che assicurava loro unità sostanziale, il corpo e la natura stessa appaiono come entità complesse quanto si voglia ma comunque spiegabili riconducendone le proprietà alle caratteristiche delle loro singole componenti. L’efficacia della metafora della macchina guida la prassi che, a sua volta, consente di raggiungere risultati in termini di avanzamento di conoscenze, spettacolari, ad esempio, in medicina. La natura stessa, vista non più come organismo, ma essa stessa apparato tecnologico, può, in teoria, essere prodotta col semplice ricorso a mezzi tecnici, non solo in quanto natura ma, quel che è più curioso, come oggetto di conoscenza.
La nascita delle scienze umane comportò uno sconvolgimento della cristallina chiarezza formale del discorso scintifico classico. Caratterizzate da un basso impatto di tecnologie, dall’approccio olistico e sistemico, da una bassa operabilità e capacità predittiva, accompagnate dall’alto grado di complessità del loro oggetto, da un approccio metodologico più raffinato e flessibile, grazie alla capacità di lasciar convivere metodo sperimentale e metodi dell’osservazione, le scienze umane faticarono ad imporre la legittimità della loro pretesa epistemologica perché obbligarono una profonda revisione del concetto stesso di scientificità.
L’approccio scientifico del problema ecologico dev’essere, oggi, un approccio globale, non riducibile alle scienze della natura ma comprensivo dell’apporto delle scienze umane. C’è un ruolo, che spesso sfugge, della psicologia, della sociologia, dell’antropologia nella questione ecologica. Il maggiore contributo epistemologico delle scienze umane consiste probabilmente nel presupposto che l’oggetto si adatta alle condizioni dei nostri sistemi di osservazione. Ad esempio, l’attitudine delle scienze della natura a ridurre il proprio oggetto alle sue minime parti funzionali dev’essere compensata con un approccio olistico, in cui possano trovare fondata considerazione scientifica problematiche familiari al dibattito ecofilosofico, come la questione della soggettività degli enti naturalistici o del loro valore intrinseco. Alla soluzione di una crisi ecosistemica di portata planetaria non sarà sufficiente applicare tecnologie sempre più avanzate; ma, cominciando da un’accurata revisione sul piano epistemologico, occorrerà ristrutturare per intero il problema del rapporto scienza-natura includendovi il punto di vista antropico.
La crisi ecologica è al tempo stesso una crisi umanitaria su scala planetaria ed anche una crisi umanistica. La crisi dell’ecosistema non è legata tanto all’antropocentrismo quanto piuttosto agli squilibri nell’allocazione delle risorse naturali planetarie. Uno sviluppo civile ridotto alla sola dimensione dello sviluppo tecnologico porta in sé una logica perversa di marginalità e subalternà che spinge i paesi emergenti a rincorrere l’Occidente su una via di sviluppo disintegrato dalla loro storia. L’effetto sull’ecosistema è disastroso perché tecnologie obsolete e risorse ecologicamente sempre meno efficienti prolungano il loro ciclo di vita e i danni all’ambiente.
Le stesse cause culturali di un certo sviluppo autoreferenziale della tecnologia sono anche alle origini tanto dell’antropocentrismo quanto della crisi dell’ecosistema.

Per approfondire:

Natura e città. Un percorso ecologico

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  1. 16 aprile 2011 alle 16:17

    Mentre scorrevano le drammatiche immagini della centrale di Fukushima distrutta dallo tsunami e in fiamme, abbiamo assistito al paradossale spettacolo di scienziati che chiedevano ai cittadini di non fare scelte emotive riguardo al nucleare. Cioè scienziati trasformati in politici raccomandavano alla comunità politica di trasformarsi in scientifica. In pratica, di non credere ai propri occhi.
    Il fatto è che in una centrale nucleare c’è ben poco di scientifico e moltissimo di politico, cioè di emotività. Politica è la scelta dei siti dove realizzarle, ad esempio, che è sempre il risultato di un compromesso tra esigenze tecniche e benefici attesi, rischi e costi che ricadono su una popolazione territoriale. Conflitti emotivi.
    Politiche sono soprattutto le scelte strutturali delle strategie di approvvigionamento di energia: se puntare sul nucleare, sui combustibili fossili o sulle energie rinnovabili non è di fatto una scelta scientifica. Sono scelte politiche ed emotive, perché sono scelte di valori: non si tratta cioè solo di stabilire quali beni produrre e come, ma si tratta di vedere quali gruppi e strati sociali favorire rispetto ad altri, cosa mettere in cima alla gerarchia di priorità e bisogni, in definitiva verso quali visioni antropologiche e modelli sociali attirare il consenso, quali ideali di benessere e di consumo indicare ai giovani cittadini come traguardi desiderabili.
    Nel contempo si è assistito in Italia ad una poderosa operazione mediatica di manipolazione del consenso. Mentre scorreva la tragica evidenza di una disfatta tecnologica e politica, praticamente nessun pezzo giornalistico, nessun servizio o approfondimento televisivo tralasciava di sottolineare la disciplina della cittadinanza, esaltare la tecnologia di un paese ai vertici mondiali, la professionalità dei suoi tecnici e dei suoi politici. Ma basta guardare le immagini nell’articolo qui sopra e quello che si vede subito è invece proprio il tracollo di un sistema ipocrita e irresponsabile, che realizza grattacieli capaci di resistere a terremoti del centesimo grado della scala Richter ma tiene in piedi anche centrali nucleari obsolete, esposte a prevedibilissimi tsunami, perché costruite lì dove la loro gestione costa meno, in riva all’oceano e nelle regioni più densamente abitate del Paese.
    Perché dunque questa enorme menzogna mediatica? Semplice: suggerire alle teste del pubblico l’idea rassicurante che una tragedia talmente eccezionale da mettere in crisi il miglior sistema del mondo è praticamente irripetibile qui da noi e nel contempo allontanare l’idea che sorge spontanea di fronte a certi spettacoli: che davanti ad un disastro nucleare persino una classe politica di livello giapponese si rivela per quello che è. Una classe politica di livello italiano.

  2. 26 aprile 2011 alle 1:23

    26 aprile 1986, h. 1:23:45


    Chernobyl


    Fukushima

    …Se in nome dell’egemonia economica globale il mondo può pagare una Černobyl’ ogni quarto di secolo.

  3. giulia
    27 aprile 2011 alle 17:57

    …Se in nome dell’egemonia economica globale il mondo può pagare una Černobyl’ ogni quarto di secolo.

  4. 29 aprile 2011 alle 10:41

    Lasciatemi votare

    Quelli che come unico argomento obiettano: “Ma se siamo circondati da centrali nucleari francesi e svizzere e persino slovene, tanto vale costruirle pure da noi (magari insieme ai francesi)!”. A parte il cinismo di questo sragiomento, da un punto di vista strettamente etico… (infatti solo i più rozzi polemisti, tipo Gasparri, lo usano, i vari Veronesi se ne guardano bene e si limitano a ripiegare).
    Ma che consolazione può esserci nel sapere che mio figlio morirà comunque di leucemia, però made in Italy? (Oppure, nel caso saltasse una centrale slovena, ci sarebbe la possibilità di vendicarsi facendone esplodere appositamente una italiana?)
    O tempora, o mores!

  5. Sebastian
    29 aprile 2011 alle 10:52

    Qualche giorno fa, se non ricordo male, è andato in onda sul settimanale Le IeNe, un servizio su Chernobyl 25 anni dopo. Mi sembra ci sia poco da discutere e molto da fare affinchè simili eventi non accadano più. Magari ci dessimo una mossa!

    Ecco il link:

    http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/223196/pelazza-chernobyl-25-anni-dopo.html

  6. Rosa
    12 giugno 2011 alle 21:03

    Cito un interessante articolo di Guido Giordano ricercatore di vulcanologia presso l’Università di Roma Tre.
    Vulcanologo da vent’anni e buddista da dieci.

    “Nel suo fondamentale trattato Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese (scritto nel 1260) Nichiren Daishonin compie una disamina molto precisa della situazione del Giappone di quel tempo proprio a partire dai tanti disastri sia naturali (terremoti, inondazioni) che sociali (guerre, rivolte) che affliggevano la società, causando sofferenza, distruzione e morte nella popolazione. Tuttavia, lungi da avere una visione vittimistica, Nichiren si chiede: «Eppure, i movimenti del sole e della luna sono regolari, i cinque pianeti seguono le loro orbite […]. Perché allora questo mondo è sull’orlo della rovina e le sue leggi stanno decadendo? Che cosa è sbagliato? Quale errore è stato commesso?» (RSND, 1, 7). Nichiren dunque chiarisce subito che la Natura è sempre se stessa, che non è certo matrigna ma madre, mentre tutto il trattato si pone il problema della relazione diretta che esiste tra il sistema filosofico-spirituale che adotta una società e gli effetti conseguenti che si manifestano per gli individui, illustrando con tutta evidenza che sistemi filosofico-spirituali centrati sull’egoismo, sull’esoterismo e sull’oligarchia, rappresentati in varia misura dalle varie scuole buddiste dell’epoca, trasformano la relazione con la Natura in disastri, mentre solo con l’adozione dell’insegnamento corretto basato sull’umanesimo totale descritto nel Sutra del Loto «nella loro esistenza presente le persone saranno libere dalla sfortuna e dai disastri e impareranno l’arte di vivere a lungo» (La pratica dell’insegnamento del Budda, RSND, 1, 347). Ne Il conseguimento della Buddità in questa esistenza (RSND, 1, 4) Nichiren afferma ancora: «Se la mente degli esseri viventi è impura anche la loro terra è impura, ma se la loro mente è pura lo è anche la loro terra; non ci sono terre pure e terre impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente». È da specificare che nella dottrina del Daishonin il termine “mente” è sinonimo di “cuore” o “vita”: si sta parlando quindi non del semplice intelletto, della razionalità, ma della totale “dimensione vitale” di un essere umano. Il rapporto con la Natura e con l’ambiente in genere nel Buddismo di Nichiren è dunque centrale. Il buddismo supera completamente la dicotomia essere umano-ambiente in quanto spiega che nessun essere o fenomeno esiste in sé, ma solo in relazione ad altri esseri o fenomeni. Niente esiste indipendentemente da altre cose né può manifestarsi in completo isolamento, secondo il principio di “origine dipendente” (giapp. engi, sansc. Pratitya-samutpada). Più estesamente, il fondatore e primo presidente della Soka Gakkai, il pedagogista giapponese Tsunesaburo Makiguchi definiva due classi di relazione con l’ambiente: alla prima appartengono le relazioni di tipo cognitivo, utilitaristico, scientifico, estetico e morale, che vedono l’ambiente come essenzialmente diverso da sé; alla seconda classe quelle di tipo empatico e religioso (nel senso della religiosità) in cui invece l’ambiente è parte del mondo come lo siamo noi.
    La prima classe di approcci produce un ambiente (umano e naturale) in generale sconosciuto ed ostile, detentore di risorse da usare e generatore di rischi da cui difendersi.
    La seconda classe, quella del rapporto empatico, di quello religioso, dell’Io-Tu, dell’origine dipendente, produce un ambiente compagno dell’avventura della vita, capace di sviluppare la nostra vita emotiva e la nostra personalità.

    Come si mette in pratica? L’assunzione della responsabilità a tutti i livelli
    L’approccio buddista attribuisce dunque grandissima responsabilità e potere all’essere umano. Dipende, secondo il buddismo, dai singoli individui e dal loro personale grado di assunzione di questa responsabilità il rapporto armonico con l’ambiente, nella sua accezione più ampia, che abbraccia sia la Natura sia la società umana nel complesso. Il maestro Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai Internazionale, afferma nel suo Building global solidarity toward nuclear abolition (2009), che la chiave è l’“auto-educazione”. L’auto-educazione si basa sulla conquista della consapevolezza che ogni essere umano ha un inviolabile diritto alla vita. Da questa profonda consapevolezza, che abbraccia l’individuo e il suo ambiente, può nascere quell’autoriforma che il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda chiamò rivoluzione umana, che può dare vita e corpo a un potente movimento di cittadini che chiedono e pretendono la partecipazione ai processi decisionali sull’uso del territorio, che si assumono la responsabilità del controllo e dell’osservanza delle direttive, che indirizzano la spesa pubblica verso interventi vasti volti all’educazione e alla prevenzione, così come la messa in opera di ogni strumento di mitigazione del rischio. È necessario diffondere la conoscenza dei fenomeni, ma ancor più importante è che gli individui e la società nel suo complesso adottino l’insegnamento corretto, ossia una visione della vita in cui interessi personali, o di lobby, non possano mai prevalere sull’interesse comune. Il praticante buddista è chiamato a svolgere un ruolo centrale in questo processo, sia mettendosi personalmente e costantemente in gioco, verificando giorno per giorno il grado reale di coerenza tra le azioni e gli ideali, sia mettendosi in rete e favorendo l’unione di tutti gli individui e le componenti della società che lavorano in armonia con l’umanesimo proposto dal Daishonin. Quando la nostra cultura sarà finalmente matura – e la velocità con cui questo inevitabile processo si realizzerà dipende solo da noi – le persone, davanti a un disastro come quello del Giappone o de L’Aquila, non cercheranno più complotti, né saranno rassegnate a una natura o fato o dio maligno che punisce, ma si rimboccheranno le maniche chiedendosi, mentre si apriranno all’ascolto dell’ambiente: cosa dunque posso fare ora?”

  7. 6 febbraio 2012 alle 13:11

    Energia: il Po potrebbe produrne quanto una centrale nucleare
    Pino Bruno | febbraio 4th, 2012 – 05:42
    http://pinobruno.globalist.it/2012/02/energia-il-po-potrebbe-produrne-quanto-una-centrale-nucleare/

    Due cervelli italiani “in fuga” hanno realizzato una batteria che produce energia pulita e rinnovabile grazie alla miscelazione di acqua di mare con acqua dolce. Fabio La Mantia e Mauro Pasta, ricercatori dell’Università di Stanford, hanno battezzato il dispositivo “Batteria di Miscelazione Entropica”. Lo studio è stato pubblicato dalla rivista scientifica ACS Nano Letters. La batteria sfrutta la differenza di salinità, è facile da realizzare e potrebbe contribuire in futuro fino al 13 per cento dell’attuale consumo mondiale di energia.

    La miscelazione dell’acqua dolce con quella di mare è un fenomeno naturale, che si verifica quando i fiumi raggiungono il mare. La differenza di salinità innesca un processo chimico dal quale si sprigiona energia, che normalmente va dispersa e che invece i ricercatori di Stanford sono riusciti a imbrigliare e accumulare.

    Il team di scienziati è guidato dal prof. Yi Cui e dal prof. Bruce Logan della Penn State University, ma i primi firmatari della ricerca sono i due ricercatori italiani.

    Ho chiesto a Fabio La Mantia e Mauro Pasta di raccontarmi i dettagli della loro scoperta.

    “L’entropia – mi hanno detto – misura il grado di “disordine” di un sistema a una determinata temperatura: maggiore è il disordine, maggiore è l’entropia. Vien da sé che i processi con variazione positiva di entropia (ΔS > 0), cioè i processi che generano disordine, sono favoriti termodinamicamente. Nella pratica quotidiana, richiede uno sforzo maggiore riordinare i libri in ordine alfabetico in una biblioteca piuttosto che disporli alla rinfusa.

    In modo del tutto analogo, il processo di miscelazione di due soluzioni a concentrazione diversa è favorito termodinamicamente perché comporta una variazione positiva di entropia (mixing entropy). Quindi, quando l’acqua dolce (di fiume) – che ha un contenuto in cloruro di sodio (NaCl) di circa 0.024 M – si mescola con l’acqua di mare (circa 0.6 M), stiamo “sprecando” energia.

    Lo scopo della nostra Mixing Entropy Battery è recuperare questa energia, osservando questo principio: abbiamo due elettrodi, uno in grado di catturare ioni sodio e l’altro ioni cloruro.

    I quattro step per realizzare la Mixing Entropy Battery
    1) carichiamo la batteria in acqua dolce: durante questo processo rilasciamo sodio e cloruro, che inizialmente erano presenti nei due elettrodi (i due poli della batteria).

    2) cambiamo la soluzione con acqua di mare: la maggiore entropia dell’acqua di mare rispetto a quella dolce fa aumentare il voltaggio della batteria.

    3) scarichiamo la batteria, catturando il sodio e il cloruro dell’acqua di mare all’interno dei due elettrodi.

    4) reimmettiamo acqua dolce nel sistema. Poiché l’acqua dolce ha una minore entropia dell’acqua salata, il voltaggio della batteria diminuisce.

    Questo è possibile perché la particolare chimica degli elettrodi nella batteria li rende sensibili all’entropia dell’acqua in contatto.

    Da calcoli termodinamici (teorici), si possono ricavare fino a 2.5 kJ per litro di acqua dolce impiegato, che è ovviamente quella limitante. Considerando le portate dei principali fiumi mondiali si potrebbero ricavare fino a 2 TW, l’equivalente di circa 2000 centrali nucleari.

    L’estuario del Po
    Ovviamente è realisticamente impossibile e concettualmente errato pensare di riuscire ad estrarre tutta questa energia (come ad esempio tutta l’energia che il sole fornisce alla terra), ma è una valida soluzione in situazioni geografiche favorevoli. Pensiamo ad esempio a città che si trovano vicine a foci di fiumi. Per intenderci, il Po potrebbe fornire al massimo 3.8 GW, circa quanto 3 centrali nucleari. Diciamo che ragionevolmente ne potrebbe fornire 1.5-2 GW, l’equivalente di una grossa centrale nucleare.

    Chi sono i due scienziati italiani?

    Fabio La Mantia

    Fabio La Mantia ha 30 anni, è nato a Brunico (BZ) e ha vissuto a Palermo fino all’età di 24 anni, dove si è laureato in ingegneria chimica. Ha fatto il dottorato di ricerca al politecnico di Zurigo. In seguito è stato a Stanford come post-doc. Da Giugno 2010 lavora in Germania, a Bochum, come junior group leader.

    Mauro Pasta
    Mauro Pasta ha 29 anni ed è nato a Bergamo. Laurea triennale in Chimica Industriale e Magistrale in Chimica Industriale e Gestionale. Dottorato di Ricerca a Milano e PhD alla Stanford University. Post Doc presso il Zentrum für Elektrochemie della Ruhr-Universität Bochum. A maggio rientrerà a Stanford come Post Doc su materiali ed elettrochimica applicata alla conversione di energia.

    Cervelli in fuga? La risposta è quanto mai pragmatica:

    “quello che conta per noi è migliorarci continuamente e fare ricerca di qualità, ma la qualità costa e da noi soldi non ce ne sono”.

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