Archivio

Posts Tagged ‘No Tav’

Attenti ai lupi…! Ecologia, comunicazione, democrazia. L’eterno ritorno del bene comune

Foto Stefano Snaidero

Le righe che seguono sono dedicate a Jò e al suo prezioso lavoro in presa diretta sulla lotta del popolo No-Tav in difesa del proprio territorio.

Il filosofo e parlamentare europeo Gianni Vattimo ha recentemente parlato di una “qualità” della democrazia che è in gioco nel confronto sul Treno ad alta velocità (Tav) tra volontà popolare e pezzi del sistema economico. Vattimo parla con i toni preoccupati di chi legge negli abusi della polizia contro pacifici manifestanti e nelle ambiguità dell’industria dell’informazione i sintomi di un degrado del nostro sistema democratico. Io vedo in questa vicenda piuttosto i sintomi di una trasformazione democratica che a certi processi di innegabile decadimento contrappone un altro movimento, di tipo evolutivo. Che cos’è questa nuova qualità della democrazia che sta prendendo corpo in questi ultimi anni? E’ un modo nuovo d’intendere e d’intendersi “demos“. Nell’idea di democrazia di provenienza illuminista, il popolo è un’entità quasi astratta, ipostatizzata, da intendersi, alla maniera di Rousseau, come soggetto di una volontà generale. In questo modo, il valore della singola volontà individuale, quella espressa dalla persona concretamente esistente sul territorio e partecipe di innumerevoli gruppi che si formano e disfano in continuazione intorno a un cospicuo numero di pratiche sociali, sfuma in una massa indistinta che viene presa in cosiderazione solo nel particolare rito dell’espressione del consenso elettorale, per poi tornare ad essere trattata come “folla”, in pratica un minore sotto tutela. Una testa, un voto: la persona si riduce al cittadino, il cittadino all’elettore. L’universo dei rapporti organici con cui gli affetti, le conoscenze, le competenze sociali, l’attività lavorativa, l’interesse comune per i beni naturalistici legano le persone a gruppi sociali intermedi si vede negare qualsiasi valenza politica. L’espressione della libera volontà è ridotta a deputazione.

Vi sono due punti di vista che consentono di portare alla luce la struttura delle forze sociali che si fronteggiano sul tema dell’alta velocità in Val di Susa e che rivelano lo scontro tra due diversi modi d’intendere la democrazia: l’analisi delle forme e dei mezzi di comunicazione, da un lato, e del modo di concettualizzare il rapporto tra territorio e sviluppo dall’altro. Questi due punti di vista consentono di distinguere, dentro lo scontro, un’idea di democrazia che mira a contenerne il più possibile le conseguenze sociali e politiche entro i limiti raggiunti dalle democrazie occidentali nel ‘900, ed un’altra, più aperta e progressiva.
È in primo luogo ancora tutto da approfondire il fatto che, come nella Rivoluzione francese si assiste alla nascita di un nuovo tipo di politico, formatosi attorno alla prima comparsa dei mezzi di comunicazione di massa, a questo passo avanti verso forme più esplicite di democrazia diretta si arrivi attraverso l’uso di nuovi media, i social network, che consentono una comunicazione pubblica up-up, con una struttura peer-to-peer.
Il mezzo televisivo è stato, lungo i settanta anni della sua vita, il punto debole delle democrazie, l’elemento che ne ha bloccato lo sviluppo verso forme nuove e più compiute. Come Pasolini intuiva già nel 1971, il problema non risiede nei contenuti della comunicazione televisiva ma nel tipo di relazione che il mezzo per il suo stesso modo d’essere stabilisce col pubblico, trasformandolo in massa. Ciò che rende persuasivo il messaggio televisivo non sono le intrinseche caratteristiche del messaggio stesso, per esempio la sua ragionevolezza, bensì quelle delle masse cui è destinato. Sono proprio le peculiarità della comunicazione di massa, ad esempio, che “obbligano” l’emittente a formulare il messaggio secondo ben precisi codici. Ma per ciò stesso l’industria televisiva non si limita a produrre messaggi di largo consumo ma produce nel contempo l’uditorio adatto. Tutto ciò è legato proprio alla potenza tecnologica del mezzo, capace di agire a dismisura sulle dimensioni quantitative dell’ascolto e, da qui, sui meccanismi transferali che rendono le folle assai più disponibili alla suggestione di quanto non siano le singole teste che la compongono.
Tutto ciò è profondamente contrario alla logica democratica, perché rendendo per principio impossibile l’alternanza della comunicazione stabilisce forme di comunicazione strutturalmente diseguali.
Nella vicende della Val di Susa si è assistito a clamorosi casi di manipolazione e distorsione della comunicazione pubblica, specie televisiva, cui i No-Tav hanno risposto attraverso le piazze virtuali di facebook e dei blog.

Le nuove forme della democrazia si legano infine al ritorno del concetto etico-giuridico di “bene comune”, profondamente rimodellato, però, alla luce di una nuova sensibilità ecologica che va diventando patrimonio ideale condiviso al punto da essere ormai parte di una vera e propria cultura popolare. Le recenti lotte referendarie in Italia, ad esempio, si sono svolte in nome dello status di “beni comuni” riconosciuti a entità naturalistiche e ambientali come l’acqua o il territorio.
Il concetto di bene comune ha una sua singolare storia e le sue trasformazioni conservano la memoria delle svolte epocali della civiltà occidentale. Originariamente il concetto di bene comune è legato ad una concezione oggettivistica della natura. Questa concezione si prolunga e si rafforza nella visione giudeo-cristiana che vede nella natura una creazione divina, cioè un dono di una saggezza superiore e provvidente. “Bene” era allora considerato qualcosa di intrinsecamente connesso agli oggetti naturali, ma proprio questo faceva sì che la sovrabbondanza in natura di taluni di essi, come l’aria o l’acqua, apparentemente inesauribili per le possibilità tecnologiche dei tempi, ne rendesse il valore pressoché irrilevante. L’amministrazione del bene comune è così proclamata, per esempio da Tommaso d’Aquino, come fine generale del buon governo ad onta del fatto che questo bene “comune” era così difficilmente identificabile con concreti “beni” comuni al punto da rendere in definitiva irrilevante la tutela giuridica di questi ultimi.
Con l’affermarsi del pensiero liberale mentre s’introduce la prospettiva individualistica in politica se ne impone una soggettivistica nella teoria dei valori; si tende a negare l’esistenza di beni in sé. Il bene è sempre “di” qualcuno “per” qualcosa”; il bene è sempre l’utile. E quanto più s’identifica con l’utile tanto meno il bene può essere “comune”, se non accidentalmente e per convenzione. Beni comuni non solo sono “res nullius“, vale a dire di nessuno, ma per ciò stesso anche di nessun valore in sé. Nasce così il concetto di wilderness, natura selvaggia, con un’accezione negativa, come qualcosa da combattere e sottomettere al proprio dominio, cioè da addomesticare all’utile.
Questo modo di concepire il valore ha un’intrinseca conseguenza politica perché mentre il valore in sé dei beni tende a zero, annullando così, per esempio, ogni differenza di valore tra classi diverse di oggetti naturalistici, il valore soggettivamente attribuito ad un bene è ciò che veramente contrassegna le diseguaglianze tra diversi soggetti sociali.
Per questa sua matrice epistemologica l’ideologia del progresso come dominio sulla natura non cessò neppure dopo che l’illimitata disponibilità all’uso di entità naturalistiche si dimostrò un’illusione, mettendo allo scoperto l’essenza autodistruttiva dell’atteggiamento antagonista nei confronti della natura. Oggi

“i beni comuni hanno cessato di denotare entità di indifferente appartenenza, così indifferente da poter essere trascurate dal diritto; attualmente essi alludono ad un preciso e positivo statuto giuridico, che è quello dell’appartenenza democratica e comunitaria all’umanità intera, un regime di comune ma indisponibile impiego, rispettoso dell’integrità e persistenza dei beni medesimi. La parabola dei beni comuni si è quindi compiuta, come ha osservato Edelman, passando dall’anarchia delle res nullius al liberalismo delle res communes infinite e senza valore, alla concezione comunitaria delle res communes limitate e preziose”.
(M. TALLACCHINI, Diritto per la natura. Ecologia e filosofia del diritto, Giappichelli, Torino 1996, 180-181. L’A. cita R. J. DUPUY, Réflexions sur le patrimoine commun de l’humanité, in Droit, 1985, 1, 66-67; B. EDELMAN, Nature et sujet de droit, in Droits, 1, 138).

Ecco che sta accadendo nella Val di Susa (ma anche nel movimento referendario, nel movimento studentesco dello scorso autunno per la difesa del diritto allo studio, nel movimento femminile “Se non ora, quando?”). Gli abitanti della Val di Susa sono la democrazia sotto la forma di questa sua nuova qualità. Una democrazia che non si esprime solo attraverso figure formali come la divisione di poteri dello Stato o l’affermazione di principi astratti di sovranità e di diritti, ma nella concreta difesa di certi interessi concreti non egoistici perché contrassegnati dal carattere di bene comune: il territorio, l’acqua, l’istruzione, la partecipazione.
Una conseguenza politica, più o meno diretta, che i politici stentano a cogliere, è che questi gruppi intermedi che vengono a formarsi sono a geometria variabile, non a tenuta stagna: sono “liquidi”. Chi conducesse analisi e previsioni applicando al fenomeno No-Tav (o No-Ponte) categorie come destra e sinistra sarebbe inevitabilmente indotto in errore. Accade che le persone partecipino a più gruppi contemporaneamente; che si arruolino ad una causa o ad un’altra a prescindere da considerazioni ideologiche, senza preoccuparsi di potersi trovare fianco a fianco con cittadini dalla biografia politica finora anche molto distante dalla propria. E’ così che le categorie politiche di “destra” e “sinistra”, risalenti alla Rivoluzione francese, senza necessariamente perdere il loro significato storico si avviano ad assumerne di completamente nuovi, forse ancora tutti da inventare.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: