Roberto Bucci, “Medical Humanities”: identikit

“Medical Humanities”: identikit

di Roberto Bucci
Ricercatore Istituto Igiene – Facoltà di Medicina e Chirurgia
Università Cattolica Sacro Cuore – Roma

Aspettative vecchie e nuove dei pazienti

È finita la luna di miele dell’uomo del XX secolo con la medicina dei miracoli e delle promesse; quella della tecnologia medica, dei prodigi della trapiantologia, delle speranze del “Progetto Genoma”, dei poderosi progressi della biologia molecolare. Tutto è in un angolo. Il cittadino di oggi, il sano che teme di ammalarsi, si preoccupa maggiormente di come sarà trattato, del livello di informazione che gli sarà concesso, dell’attenzione con cui sarà ascoltato e del tempo che il medico gli offrirà per aiutarlo anche a raccontarsi.
C’è stata una rivoluzione epocale del modo di essere pazienti che ha portato molti cambiamenti, tra cui una crescita esponenziale dei contenziosi giudiziari per malpractice, una progressiva e tangibile sfiducia verso la classe medica, una fuga dalla medicina ufficiale verso le medicine alternative.
Negli USA, dove l’attenzione alla dimensione economica dei fenomeni è tradizionalmente assai sviluppata, sono state le compagnie assicurative a scoprire l’arcano. Chiamate a risarcimenti milionari (in dollari) per cause perse contro pazienti o familiari inferociti per i danni prodotti dalla cattiva pratica medica, hanno studiato con attenzione il fenomeno. Perché tanta rabbia? E perché tanti errori? “Abbiamo fatto di tutto, signora…”. Una volta bastava. Oggi non più. E gli assicuratori statunitensi, chiamati per necessità di sopravvivenza a far crescere a dismisura le tariffe assicurative dei medici, hanno indagato. Qual è il medico che rischia maggiormente di dover affrontare una causa per malpractice? Gli assicuratori d’oltreoceano sono riusciti ad individuarlo. Statistiche e questionari, indagini e inchieste hanno impietosamente smascherato il medico più sgradito, quello che, se le cose vanno male, non sarà perdonato né compreso.
Il medico “a rischio” non è quello che ha già alle sue spalle una storia di errori, come sarebbe stato lecito attendersi. No. Il medico a rischio è quello che dedica meno tempo all’ascolto dei suoi pazienti, quello che risulta frettoloso nel rapporto umano, anche se nel chiuso del suo studio passa ore ad aggiornarsi o a studiare i risultati delle analisi

Formazione medica: scientifica e umanistica?

Il medico “a rischio” nasce da una formazione accademica che si è andata affermando progressivamente nel XX secolo e che ha spostato il baricentro della formazione dei futuri medici dal letto del paziente al laboratorio. La Medicina, tradizionalmente la più umanistica tra le discipline scientifiche e la più scientifiche tra quelle umanistiche, ha ormai perso questo straordinario mix di dimensioni, a danno della dimensione umanistica.
Ed ecco il punto. Come recuperare alla medicina e ai medici la dimensione umanistica che il technological thought ha progressivamente invaso e depauperato? Quali dovrebbero essere le specificità di un progetto culturale che formi i nuovi medici con competenze tecniche unitamente a sensibilità e attenzione allo specifico umano? Ebbene, la risposta è in un’espressione di matrice anglofono, molto difficile da tradurre: Medical Humanities. Sono un grande contenitore, all’interno del quale trovano posto le discipline umanistiche nelle loro espressioni più vicine alla medicina. Negli Stati Uniti, dove maggiormente si è avvertito il bisogno di una trasfusione umanistica in grado di correggere l’arida ipertrofia tecnologica della medicina, esistono, ad esempio, enormi database di opere letterarie catalogate e commentate, pronte per essere “somministrate” agli studenti da veri e propri “Departments di Medical Humanities” presenti in quasi tutte le Facoltà mediche

Quale il contributo delle “Medical Humanities”?

Dalla sensibilità dei grandi scrittori, dalle loro magistrali descrizioni degli stati d’animo di medici e (soprattutto) pazienti, così come dall’impatto emozionante di opere pittoriche, di capolavori della commediografia e della cinematografia, presentati, illustrati e discussi con medici ed esperti, ci si attende una nuova leva di medici in grado di capire cosa ci possa essere di importante, bello, drammatico, personale, profondo e irripetibile dietro una diagnosi o una prognosi.
Come ci ricorda Sandro Spinsanti, massimo esponente nazionale nella presentazione del suo annuale “Corso di Medical Humanities”, “dalle humanities ci aspettiamo una correzione di rotta che ridia slancio all’incontro tra cultura umanistica e cultura scientifica”. È un sogno di ampio respiro: “assicurare la felice sinergia tra le scienze naturali e le scienze umane, in vista di una medicina che sappia curare e prendersi cura, assicurare cure efficaci dal punto di vista biologico, ma anche rispettose di tutta la molteplicità dei bisogni umani.
Le Medical Humanities, inoltre, non si limitano a quanto la medicina può offrire per la guarigione, ma sono fondamentali in ogni tipo di servizio alla salute: dalla psicoterapia al servizio sociale, dalla prevenzione alla medicina di comunità. Non si rivolgono, quindi, solo ai medici, ma a tutti gli operatori della salute (sarebbe più corretto parlare di Health Professionals Humanities, se l’eccesso di inglese non minacciasse un rigetto!).
Quali discipline possono portare un contributo significativo a questo progetto globale? Basti pensare alla psicologia e alla sociologia (che hanno sviluppato sottospecialità riferite alla salute), alla filosofia della scienza, all’antropologia culturale e ovviamente all’etica (bioetica). Ma il progetto complessivo che si sviluppa sotto il segno delle humanities non si accontenta di acquisizioni settoriali. È necessario tenere insieme e lasciar dialogare l’insieme dei saperi e delle discipline, nella convinzione che il tutto è più della somma delle parti. Inoltre non bisogna trascurare che nelle Medical Humanities non sono incluse solo le scienze umane, in quanto contrapposte alle scienze della natura, ma anche il contributo che a una pratica più completa della medicina può venire dalla letteratura e dalle arti espressive (pittura, musica, ecc.). Da questo sogno pieno di suggestioni sagge e antiche può partire il futuro della nuova medicina.

  1. Sebastian
    26 dicembre 2009 alle 21:54

    “Medical Humanities”? Cos’è il nuovo business? Certo, ogni tanto bisogna rimescolare le carte. Se no, il giochino va in loop!

  2. rosarossadgl9
    26 dicembre 2009 alle 23:55

    la scarsa umanizzazione dei medici e delle cure è di dimensioni rilevanti quando si parla di sospetti errori medici e assistenziali e questo favorisce gli avvocati. I medici moderni hanno sviluppato le loro conoscenze cliniche ma l’abilità di comunicazione dov’è se non danno neppure la possibilità al paziente di parlare; non è vitale il rapporto medico paziente nel trovare terapie …non so se c’entra qualcosa ma questo è quello che penso.

  3. Sebastian
    27 dicembre 2009 alle 7:48

    C’entra bene, rosarossa.
    Ad ogni modo non è opportuno far di tutta l’erba un fascio. Di medici e, altri operatori delle professioni sanitarie (la sanità non è solo medici, per fortuna) che si occupano della persona nella sua totalità, ce ne sono. Molto dipende dall’operatore stesso, da una sua scelta di vita professionale ed al tempo disponibile che, è sempre risicato. Di sicuro l’aziendalizzazione degli ospedali ha dato una svolta all’incontrario, e questo lo sanno bene chi opera all’interno di essi.
    Forse se smettessimo di guardare oltre oceano, USA, e mettessimo più attenzione a quel che siamo noi italiani, alla nostra capacità di offrire solidarietà, benevolenza, comprensione ed apertura al prossimo anche gratuitamente, sarebbe molto meglio.

    Poi, l’errore è umano. Tutti possiamo sbagliare e sbagliamo. L’errore in sanità è possibile come in qualsiasi altro campo. E’ importante imparare da quell’errore al fine di evitare che si ripeta.

  4. rosarossadgl9
    27 dicembre 2009 alle 15:00

    eh che sperimentino pure se la teoria produce idee nuove e concrete per una soluzione ,purchè questa unità con altre scienze però non rimanga solo legame di concetti e basta(non escludendo poi il rischio che fra loro nascano conflitti) 🙂

  5. Sebastian
    27 dicembre 2009 alle 16:44

    Ma sai, i medici, loro se la suonano e loro se la cantano.

    E’ da anni che si predica che per sviluppare il miglioramento della qualità assistenziale bisogna far fronte al contributo di competenze, idee e progettualità diverse ed integrate. Non è affatto una novità.
    Ma siccome le risorse economiche riservate al sistema sanitario non sono più sufficienti a rispondere in modo esauriente ai crescenti bisogni di salute della collettività e a garantire tutto a tutti, mentre le richieste di introduzione di nuove tecnologie sono in costante aumento (al contrario mi pare di quel che sostiene l’autore del saggio qui sopra), tutto si taglia, tranne che medici. In Italia è così.
    Per cui succede che nei nostri ospedali, abbiamo tantissimi medici e, pochissimi operatori professionali di altre categorie.

    A chi la raccontano?
    Il Parlamento Italiano, è pieno di medici.

  6. Patrizia
    30 aprile 2011 alle 11:50

    Vedo che è passato del tempo dall’ultimo commento, nonostante questo posso dire di trovare i commenti di Sebastian piuttosto attuali. Sono un operatore non medico e, provando a capire cosa siano le Medical Humanities, posso dire che mi sembrano un modo per legittimare l’aspetto umano, sensibile degli studi in medicina. Assistiamo da troppo tempo ad una messa al bando delle osservazioni, delle comunicazioni su ciò che viviamo in quanto non scientifiche. Un esempio? chiedendo al direttore della clinica neurologica di farci una lezione su un certo fenomeno, lui non ha fatto altro che parlarci di topi. Non c’era alcun commento, alcuna considerazione che potesse fare al di fuori di quanto provato nella sperimentazione animale, l’unica disponibile. Sembrerà un eccesso e un caso isolato, ma non è così. La perdita della capacità di osservare e riflettere, ad unico favore delle prove di efficacia, non mi sembra un guadagno per il rapporto tra un medico e un paziente, nè per alcun tipo di cura.

    • 3 maggio 2011 alle 23:00

      Le do il benvenuto in questa Terra di Nessuno, cara Patrizia.
      “Assistiamo da troppo tempo ad una messa al bando delle osservazioni, delle comunicazioni su ciò che viviamo in quanto non scientifiche“.
      Mi permetto di correggere: “in quanto non riducibili ad un certo modello di scientificità”.

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