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Sul complesso rapporto tra Islam e universo femminile.


di Chiara Scattone
“Le donne buone sono dunque devote a Dio e sollecite della propria castità, così come Dio è stato sollecito di loro; quanto a quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele; ma se vi ubbidiranno, allora non cercate pretesti per maltrattarle, ché Iddio è grande e sublime”. Questo è probabilmente uno dei passaggi più contestati dal femminismo islamico moderno e contemporaneo, il versetto che ha ‘condannato’ la donna a un ruolo di sottomissione e di inferiorità nei confronti del maschio, ma anche uno dei passaggi più intensi e significativi della storia della comunità muhammadica. Tante volte giuristi, esperti e teologi di ogni tempo si sono rifatti a queste poche frasi per giustificare l’azione repressiva, talvolta anche violenta, del marito nei confronti della moglie, considerata sempre preposta all’uomo. Ma siamo sicuri che la traduzione e l’interpretazione finora dato a questo passaggio sia effettivamente in linea con il pensiero del Profeta e con il suo comportamento? È necessario pertanto operare una riflessione e un’analisi storica dei dati oggettivi che hanno condotto alla rivelazione di tale brano. Il Corano, come già più volte detto in altre sedi, rappresenta senza dubbio un testo di storia, oltre che di religione; al suo interno, di fatti, sono narrate tutte le vicende che intercorsero nella vita del Profeta e della sua nascente comunità islamica. Dalle prime rivelazioni di carattere profetico e strettamente religioso, comprendenti sia ammonimenti sia insegnamenti religiosi, il cui scopo era quello di indurre alla conversione i meccani pagani e di costituire una comunità di credenti nel monoteismo; a rivelazioni di carattere più pragmatico e politico dopo la trasmigrazione a Medina nel 622 d.C., quando la comunità di credenti così formata si trasformò in una società più strutturata e Muhammad divenne capo politico e religioso. Il testo sacro dell’islam ben racconta e raffigura tutte le vicende storiche, politiche, sociali e comunitarie, religiose nonché economiche della vita del Profeta, dando la possibilità agli studiosi di compiere un’esegesi del testo che prenda atto di queste variabili che hanno influito il susseguirsi delle rivelazioni divine. Le diverse letture del Corano, le varie traduzioni del testo hanno comportato indubbiamente talvolta una distorsione del significato primario della parola divina, permettendo interpretazioni spesso completamente differenti e contrastanti, le quali hanno permesso la manipolazione a fini politici, garantendo ancora oggi un’impostazione sociale e giuridica che non sempre interpreta il testo sacro nello spirito del Profeta e del suo insegnamento. La questione di genere rappresenta senza dubbio la questione più interessante e da sempre più discussa sia nel mondo arabo-islamico sia nei Paesi occidentali della ‘diaspora islamica’. Da anni il movimento femminista islamico e quello laico si battono separatamente per affrontare la questione della donna e dell’uguaglianza dei diritti in ambito sociale, politico e giuridico e religioso, riuscendo spesso ad ottenere risultati inaspettati, come l’emanazione nel 2004 in Marocco del nuovo Statuto Personale o Moudawana, che per la prima volta ha sancito l’uguaglianza dell’uomo e della donna in alcuni settori finora considerati un privilegio unicamente maschile. L’opera delle femministe-teologhe negli ultimi anni si è dedicata alla rilettura esegetica del testo sacro nel tentativo di divenire non più ‘oggetto’ delle interpretazioni, lasciate fino ad oggi all’opera di teologi e giuristi di sesso maschile, ma ‘soggetto’ attivo dell’opera esegetica e interpretativa. Questa nuova soggettività femminile rappresenta il punto di forza dal quale i governi e gli Stati arabo-islamici dovrebbero partire per un rinnovamento della società sia in ambito politico che soprattutto in ambito giuridico. Le battaglie delle femministe hanno portato a piccoli e grandi cambiamenti legislativi nazionali, provocando piccole rivoluzioni sociali che hanno di fatto agevolato la crescita intellettuale femminile e la sua rappresentatività negli spazi pubblici. Recentemente durante la presentazione di un libro dedicato al femminismo islamico di matrice religiosa, una docente di lingua e letteratura ricordava la frase di una poetessa libanese che, intervenendo durante un dibattito pubblico a Beirut degli anni Settanta, osservava giustamente che la conquista delle libertà fondamentali delle donne non è rappresentata dalla libertà di scelta tra una minigonna o un paio di jeans, ma dalla presenza femminile negli spazi pubblici e politici, dall’accesso all’istruzione, dalla possibilità di disporre del proprio corpo liberamente, dalla possibilità individuale di scelta che troppo spesso ancora è subordinata alla volontà maschile. Atteggiamento quest’ultimo che è possibile riscontrare anche in altre società contemporanee mediterranee e di matrice patriarcale. Ma torniamo al versetto coranico con il quale abbiamo aperto: “Le donne buone sono dunque devote a Dio e sollecite della propria castità […]; quanto a quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele […]”: la traduzione che qui riportiamo è quella di Alessandro Bausani, probabilmente la più fedele al testo, ma come si sa, qualsiasi traduzione, anche se scevra da distorsioni e pregiudizi, rappresenta sempre una ‘falsificazione’, un’alterazione che rischia di condizionare il significato primo e l’intenzione dello scrittore. Nel nostro caso, il termine che più ci colpisce è senza ombra di dubbio quel battetele, riferito ai mariti che vegono legittimati dalla parola di Dio a portare violenza alla moglie ‘trasgressiva’. Ma qual è il verbo in arabo e qual è il suo significato? La lingua araba è una lingua di matrice radicale, per cui ogni radice verbale può avere differenti significati, talvolta diversissimi e distanti gli uni dagli altri. Il termine tradotto da Bausani con battetele, è una forma imperativa che proviene dalla radice daraba, che in arabo ha più significati, tra i quali anche quello di ‘battere’, ma nel testo sacro esso viene utilizzato in molteplici occasioni e con i più diversi significati. Secondo il suggerimento della studiosa irano-statunitense Laleh Bakhtiar, l’interpretazione più corretta della forma imperativa qui utilizzata sarebbe dovuta essere quella di ‘andar via’, seguendo quindi non solo uno dei sensi letterali del termine, ma anche il comportamento che nel corso della propria vita ha mantenuto il profeta Muhammad, il quale non ha mai portato alcuna violenza sulle proprie mogli. Anche perché, se il Corano è la parola di Dio e dunque rappresenta anche ammonimenti cui gli individui devono adeguarsi, perché Muhammad non ha mai rispettato quell’ammonimento, quel suggerimento che Dio gli inviava, quello di ‘picchiare’ le proprie mogli? Perché invece egli ha mantenuto un comportamento completamente differente e più in linea con l’interpretazione di quell’imperativo, nel suo significato di ‘andar via’? Se anche le spiegazioni linguistiche e teologiche non ci convincono, possiamo sempre far ricorso al periodo storico durante il quale quel versetto è disceso tra i fedeli e cercare di rintracciare eventuali esplicazioni dalla storia della comunità muhammadica e del Profeta stesso. È difatti noto che Muhammad avesse un comportamento particolarmente gentile e affettuoso con tutte le sue mogli, e che soprattutto durante le discussioni con loro spesso erano le stesse donne a tenergli testa e talvolta ‘mettergli il broncio’ negandosi sessualmente. Atteggiamento quest’ultimo poco accettato e condiviso dagli altri uomini, soprattutto meccani, i quali erano abituati a ‘dominare’ le proprie compagne e a non sentirsi messi in discussione dalle mogli. Capitò così che un giorno mentre ‘Omar (fedele compagno del Profeta e futuro secondo Califfo ‘ben guidato’ dell’islam) litigava con sua moglie, aspettandosi che lei accogliesse le sue grida a capo chino, come al solito; contrariamente a quanto successo fino ad allora, la moglie prese a rispondergli a tono e gli disse: “Tu mi rimproveri di risponderti! Eh! Per Dio! Anche le mogli del Profeta gli rispondono, e una di loro lo ha evitato tutta la notte”. Un affronto del genere non era mai successo, così ‘Omar si recò direttamente a casa del Profeta con il tentativo di esortare tutte le spose di Muhammad a non alzare mai più la voce su di lui; la sua iniziativa proseguì tranquillamente fino a quando non si recò da Umm Salma, la quale all’udire le parole sfrontate di ‘Omar, gli rispose: «Ma perché vi immischiate nella vita privata del Profeta? Se avesse voluto darci dei consigli del genere, l’avrebbe fatto. Ne è capace! A chi altri, se non al Profeta possiamo rivolgere le nostre richieste? Forse che noi ci ingeriamo in ciò che accade tra voi e le vostre spose?»1. La risposta del Profeta alla fine del resoconto di ciò che era accaduto da ‘Omar, fu un sorriso, solo un sorriso, a dimostrazione che le sue donne avevano la piena approvazione del marito nel loro comportamento. Un altro episodio interessante e che può aiutarci a comprendere probabilmente il vero significato di quell’imperativo, fu la volta in cui il Profeta si trovò coinvolto in una ribellione domestica, a seguito della quale egli preferì allontanarsi da casa e da tutte le sue spose, vivendo da solo per 29 giorni dentro una stanza attigua alla moschea. Questa è la Storia e l’insegnamento che Muhammad ha voluto tramandare ai suoi compagni, a tutti i musulmani, ma sappiamo bene che le cose hanno avuto esiti differenti e che le donne musulmane ancora oggi non godono dei pieni diritti fondamentali e individuali. Il problema è molto vasto e complesso e non interessa solo le società a matrice arabo-islamica, ma anche le società che si dichiarano ‘occidentali e progressiste’ esistono criteri di discriminazione sessuale, che pongono la donna e il suo ruolo nella società ancora subordinato allo strapotere maschile. Non basta potersi sentire libere di indossare una minigonna per sentirsi finalmente ‘soggetto’ effettivo di diritti e di doveri.(Laici.it)

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