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La mafia delle coppole storte

Dagli antichi valori di libertà e giustizia al gangerismo americano

A cura di MICHELE VILARDO


L’origine della parola mafia deriva dall’arabo’mu’ afah’,composto dalla radice mu’che significa salute,incolumità,vigore,forza,coraggio, e dal verbo afà,che vuol dire proteggere,tutelare,perseverare da cui in nome d’azione ‘mu’ afa’,che sta a significare la capacità dell’uomo a proteggere l’inerme dal più forte.L’origine della mafia,dunque,coincide con palpiti legittimi e genuini di libertà,di riscatto popolare,di giustizia.Salvatore Palazzolo,con coerenza filologica e dialettica,rintraccia le origini lontanissime della mafia in tutti i contrasti sociali ed economici attraversati dal popolo siciliano dal tempo delle dominazioni medievali sino al risorgimento in cui i braccianti,i poveri contadini,gli umili artigiani cercarono di proteggersi dagli abusi e dalle ingiustizie dei potenti per mezzo di una “giustizia privata”,esercitata di persona,che sostituiva la giustizia “ufficiale” purtroppo asservita ai potenti di turno.Però è doveroso dire che l’autore punta la sua attenzione,solamente di passaggio,sul carattere formativo originale della mafia.Al centro della sua indagine sta,invece,il processo degenerativo che ha trasformato la famosa setta in una vasta e ramificata associazione a delinquere,asservita agli interessi dei potenti.”La mafia delle coppole storte” allora è un percorso di antimafia poiché nella realtà dei fatti essa è il prodotto,gradualmente organizzato e perfezionato,delle contromisure difensive degli oppressori,proprio in funzione antipolare.
L’EPITAFFIO DI
DON CALOGERO VIZZINI
Nel 1954, con la morte di don Calogero Vizzini, re di tutte le mafie, il tribunale degli ‘uomini d’onore’ si riunì d’urgenza per decidere sulla delicata questione della successione al trono. Si trattava di scegliere l’uomo più adatto e più ‘degno’ di prendere lo scettro del comando. Da indiscrezioni trapelate, si fece subito il nome di Giuseppe Russo, il quale, avvicinato da alcuni giornalisti dichiarò: «Don Calò Vizzini era un uomo eccezionale. Nessuno altro potrà degnamente sostituirlo. Neppure io».
Don Calogero Vizzini era nato a Villalba nel 1867, ultimo di due fratelli e una sorella. Il fratello maggiore, arciprete di Villalba, morì nel ‘52 e la sorella nel ‘53: quest’ultima lasciò tre figli, uno dei quali è stato sindaco democristiano dello stesso paese. L’altro fratello, ancora vivente, è parroco di Villalba: a lui andò l’eredità di don Calogero, valutata oltre un miliardo di lire. Il fatto più straordinario è che tutt’e tre i Vizzini se ne andarono di morte naturale. Qualche anno prima di morire, ai giornalisti che lo avvicinarono don Calogero disse: «La vera mafia, quella con le mani pulite, è nata in Sicilia al tempo dei Borboni, come una specie di Carboneria per aiutare chi veniva sfruttato». E a queste parole aggiunse, forse per spiegare il significato della parola mafia: —«Quando vediamo un cavallo bizzoso, non diciamo ‘come è mafioso?’». Naturalmente voleva dire che mafioso equivale a puro sangue. I giornalisti riferirono la frase senza contraddirlo minimamente, anzi ci fu chi scrisse di lui: «Ha in sé il senso dell’onore e della giustizia». E nemmeno dopo la sua morte, forse per scongiurare la vendetta della mafia, i giornali ebbero il coraggio di scrivere tutta la verità sulle attività che don Calò Vizzini svolgeva dietro le quinte dell’onorata società che capeggiava: nessuno, per esempio, osò mai contestargli, né quando era in vita né dopo che fu morto, che di pulito non aveva neanche gli abiti, che le sue mani erano sporche e che la sua coscienza lo era ancora di più. Da una corrispondenza da Palermo, un giornale romano celebrò la sua morte scrivendo:
«Oggi, malgrado le sue contrastanti vicissitudini, al vecchio capomafia, che è riuscito a morire di vecchiaia a 77 anni, sono state tributate solenni onoranze funebri. Migliaia di striscioni sono stati distribuiti in tutte le province ed esposti in tutti i negozi di Mussomeli, Caltanissetta, Vallelunga, Catania e Palermo. Migliaia di corone di fiori sono giunte da ogni parte della Sicilia, e hanno letteralmente invaso le strade: una lunga serie di corone che ornavano i muri lungo il percorso seguito dal feretro, aprivano al defunto vegliardo il sentiero dell’eternità. A Villalba sono giunte delegazioni da tutta l’isola e la mafia, che è stata mobilitata per rendere omaggio al suo capo, gremisce le strade del paese. Questo famigerato mafioso, che sapeva trovare il bandolo di tutte le matasse, era conosciuto non soltanto in Sicilia e oltre lo Stretto, ma anche al di là dell’Oceano. Specialmente in questi ultimi anni, da quando cioè parte della sua vita e la sua caratteristica figura erano balzate fuori dalle colonne della cronaca nera, il suo nome era divenuto il simbolo dell’onestà, l’espressione più viva e palpitante della mafia».
Naturalmente l’articolista, deducendo l’onestà di don Calogero Vizzini, che fa balzare insieme con la sua figura di mafioso, dalle colonne della cronaca nera, si era preoccupato di dire e di non dire, di avvicinarsi alla verità, cioè agli oscuri maneggi del defunto capomafia, senza però compromettersi.
Nel 1922 si gettavano a Milano le basi della marcia su Roma. Don Calogero Vizzini era molto scettico sul risultato di tale marcia, tuttavia, allo scopo di garantire alla mafia una posizione di riguardo nell’eventualità di un successo fascista, volle avere un colloquio privato con Mussolini per discutere del «futuro benessere dell’isola». I due s’incontrarono a Milano e alla fine di quel colloquio don Calogero ottenne dal capo del fascismo di finanziare la colonna con la quale Michele Bianchi, partendo dalla Sicilia e dalla Calabria, avrebbe marciato su Roma. Ma tre anni dopo, quando Mussolini mandò in Sicilia il prefetto Mori con l’ingrato compito di distruggere la mafia, don Calò fu messo sul lastrico e confinato. Durante il periodo del confino di polizia, egli si rassegnò, in attesa di tempi migliori, a ogni genere di angherie che l’ingrato capo del fascismo gli faceva patire.
I tempi migliori vennero nel 1943, con la liberazione della Sicilia: don Calogero tornò a sedere sul suo trono di re di tutte le mafie e si può ben dire che nulla sfuggì al suo sguardo, durante gli undici anni di regno che precedettero la sua morte; e non è troppo dire che tutte le tribolazioni, le disgrazie e le ostilità che impedirono alla Sicilia di inserirsi rapidamente nel nuovo quadro democratico, furono in gran misura opera sua. «Ha un codice dell’onore e della giustizia», asserivano i suoi ‘sostenitori’ allorché nel 1949, in seguito alla strage di Bellolampo che costò la vita di sette carabinieri, il tribunale segreto della mafia aveva decretato la sua sentenza contro il bandito Giuliano. «Ha deciso di abbandonare il bandito al sub destino perché nella strage di Bellolampo c’è del sangue e lui vuole restare con le mani pulite», aggiungevano quegli zelanti ‘galoppini’ della mafia, che avevano il compito di ammantare di romanticismo e di saggezza le azioni dell’onorata società. E i gonzi credettero a quelle assurdità, senza mai sospettare che il tribunale segreto della mafia aveva decretato non l’abbandono di Giuliano al suo destino, bensì la sua morte, perché era già stato spremuto come un limone, e il limone, quando è secco, puzza. Ma don Calogero divenuto intanto, chissà come, commendatore, amava far credere che le sue mani erano ‘pulite’. Questo suo atteggiamento, però, era in netta discordanza con l’episodio della strage di Villalba del 1944, quando il Senatore comunista Girolamo Li Causi venne ferito insieme con venti contadini mentre teneva un comizio in piazza, dalle bombe a mano e dai colpi di pistola esplosi dai mafiosi capeggiati da don Calogero in persona. A quell’epoca, divenuto improvvisamente separatista ‘convinto’, egli appoggiava l’ala più reazionaria del movimento. Il processo che si istruì subito dopo contro di lui e la sua ciurmaglia, subì le più incredibili vicissitudini: i fascicoli relativi all’attentato di quel giorno scomparvero misteriosamente e soltanto ai primi del ‘54, dopo dieci anni, poco tempo prima cioè che il re di tutte le mafie morisse, i responsabili comparvero dinanzi alla Corte di Catanzaro per essere giudicati. Ma le condanne che vennero loro inflitte non furono mai scontate, perché le pene erano già state coperte dalle amnistie e dai condoni di quegli anni.
Un piccolo episodio, verificatosi in quella Corte d’Assise (li Catanzaro, induce a riflettere sulla insistenza con cui molti interessati vogliono nobilitare l’azione della mafia. Quando don Calogero fui davanti alla Corte, il Presidente esclamò: «Ecco, abbiamo il re della mafia». Don Calò, senza turbarsi, rispose: «Bisogna che ci si intenda subito sul significato di mafia.». E ripetè, testualmente, le parole che il suo intimo amico Vittorio Emanuele Orlando aveva incautamente pronunciato nel 1921 alla Camera dei deputati, e il Presidente ammutolì.
Più tardi il pontefice dei mafiosi volle uscire dal suo abituale riserbo e dire ai giornalisti la ‘verità’ sui gravi fatti di Villalba:
«Verso le 13 del 16 settembre 1944, su un autocarro arrivarono in città quaranta comunisti per il comizio di Girolamo Li Causi. Mi fu chiesto se avessi nulla in contrario: «Nulla!», risposi
«purché non parliate di questioni paesane; su questo argomento potreste essere male informati». A costoro offersi caffé e sigarette. Ritornarono alle 16. Non è vero che c’era la piazza gremita di persone. I gruppi erano divisi e in un angolo della piazza c’erano i comunisti. Cominciò a parlare un forestiero. Pantaleone parlò per secondo, scagliandosi contro Finocchiaro Aprile (leader del M.S.I., il Movimento Indipendentista Siciliano). Li Causi fu il terzo ed ultimo; parlò dei vecchi socialisti e poi disse che c’era un feudo della principessa Trabia, gestito da un gabelloto che sfruttata il popolo. Il gabelloto ero io. Ma Li Causi era in errore, per cui dovetti necessariamente contraddirlo con le testuali parole: «Tutto quello che dite è falso!». Allora un certo Gerace di Caltanissetta mi si precipitò addosso con la mano alzata, dicendomi di lasciar parlare senza interrompere. A questo punto un tale che si trovava dietro di me, diede un colpo di bastone a Gerace. Rispose un colpo di pistola sparato da uno che si trovava fuori del comizio e diretto verso di me, tanto è vero che ferì un certo Pellitteri, che si trovava lungo quella traettoria. Allora seguirono scoppi di bombe e fuggi fuggi generale. Una bomba colpì la maschera dell’autocarro con cui erano venuti i comunisti e a cui ero appoggiato. Pantaleone, esplosi alcuni colpi di pistola, fuggì e, nel tentativo di raggiungere l’interno di una casa, confuse porta e finestra ed entrò da quest’ultima andando a finire dentro una vasca piena d’acqua. In piazza non restammo che io e Li Causi, che dopo un p0’ non vidi più. Seppi in seguito che era stato ferito».
Ed ecco infine la trascrizione fedele del manifesto che fu esposto sulla finestra della chiesa e sui muri lungo le strade che seguì il feretro di don Calogero Vizzini:
CON L’ABILITA DI UN GENIO
INNALZÒ LE SORTI DEL DISTINTO CASATO
SAGACE DINAMICO MAI STANCO
DIEDE BENESSERE AGLI OPERAI
DELLA TESSA E DELLE ZOLFARE
OPERANDO SEMPRE IL BENE
E SI FECE UN NOME ASSAI APPREZZATO
IN ITALIA E FUORI
GRANDE NELLE PERSECUZIONI
ASSAI PIÙ GRANDE NELLE DISDETTE
RIMASE SEMPRE SORRIDENTE
ED OGGI
CON LA PACE DI CRISTO
RICOMPOSTO NELLA MAESTÀ DELLA MORTE
DA TUTTI GLI AMICI DAGLI STESSI AVVERSARI
RICEVE L’ATTESTATO PIÙ BELLO
FU UN GALANTUOMO.
(pp.79-84)

Salvatore Palazzolo(Inchiesta),La Mafia delle coppole storte.Dagli antichi valori di libertà e giustizia al gangerismo americano.Biesse,2009.

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