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Come un fiume profondo nella storia


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COMMENTO AL VANGELO DOMENICALE

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Anno C, Tempo ordinario, I domenica (Battesimo del Signore)
Is 40,1-5.9ss; Sal 103; Tt 2,11-14.3,4-7; Lc 3,15s.21s
Benedici il Signore, anima mia

Lc 3, 15 Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo, 16 Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.
21 Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì 22 e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

«La storia degli ebrei è un grande fiume»
(Tullia Zevi)

Insieme agli altri evangelisti, Luca fa precedere il vero e proprio inizio del ministero pubblico di Gesù con le storie del battesimo. Nonostante la sua redazione piuttosto tarda, rispetto agli altri due sinottici, anche l’opera di Luca presenta dunque la tipica forma-vangelo, cioè l’evoluzione ed espansione delle prime formulazioni del kerygma che caratterizzano il genere letterario.
Esiste una tradizione presinottica, le cui tracce sono già presenti negli esempi più antichi di questo nucleo kerygmatico, nella quale confluiscono alcuni loghia di Giovanni di Zaccaria, raccolti in una specie di “vangelo del Battista”, che ci consegnano l’immagine di un predicatore apocalittico e l’avvicinano alla spiritualità del profetismo, in particolare di quello palestinese del periodo esilico ed immediatamente post-esilico (3,4bs). Il teatro della sua predicazione, il deserto e il Giordano, è una scelta simbolica che richiama certamente alla memoria l’Esodo, i quaranta anni di peregrinazioni d’Israele nel deserto, l’ingresso nella Terra promessa, Mosè.
Basterebbe questo per fare di Giovanni un personaggio singolare. Erano passati secoli dalla scomparsa dell’ultimo profeta, e Giovanni, indubbiamente un rabbi (cfr. 3,12), sembra tuttavia scavalcare d’un balzo la più recente spiritualità sinagogale e la sapienza del giudaismo. La sua figura è teologicamente arcaicizzante, sembrerebbe addirittura richiamare il messianismo di epoca patriarcale. I forti tratti simbolici della sua predicazione lo fanno apparire nella bizzarra veste di “profeta presinaitico”. La simbologia penitenziale dell’”acqua”, cui successivamente si aggiunge l’immagine della colomba, richiama i primissimi versi della Genesi e più ancora l’epopea del diluvio e del patriarca Noè. Anche i luoghi desertici in cui vive e predica possono richiamare il tou wa bou di Genesi 1,2 il “vuoto” anteriore alla creazione di ogni forma di esistenza terrena e di vita. Anche il cielo che “si apre” è un indizio che riporta la scena verso riferimenti simbolici alle diverse alleanze patriarcali con Noè ed Abramo.
All’interno di questa complessa rete simbolica proviamo ora a chiederci quale sia per il Battista il significato del suo rito dell’immersione.
Il battesimo, più che un’immersione, è un varo. C’è l’idea di un attraversamento, oltre a quella di una discesa, l’allusione ad una rifondazione. Per questo il rito del battesimo potrebbe aver avuto per il Battista uno scopo euristico: quello di individuare il Messia tra la moltitudine dei penitenti. Il messia sarebbe stato il solo a reggere questo test spirituale, l’unico in grado di oltrepassare il guado, l’unico sopravvissuto al grande diluvio come di chi cammina attraverso al fuoco e rimane vivo.
Non è sufficiente che il Messia venga preannunziato dalle profezie ma è necessario che la sua persona sia individuata dalla convergenza su di lui della testimonianza dell’intera storia della salvezza; indicata da Dio stesso.
L’accostamento antitipico tra acqua e fuoco è anzitutto nelle parole stesse del Battista. Ma la fusione tra elementi simbolici apparentemente opposti avviene nella discesa della colomba che ha potuto posarsi sul Cristo, come sull’ulivo sopravvissuto al diluvio: in essa l’abitudine all’immaginazione teologica di Giovanni ha potuto scorgere immediatamente la visione mosaica del fuoco dello spirito che arde sul roveto senza consumarlo.

I vangeli cristiani riconoscono la dignità del Battista nella storia della salvezza. Da vari accenni lucani possiamo rilevare che Giovanni fu un candidato e forse un rivale di Gesù per il titolo di Messia, al punto che Luca ritiene necessario indicare le ragioni teologiche della superiorità del messianismo filiale di Gesù rispetto alla missione di Giovanni nella subordinazione provvidenziale di questa a quello.
Secondo Luca 7,28 Gesù stesso afferma: «Io vi dico, tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni, e il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui». Il terzo Vangelo vede in Giovanni il ricapitolatore non solo delle profezie, ma di tutto il cammino della Rivelazione, risalendo fino ai patriarchi ed oltre, fino alle origini della creazione, perciò anche il testimone finale di una lunghissima storia della rivelazione.
In quanto la profezia del Battista si appella ad una fede precedente a quella della Torah, essa si richiama alle esigenze di un’alleanza più originaria ed universale, legata alla volontà di Dio in quanto creatore e padre di tutti i viventi. Il primo dei due esempi di predicazione del Battista che Luca inserisce nella pericope evoca infatti il patriarca Abramo, e la sua vera ascendenza è dichiarata da Giovanni consistere nella risposta alla chiamata di Dio, piuttosto che nella linea di sangue. Le numerose allusioni alla pasqua mosaica riconoscibili nella simbologia e nella ritualità della salvezza nel Battista, diventano, nella mente dell’evangelista, altrettante allusioni alla comunità credente post-pasquale e pentecostale. Ma è nel ritorno alle origini presinaitiche della promessa di salvezza racchiuso nel messaggio di Giovanni che Luca vede la radice universalistica della missione salvifica del Cristo. Gesù non è solo l’atteso d’Israele, ma lui, singolarmente individuato, è l’atteso dalle più profonde correnti spirituali di tutti i popoli, che come un fiume percorrono l’intera storia dell’umanità.
Il cielo aperto, la colomba, la voce compongono la sinfonia di simboli di questa teofania, l’acqua e il fuoco attraverso cui Gesù passa indenne per andare a ricevere la propria investitura messianica, il riconoscimento di creatura perfetta, la sua consacrazione di figlio. Dio non parlerà più per simboli, né con la voce delle scritture e dei profeti: con la sua stessa voce lascia la parola al suo Messia.

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  1. matilda
    21 gennaio 2010 alle 1:58

    _Aprire Kiudere IL CieloDell’ImmacolataConcezione

    Immacolata Concezione

  2. matilda
    22 gennaio 2010 alle 1:13

    ..Dominici

  3. 22 gennaio 2010 alle 12:30

    @Mat
    Ma che sei ubriaca?

    • matilda.
      22 gennaio 2010 alle 23:45

      No Sei Tu QWullo

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