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Col cerino in mano. L’autodistruzione umana e i paradossi dell’ambientalismo

pianeta in fiammeGli incendi estivi di boschi e macchie sono un problema ecologico? Per quanto ciò possa apparire paradossale, solitamente non vengono percepiti come tali nella considerazione della pubblica opinione, ma neppure nei media. Quando non provocano danni diretti alle persone o alla proprietà, tutt’al più se ne sottolineano le problematiche ambientalistiche, per esempio la distruzione di particolari beni naturalistici o la massiccia emissione di c02 che essi provocano. Ma ambientalismo ed ecologia non sono la stessa cosa e, ammesso che si tratti di scienze, non rappresentano due diverse denominazioni della medesima disciplina. In poche parole, l’approccio ambientalista affronta separatamente i singoli aspetti giuridici, economici e scientifici del problema ambientale, ad esempio il trattamento dei rifiuti o appunto gli incendi estivi. Ma a differenza dell’approccio ambientalistico, l’ecologia si distingue per l’approccio globale al problema della crisi dell’ecosistema: da qui la sua tendenza a lanciare ponti tra scienze naturali, etica e la politica. Mentre l’ambientalismo considera le conseguenze sulla società e sui comportamenti umani di “fatti” che accadono nell’ambiente fisico in cui viviamo, l’ecologia considera più volentieri gli effetti dell’ambiente culturale, in cui si trova immersa ogni convivenza umana, sull’ecosistema. Un modo, se vogliamo, più “filosofico” di affrontare il problema. Ma quali sono gli effetti pratici, se ve ne sono, di questi due diversi punti di vista sul medesimo problema?

La conseguenza più vistosa, a parere di chi scrive, consiste nel fatto che l’approccio ambientalista produce paradossi a catena proprio sul piano dell’intervento politico sull’ambiente. Uno di questi paradossi dell’ambientalismo lo si vede nella tendenza a risolvere la crisi globale dell’ecosistema, provocata dallo sviluppo tecnologico… immettendovi altra tecnologia. Un altro esempio, forse più vicino al nostro punto di partenza, può essere il seguente: il movimento ambientalista nasce quando la natura selvaggia (cioè non antropizzata, wilderness) comincia ad essere considerata “valore”, vale a dire, in conformità al più classico dei concetti dell’economia classica, quando comincia a scarseggiare. Ove essa abbonda è piuttosto res nullius; bene senza valore o non valore tout court, laddove valore s’identifica con proprietà, e proprietà, secondo la celebre definizione del codice napoleonico è jus uti et abuti: diritto di usare e distruggere. Paradossalmente distruggere la natura selvaggia è valorizzarla. Attraverso la simbolica dell’abuso, la distruzione del patrimonio boschivo è una sua valorizzazione come appropriazione di una res nullius.

Una conseguenza concreta: la legge che impone agli enti locali l’istituzione del “catasto” degli incendi potrebbe non essere efficace anche se fosse applicata, in alcune regioni italiane in cui il principio del monopolio dello Stato sul controllo del territorio è debole per la presenza di poteri antagonisti di controllo del territorio stesso, come le organizzazioni mafiose.
Si potrebbe obiettare che quest’analisi può forse spiegare alcuni atti incendiari, ma non tutti. Ove non vi sia l’implicazione di ecomafie, ad esempio, che ci guadagnerebbe l’incendiario dalla distruzione del patrimonio ambientale? Odio e vendetta, viene subito da rispondere. Il che, ancora una volta presuppone il valore nei termini di proprietà, e nella forma, anche se rovesciata, dell’uti et abuti: la crisi ecologica è al tempo stesso una crisi umanitaria, ed anche umanistica su scala planetaria. E’ un esempio di un fenomeno già descritto in altre occasioni. Uno sviluppo civile ridotto alla sola dimensione dello sviluppo tecno-economico porta in sé una logica perversa di marginalità e subalternità che spinge i paesi emergenti a rincorrere l’Occidente su una via di sviluppo disintegrato dalla loro storia di relazioni socio-ecosistemiche. L’effetto sull’ecosistema è disastroso perché tecnologie obsolete e risorse ecologicamente sempre meno efficienti prolungano il loro ciclo di vita e i danni all’ambiente. Esattamente allo stesso modo l’incendiario espropria la collettività, ed anche se stesso, esprimendo contro di essa un proprio potere nella simbolica della distruzione. A ben guardare, come accade anche con l’accelerazione della crescita d’intensità ed estensione delle problematiche etiche, la crisi ecosistemica globale presenta riflessi epistemologici e linguistici, crisi di capacità espressiva e di provocare decisioni morali e politiche in determinati ambiti da parte dei linguaggi tradizionali. Proprio come quella cui assistiamo oggi nelle ricorrenti crisi ambientali.

Il perché dei paradossi dell’ambientalismo si deve cercare nella sua scarsa attitudine a interrogarsi sui concetti di cui fa uso, in particolare, come si è visto, del concetto di “valore” ambientalistico. Una vera soluzione di un problema apparentemente “chiaro” come quello degli incendi estivi dovrebbe dunque tenere conto di un autentico punto di vista ecologico: lo strutturarsi culturale della convivenza umana include sempre un’idea che un determinato gruppo umano si fa di sé e della propria posizione nell’ecosistema. Una vera soluzione non verrà mai raggiunta senza un profondo pentimento culturale.
Ma, posta così, la distruzione di interi sistemi naturalistici offre finalmente lo spunto di una più generale riflessione sulla relazione intrinseca tra bene e valore, sulla preminenza del valore umano sulla proprietà, sul principio della destinazione universale dei beni della terra. In altre parole, riflettendo su concetti apparentemente distanti da una cultura ambientalistica puramente conservatrice e difensiva, concetti come comunicazione, relazioni umane, diritti. Una riflessione sull’autodistruttività umana di cui, per via del suo pragmatismo, la cultura ambientalista non sembra essere capace. Le ragioni andrebbero cercate nel ruolo giocato dai dinamismi trascendentali della personalizzazione nel fluido rapporto tra bene e valore, tra distructio e distractio: un essere tirati via da sé. Un delirio dal sentiero della personalizzazione, che lega l’identità di sé all’amore dell’altro per me. L’autodistruttività come negazione dell’esistenza della forma kenotica, cioè senza qualificazioni, dell’altro nella costruzione dell’identità.

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  1. 14 ottobre 2009 alle 8:47

    garzie per le tue osservazioni e riflessioni.
    pensi che potrei “usare” parte del tuo articolo per una composizione “commestibile” da presentare alla fiera di Rimini a Gennaio 2010?

    luigi de luca, J.P
    Australia

    • 14 ottobre 2009 alle 11:13

      Prendi pure tutto ciò che ritieni possa servirti, caro Luigi. E sì che di cose commestibili te ne intendi più di un po’, a quanto vedo dal tuo sito. Non vorrei però, dato che le cose che scrivo non sono esattamente comodissime per tutti, non vorrei, dicevo, che a qualcuno andassero di traverso.🙂
      Benvenuto in Terra di Nessuno. Fammi sapere.

      • 27 ottobre 2009 alle 8:54

        e’ proprio quello che desidero… farlo andare di traverso alle aziende multinazionali di semilavorati industriali per l’alimentazione.

        grazie di cuore e fozza Sicilia
        luigi🙂

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