Ricordo del 25 maggio 1992

I mafiosi non sono cristiani

Un fatto di cronaca come la strage di Capaci, nonostante si presti ad una interpretazione su più livelli, viene solitamente affrontato sotto il profilo politico-giuridico. Credo possa risultare utile se cerco di abbozzare, sforzandomi di non uscire troppo dalle mie competenze etico-teologiche, qualche considerazione su questo episodio da punti di vista forse meno usuali. Guardare il fenomeno da diverse prospettive può aiutarci a razionalizzare (sarebbe assai utile, ad esempio, l’approccio quantitativo al fenomeno mafioso, cosa che è stata fatta solo in un ristrettissimo numero di studi) e a contrastare quindi la tendenza giornalistica a una lettura mitologica dell’emergenza mafiosa, che finisce per alimentare nell’opinione pubblica l’epos popolare di una mafia quasi circonfusa da un’aura leggendaria.

***

Ci si è domandato con insistenza se il delitto Falcone sia da riportare all’attività precedente del giudice o se piuttosto fosse da riferire ad impegni che egli stava per assumersi.
Nella logica perversa della mentalità mafiosa l’assassinio di Falcone, anche ammesso che egli non si trovasse più davvero in prima linea, avrebbe comunque un senso, per quella che potremmo chiamare la simbolica dell’atto mafioso. La differenza specifica che distingue il delitto mafioso dalla delinquenza comune è che la mafia, oltre al disegno criminale di immediata utilità, persegue anche scopi per così dire “didattici”. Il crimine di mafia è sempre anche un segnale, un messaggio, un gesto dimostrativo. La mafia, diceva Falcone, è passata dal kalashnikov al tritolo per superare le misure di più accorta autodifesa dei giudici attuate a partire dall’assassinio di Rocco Chinnici. Ciò resterebbe affermazione tutto sommato scontata se non sottintendesse qualcos’altro. E’ chiaro che non si usa il bazooka lì dove basta la P38, ma con questo aberrante salto di qualità la mafia intende dimostrare di poter colpire dove, quando e chi vuole, qualsiasi cosa si faccia per cercare di impedirlo. Così la strage di Capaci è una esibizione di forza, certo, per l’ostentata efficienza nella capacità organizzativa, nel controllo del territorio, nel dispiego di mezzi e nell’investimento di intelligenze allo scopo di programmare e attuare la violenza; ma soprattutto un’affermazione di potere per il fatto che lascia intravvedere, solo per un attimo, l’esistenza di una vasta strategia politica alternativa al potere legale. La simbolica dell’atto mafioso è dunque una simbolica del potere, che attraverso l’eliminazione fisica di alcuni vuole rappresentare la volontà di annientamento morale di tutti. E’ un potere che per legittimarsi ha bisogno di distruggere le basi stesse della legalità. E’ un potere che per reggersi ha bisogno di convincerci della irrilevanza della nostra dignità. Per questo esprime i suoi feroci moniti con l’arcaico linguaggio, comprensibile a tutti, del sangue, della vita e della morte.

* * *

C’è un filo rosso tra la debolezza mostrata dal sistema nei giorni immediatamente precedenti l’attentato a Falcone e l’attentato stesso? Io sono tra quelli che pensano di sì, sia perché la simbolica dell’atto mafioso esige che ogni cosa vada fatta a tempo e luogo opportuno; ma anche perché per colpire tanto in alto non basta la volontà criminale, determinata quanto si vuole: occorrono condizioni politiche che lo consentano. Pesa sullo Stato, e specialmente nel nostro Meridione, una sorta di eredità borbonica nella concezione del potere legittimo, un potere ridotto a un clone, fine a sé stesso, legittimato sulla base della pura e semplice salvaguardia della propria continuità. Un potere che si regge sulla tecnica del non-fare, del lasciar correre, del non governo. Il potere legittimo si è così a poco a poco trasformato in un guscio vuoto. Tutto preoccupato di questioni curiali, rinchiuso nel palazzo, impegnato in una politica limitata alla lotta per la spartizione di un certo numero di poltrone, lo Stato ha abbandona il paese reale al potere, ahimé, reale della criminalità organizzata. Per queste stesse ragioni, la mafia non si limita a riempire i vuoti lasciati nel paese reale per l’assenteismo e l’immobilità dello Stato, ma stabilisce con una parte di esso un rapporto di simbiosi: garantisce consenso in cambio di impunità.
Pertanto non servono leggi speciali, non basta accrescere la capacità repressiva dello Stato. E’ più urgente riempire di contenuti il confronto politico: rinforzare la presenza dello Stato nel territorio, migliorare i servizi, applicare la legge.

* * *

Che cosa possono fare i cittadini di fronte all’offensiva della mafia? Il discorso qui si sposta sempre più in un campo che fa da ponte tra politica ed etica. Oggi non basta più «opporre la propria personale giustizia all’ingiustizia di molti» come ebbe a dire una volta il Cardinale Pappalardo. Occorre superare la sterile indignazione individualistica; bisogna dare corpo politico alla rivolta morale, tradurla in una prassi di liberazione. Gli strumenti sono quelli della lotta democratica: la cultura, la scuola, la pubblica opinione, i media, il voto. Partecipare.
I politici facciano la loro parte. Se intendono rendere credibili le loro proteste di voler moralizzare la vita pubblica, rinunzino a certi ambigui sostegni e al consenso inquinato, denunzino al parlamento tutte le collusioni di cui sono sono a conoscenza al di là delle logiche di partito e di appartenenza ideologica, rinunzino all’immunità parlamentare e prendano le distanze da certi squallidi ed eternamente impuniti cialtroni.

* * *

Falcone sosteneva, con una espressione dalle risonanze quasi bibliche, che «la mafia è un fatto umano e, come tutti i fatti umani, ha avuto un inizio e avrà un termine»; («i giorni dell’uomo sono come l’erba -dice il salmista- al mattino fiorisce, germoglia; alla sera è falciata, dissecca»).
Non mi piace la metafora della “piovra” e neppure quella della “pantera” per denotare la mafia, perché nell’immaginario collettivo suscitano il fantasma di un potere occulto non solo pervasivo ma anche invincibile. Ma le facce mafiose dietro le sbarre del maxiprocesso mostravano il ghigno cinico della iena o l’aria bovina di chi è abituato da sempre a non discutere gli ordini.
La mafia è forte, perché ha mezzi, ma è anche debole, perché non ha dignità. Rosaria Schifani, vedova, di anni 22, ha dimostrato come si può battere la mafia dieci, cento, mille volte su questo terreno.
Ho visto una città dignitosa e signorile rendere omaggio a tutti gli Uccisi dalla mafia. Palermo ha dato di sé un’immagine non meno nobile di quella offerta da Bologna o Milano in circostanze simili. Mi fai tenerezza, città mia di crocifissi e addolorate.
Mentre scrivo queste note, Scalfaro è qui a Palermo per i funerali degli uomini della scorta di Borsellino. «…Ognuno avrà il diritto di esigere da me -lo ha detto lei, signor Presidente- che io sia il supremo garante della giustizia…». Signor Presidente, si ricordi di essere stato eletto il giorno in cui Palermo gridava: «giustizia, giustizia».
Buon lavoro, signor Presidente.

21 luglio 1992

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  1. rickinca84
    25 maggio 2008 alle 12:02

    ________________________________________
    Presentazione del libro di Vincenzo Ceruso
    Le sagrestie di Cosa Nostra. Inchiesta su preti e mafiosi
    ________________________________________

    LA MAFIA, LO STATO E LA CHIESA

    Lo studio di Vincenzo Ceruso offre una interessante chiave di lettura del fenomeno mafioso che consente non solo di comprenderlo meglio, ma anche di affrontarlo più efficacemente. L’opera Le sagrestie di Cosa Nostra mostra infatti perché la mafia, come tende a occupare gli spazi della società civile, così mira a infiltrarsi all’interno degli spazi religiosi. Il fenomeno mafioso, cioè, pone non solo un problema di legalità allo Stato di diritto, ma è anche un problema religioso per la Chiesa. Infatti, non è solo criminalità, ma è soprattutto una mentalità e una cultura. Ecco perché la legge e la repressione ci vogliono, ma non bastano. Occorre soprattutto formare.

    Interviene: P. Bartolomeo Sorge, direttore di Aggiornamenti Sociali
    Introduce: P. Gianni Notari, direttore dell’Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe”

    Giovedì 29 maggio 2008, ore 17.30
    Aula Magna dell’Istituto “Pedro Arrupe”

    Per informazioni:
    Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe”
    Via Franz Lehar, 6 – 90145 Palermo
    tel. 091 6269744 – 091 7309041
    fax 091 7303741
    e-mail: segreteria@istitutoarrupe.it
    http://www.istitutoarrupe.it

  2. 28 maggio 2008 alle 9:47

    Grazie per la puntuale segnalazione, caro Ricki. Spero di poter esserci. Ciao.

  3. 1 giugno 2008 alle 18:22

    “La mafia è forte, perché ha mezzi, ma è anche debole, perché non ha dignità. Rosaria Schifani, vedova, di anni 22, ha dimostrato come si può battere la mafia dieci, cento, mille volte su questo terreno.”
    Riporto le tue stesse parole perchè a me non occorre aggiungere altro commento o proposta, che quella di metterle come manifesto dappertutto, soprattutto nelle bacheche delle nostre parrocchie (anzichè NO ai pantaloncini corti o alle canottiere!).
    Per entrare in Chiesa occorre spogliarci delle vecchie mentalità mafiose, anzichè rivestirci di sciarpe che coprono le spalle o le gambe!

  4. m
    18 giugno 2008 alle 21:52

    Un patto tra mafia e massoneria
    per rallentare e insabbiare processi

    Dietro la lentezza della giustizia c’era un preciso disegno di mafiosi, massoni e faccendieri che avevano gli uomini giusti nei posti giusti, pagati per non far notificare un atto, insabbiare un provvedimento e guadagnar tempo fino a far cadere i reati in prescrizione. La tattica puntava a ritardare i processi. Anche con una semplice mancata notifica. Come quel condannato che fa ricorso in Cassazione, il ricorso viene rigettato, lui deve tornare in carcere entro 24 ore, ma nessuno gli notifica il provvedimento perché c’era un impiegato pagato per nascondere l’atto. Pagato da un faccendiere originario di Orvieto, Rodolfo Grancini, cui si rivolgevano i boss. Un personaggio chiave in quest’inchiesta che parte dalla Sicilia dieci anni fa e arriva a Roma, fin dentro la Cassazione. La procura antimafia ha scoperto il patto scellerato e oggi all’alba i carabinieri hanno arrestato otto tra mafiosi, imprenditori, medici, faccendieri, un impiegato della cassazione e una poliziotta. Tutti accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione, peculato. Alcuni sono legati alla massoneria. Un avviso di garanzia è stato notificato anche a Stefano De Carolis, gran maestro della serenissima loggia unità d’Italia. Coinvolto anche un sacerdote, il gesuita Ferruccio Romanin che avrebbe scritto lettere per raccomandare alcuni imputati di mafia. E sullo sfondo l’interessamento di un boss del calibro del latitante trapanese Matteo Messina Denaro.
    http://www.tg5.mediaset.it/cronaca/articoli/2008/06/articolo6948.shtml

  5. Sigfried
    23 maggio 2009 alle 10:59

    Un intero cielo potrebbe riempirsi delle anime diventate stelle per colpa della mafia, la miseria in cui può cadere una mente umana è sconfinato, così come non c’è mai fine alla tonalità scura del nero che macchia l’anima dell’assassino.
    Ho poco da aggiungere a quello che hai gia detto tu Giampiero sulla mafia, credo solo che la società dovrebbe fare di più nell’ambito dell’informazione contro di essa.
    Vivendo qui a Trieste per gli studi mi sono accorto che la maggior parte dei cittadini del nord o non sanno cosa sia la mafia o ne hanno un’idea totalmente distorta.
    L’informazione, i cortei e le conferenze sulla mafia dovrebbero arrivare fin qui sù, è inutile che certe cose si facciano solo al sud, perchè anche se il problema è più concentrato giu da noi, la mano sudicia della mafia si estende fino ad oltre l’italia.

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