Home > Chiare Lettere, Cronache palermitane, Scuola, Zibaldone > «Sì, ma verso dove?»

«Sì, ma verso dove?»

Qui sopra: Intervista a Padre Pino Puglisi in occasione dell’apertura del centro sociale “Padre Nostro”, da lui fondato a Brancaccio

Caro Marcello Briguglia,

Mi giunge una mail in cui tu, in qualità di responsabile laico dell’Ufficio di Pastorale Scolastica di Palermo, m’inviti alla marcia nazionale della pace che avrà luogo a Palermo il 31 dicembre. L’altisonante e rarefatto tema: “Lotta alla povertà e solidarietà globale” (l’aggettivo “globale”, si sa, è ormai globalizzato) è leggermente diverso da quello, un po’ più concreto, assegnato da Benedetto XVI per la giornata della pace del 1° gennaio “Combattere la povertà, costruire la pace”.
La tua mail contiene il nome degli organizzatori della marcia (la Commissione Episcopale per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace, la Caritas Italiana, Pax Christi e l’Arcidiocesi di Palermo) degli ospiti di riguardo (S.E. mons. Arrigo Miglio, presidente della suddetta Commissione Episcopale) e l’indicazione degli scopi, affidati all’agile prosa dell’Arcivescovo Romeo:

“…ai partecipanti viene chiesto di rinunciare alla cena e di offrire il loro contributo da destinare per una iniziativa in favore di persone che vivono in particolare condizione di povertà. Il contributo di tutti sarà devoluto per la creazione di uno sportello sociale e legale a sostegno dei richiedenti asilo politico”.

Parole che suonano piuttosto come delle scuse imbarazzate per il fatto che non è prevista la cena. Quanto ai poveri, penso che si sarebbe fatto prima a devolvere il denaro speso per l’organizzazione per allestire una mensa di San Giuseppe.
Ad ogni buon conto, vi saranno, di contorno, l’immancabile tavola rotonda, il pontificale dell’Eccellentissimo e, di contrappeso, una bella preghiera ecumenica. Ci sarà pure la televisione. Insomma, per farla breve, il solito carrozzone.

Caro Marcello, ti scrivo per dirti che le semplici parole con cui tu concludi il tuo invito:

«Perché non partecipare?»

mi hanno commosso, proprio perché vengono da una persona buona di cui conosco bene la profonda sincerità, l’acuta intelligenza matematica, la preparazione teologica, la rettitudine professionale, la lunga militanza nella comunità ecclesiale. E così ho deciso di risponderti sul motivo per non partecipare:

Una marcia (bada bene, non una processione!) organizzata da una chiesa che è ferma da anni? Non ha senso.
Questa è una chiesa che cerca visibilità nelle passerelle ufficiali, ma che rifiuta la conversione. Che cosa propongono? Elemosine e digiuni? Queste ritualità da benpensanti fanno schifo a Dio; di più: gli sono perfettamente indifferenti.
E’ una chiesa che si limita ad accusare senza fare metanoia, solo chiacchiere: «Pace, giustizia; giustizia e pace», per andare daccordo con tutti e non disturbare nessuno. Come se vi fosse qualcuno che vuole guerre e soprusi! Perfino i mafiosi vogliono giustizia e pace.
E’ una chiesa che vuol mettersi la coscienza a posto con le tavole rotonde sui poveri, le marce e le marcette e spera di farla franca: ma dov’è l’evangelizzazione dei poveri? Dove sono più i Puglisi e i Naro? I pastori si sono arrangiati a fare i pecorai e ora occupano abusivamente la vigna del Signore. Avete dimenticato Paolo: «Guai a me se non evangelizzo?». Chi vi ha insegnato a sfuggire così ai rimproveri di Dio?
Sentono la frustrazione di chi non sopporta più il peso dei tempi lunghi dell’educazione a partire dai più piccoli e dai giovani, i veri poveri. Dov’è tuo fratello Abele? Nessuno crede più al faticoso lavoro invisibile di formazione cristiana che asseconda la lentezza della crescita umana e della pedagogia di Dio? Tutti vogliono visibilità, la più grande possibile e subito. Tutti vogliono la ripresa televisiva mentre si tuffano dal pinnacolo più alto del Tempio. Dov’è più Cristo?

Caro Marcello, ecco qua i motivi per non partecipare a questa e a tutte le altre manifestazioni del genere. Ti faccio io un invito: la sera del 31, invece che alla marcia, recitiamo insieme un “Te Deum” e poi andiamo a cena da qualche parte.
Un abbraccio.

Annunci
  1. vippa
    29 dicembre 2008 alle 20:16

    Egregio Dott.Tre Re,
    il suo interessante dire sulla manifestazione in oggetto non fa una grinza. Mi piace molto la tematica delle “parate” e delle “passerelle” ufficiali. Anche l’evangelizzazione è diventata spettacolo televisivo. Interessante,anche,il suo interrogativo:”dove sono più i Puglisi e i Naro…..”;certo ripensare la storia di entrambi,significherebbe riflettere,seriamente,sul concetto di martirio. Il martirio di Puglisi e quello di Naro sono due macigni per le due chiese,direttamente,e,indirettamente,per tutta quanta la chiesa isolana. Gridano l’acquiscenza e il servilismo verso il potere mafioso e politico-mafioso.Gridano un’ assenza reale della chiesa nei confronti della società reale.Gridano chiusura e bigottismo a più non posso.Gridano contro i carrierismi e le smanie di protagonismo. Gridano l’assenza di una azione pastorale scollegata dall’evangelizzazione del territorio isolano. Gridano la voglia di protagonismo e di subalternità psicologica di tanti soggetti vogliosi di passerelle. Gridano la perdita progressiva della identità cristiana delle nostre popolazioni.
    Gridano il carrierismo sacerdotale e ministeriale. Gridano contro una chiesa ridotta a mera prostituta,avida di potere e di danari. Gridano contro la vana gloria. “Laceratevi il cuore e non le vesti” ci ricorda il profeta Gioele.

    • 30 dicembre 2008 alle 18:47

      Gentile Vippa,
      Mi creda, apprezzo e condivido la sua indignazione, ma temo che chi dovrebbe maggiormente ascoltarla sia un po’ distratto, al momento. Lei così mette a rischio inutilmente le sue coronarie. Le propongo qualcosa di più produttivo: partecipi anche lei al Te Deum. Un buon anno…

  2. Riccardo
    30 dicembre 2008 alle 14:50

    @ Giampiero. la stessa cosa si potrebbe dire anche per la mensa di cui parlavi tu… il problema di fondo è l’istituzionalizzazzione della Chiesa e anche del sacerdozio. Si può essere Chiesa senza appartenere a Dio, senza segure Cristo, e senza essere guidati dallo Spirito: basta il battesimo come basta un pò d’olio profumato (anche se in tanti anni sto profumo non l’ho mai sentito manco il giovedì santo) e una preghiera consacratoria di un vescovo qualsiasi per far diventare uno di questa Chiesa sacerdote. Ma essere “discepoli amati” è un’altra cosa e la differenza è visibile. Chi fa la volontà degli uomini e non quella di Dio ha la sua ricompensa oggi nei poveri termini di vanagloria… Chi fa quella di Dio ha la sua croce oggi e la vera gloria in Cristo nel Suo regno.
    Ma diciamoci la verità: come dici tu il problema non è tanto nell’ipocrisia di questi momenti ma nella “latitanza” nei momenti fondamentali quale quello educativo! Date a cesare quel che è di cesare e a Dio quello che è di Dio. Il problema non è la marcia della pace di Romeo con la corte dei miracoli che si tira appresso, ma i 3 milioni di palermitani che si faranno i “fatti” loro festeggiando e spendendo una tredicesima in regali e abbuffate (per poi spenderne il triplo per disfarsi dei kg di troppo). Non spegnamo il lucignolo fumigante… dovremmo portare paglia e legnetti e poi tronchi…

    @ vippa
    Parli di Chiesa e di ministri come fossero la stessa cosa. Se le cose vanno così è perchè tutta la Chiesa di sicilia è veramente incapace di seguire Cristo. O che Dio chiama solo i carrieristi e i bigotti a diventare sacerdoti? I sacerdoti sono solo uomini del popolo messi più in vista e solo per questo ti viene così facile tirargli pomodori in faccia. Se ci fossi tu o io al posto loro non farebbe differenza: sempre a pomodori in faccia andrebbe a finire per un motivo o per un’altro. Dio ci ama nonostante la nostra accanita perfidia e ipocrisia, e se noi dobbiamo amare il prossimo perchè dovremmo odiare i sacerdoti? Guarda bene nel tuo cuore, certe parole non sono d’amore per la chiesa, ne per Dio.
    Se mancano sacerdoti santi (ma mancano proprio del tutto???) è perchè mancano santi fra i figli del popolo di Dio e se mancano santi è perchè non è la santità che i padri insegnano ai figli fin da piccoli ma il suo opposto, e questo è reputato normale se non eccelso fino a che non indossano un colletto bianco.
    Perchè? ciò che è sbagliato è sbagliato per tutti, non solo per uno in virtù di un abito. Siamo un popolo ipocrita nell’animo.
    Se Dio ha perdonato chi ha ucciso il Suo Figlio chi ci da il diritto di giudicare chicchessia?
    I problemi ci sono, ma sparare sulla crocerossa non li risolve. Come dice il profeta Gioele smettiamola di indignarci e cominciamo a convertirci tutti.
    La pace sia con voi.

    • giampierotrere
      21 luglio 2009 alle 11:39

      Caro Riccardo,
      mi ero dimenticato di questo tuo post; l’ho riletto nel fare un po’ d’ordine nel blog. Anche se con molto ritardo, voglio ringraziarti. Vedi, probabilmente guardiamo la stessa cosa da due punti di vista diversi. Credo di poter parlare anche a nome di Vippa. Non ho rilevato “non amore” nelle sue parole; solo indignazione e rammarico, sentimenti non estranei a Cristo stesso.
      Sono in disaccordo con te in particolare su questa tua frase: “Il problema non è la marcia della pace di Romeo con la corte dei miracoli che si tira appresso, ma i 3 milioni di palermitani che si faranno i “fatti” loro festeggiando e spendendo una tredicesima in regali e abbuffate “. Quei pochi preti che evangelizzano davvero non dicono dal pulpito queste banalità. Per converso, sono entrati in testa a noi laici cosiddetti impegnati i frusti predicozzi moralistici di fine anno dei buoni parroci i quali, invece di evangelizzare(e salvarsi così, tra l’altro, anche dal loro burn-out) sfogano la loro pastorale frustrazione lamentandosi come sempre, con quei pochi che vanno in chiesa, del fatto che i fedeli disertano sempre più le chiese anche a Natale. Ma che dovrebbero fare sia preti e che laici se non sanno altro? La chiesa sa che queste manifestazioni consumistiche sono, per centinaia di milioni di fedeli, il residuo della loro tradizionale appartenenza cristiana. Ha scelto, appunto, di “non spegnere il lumicino fumigante”, ha scelto di predicare a casaccio un generico moralismo contro il consumismo e di correre a mangiarsi il panettone subito dopo il te Deum.

  3. 30 dicembre 2008 alle 17:38

    La santità del sacerdote

    Di Vittorino Andreoli

    Ho conosciuto preti di bontà straordinaria, capaci di perdonare con il sorriso sulle labbra come se il perdono rappresentasse il più umano dei comportamenti; con una dedizione totale verso i propri fedeli, come se ciascuno di essi fosse un aspetto del volto di Cristo. Preti magnifici, che fanno commuovere per la coerenza e per il saper soffrire, nella certezza che anche il dolore è parte del piano di Dio. Preti che vivono già di paradiso; impegnati tuttavia ad aiutare gli uomini di questa terra . Nell’agire di alcuni di loro ho visto l’annullamento dei propri bisogni individuali a vantaggio sempre dei bisogni altrui. Con l’unica urgenza di adempiere la volontà di Dio, e di farlo qui e ora, con una predilezione particolare per gli ultimi, i più dimenticati. Per la verità, ho conosciuto anche preti con altri stili, che sembravano fare la bella vita, o avevano un ego mastodontico, preti che non disdegnano i simboli della ricchezza e del potere. Modelli di esistenza tra loro molto diversi, sui quali tuttavia è bene non sentenziare, giacché nessuno conosce fino in fondo le intenzioni del cuore. Non mi addentro qui nella distinzione tra santità canonica, ossia riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa, e la santità quotidiana, che non fa miracoli e non ha bisogno di certificazioni, in quanto immagino sia qualcosa di ben noto. La santità finisce per essere una valutazione riconosciuta popolarmente anche quando è il risultato di una proclamazione della Chiesa, fatto che avviene dopo attenti processi e una analisi scrupolosa dei miracoli, che sono un elemento indispensabile per la santità canonica. Ecco, ci sono preti che non fanno miracoli valutabili da commissioni scientifiche, ma compiono miracoli che tali sono per chi senza quel sacerdote si sarebbe perso, senza quell’incontro e quel sostegno avrebbe perduto il senso dell’umanità, mentre ha scoperto la voglia di piangere e di pregare e di voler bene. Ci sono miracoli che, rompendo solitudini disumane, avvengono su persone che non avevano più nessuno, ed erano orami abbandonate a se stesse, e che ora grazie alla visita del prete, o di quanti il sacerdote invia, si scoprono come al centro di un’oasi di speranza. Santi in ragione della preghiera, poiché è indubbio – e ciò risulta anche a coloro che non credono – che la preghiera è atto di riconoscimento dei limiti per i quali il sacerdote scopre di non poter nulla a questo mondo senza l’aiuto di Dio; e allora lo prega di aiutarlo per aiutare il prossimo. E non c’è dubbio che colpisce più un prete che prega in una chiesa di periferia che il manager indaffarato sull’onda degli impegni che corre per arrivare in tempo, quasi che da lui dipenda il mondo intero.
    Insomma, pur nella difficoltà per me a definire il prete santo, sono certo di avere incontrato sacerdoti che lo sono, e altri che pur puntando ad accattivarsi gli altri, all’opposto, non lo sono. E questo, se da una parte deve spingerci ad amare i preti che vivono tra noi mostrando una loro santità pur non eroica, dall’altra deve motivarci a maturare con coraggio una posizione chiara nei riguardi del sacerdote che lascia a desiderare. Proprio perché so stimare i comportamenti santi, devo sapere riconoscere quelli che non lo sono.
    Amo i preti che mi permettono di valutare con la giusta severità il mio modo di essere e che mi suggeriscono come devo migliorare, perché è sempre possibile fare di più, e farlo con quella serenità che va a braccetto con la santità, e che non ingigantisce mai i propri meriti, quando sente piuttosto l’insoddisfazione per avere fatto poco, o comunque meno di quanto il prossimo avrebbe avuto bisogno. Amo la coerenza, la fatica, la gioia di sopportare la fatica se serve all’altro, e questo lo vedo in molti preti. Si danno da fare, si consumano dentro la gioia delle piccole cose, per le quali amano rinviare all’aiuto del Signore. Che amano ringraziare.
    Questa sorta di contenimento del narcisismo, per altri versi dilagante nei nostri tempi, si contrappone all’incoerenza, alla flessibilità, all’infedeltà, segni di una cultura regressiva e rinunciataria sul fronte dell’essere. Ecco perché amo il prete, e questo prete, santo senza prosopopea eppure capace di dare l’esempio. E benché non siano i protagonisti di questo viaggio, non posso qui non ricordare i religiosi e le religiose, nel cui ambito ho potuto di persona riscontrare la presenza di testimonianze eccelse pur condotte nel nascondimento e nella totale semplicità delle forme. Santità minori? Non so minori a che cosa. Direi piuttosto una santità mite eppure sfolgorante, una santità povera eppure sontuosa, perché riferita alla magnificenza che è Cristo, uomo perfetto, il più bello e affascinante tra i figli dell’uomo.
    La santità – verissimo – è prima di tutto pienezza dell’umano, e dunque sta all’opposto dell’astrattezza e dell’evanescenza. Non è fuga tra le nuvole, è incarnazione tra le storie degli uomini. I preti santi solitamente non disdegnano la compagnia umana, la familiarità con i fratelli. Certo, non si perdono nelle cose inutili o banali, non impegnano il loro tempo nelle chiacchiere vacue o salottiere, ma quando qualcuno li chiama loro prontamente ci sono. La santità è dedizione all’uomo e dedizione a Dio, in un unico movimento esistenziale, in un’unica tensione spirituale. Il prete santo è come un’arcata che unisce la terra al cielo, senza soluzione di continuità, lungo un binario segnato dalla preghiera di contemplazione e di supplica. Questi preti in genere non si mettono in mostra, non amano le vetrine: rispetto alla televisione, loro sono dall’altra parte. E così rispetto alla vanità, e all’ansia della visibilità.
    I preti santi sono umili, talmente umili da accettare gli ordini che vengono anche dai preti non santi; anzi, essi non si pongono neppure simili questioni, non sanno fare le graduatorie, non misurano il livello della virtù altrui. Sono preti dell’obbedienza gioiosa, non problematica, non sofisticata. Sono preti che vivono la povertà, e infatti hanno continuamente lo scrupolo di consumare troppo, di trattenere troppe cose e troppi beni per sé. Sono preti casti, che non stringono legami appiccicaticci, sono celibatari nel cuore per essere a disposizione di tutti. E così si scopre che la via della santità passa realmente attraverso quelle promesse che il sacerdote fa nel giorno dell’ordinazione. Promesse che si presentano dunque non come scelte casuali, approssimative o generiche, ma come la via giusta per arrivare alla santità. È un errore pensare che la santità si traduca in un comportamento scontroso, remoto, lontano da tutti: solitamente il prete santo è uno che pur conoscendo il linguaggio della privazione sa di essere nella pienezza, nella serenità, anzi, nella gioia. Sì, perché c’è gioia anche nel dedicarsi al dolore, nel condividere le miserie, nell’asciugare le lacrime vere, non quelle di coccodrillo che troppo spesso fanno capolino anche nei nostri ambienti.
    Dicevo all’inizio che m’è capitato, nella mia vita, di incontrare anche qualche sacerdote orrendo. La sua descrizione non mi avvince, è sufficiente peraltro percorrere all’incontrario le qualità del prete santo per avere evidenziate le caratteristiche del sacerdote ai nostri occhi non santo. Meglio non perdersi tuttavia in ciò che vale poco. Meglio anche per i non credenti riempirsi gli occhi della virtù, e della santità. Già, perché riscontrare attorno a sé la santità aiuta a vivere, e a vivere meglio. Nell’asperità del cammino della vita scorgere vicino persone sante, soprattutto se si tratta di preti santi, è un modo per ricevere coraggio, quello che serve per andare avanti. Il prete santo non è il prete dei capricci, e non è neppure quello che sarebbe più in vista se avesse avuto le occasioni più grandi. Non è il prete incompreso, che puntualmente fa la vittima di qualche superiore ottuso. Non è il prete svogliato, che farebbe di più se trovasse maggiore accoglienza. Non è colui che non compie peccati, ritiene piuttosto di averli già compiuti, e chiede perdono per non essere meglio di ciò che è, per non riuscire a fare di più.
    Non voglio scadere nella retorica, ma il prete santo è una presenza meravigliosa, che merita di figurare nel novero dei giusti, di coloro che si battono per la giustizia e la pace, e sono di consolazione a quanti lottano per il bene e un futuro più degno.

    Avvenire, 19 dicembre ’08

    • 30 dicembre 2008 alle 19:44

      Ritratto di prete senza nome, ma che somiglia a Puglisi un bel po’. Naro no, è un altro tipo a riprova del fatto che Dio sa ancora quello che fa e lo fa ignorando tutto il resto.
      Tuttavia devo osservare che c’è un rischio nascosto dietro la testimonianza del personaggio di spicco e la tribuna che gli offre spazio e, magari, gli commissiona il pezzo. Il rischio consiste nel fanciullino che è in noi e piange per la paura del più terribile dei fallimenti: quello dell’identità affettiva. Abbiamo bisogno di rassicurazione di non essere stati ingannati sulla sostanziale bontà delle nostre radici identitarie; abbiamo bisogno di trovare comunque conferma di noi stessi e, si sa, chi cerca trova.
      Sapere che ci sono anche dei preti santi aiuta a credere che le buone ragioni della propria fede sono al sicuro anche senza il nostro impegno. Oppure si sente dire spesso, e capita di pensare: “facciano un po’ come vogliono, io vado dritto per la mia strada”. Non sono, in fondo, soluzioni di comodo anche queste? Non giudicare gli altri per non giudicare se stessi, per sfuggire alla massacrante fatica di verificare la fondatezza del proprio atto di fede? Certo, la responsabilità morale è personale; questo è un pilastro di civiltà che spesso però viene manipolato per farsene schermo, un mascheramento autoassolutorio. Ma il principio d’Incarnazione ci dice che dobbiamo portare la croce dell’atto di fede, insieme a colui nel quale abbiamo sperato, e che una fede adulta deve avere l’onestà e il coraggio di assumere come propri, oltre ai meriti, anche gli errori e le responsabilità storiche della propria comunità. Se non sentissimo come nostre le responsabilità dei nostri padri non potremmo nemmeno sentire come fatte a noi le ingiustizie subite dai nostri fratelli più piccoli.
      Un abbraccio. Non angustiarti troppo. Buon inizio d’anno, se non ci sentiamo prima.
      Tuo Giampiero.

  4. 30 dicembre 2008 alle 22:35

    L’evangelizzazione, che si opera attraverso la “pazienza” educativa nei riguardi di ciascuna persona, non è oggi “pagante”. Sono più “eccitanti” i corti circuiti mediatici, e anche la Chiesa palermitana non si sottrae a questa subdola tentazione. ” I poveri li avrete sempre con voi” è l’intelligente provocazione di Cristo; sta a noi riconoscerli. Ma si sa, il sacerdote e il levita, nella strada da Gerusalemme a Gerico, correvano ad ascoltare il relatore di moda al convegno sulla carità organizzato dal Sinedrio.

  5. 31 dicembre 2008 alle 19:30

    Un saluto affettuoso a Lei,Dott.Tre Re,e a tutti gli amici di TDN. Un augurio di un 2009 carico di speranza,d’impegno etico e di tante cose buone che la divina Provvidenza ha già previsto per noi tutti:Te Deum laudamus!
    Augurissimi a tutti voi:buon 2009!!!

  6. Sebastian
    1 gennaio 2009 alle 15:55

    All’indirizzo che vi linko di sotto è possibile prendere visione di una ventina di foto scattate in occasione della 41ma Marcia per la Pace qui a Palermo. Buona visione.

    http://www.misilmerinews.it/galleria.asp?idGallery=53&idnotizia=655

    e… ancora Buon anno!!

  7. Sebastian
    2 gennaio 2009 alle 16:33

    beh… chi fa da se fa per tre! Guarda guarda che mi tocca fare carissimi!

    Omelia S.E.R. Mons. P. Romeo – parte 1, della 41ma Marcia della Pace.

  8. Sebastian
    2 gennaio 2009 alle 18:26

    41ma MARCIA PER LA PACE – Palermo 2008

    Omelia S.E.R. Mons. Paolo Romeo – parte 1, 2 e 3, in Cattedrale a Palermo, a conclusione della manifestazione.

    parte 1

    parte 2
    http://it.youtube.com/watch?v=piVast0Hau8

    parte 3
    http://it.youtube.com/watch?v=_3iHoxaOVvA

  9. Sebastian
    6 gennaio 2009 alle 7:42

    Ho trovato un nuovo video fresco di redazione sulla Marcia per la Pace del 31.12.2008 di Palermo su youtube.

    Contiene alcune interviste commenti. Ecco il link:

    http://it.youtube.com/watch?v=nwyQP5N5jME

  10. 6 gennaio 2009 alle 12:45

    Capitolo 15
    Per una resistenza cristiana
    contro la mafia.
    Don Giuseppe Puglisi
    e il vescovo Cataldo Naro

    La carità va rivolta a ciò che l’uomo è, non a ciò che l’uomo ha,
    Giuseppe Puglisi

    Non c’è contrasto tra l’essere in questo mondo
    e il vivere nel mondo di Dio.
    Cataldo Naro

    Esiste un’ immagine degli esponenti ecclesiastici che è stata fissata dalla letteratura e, in particolare meglio degli altri, da Leonardo Sciascia. Nel suo Todo Modo, il maestro di Racalmuto ha descritto una figura di prete, don Gaetano, incarnazione del potere. Un uomo all’apparenza impassibile ma interiormente tormentato, sottile e intelligente, freddo e cinico, capace di manovrare i fili a cui venivano legati banchieri e politici.
    Alto, nella lunga veste nera, immobile; gli occhi di uno sguardo lontano, fissa- mente sperso; una corona a grossi grani, nera, avvolta nella mano sinistra; la destra grande e quasi diafana sul petto [….) Una figura immobile, fredda, propriamente discostante, che mi respingeva al di là dell’orizzonte del suo sguardo; altra piena di paterna benevolenza, accogliente, fervida, premurosa (L. Sciascia, Todo Modo, Einaudi, Torino 1974, p. 12).
    Per tanti, credenti e non credenti, una simile figura di potente in veste talare è più familiare di quanto lo siano i numerosi pretacci che hanno scelto di vivere il vangelo per le strade delle nostre città, ricostruendo i fili di un tessuto sociale spesso lacerato, senza rifugiarsi nel chiuso delle sagrestie e alimentando un fiume di umanità che ristora anche quanti ne ignorano la provenienza. I casi non mancano. Per esempio, avveniva a Palermo che all’indomani delle stragi del 1992 un gesuita, padre Antonio Damiani, celebrasse la liturgia all’aperto nella piazza di un quartiere popolare della città, il capo, e si rivolgesse ai mafiosi con la forza di un profeta biblico: “ Siete scomunicati!». Per esempio, avveniva a Palermo che fosse pastore della chiesa valdese Pietro Valdo Panascia. I discendenti di Valdo da Lione, radicati soprattutto nelle valli piemontesi, formano ancora oggi nel capoluogo siciliano una comunità valdese aperta e accogliente che ha la sua sede in città proprio alle spalle del teatro Politeama. Nel 1963 il pastore Panascia decise di non assistere inerte al susseguirsi di stragi mafiose e rese pubblico un coraggioso appello che si intitolava:
    Iniziativa per il rispetto della vita umana. Il proclama era rivolto a quanti hanno la responsabilità della vita civile e religiosa del nostro popolo. onde siano prese delle opportune iniziative per prevenire ogni forma di delitto, adoperandosi con ogni mezzo alla formazione di una più elevata coscienza morale e cristiana, richiamando tutti a un più alto senso di sacro rispetto della vita e alla osservanza della legge di Dio che ordina di non uccidere (il testo completo dell’ appello è in V. Ceruso, Le sagrestie di Cosa nostra, cit.; cfr. anche P. Panascia, Costruite speranza. Il centro diaconale “La Noce” di Palermo (1959-1983), Claudiana, Torino 1991).
    Infine, avveniva per esempio a Palermo che il mite e forte don Giuseppe Puglisi fosse inviato nel quartiere palermitano di Brancaccio. Qui, all’inizio degli anni Novanta, si muovevano come pesci nell’acqua alcuni dei più pericolosi boss mai prodotti dalla storia criminale di Cosa nostra.

    Il killer e il poeta
    «C’è un momento in cui anche gli assassini più feroci sono disarmati» (A. Camus). Quel momento giunse anche per Pietro Aglieri.
    «Noi abbiamo dormito insieme, rischiato la vita insieme», diceva Ino Corso, e non sapeva di essere intercettato da una microspia della Polizia, «abbiamo preso le revolverate. Lui mi ripeteva: tu ti devi salvare. Sono momenti della vita che pure che vivi cent’ anni non li dimentichi». I picciotti di Aglieri continuavano comunque a svolgere gli affari di sempre. «Un giorno arrivò un biglietto», ricordava Corso. «A tale punto, tale orario, il cugino del pentito Contorno». Era la scena di un omicidio: «Siamo andati con Pietro, lui girò la tenda e si trovò davanti a quello, con la bambina in braccio. Si bloccò. E tornammo in macchina. Abbiamo fatto duecento metri. poi mi ha detto: se io gli uccidevo la bambina diventavo onesto? Siccome non l’ho uccisa, adesso sono un cornuto di due lire, sono un debole. E si mise a ridere» (S. Palazzolo, Se i boss si convertono, «Jesus», n. 1, gennaio 2004).
    Pietro Aglieri, detto ù signurinu, per i modi raffinati e in virtù dei suoi quattro quarti di nobiltà mafiosa, era uno de killer più efficienti che la mafia avesse generato nel xx secolo. Al momento dell’arresto, nel 1997, era membro a pieno titolo della Commissione di Cosa nostra e aveva preso parte alle decisioni riguardanti le stragi di Capaci e via d’Amelio, in cui erano morti i giudici Falcone e Borsellino con gli uomini delle scorte. Eppure anche il sicario più spietato ebbe il suo momento di debolezza. Lo sguardo di una bambina lo fece desistere dal commettere un omicidio…….
    Alcuni sacerdoti avevano preso molto seriamente i turbamenti di Pietro Aglieri. Nel suo rifugio durante la latitanza, a Bagheria, il boss aveva fatto costruire una cappella privata dove andavano a celebrare vari sacerdoti, portandogli il loro conforto spirituale. E nota la vicenda che riguarda il frate carmelitano Mario Frittitta, parroco di Santa Teresa, alla Kalsa, nel centro storico di Palermo, assiduo frequentatore della cappella privata del boss. Arrestato, prima condannato e infine assolto, il frate riceveva il sostegno del superiore provinciale dei carmelitani e, quel che più conta, l’accoglienza trionfale dei parrocchiani, nel popolare quartiere palermitano, al momento del suo ritorno dopo l’arresto. Il frate sosteneva di avere solamente esercitato il suo ministero e che era suo dovere rispondere a chi lo aveva cercato. L’interrogativo vero, per molti credenti (a parte i risvolti penali della vicenda), era se il religioso non avesse legittimato con il suo comportamento una via esclusivamente interiore al pentimento da parte dell’uomo d’onore escludendo qualunque tipo di
    cambiamento esistenziale concreto (in primis l’abbandono del sodalizio mafioso) e, ancor più, ogni forma di collaborazione con lo Stato.
    Una commissione di saggi, istituita allora dal cardinale di Palermo Salvatore De Giorgi, ribadiva in una nota pastorale (Una pastorale per i mafiosi? Spunti di riflessione. Un parere per l’Arcivescovo Gran Cancelliere, 19 novembre 1997) che la conversione non può restare un fatto intimistico ma esige una riparazione. Aglieri, che nel frattempo si è dedicato in carcere allo studio della teologia, prima di essere arrestato si era rivolto anche a un altro sacerdote del centro storico di Palermo, don Ribaudo, al quale aveva detto di essere dispiaciuto per quanto era accaduto a padre Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio assassinato dalla mafia il 15 settembre del 1993. Il dispiacere sarebbe ancora più motivato se fosse vero, come sostenevano alcuni cronisti all’epoca, che Aglieri trascorreva sul territorio di Brancaccio parte della sua latitanza mentre all’interno della famiglia della borgata maturava la decisione di uccidere il coraggioso prete palermitano. Ne era venuto a conoscenza il giovane padrino? Se sì, non ha avuto nulla da dire sulla condanna a morte che stava per essere eseguita? Inoltre un simile delitto che, in un certo senso, si può classificare tra quelli che vengono definiti omicidi eccellenti, può essere sfuggito alla regola non scritta per cui è la Commissione di Cosa nostra nel suo complesso a decidere sulla sua attuazione? Addirittura, secondo le dichiarazioni che rilasciava lo storico pentito Tommaso Buscetta alle udienze del maxiprocesso, negli anni Ottanta, ogni omicidio di una certa importanza, salvo forse quelli che fanno parte dell’ordinaria amministrazione della mafia, dev’essere preventivamente approvato dal vertice dell’associazione.
    Non si può commettere un omicidio senza che la Commissione non lo sappia. Se lui non è capomandamento si rivolge al capomandamento e il capomandamento lo riferirà in Commissione. Nessun rappresentante si arbitrerà ad ammazzare una persona senza essersi rivolto al suo capomandamento che Io farà presente in Commissione (in «Giornale di Sicilia», 4 aprile 1986, trascrizione di interrogatorio).
    Non sappiamo quanto le regole descritte da Buscetta siano cambiate, in ogni caso Pietro Aglieri era allora pienamente partecipe del massimo organismo decisionale della mafia. La storia del killer-teologo, riassunta sommariamente, ci ricorda quanto siano ingarbugliati, al di là di ogni folklore, gli intrecci tra religiosità e mafia.
    Il problema, come sempre, è dividere il grano dalla zizzania. Aglieri, nonostante le sue pretese ricerche teologiche, non ha mm cercato di spiegare come potesse conciliare i suoi tormenti interiori con la sua adesione alla strategia stragista adottata dalla Commissione mafiosa, all’inizio degli anni Novanta, dai massacri di Capaci e via d’Amelio, agli attentati di Milano, Roma e Firenze.
    L’estate del 1993, in particolare, non fu facile da dimenticare. Cosa nostra mise in pratica una strategia eversiva che colpiva l’intero territorio nazionale. Con gli attentati alle chiese di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro, a Roma, che ferivano il cuore della Chiesa cattolica e con le bombe al patrimonio artistico nazionale. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993, in via dei Georgofili a Firenze, un’auto imbottita di tritolo esplose a un incrocio di strade. Era la sfida lanciata dai corleonesi all’applicazione dell’ormai celebre articolo 4lbis, che prevedeva il carcere duro pei i mafiosi. L’obiettivo erano probabilmente le ricchezze artistiche della città, la torre dei Pulci, la galleria degli Uffizi, altri edifici storici. Morirono cinque persone, quarantotto furono i feriti. Un grande poeta come Mario Luzi, rievocando la tragedia, avrebbe abbandonato la consueta cifra ermetico-esistenzialista per fare i conti con l’orrore della storia:
    Sia detta per te Firenze,
    questa nuda implorazione.
    Si levi sui tuoi morti,
    sulle tue molte macerie,
    sui tuoi molti
    visibili e invisibili tesori.
    Almeno in un’altra occasione, il cristianesimo di Luzi avrebbe nutrito la sua poesia di un commosso impegno civile per le vittime della mafia. Nel 2003, a dieci anni dall’assassinio di padre Pino Puglisi, il poeta elaborava un testo teatrale denso e coinvolgente. Uno dei protagonisti così si esprimeva al principio dell’opera: «Palermo significa qualcosa / comune a tutti noi uomini-uomini, / qualcosa che ci tocca e le appartiene / forse per delega, forse per destino» (M. Luzi, Il fiore del dolore, Edizioni della Meridiana, Firenze 2003, p. 11). Per capire l’Italia di quegli anni, con tutto il suo meglio e tutto il suo peggio, con le sue trame mai svelate e i suoi eroi sempre traditi, bisogna comprendere Palermo. Per comprendere Palermo, bisogna comprendere la vicenda umana e religiosa di don Giuseppe Puglisi.

    Mafia di pastori?
    I cristiani non devono abbassare la testa all’autorità civile ma devono assumere nei confronti di questa un atteggiamento di contestazione quale fu quello di Cristo. La sua azione fu infatti tanto rivoluzionaria da sovvertire l’ordine costituito e tale dovrebbe essere quella di noi cristiani, per sovvertire l’ordine di una società fondata su basi non cristiane.
    Queste parole le pronunciava Pino Puglisi negli anni Settanta, in un centro sociale alla periferia di Palermo, davanti a un gruppo di giovani liceali che cercava di aiutare nel servizio che avevano iniziato. Il centro sociale di via Decollati accoglieva bambini tra i più poveri, provenienti dai quartieri orientali della città. Ho ritrovato queste parole nell’archivio Giuseppe Puglisi, che si trova in via Matteo Bonello, di fianco alla cattedrale del capoluogo siciliano. L’archivio è custodito da una cara amica del sacerdote ucciso dalla mafia, suor Agostina Aiello. All’epoca, Agostina era responsabile del centro di via Decollati e invitava Puglisi a partecipare alle riunioni con quei ragazzi, che si spostavano dai quartieri bene della città per iniziare un cammino tra i più poveri. Anche Puglisi faceva un piccolo viaggio. Allora non si trovava a Palermo e, per andare agli incontri, si spostava settimanalmente dalla sua parrocchia, posta a più di cinquecento metri di altezza rispetto al livello del mare. Veniva da Godrano, un piccolo centro arroccato su una pietraia con appena milleduecento abitanti, dove fu parroco dal 1970 al 1978. L’esperienza nel piccolo comune di montagna fu importante per don Pino. Qui dovette fare i conti con una faida che lacerava i cuori da decenni, al cui confronto altre faide più conosciute impallidiscono…….. La faida di Godrano aveva però un sovrappiù. Era diventata il principale automatismo che regolava quella piccola umanità. Era il sistema che ordinava i rapporti tra le cosche e all’interno della comunità civile a cui tutti si erano rassegnati. Quando Puglisi giunse a Godrano, l’inizio della faida risaliva al principio del secolo.
    Due nuclei familiari, i Barbaccia e i Lorello, non hanno mai più smesso gli abili neri da lutto; i gruppi clientelari dell’una e dell’altra famiglia hanno conosciuto la lupara, la latitanza, il confino di polizia, talvolta — per brevi intervalli — il carcere. Ma di tutta la spaventosa serie di crimini perpetrati per sei decenni in un paesello che forse non raggiunge le dimensioni di piazza del Duomo a Milano non restano, agli atti giudiziari, che 15 denunce all’Autorità Giudiziaria, 5 arresti eseguiti, 20 sentenze di proscioglimento in istruttoria (in «L’Ora», 3 settembre 1960).
    Dal primo assassinio nel 1901, fino al 1960, nei dintorni di Godrano furono registrati quarantacinque omicidi oltre a furti, incendi e distruzioni di mandrie. Gli abitanti vivevano di pastorizia e di guardiania sui pascoli e tutti gravitavano intorno ai pascoli del bosco demaniale di Ficuzza, una delle oasi naturali più belle della Sicilia. Oltre a essere un luogo meraviglioso per gli amanti delle scampagnate, il bosco di Ficuzza era da sempre uno dei principali teatri per gli scontri tra gruppi di mafiosi avversi. Inoltre, con i suoi oltre 4500 ettari di vegetazione, era uno dei rifugi preferiti dei latitanti e nascondiglio ideale per il bestiame rubato dai banditi di Godrano, Marineo, Monreale e Corleone. L’amministrazione del bosco era di competenza dell’ Azienda per le foreste demaniali della Regione Siciliana, i cui dipendenti erano addetti a lavori di pulitura, rimboschi mento, taglio, costruzione di strabelle e spartifuoco, oltre a vigilare sulla sicurezza del bosco in genere……
    I tanti morti, i non pochi rapporti di denunzia, le sopravvenute condizioni della sicurezza pubblica, non hanno fatto registrare in questi ultimi anni fatti di sangue ma è indubbio che la catena di delitti sopra sintetizzata è stata espressione del fenomeno mafioso con carattere locale e personale ma il movente delle “faide” fra gruppi mafiosi contrapposti trasse origine dal predominio nello sfruttamento dei pascoli del “bosco della Ficuzza” e si andò sviluppando nella spirale dell’odio e delle vendette a catena (atti della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno mafia in Sicilia, doc. 542, 1 agosto 1969).
    Per cercare di sanare le tante ferite, padre Puglisi fece leva sui due anelli apparentemente più deboli della catena dell’odio: i bambini da un lato, e le donne dall’altro. Gli esponenti femminili dei due anelli furono i primi a raccogliere l’invito a convertire il proprio cuore. Anche a Godrano la donna si trovava al centro di un intreccio nel quale erano legati onore, mafia e religiosità e di cui essa si faceva in qualche modo garante, rispetto alla comunità, per il suo uomo. Il lavoro di Puglisi mirava a restituire una dignità a individui che non avevano mai avuto fino ad allora una capacità di reazione a dei disvalori identificati come inviolabili. La religione che esse avevano conosciuto si era limitata ad avallare il loro stile di vita, enfatizzandone il ruolo di custodi del nucleo familiare. In quel contesto la conversione delle donne era indispensabile per eliminare il conflitto alla radice e per portare una pace non esteriore. Si trattava di una vera e propria nuova evangelizzazione, portata in una terra di antica cristianità.
    Una signora venne un giorno e mi disse: «Padre, o riesco a far pace con la madre dell’assassino di mio figlio oppure non posso più organizzare questi incontri a casa mia».
    «E allora faccia pace…».
    «Ma come faccio?»
    «Lei continui a ospitare i cenacoli. Vedrà che il Signore le darà l’occasione».
    Un giorno la madre dell’assassino, che era pure colpevole perché aveva sollecitato la vendetta, scivolò e cadde proprio davanti all’abitazione di questa signora che era venuta a parlarmi. La donna corse fuori, l’aiutò, l’accompagnò in casa sua. E fecero pace per davvero (F. Deliziosi, Don Puglisi. Vita del prete palermitano ucciso dalla mafia, Mondadori, Milano 2001, p. 96).
    Le madri, in particolare, venivano finalmente poste di fronte a un’alternativa rispetto ai codici tribali di una società chiusa. Era la prima vittoria che il sacerdote otteneva nella sua lotta alla mentalità mafiosa……………….

    Il mondo salvato dai ragazzini
    Don Giuseppe Puglisi veniva nominato parroco di Brancaccio, presso la chiesa di San Gaetano, il 29 settembre del 1990. Era nato poco distante dalla chiesa e nella borgata vi aveva trascorso i primi anni di vita, nella zona chiamata “Stati Uniti”, la più povera e degradata. Dopo la guerra si era trasferito con la famiglia sul lungomare di Romagnolo, nella borgata contigua di Settecannoli. In queste povere e abbandonate strade della periferia palermitana, padre Puglisi ebbe le sue prime esperienze pastorali: ad appena venti anni, il 25 luglio del 1960, assunse l’incarico come vicario cooperatore nella chiesa del Santissimo Salvatore, dalla bella facciata in tufo. Il luogo in cui verrà assassinato, più di trenta anni dopo, ricade nel territorio di questa parrocchia: piazza Anita Garibaldi. Puglisi acquisì una mappa geografica e umana del territorio che gli sarà utile ancora molto tempo dopo. Don Pino era un giovane prete in ricerca, che non amava trascorrere le giornate unicamente somministrando sacramenti o ricevendo la gente nel chiuso delle sacrestie. Ancora oggi alcuni anziani parrocchiani ricordano quel giovane sacerdote che richiamava intorno a sé tanta gente, soprattutto ragazzi e ragazze, fino ad attirarsi, senza che se ne conosca bene il motivo, le ire del parroco di allora. Nel 1964 iniziò a collaborare con il rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi, sempre nei pressi di corso dei Mille, uno splendido monumento normanno edificato intorno al 1071. Si narra che la chiesa sia stata costruita sul luogo in cui si accamparono le truppe di Roberto il Guiscardo prima del trionfale ingresso a Palermo fino ad allora dominata dagli arabi. Tre P guardava con gioia al mondo che lo circondava. Nelle sue predicazioni, ricordando come i cristiani siano chiamati alla gioia e al dovere di testimoniare questa gioia, amava citare un grande filosofo ateo, Nietzsche, là dove scrive: «Se è vero che voi credete in Cristo risorto e presente, perché, quando uscite dalle chiese, non uscite col sorriso sulle labbra, ballando di gioia? Sembrate invece così tristi!» (F. Pizzo, Don Giuseppe Puglisi educatore dei giovani eformatore di coscienze giovanili, Campi scuola 1984-1992, Boccone del povero, Palermo 1994, p. 58). Puglisi non era uno di quei preti che non sono mai usciti dalla parrocchia loro assegnata, fin dal primo incarico, fino a farne, talvolta, una sorta di feudo personale chiuso alle influenze del mondo esterno. Quando divenne parroco a Brancaccio, don Pino era anche un sacerdote ricco di esperienze: era stato assistente spirituale della FUCI, la federazione degli universitari cattolici; per dieci anni aveva insegnato religione al liceo classico Vittorio Emanuele II; dal 1979 era stato chiamato a sostegno del Centro diocesano vocazioni e poi a dirigerlo. Soprattutto, era un uomo spirituale, radicato nell’obbedienza alla Chiesa, sua unica forza per accettare l’incarico in quella vera e propria fossa dei leoni che era allora Brancaccio. Sul territorio comandavano i terribili fratelli Graviano. Giuseppe e Filippo governavano il mandamento in perfetto accordo con i corleonesi di Totò Rima e Provenzano. Giuseppe, il vero capo, veniva chiamato dai picciotti Madre natura. La famiglia Graviano abitava a circa una cinquantina di metri dalla chiesa di San Gaetano. I Graviano erano parrocchiani di padre Pino ed erano molto cattolici. Ma quel piccolo prete sembrava volerli sfidare. Si era messo in testa di far diventare la borgata un posto più umano. Scriveva centinaia di lettere. Al cardinale, al sindaco, al prefetto, ai parrocchiani, a tutti coloro che potevano aiutarlo. In via Azolino Hazon, alle spalle della chiesa parrocchiale, c’era un vecchio magazzino utilizzato come luogo di raccolta per la droga. Alle istituzioni don Pino aveva chiesto aiuto perché il deposito di via Hazon fosse trasformato in un ambulatorio. In comune chiedeva che una delegazione comunale, ormai abbandonata e cadente, divenisse una palestra. Diceva che in fondo, a Brancaccio, «la mafia è il male minore». C’è tanta povertà, c’è tanta indifferenza. C’è poi una zona in cui ci sono un 150 famiglie provenienti dal centro storico di Palermo. Abitavano nelle case che sono state demolite, case fatiscenti che stavano cadendo. Il Comune le ha dovute sgomberare e agli abitanti sono state assegnate le case di due palazzi e mezzo requisiti dal Comune, contenuti nella parrocchia. E lì c’è tutto: ci sono tanti bambini che vivono in mezzo alla strada imparando soltanto il male… e dalla strada imparano solo il male! (in Archivio Giuseppe Puglisi).
    Di fronte ai drammi del quartiere trovò degli alleati nei membri di un Comitato intercondominiale, formatosi spontaneamente per chiedere condizioni di vita migliori e servizi per il territorio a partire da una scuola media che a Brancaccio — unico quartiere di Palermo — era assente. Cominciò a esporsi sempre di più. Iniziarono anche i segnali per intimidirlo, gli avvertimenti velati, le minacce ai volontari, fino ad arrivare alle aggressioni fisiche. E poi, nel luglio del 1993, l’attentato a una ditta che svolgeva lavori in chiesa. Il clima diventava sempre più pesante. E padre Puglisi scelse di mettersi in mostra ancora di più. Sentiva che più si esponeva lui, meno rischi ci sarebbero stati per
    i suoi amici e per tutti coloro che lo aiutavano. Decise di rivolgersi a viso aperto ai capimafia di Brancaccio, suoi parrocchiani, residenti a pochi passi dalla parrocchia, all’indomani degli atti intimidatori più gravi: «Parliamone, spieghiamoci, vorrei conoscervi e conoscere i motivi che vi spingono a ostacolare chi tenta di educare i vostri bambini alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori della cultura e dello studio» (in B. Stancanelli, A testa alta, cit., p. 117).
    Educare i figli dei mafiosi. Ecco la grande scommessa di don Pino, la sua vera utopia. Nel bel film di Roberto Faenza sul sacerdote siciliano, Alla luce del sole, che pure, in certi passaggi, lascia troppo spazio a qualche licenza poetica, questo tratto dell’esperienza umana di Puglisi è messo bene in luce: bambini cresciuti a una pedagogia della violenza trovavano in quel piccolo prete un orientamento profondamente diverso rispetto a quello dettato dall’ etica mafiosa. Puglisi rivelò pubblicamente il suo sogno di cambiamento a coloro che lo osteggiavano. Confidava che anche gli uomini di Cosa nostra potessero convincersi del valore del dialogo. Al momento di giungere nel quartiere non affrontò il suo rapporto con le famiglie coinvolte in attività criminali in maniera semplicistica. Sapeva che il dilemma non era scegliere tra la denuncia aperta e l’acritica accettazione di una situazione di fatto. C’era una terza via.
    C’è fra di noi chi va a trovare una famiglia che ha il figlio in carcere non perché drogato ma perché spacciava droga. In alcuni casi è tutta la famiglia che spaccia droga. Lì si può soltanto dire: siamo solidali con voi in questo momento di sofferenza. Ma con uno stile molto diverso. E come se lanciassimo un messaggio: siamo vicini a voi e ai vostri figli. Diventa una controproposta anche per loro: uno stile di vita. Per loro lo scopo della vita è guadagnare. A qualsiasi costo. Un volontario e una suora che vanno lì, nelle loro case, con senso di solidarietà, di gratuità, di amore cristiano, rappresentano una controproposta che potrà avere una efficacia in seguito (ivi, pp. 83-84).
    Al di là degli affiliati all’organizzazione, la vera forza della mafia, a Brancaccio e in altri quartieri di Palermo, è la vasta presenza di una zona grigia attorno a Cosa nostra composta da professionisti, imprenditori e gente comune che agli uomini d’onore fornisce supporto logistico, canali all’interno della pubblica amministrazione, vie d’accesso privilegiate al credito, possibilità di riciclaggio immediato dei profitti derivanti dal commercio di droga e armi. Con questo mondo Puglisi non si trovava a proprio agio, anche se sapeva come trattarlo. Il parroco di San Gaetano sapeva essere misericordioso con la bassa manovalanza mafiosa ma anche intransigente con la «mafia dei salotti buoni», quella dei colletti bianchi, che si muoveva a suo agio nei circoli più esclusivi, che era ben accolta dai direttori di banca e nelle alte sfere della burocrazia regionale. Dopo qualche tempo dal suo arrivo a Brancaccio provarono ad avvicinarlo con i soliti metodi. Padre Pino voleva costruire un centro polivalente per la gente del quartiere. Con l’aiuto di alcuni volontari, del cardinale Pappalardo (e indebitandosi personalmente) Puglisi diede vita al Centro Padre Nostro, un centro per il sostegno ai minori. Per tanti una vera e propria oasi di pace in un deserto di violenza.
    Una suora che ha collaborato con don Puglisi alla fondazione del Centro Padre Nostro, ha descritto così i bambini di Brancaccio (ma potrebbero essere i bambini del Capo, dello ZEN, di San Cristoforo, di Scampia, delle mille banlieus meridionali):
    Non hanno una meta fissa, vivono sempre fuori, all’aperto, per strada, ignari di un destino che li attende per divorarli, strumentalizzarli, usarli, e, infine, ingoiarli. Li chiamo “figli del vento” perché sono liberi e corrono instancabili da una parte all’altra, arrampicandosi su alberi, cancelli e case e vanno, nella pioggia e nel vento, incontro alla vita senza schemi, senza regole, senza padri e senza madri; senza punti di riferimento. Vanno soli, indifesi, abbandonati dagli adulti che li usano per i loro subdoli scopi, per una manovalanza a basso prezzo e poi li gettano di nuovo via pei la strada (C. lavazzo, Figli del vento. Padre Puglisi e i ragazzi di Brancaccio, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, p. 13).
    Don Pino voleva creare un luogo in cui i bambini potessero essere strappati alla scuola feroce della strada, potessero trovare aiuto le fasce più povere del quartiere e in cui la gente potesse ricevere risposte senza chiederle ai mammasantissima di turno. Uno spazio liberato in un deserto di servizi e di possibilità. Il sacerdote aveva individuato la sede e ottenuto un aiuto dalla curia ma servivano altri soldi. Si rivolse a un importante uomo d’affari, all’apparenza onesto ma in realtà legato a doppio filo ai Graviano. Di fronte alla richiesta del sacerdote di un sostegno per iniziare il centro, l’imprenditore si mostrò disponibile in tutto, per poi domandare: «Ma se io le do queste cose, padre, lei poi cosa mi dà in cambio?». Davanti a questa risposta, Puglisi si alzò e se ne andò.

    Un sorriso di fronte al carnefice
    Quando Nino Mangano dava un ordine, non vi era più nulla da discutere. Uomo dalle solide radici mafiose, Mangano era una figura complessa. Titolare di un’agenzia assicurativa — dal nome umile di Universo — era stato anche presidente del popoloso quartiere di Settecannoli per la Democrazia Cristiana. Aveva già subito il fastidio dell’ arresto una prima volta negli anni Ottanta ma questo aveva solo accresciuto il suo prestigio sul territorio. Nella zona di corso dei Mille manteneva a sua disposizione un gruppo di fuoco composto di sicari tra i più efficienti dì tutta Cosa nostra, secondo le migliori tradizioni della locale famiglia mafiosa. La punta di diamante di questo squadrone della morte era Salvatore Grigoli, uno che, ad appena trent’anni, aveva commesso circa quaranta omicidi. Sebbene non fosse ancora formalmente uomo d’onore era già uno dei killer più richiesti del mandamento di Brancaccio. Lo chiamavano “il cacciatore”. Quando il suo diretto superiore in Cosa nostra gli dette l’ordine di ammazzare un prete che rompeva le scatole, per conto dei Graviano, non si fece troppe domande. Non lo conosceva nemmeno di viso, come capita di frequente ai sicari mafiosi. Si fece accompagnare da altri due assassini, Gaspare Spatuzza e Luigi Giacalone. Un commando per uccidere un uomo solo e disarmato. Iniziarono a seguirlo, a pedinano. Trovarono l’occasione buona una sera. Era il 15 settembre del 1993. Padre Puglisi compiva quel giorno cinquantasei anni. L’assassino del sacerdote, dopo aver iniziato a collaborare con la giustizia, ha voluto rendere pubblico un suo percorso di rinnovamento interiore. Al di là dei dubbi che ognuno può nutrire sulla conversione del sicario, ciò che mi è apparso convincente nel suo racconto è il dettaglio del sorriso di don Pino al momento di essere ucciso. Il giornalista che intervista Grigoli gli chiese ad un certo punto:
    «Era nervoso, guardingo?»
    «No. Era tranquillo. Che era il giorno del suo compleanno lo scoprimmo dopo. Spatuzza gli tolse il borsellino e gli disse: “Padre, questa è una rapina”. Lui rispose:
    “Me l’aspettavo”. Lo disse con un sorriso. Un sorriso che mi è rimasto impresso».
    «Il sorriso di un santo?»
    «Non ho esperienza di santi. Quello che posso dire è che c’era una specie di luce in quel sorriso. Un sorriso che mi aveva dato un impulso immediato. Non me lo so spiegare: io già ne avevo uccisi parecchi, però non avevo mai provato nulla del genere» (in F. Anfossi, E li guardò negli occhi. Storia di padre Pino Puglisi il prete ucciso dalla mafia, Edizioni Paoline, Milano 2005, p. 81).
    Il mafioso non aveva mai visto prima la sua vittima. Non conosceva quel suo modo di sorridere, non sarcastico né irriverente ma comunicativo più di tante parole. Eppure è quel sorriso, sostiene, il sorriso di un condannato a morte, a turbarlo tuttora.
    Quel sacerdote non era neppure uno di quelli che, agli inizi degli anni Novanta a Palermo, venivano etichettati come “preti antimafia”, anche se don Pino aveva simpatia per quello che potremmo definire una sorta di risveglio cattolico contro la mafia, un movimento dal basso che vedeva coinvolti, già a partire dagli anni Ottanta, una pluralità di soggetti variamente legati alla galassia ecclesiale.
    Se nel secondo dopoguerra, per lungo tempo, l’impegno e la denuncia sul fronte della mafia sono stati, in Sicilia, appannaggio prevalentemente del Partito comunista — tanto da alienare molte delle simpatie del mondo cattolico verso tali campagne — “il nuovo movimento antimafia”, invece, vede coinvolti in prima linea parti importanti del volontariato cattolico, delle parrocchie, dei centri sociali e della gerarchia ecclesiastica. Sotto questo profilo, il fenomeno si connota per una dichiarata trasversalità che vede affiancate persone provenienti da esperienze e affiliazioni politiche diverse (F. Ramella — C. Triglia, Associazionismo e mobilitazione contro la criminalità organizzata nel Mezzogiorno, in L.Violante, a cura di,op.cit.,p.41.)

    Anche padre Puglisi organizzava manifestazioni, rilasciava qualche intervista a quei pochi giornalisti che passavano per Brancaccio ma non era davvero il più esposto tra i preti di Palermo, tanto che nessuno si era mai nemmeno posto il problema se avesse bisogno di una scorta. C’era davvero, per la mafia, la necessità di ucciderlo?
    Un celebre giornalista, Giuseppe D’Avanzo, si è posto qualche tempo fa un’altra domanda: chi ha vinto tra la mafia e Puglisi? Ha vinto la mafia, si potrebbe anche dire, hanno vinto i mandanti dell’omicidio, hanno vinto i Graviano e lui è morto. Poteva forse andare diversamente? La debolezza delle parole contro la violenza e la forza delle armi. Democrazia, libertà, uguaglianza.., in fondo sono solo parole. Credo che dal sacerdote ucciso dalla mafia venga per tutti un lezione alta e laica di resistenza a ogni imbarbarimento della vita democratica. Sappiamo inoltre che, alla vigilia della morte, padre Puglisi evitava di farsi accompagnare per proteggere i suoi amici di ogni pericolo.
    Non avrebbe potuto comportarsi diversamente o avrebbe tradito tutto ciò che aveva insegnato ai suoi ragazzi lungo il corso della su esistenza, a cominciare dal valore autentico dell’amicizia. Al di
    delle vicende legate alla mafia, che hanno portato alla sua morte a Brancaccio, padre Tre P ci ha lasciato con il suo martirio un messaggio certamente più duraturo. Ci ha ricordato in cosa vale la pena di investire la nostra esistenza. Ha scritto Agostina Aiello, assistente sociale missionaria e amica di don Giuseppe Puglisi per oltre vent’anni, come nell’esperienza del sacerdote palermitano sia possibile leggere «una testimonianza che irradia di luce il cammino di tanti, all’interno e all’esterno della Comunità ecclesiale» (Agostina Aiello, Ricorda, Racconta, Cammina, 26 novembre 2005; copia in possesso dell’autore).

    Tratto da:Vincenzo Ceruso,Uomini contro la Mafia….,Newton Compton Editori,2008,pp.207-224.

  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: