L’ultima ideologia

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Sembra che, vent’anni dopo il crollo del muro di Berlino, il crollo di Wall Street si porti via l’ultima ideologia del novecento. Rivolgendosi ai Padri Sinodali, Benedetto XVI ha recentemente paragonato questa crisi globale dei mercati finanziari al crollo della casa costruita sulla sabbia, di evangelica memoria. Certo, occorre andar cauti a tirare Dio dalla propria parte, affinché non accada, alla luce dei fatti, come a G. W. Bush (il quale fino a poco tempo fa amava biblicamente ripetere che la democrazia americana è una “città edificata su un monte”) di sbagliare clamorosamente versetto. Ma forse, trattandosi del Vicario di Cristo, questa volta possiamo confidare che la citazione sia quella giusta. Vi sono parecchi passi, infatti, in cui i vangeli toccano il tema della ricchezza, del benessere materiale e della giustizia economica, e la citazione proprio di quella metafora, la casa, le sue fondamenta e la sabbia, che tra l’altro non pare avere nel contesto da cui è tratta un particolare riferimento al denaro, non può certamente essere casuale. Nel Vangelo di Matteo (la versione datane da Luca ne è debitrice) l’immagine delle due case edificate rispettivamente sulla roccia e sulla sabbia ha un posto di rilievo perché chiude, per l’appunto, il celebre Discorso della Montagna, il più grande e importante nei sinottici. Esso raccoglie le linee programmatiche dell’Annuncio e offre una sintesi del pensiero di Gesù e dei suoi temi preferiti. La similitudine è preceduta da un “chiunque ascolta queste mie parole è simile a…” Durante il discorso, il monte su cui stanno Gesù e il suo uditorio era entrato già una volta nel dire stesso di Gesù: “Non può restare nascosta una città che sta sopra un monte” (5,14). Se “città” è, dunque, l’uditorio di Gesù allora la “roccia” (in aramaico cefa, pietra, ma anche rupe, o monte) è precisamente il discorso che sul quel monte è appena stato pronunciato e l’atto del fondarvi sopra la casa (o meglio ancora di ricavarsi o scavarsi dentro di essa un rifugio) è il costituirsi dell’esistenza credente sulla Parola di Cristo, e sulle parole di quel preciso Discorso in particolare. Ma che dire allora dell’antitipo dato dalla “sabbia”? Nel Discorso della Montagna Gesù parla di fame e sete di giustizia anche in riferimento ai beni mondani, ma non esclusivamente. Perché allora associare l’immagine delle fondamenta di sabbia a una crisi finanziaria sia pure di proporzioni mondiali? L’immagine è stata suggerita solo dall’analogia del crollo di un muro (come possono essere Wall Street o Berlino) con il crollo di una casa dalle fragili fondamenta, o c’è dell’altro? Se il fondamento roccioso è dato dalle parole del Discorso della Montagna, la sabbia dev’essere un terreno che gli somigli ma che nella sostanza è ad esso opposto. Per “sabbia” non dovrebbe intendersi dunque il denaro, la finanza, il mercato, bensì una dottrina, un’ideologia antagonista, che contende al Discorso della Montagna l’ambizione di fondare una casa comune dell’umanità. Non una “semplice” dottrina economica, dunque, ma un’intera e coerente visione alternativa dell’uomo. L’ideologia liberista ha una sua base etica e addirittura religiosa, come ha mostrato Max Weber. E’ qui che bisogna individuare, nella ripresa della metafora da parte di Benedetto XVI, la fragilità delle sue fondamenta, nelle premesse utilitaristiche ed individualistiche della sua “eticità”. L’ideologia liberista ha una sua base etica ed anche una matrice religiosa giudaico – cristiana. Tuttavia quanto più mutano le condizioni culturali ed economiche in cui essa ebbe origine, tali premesse producono effetti contraddittori con il suo quadro ideale di riferimento, che è proprio il Discorso della Montagna. Il liberalismo, nella formulazione “classica” datane originariamente da J. Locke e dagli altri suoi fondatori, aveva lo scopo di permettere «la coesistenza pacifica in una unica società di fedi, sistemi di valori e modi di vivere diversi» (Timothy Garton Ash, la Repubblica, 10.10.2008, p. 43). All’origine del liberalismo, come nella Pacem in Terris, c’è dunque l’obiettivo dell’abbattimento di una certa quota di conflitto sociale. Quest’ideale di uguaglianza e tolleranza delle diversità trovò nell’utilitarismo il suo punto di riferimento etico. L’utilitarismo può essere definito come la riformulazione secolare dell’introduzione del discorso della Montagna, le celebri otto beatitudini: «Beati i poveri in spirito…». Centrale, in entrambi, è il desiderio umano di felicità. Il nocciolo, e la fortuna, dell’utilitarismo consiste nell’identificazione della felicità con la soddisfazione, e del bene con l’utile. Questa sovrapposizione, infatti, ha reso misurabile, in termini di preferenze, non solo il bisogno di felicità ma anche il bene stesso. Nell’impostazione utilitarista il bene è il risultato di un calcolo, si direbbe oggi, minimax; quella che non a caso Bentham definiva la “formula della felicità”: dar soddisfazione al maggior numero possibile di preferenze col minor numero possibile di preferenze non soddisfatte. Il bene è l’efficienza della capacità di ottimizzare l’utile. La regola aurea, centrale nel Discorso della Montagna, ossia l’ascendenza morale originaria del liberismo, “fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”, ha così subito una mutazione solo apparentemente lieve: “fa’ agli altri secondo le loro preferenze”. Le ragioni del successo del liberalismo che, specialmente dei paesi anglosassoni, hanno portato alla quasi perfetta convertibilità di democrazia e liberalismo, stanno nell’adattabilità dell’utilitarismo etico ai regimi democratici. C’è, nell’importanza accordata alle preferenze individuali e nell’uguaglianza nel trattare tali pretese individuali alla soddisfazione, un’evidente affinità tra democrazia e utilitarismo. Una risposta ad un bisogno, una soluzione ad un problema collettivo, una politica pubblica di allocazione di risorse è considerata tanto più buona quanto maggiore è l’efficienza che mostra di possedere in queste due direzioni: garantire la libertà d’espressione delle preferenze e, secondo, nella capacità di soddisfarle. Ma, d’altra parte, la quantificabilità del bene, che si viene a determinare in questo modo, rende confrontabili, quasi “scientificamente”, politiche alternative. La critica che più di frequente viene rivolta all’impostazione utilitarista dell’etica è che una preferenza arbitraria, immotivata o incompetente o, al limite, capricciosa, folle o autolesionista, vale per uno, esattamente quanto qualsiasi altra preferenza saggiamente ponderata in prospettiva di un duraturo e disinteressato conseguimento del bene comune. L’utilitarista non chiede cosa significhi una determinata preferenza ma solo che essa sia espressa nella maniera formalmente corretta. L’attenzione così è spostata dai contenuti alle procedure del conseguimento della felicità. Il formalismo, il disinteresse per gli aspetti qualitativi della felicità si trasformano in una certa debolezza nello stabilire limiti e norme sostanziali: quali preferenze prendere concretamente in considerazione? In teoria quelle di tutti, indistintamente. Ma vi è una certa difficoltà a determinare l’insieme su cui applicare il calcolo utilitaristico, che può frequentemente dar luogo a discriminazioni di classe, razza, nazionalità, anche laddove queste vengano formalmente rifiutate. Preferenze apparentemente individuali sono il più delle volte dettate dai gusti e dalla cultura del gruppo cui si appartiene. Seppure ha una tendenza ad estendersi, l’utile ha al tempo stesso un’inclinazione contraria alla chiusura, ad accentuare identità e conflitti. Così, per un canto, nel liberismo i limiti di validità delle norme tendono a svaporare, tendono continuamente all’autoabrogazione. La totale deregolamentazione del mercato non sarebbe, da questo punto di vista, che l’estremizzazione di un tratto essenziale nell’ereditarietà etica del sistema liberista. Dall’altra parte l’utile, solitamente, tende in concreto a non coincidere affatto con le preferenze dei più, ma con quelle dei gruppi contrattualmente più forti o con maggiore disponibilità di mezzi di persuasione. La regola aurea subisce così un’ulteriore trasformazione: “fa’ in modo che tutti abbiano le tue stesse preferenze”. L’appiattimento della politica sui suoi aspetti formalistici, finanziari e quantitativi trascina con sé la tendenza al conformismo etico, alla manipolazione mediatica del consenso, a sostituire il contraddittorio pubblico con il sondaggio d’opinione. L’ambivalenza del sistema liberista diventa evidente in questi giorni in cui le contraddizioni tra le sue matrici religiose e i suoi esiti storici danno spettacolo di sé nelle risposte protezionistiche al crollo dell’ultima ideologia. All’interno dei sistemi ultraliberisti i gruppi ricchi impongono un ricatto utilitaristico ai gruppi deboli: per questi ultimi si tratta di chiedersi se preferiscono pagare il conto dell’egoismo di chi per anni si è arricchito a loro spese; oppure punirli, e perdere tutto. Ma anche nelle dinamiche economiche globali l’ingiustizia degli esiti utilitaristici tradisce le aspirazioni ideali del liberismo. Qui viene in mente il folgorante giudizio di Noam Chomsky: il liberismo per le economie povere, il protezionismo per quelle ricche. I Paesi ricchi che, fin quando s’arricchivano, costringevano quelli poveri, col miraggio dello sviluppo, a un liberismo senza regole, pretendono un protezionismo per sé, ora che essi stessi s’impoveriscono. Praticamente la versione finanziaria del personaggio dell’Alice di L. Carroll, Humpty-Dumpty. Fortunatamente c’è anche un aspetto positivo in tutto ciò, e di non piccola importanza, giacché si fa sempre più chiara l’impossibilità di ridurre la democrazia a mera procedura tipica del sistema economico compiutamente espresso dall’ideologia liberale.

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