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Cattolici in politica. Coscienza: istruzioni per l’uso

R. Magritte, La réproduction interdite

“Cristo non avrà altri alleati
che i diritti dell’uomo.
Che verranno negati”
(Maurice Clavel)

Nel corso di una sua visita pastorale in Italia, Benedetto XVI ha recentemente auspicato la nascita di una nuova generazione di cattolici rigorosi in politica (7 settembre 2008, Cagliari). Ora, è vero che il papa parla Urbi et orbi, universalmente, ma egli è anche il primate d’Italia e l’occasione e il luogo in cui rivolge un discorso è anche un’indicazione circa l’uditorio cui si rivolge. Oltre che su una sconfessione dell’attuale generazione di cattolici italiani in politica, sconfessione che c’è, ed è stata colta da tutti (stampa, televisione, cittadini cattolici e no) tranne che dai principali destinatari, l’accento del discorso del Pontefice ricade sull’aggettivo “rigorosi”, che significa competenti come politici e al tempo stesso come cattolici, ben attenti a mantenere distinti i due piani.

1. I cattolici (parlo del cattolicesimo italiano) sono impreparati alla politica innanzi tutto perché disabituati all’uso della coscienza. A tal proposito va detto che le frequenti invasioni di campo della gerarchia cattolica italiana dell’era Ruini non trovano una sufficiente spiegazione in quella smania di onnipotenza della gerarchia che va sotto il nome di progetto culturale della Chiesa italiana. A questa deve aggiungersi la causa legata alla coscienza pigra dei politici cattolici, accompagnata da un’incredibile ignoranza delle cose del Vangelo e dell’anima: ciò di cui gli stessi “laici”, nel senso di non credenti, dovrebbero dolersi. I vescovi si lamentano spesso di tale ignoranza, salvo non vedere la loro propria di singoli credenti e le proprie responsabilità circa questo fenomeno tutto italiano dell’ignoranza religiosa del popolo cattolico, anche praticante, legata a prassi pastorali e velleità di evangelizzazione sbagliate ancorché annose. Insomma, pigrizia della coscienza e ignoranza religiosa sono, come si dice, un fatto generale del costume italiano.

2. La prova dell’esistenza della coscienza, la cui sostanza è la capacità di libero orientamento dell’amore di sé, sta nel fenomeno del pentimento. Nel pentimento [metànoia] si rivela un certo primato della persona sulla natura umana. Il pentimento è tanto più difficile e significativo quanto più contraddice il consenso socialmente diffuso come struttura che sorregge il potere. Per ben funzionare, infatti, la coscienza dev’essere, innanzi tutto, “piena avvertenza”, cioè dev’essere ben formata dal punto di vista cognitivo e capace dal punto di vista affettivo-volitivo, il che dà luogo al “deliberato consenso”. La coscienza va applicata nel “foro interno”, vale a dire in un intimo dialogo della coscienza con se stessa sui propri conflitti, colloquio che si conclude con un giudizio che è strettamente personale e inappellabile. Secondo la migliore tradizione cristiana la coscienza va applicata sempre, in qualsiasi decisione morale, nel caso pratico come sui princìpi generali ed è su di essa che la persona sarà giudicata. Essa va applicata anche alla stessa norma morale, la quale non è altro che un “conflitto già risolto”, un condensato del continuo lavoro della coscienze individuali aperte a una collettività morale e ad una tradizione di moralità.

3. L’errore di fondo nel modo dei cattolici italiani di stare in politica risiede in una contrapposizione tra la coscienza e la norma, ovvero nel credere che la coscienza intervenga solo quando manchi la norma. Di conseguenza, ove si dia la norma, l’appello alla coscienza si ridurrà ad un richiamo all’obbedienza. Un vuoto normativo in campo morale può esservi per due motivi:
– Un conflitto tra valori così nuovo da non trovare risposta nella tradizione etica della collettività cui l’agente morale fa riferimento
– Una mancanza di competenza da parte dell’autorità magisteriale eventualmente riconosciuta dall’agente morale. Come, ad esempio, nel caso degli interpreti della tradizione morale ebraica e cristiana, nel campo di questioni definite dal “Date a Cesare quel che è di Cesare”. Poiché la gerarchia ha emesso norme morali praticamente su tutto, almeno così fa credere l’ignoranza religiosa al politico cattolico tipo, dalla convivenza di persone dello stesso sesso, alla dichiarazione di morte, dai trapianti, alle staminali e via così, “la pertinenza di Cesare”, in cui può scorrazzare libera l’elementare coscienza del politico cattolico, si riduce praticamente ormai, senza distinzione di appartenenza politica, alle beghe di partito. L’ingenua separazione schematica tra il campo di Dio e quello dello Stato non trova conferma nelle parole del Vangelo, sicché le cose attinenti a Cesare e quelle riservate a Dio si giocano sempre sul medesimo terreno della storia e non esistono tra di esse mura divisorie prestabilite, trattandosi di entità concernenti piani diversi di realtà. Mantenere l’equilibrio lungo questo percorso di crinale, in una corretta visione etica, spetta precisamente al continuo esercizio della piena avvertenza e del deliberato consenso, alla coscienza, e costituisce la sostanza di ogni politica laica indipendentemente dal credo personale di chi se ne fa protagonista.

4. Si verifica dunque un’altra sconcertante conseguenza di quest’oblio della coscienza del cattolico italiano in politica. A furia d’insistere sui temi eticamente sensibili, quasi una sorta di area protetta di una presenza specificamente cattolica in politica, la politica dei cattolici diviene sempre più eticamente insensibile. Il risultato di questo modo confessionale e integralista d’intendere la coscienza è paradossale, perché in tutti i temi per definizione non eticamente sensibili le ragioni di scuderia finiscono col prevalere sulla coscienza, e da ultimo, sulle stesse protestate radici cristiane dei sedicenti cattolici buoni per tutte le bandiere.

5. Per la coscienza senza qualificazioni, etica e politica, senza perdersi l’una nell’altra, sono in un costante continuo rapporto, la cui cerniera è la coerenza e credibilità della persona che “fa” politica. Il contributo storico del cristianesimo alla democrazia concerne principalmente le regole del gioco politico, più che i contenuti. E queste regole poggiano su un’antropologia metafisicamente fondata ma che è in grado di reggersi autonomamente, iuxta propria principia, senza necessità, di per sé, d’appellarsi al trascendente. L’insostituibile contributo della coscienza cristiana in politica è di natura rigorosamente civile. Il contributo che l’ineguagliabile bagaglio morale e di pensiero che il cattolicesimo ha saputo esprimere in passato venga oggi messo al servizio di tutti da una nuova generazione di cattolici che stiano in politica secondo una rigorosa coscienza, mirando in primo luogo a due obiettivi: sostenere la fragile cultura dei diritti dell’uomo, oggi rimessi in discussione in Italia, e la difesa delle istituzioni costituzionali.

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  1. 14 ottobre 2008 alle 8:28

    Caro Andrea,

    grazie di questo tuo “coming out” politico, certo non facile, immagino, in una sede tutto sommato pubblica, come un blog.
    Io condivido gran parte delle cose che dici; In particolare sono, come te, convinto che la classe dirigente del PD in Sicilia non è in grado di fare alcuna opposizione anzitutto perché non ha le carte in regola per farla: non ha preparazione, non ha credibilità, non ha legittimazione.
    A questo punto vorrei chiederti, però: perché l’MPA? Esprime davvero una politica diversa o, almeno, lascia liberi dei margini per? Non credi che, al momento, l’unico coerente discorso politico per un cattolico consista nel compiere un passo indietro (o parecchi…), nel dire dei “no” politici, piuttosto che dei sì, per far uscire, prima di tutto, il mondo dei cattolici in politica dal suo imbambolamento?

    Un abbraccio.
    Giampiero.

  2. 15 ottobre 2008 alle 15:46

    Caro Giampiero,

    occupo ancora un po’ dello spazio di questo blog per rispondere alle seguenti due questioni che tu mi hai posto:

    – Perché l’MPA?
    – Non credi che, al momento, l’unico coerente discorso politico per un cattolico consista nel compiere un passo indietro (o parecchi…)?

    Comincio con il rispondere alla seconda e ti rilancio una domanda: imponendomi il silenzio, a chi lascerei lo spazio politico che in oltre quindici anni d’impegno pubblico ho faticosamente costituito? Ed ancora, perché dovrei politicamente annullarmi proprio ora che la Gerarchia ecclesiastica pare voler “chiamare” una classe di politici più rigorosi ed ecclesialmente più preparati?
    No, non penso che il “ritirarsi sull’Aventino” di una persona come me possa essere utile alla società civile e tantomeno alla comunità ecclesiale.
    Invece penso che il mio ritiro sarebbe un grosso regalo all’attuale “casta politica”, che oggi fa il bello ed il cattivo tempo nella nostra Isola e in Italia.
    C’è una terza considerazione, forse di profilo più basso, ma ritengo valida: a causa di molteplici ragioni tecniche connesse alle attuali norme elettorali, che qui non sto ad analizzare, questa congiuntura politica, sarà lunga almeno dieci anni, cioè il tempo minimo necessario perché si ricostituisca a sinistra un nuovo personale politico in grado di porsi come alternativa alla maggioranza attuale. Nel frattempo il dibattito politico si svilupperà tutto interno a quella che è l’attuale maggioranza di governo (che non è detto riuscirà a mantenersi sempre così compatta…) su temi nuovi, come la crisi del mondo globalizzato, la riscrittura dello stato italiano su base federalista, l’ordinamento pubblico delle questioni attinenti la bioetica, ecc..
    Io penso che, in considerazione della mia non più verde età e alla presumibile lunghezza dell’attesa, sarebbe, almeno con riferimento a me stesso, un errore saltare un giro così importante.

    Passo alla seconda questione da te posta: Perché l’MPA?
    Premetto che non considero questo passo la panacea di tutti i mali, ma solo un tentativo estremo di mantenere una qualche efficacia d’iniziativa politica. Altrimenti, premetto, sono pronto da subito a prendere quella via dell’Aventino, che, però, fino all’ultimo cercherò di evitare.
    Infatti, malgrado tutto quello che fin qui ho scritto, non sono certo che nel prossimo futuro continuerò a fare politica!
    Ma dentro il PD, come tu stesso sottolinei, non c’è più nulla da fare, per assenza di progetto, di capacità e di volontà di fare, ad eccezione dell’autoconservazione dei pachidermi ereditati dal passato.
    Ritirarmi tout court dalla politica mi pare un’extrema ratio, che non vorrei percorrere di primo acchito.
    Lombardo è il Presidente della Regione, cioè la “figura istituzionale”, che dimostrerebbe voglia e capacità di fare!
    Può fare male (cosa che tutti a sinistra si aspettano), potrebbe forse anche fare bene, malgrado i suoi trascorsi….
    Non so risponderti, ma la sinistra alternativa non c’è più e non ci sono premesse per rivitalizzarla (anche questo grazie all’“uno-due” messo a segno da Berlusconi con lo sbarramento del 5% e da Veltroni con la cosiddetta “vocazione maggioritaria del PD”), Di Pietro è troppo settorializzato all’ambito giustizia e dopo ho avuto personalmente modo di sperimentare che è poco incline alla democrazia, del PD ne abbiamo già parlato, l’UDC in Sicilia è ancor oggi troppo impastata di cuffarismo!
    Considerando che la Sicilia è stata la prima Regione d’Italia ad avere uno Statuto autonomo (mal usato, certamente!) e considerando il federalismo non come una sistema di frammentazione della Nazione, ma come una modalità per stare più aderenti alle esigenze ed ai bisogni del territorio in cui si vive, io non valuto l’idea federalista un’idea di destra: anzi da un punto di vista ideologico in genere sono le destre a promuovere forme centralizzate di Stato, mentre le sinistre in genere propongono forme di decentramento sempre più avanzate.
    Ma oggi le ideologie non esistono più e, dopo l’ennesima vittoria delle destre in Italia, piaccia o non piaccia, il federalismo è per noi ineluttabile e, ripeto, noi siciliani saremmo in ogni caso i meno titolati ad opporci, visto che dal 1946 ne godiamo, strapazzandolo… ovviamente!
    Ecco, io adesso ho tre cerchie di persone che dalla più lontana alla più vicina sono costituite da:
    – i responsabili politici dell’MPA,
    – gli esponenti della Gerarchia ecclesiale,
    – i miei amici di sempre.
    Io sto vivendo questo momento politico non come un momento di ricerca da parte mia di qualcuno o qualcosa, ma come una offerta o una proposta della mia persona alla collettività.
    Forse questo ti potrà sembrare presuntuoso, ma perché non dovrei aspettarmi di essere chiamato da alcuni di questi per disegnare un comune progetto politico?
    E, in particolare, se le parole di Benedetto XVI esprimono veramente il sentimento attuale della comunità ecclesiale, perché non dovrei aspettarmi di essere chiamato da qualche amico Vescovo o da qualche presbitero curiale? Questi importanti personaggi ecclesiali quanti altri politici con la mia preparazione teologica e sociale possono trovare nell’attuale parterre nazionale e regionale?
    Quando succederà, se succederà mai, questo o qualcosa di simile, io potrò dare ulteriori risposte alle questioni che tu hai sollevato.
    Insomma per ora va così, dopo vedremo.

    Andrea Volpe

  3. 15 ottobre 2008 alle 20:24

    Debbo innanzi tutto scusarmi, caro Andrea, perché mi sono espresso involontariamente in maniera equivoca. Quando dicevo “passo indetro” non intendevo un ritiro dei cattolici dalla politica e meno che mai un tuo ritiro. Pensavo piuttosto a una ricerca di nuove forze, facce e idee, non tanto perché gli attuali cattolici in politica (fatte le debite eccezioni) non sono questo specchio di virtù politiche e morali (quando mai lo sono stati?) ma soprattutto perché la presenza imponente del cattolicesimo nel Paese è di fatto senza una rappresentanza politica e non riesce ad esprimere a livello istituzionale quell’influsso di civilizzazione e umanizzazione che esercita in tutti i settori della vita civile. Gli attuali rappresentanti del popolo che dicono di ispirarsi al cattolicesimo, infatti, sembrano piuttosto rappresentanti della gerarchia. La quale, dal canto suo, non ne sembra particolarmente entusiasta e cerca d’intervenire sulla politica con tecniche da lobby. Su questo punto, lascia che ti esprima, di passaggio, il mio scetticismo circa la reale disponibilità di tutta la gerarchia ad appoggiare la “linea” di Ratzinger. Molti, troppi ecclesiastici sono troppo compromessi perché possano accettarla.
    Tutto ciò si traduce in un danno per il Paese, perché se da una parte provoca una diminuzione dei livelli di quel prezioso bene di tutti, che è la laicità, questo differenziale di rappresentanza nel mondo cattolico è riempito da culture ad esso alternative, come quella leghista e neo destrorsa, che godono invece di un surplus di rappresentanza politica, grazie a regole elettorali ad hoc, come ho già detto in altre occasioni (vedi il post: “Il grande inganno“).
    Insomma, s’indeboliscono principi come quello di legalità e di uguaglianza mentre si rafforzano le logiche di appartenenza e le identità conflittuali. Mentre a parole li si condanna, l’azione politica di fatto incoraggia preoccupanti derive del Paese verso la violenza e l’emarginazione di fasce socialmente e culturalmente deboli. Solo un esempio: di questi giorni è la proposta di legge leghista che con la scusa d’insegnare lingua, usi e costumi degli “italiani”, ghettizza fin da bambini le giovani generazioni dei figli degli immigrati. Il prossimo passo sarà l’apartheid?
    In conclusione: penso che il mondo cattolico debba fare un passo indietro e impegnarsi, nei prossimi dieci anni ad un ricambio radicale investendo le migliori intelligenze nella formazione politica. I “buoni” politici, che ci sono, indipendentemente dall’appartenenza e dalle identità dovrebbero trovare una linea minima di cooperazione nella difesa dei principi democratici e dei diritti dell’uomo, collaborando in questo a prescindere dagli schieramenti. Reale libertà di coscienza sui cosiddetti temi eticamente sensibili.
    Infine di nuovo sull’MPA. Dato per buono tutto ciò che dici, rimane
    il fatto che esso è alleato con progetti politici oggettivamente incompatibili con la dottrina sociale della Chiesa. Se la Chiesa stessa, laici e pastori, non si accorgono di questo non trascurabile dettaglio è solo, credo, perché essa ha sviluppato anticorpi che reagiscono ai tradizionali antagonisti ideologici del cattolicesimo. Ma per questi, più recenti, non ve n’è stato ancora il tempo.

  4. 16 ottobre 2008 alle 12:37

    Caro Giampiero,

    sono d’accordo con te, quando sostieni che, in attesa di tempi migliori, bisogna investire nella formazione politica.
    Ma la formazione politica non può essere un corpo avulso dalla politica, che continua comunque a scorrere. Anzi la formazione dovrebbe stare ben aderente alla politica corrente, badando bene, però, a non ritenersene subalterna, ma dandosi il compito di contribuire a creare quelle nuove situazioni alternative, dove le risorse politiche esistenti possano essere riversate e riconvertite.
    In politica la ricerca del meglio è costitutiva e certamente non posso sentirmi io fin d’ora vincolato ad un partito, nel quale, come ho più volte sottolineato, non so nemmeno se vi continuerò a fare politica! I partiti per loro natura non sono e non possono essere vincolanti: dovrebbero essere solamente strumenti di democrazia.
    Al contrario sarei onorato se io in futuro potessi contribuire alla costituzione di un soggetto politico, magari di area cattolica, adeguatamente attrezzato a rispondere ai bisogni delle nostre comunità.
    Ma per fare questo ci vuole un’intesa tra “buoni” politici, indipendentemente dalle appartenenze, dalle identità e dagli schieramenti, come tu stesso solleciti.
    Per quanto riguarda un pericolo di razzismo dentro l’MPA, dato che sarebbe collegato sinergicamente con la Lega, vorrei poterti veramente tranquillizzare. Ho sentito parlare solo due volte Lombardo ed entrambe le volte, non richiesto, ha tenuto a sottolineare come il rapporto con la Lega sia stato (ed utilizzo la forma passata) un rapporto strumentale e non ideologico. D’altra parte Lombardo è troppo astuto per scivolare sulla buccia di banana del razzismo giusto qui in Sicilia, dove tuttora le persone un po’ più anziane, come anche me, ne portano ancora i segni nella propria esistenza!
    Comunque, io non posso dare niente per definitivo e l’unica cosa che chiedo a te e agli amici comuni è di non perderci di vista e di camminare insieme.
    Dopo, tutti possiamo sbagliare e, per quanto mi riguarda, se commetto consapevolmente uno sbaglio, mi dichiaro disponibile fin d’ora a sottopormi al giudizio degli amici e delle persone, che, in qualche modo, hanno incrociato la loro vita con la mia.

    Andrea Volpe

  5. 21 ottobre 2008 alle 23:36

    Il problema della formazione di una nuova classe di politici deve necessariamente avere una relazione osmotica con la politica militante, non c’è dubbio; ma questo è un problema anche nel senso che esiste un’esigenza di rompere radicalmente con una politica che appare, a molti cittadini, moralmente sprovveduta.

    Un’intesa tra buoni politici indipendentemente dalle appartenenze può essere fatta, sì, ma in nome di valori costituzionali da difendere insieme, non da demolire. Perciò insisto su riforme istituzionali e diritti dell’uomo come frontiera di una classe di politici cattolici che voglia essere davvero nuova.
    Nello stesso tempo questa considerazione mi rende scettico sulla possibilità di impegno da parte di un politico cattolico in gruppi come Lega ed MPA. Il razzismo della Lega si profila ogni giorno più chiaramente nelle loro proposte politiche ma anche nel loro modo di amministrare, dove i cittadini hanno loro dato l’opportunità di farlo. Ma non è solo questo che impensierisce. Più radicalmente è la loro refrattarietà al principio di bene comune che preoccupa, una politica basata su egoismi particolaristici, l’incapacità di formulare politiche su orizzonti universalistici, per esempio sui diritti piuttosto che sugli interessi.

    L’MPA ha accordi solo strumentali con la Lega? Ma che significa? E’ solo un gioco di parole. L’MPA alleandosi con la Lega mostra inevitabilmente dei tratti ideologici propri, questo è vero, ma che non sono quelli che hanno ispirato, per esempio, Sturzo nel sostenere e promuovere l’autonomia siciliana. Questa, infatti, era da lui pensata proprio per contenere e controbilanciare le spinte separatiste, ma sempre ne quadro dell’unità nazionale, quindi in un quadro di valori civili. A me pare che l’MPA, invece, non abbia alcuna spinta ideale entro cui possa trovar spazio la creatività dei cristiani prestata al bene comune. Al massimo pensano ad una maggiore efficienza burocratico-amministrativa di quel carrozzone che è la Regione Siciliana.

  6. 31 ottobre 2008 alle 9:01

    Caro Giampiero,

    le tue perplessità sono comprensibili e condivisibili.
    Ma il risultato politico a volte risulta lontano dalle previsioni.
    Bisognerà attendere e vedere quello che succede, sapendo che siamo immersi in processi che ci sovrastano e nel cui ambito, che non abbiamo scelto, noi siamo costretti a trovare soluzioni.
    L’unica vera realtà è che oggi l’offerta politica è veramente scarsa, al limite dell’inesistenza.
    Operare per qualcosa di nuovo?
    Operiamo pure: io nel 1997 ho pure fondato un nuovo partito…, ma da solo dopo mi son dovuto fermare!
    Raniero La Valle ha creato Sinistra Cristiana, ma, mi pare, che quelli del PD glielo stiano facendo rimangiare…., perchè non tollerano che sorga qualcosa a sinistra che possa creare antagonismo allo stesso PD.
    Costruire un centro cristiano: anche qui Pezzotta, Tabacci e Baccini hanno ingloriosamente fallito e sono tornati a rigugiarsi sotto l’ombrello dell’UDC.
    Costruire una destra cristiana…..? Forse è meglio non pensarci!
    Non è facile fare qualcosa e qualunque cosa si faccia, troverà sempre i suoi denigratori.
    Mi pare che, data la povertà del nostro vissuto politico, si debba operare con quello che c’è, cercando di indirizzarlo per quanto possibile, ed essere attenti ai flebili segni dei tempi che possiamo riuscire a cogliere.

    Andrea Volpe

  7. 30 marzo 2009 alle 10:29

    “Meno male che Silvio c’è”
    (Inno del neonato “Popolo della Libertà”)

    Permangono dubbi, invece, circa l’esistenza di Dio.

    • 30 marzo 2009 alle 13:10

      Nasce il partito del “Popolo della Libertà”
      “Una norma transitoria prevede che lo statuto potrà essere modificato, entro dodici mesi, dalla sola presidenza” (la Repubblica).

      Con una nota la Presidenza oggi fa sapere che la prima modifica riguarderà l’abolizione della transitorietà di questa norma.

  8. 9 ottobre 2011 alle 20:08

    Cani e gattolici

    Dopo le dichiarazioni di Bagnasco, autorevolmente ribadite da Benedetto XVI su una “nuova generazione” di cattolici in politica, consensi entusiastici da parte di esponenti di tutte le formazioni politiche, da Rotondi, a Casini, a Scajola.
    Sie eine Scheiß nicht verstanden! Ich habe nicht gesagt: “Hunde” und “Katzen”, aber: “Katholiken” und besonders “junge”, pare abbia confidato il Pontefice ai suoi più stretti collaboratori.

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