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Un cambio nella posizione del Magistero sui trapianti?/2

(leggi prima parte)

In occasione del quarantesimo anniversario della Harvard School Committee, che cambiò la definizione medica di morte, da allora non più basata sull’arresto cardiocircolatorio ma sull’”encefalogramma piatto, il 3 settembre scorso è uscito sull’Osservatore Romano un articolo della storiografa Lucetta Scaraffia (A quarant’anni dal rapporto di Harvard. I segni della morte, L’Osservatore Romano – 3 settembre 2008).
L’articolo è stato immediatamente ripreso dalle agenzie d’informazione perché sembrava annunciare un cambio della posizione della Chiesa cattolica in tema di trapianti.

(seconda parte)
Riassumendo, Scaraffia, ritiene che “morte dell’essere umano”, in senso propriamente e strettamente medico e fattuale, può essere solo la morte dell’organismo nella sua interezza, piuttosto che vedere nella fine dell’integrità dell’organismo un indizio emergente sul piano fattuale della morte dell’essere umano sul piano metafisico della persona; che è, ed è sempre stata, la posizione ufficiale del magistero.
Il concetto di morte in senso filosofico o teologico non si è mai appiattito sulla definizione medica di morte. I due piani si sono tradizionalmente articolati attraverso la mediazione della categoria di “segno”. Il corpo è “segno costitutivo” della persona, afferma con uno splendido ossimoro il teologo cattolico K. Rahner; di “segni della morte” parla la Pontificia accademia delle Scienze, negli anni Ottanta, con una locuzione ripresa perfino nel titolo del pezzo di Scaraffia sull’Osservatore Romano, evidentemente senza comprenderne troppo approfonditamente le implicazioni dottrinali.
“Segno” dice pure Giovanni Paolo II: “I criteri di accertamento della morte […] non sono da intendere come la percezione tecnico-scientifica del momento puntuale della morte della persona, ma come […] SEGNI biologici della GIA’ AVVENUTA morte della persona” (Al Congresso mondiale della Transplantation Society, 2000, maiuscolo nostro).
La persona è un concetto metafisico e dunque non può identificarsi con nessuna particolare funzione biologica. E neppure con l’organismo considerato nel suo insieme. L’implicazione formulata dalla Scaraffia: “l’idea che la persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona più […] comporta una identificazione della persona con le sole attività cerebrali” non è più necessaria se l’attività cerebrale è fatta dipendere dall’esistenza in vita della persona, e NON viceversa.
Nella genuina concezione cristiana e magisteriale non è la morte fisica a creare la cessazione della persona; essa è piuttosto un evento che tocca la persona sul piano metafisico, che ha una ripercussione sul piano biologico e si manifesta con segni oggettivamente interpretabili. L’interpretazione di tali segni spetta al medico.

Ma, ci si chiede, forse qualcosa è davvero cambiato, come sostiene la Scaraffia, a quaranta anni dalla dichiarazione della Harvard Medical School committee? Come spiegare altrimenti l’inedito botta-e-risposta di questi giorni tra Osservatore Romano e Pontificio Consiglio per la pastorale della salute?
E’ cambiata la considerazione della morte, risponde H. Jonas, in ciò seguito da Scaraffia.
In realtà è cambiata soprattutto l’immagine e la reputazione della medicina, l’idea che la medicina e i suoi progressi non possano essere altro che benèfici. Nel 1968 la medicina viveva un momento pionieristico di esaltazione e di ottimismo perché, dopo i successi dei primi trapianti cardiaci, essa aveva davanti sterminate prospettive di progresso. Oggi la medicina è sempre più consapevole di essere uno dei principali fattori della trasformazione culturale delle società occidentali, e come tale è vissuta dall’opinione pubblica. L’investimento sempre più massiccio di tecnologie nel campo biomedico non si limita a dare risposte operative alla crescente domanda di salute e benessere, ma pone essa stessa domande e nuove problematiche che cambiano a poco a poco il senso dell’espressione “qualità della vita”. Ecco, per esempio, che si affaccia la coscienza di nuovi diritti, come il diritto di rifiutare la terapia o il diritto di morire con dignità.
Tuttavia, saltano all’occhio del teologo moralista aspetti della questione che rimangono occulti allo sguardo del bioeticista. L’impostazione della tradizionale etica medica cattolica, come quella di Pio XII, di stampo aristotelico-tomista, è giusnaturalistica e finalistica, e ciò sembrava garantirle più ampi margini di sviluppo dottrinale e consentirle il raggiungimento di livelli di maggiore efficienza nel creare convergenze pratiche col pensiero etico non religioso. Questi sviluppi e queste convergenze sono infatti venute negli anni sessanta e settanta con la posizione assunta dal magistero sui trapianti. Il più recente magistero pontificio, pur mantenendo la dottrina dei predecessori sui punti già acquisiti, ha invece optato per una diversa strategia, di principio impostata sulla difesa della vita, e quindi con un impianto deontologico, su questioni emerse successivamente, come fecondazione in vitro, staminali, accanimento e abbandono terapeutico.
Lo spauracchio di Scaraffia, e della bioetica cui fa riferimento, sembra allora essere precisamente il fatto che cattolici e laici possano andar d’accordo su alcunché; quasi che la convergenza e la cooperazione siano di per sé spie di qualcosa che non va, piuttosto che il segnale che la comune ragione morale possa, di tanto in tanto, funzionare. In realtà, poiché la cosiddetta bioetica religiosa non può affatto contare su fonti speciali, diverse dal lume naturale della ragione, è da pensare, quando nel corso dibattito pubblico tale convergenza pratica appare impossibile, che ciò accade per la cattiva qualità della propria bioetica (per un difetto nell’argomentazione, per un insufficiente sviluppo dottrinale, per una mancata esplicitazione dei propri presupposti teorici o per l’ambiguità del linguaggio…) assai più probabilmente che per cattiva volontà degli interlocutori.
Alcuni bioeticisti cattolici sembrano inoltre ossessionati dall’idea che possa esistere più di una teoria di fondazione morale della norma, compatibile con la fede cristiana. L’imbarazzo cresce quando si constata che impianti teorici diversi da quelli attualmente più in voga in morale possono vantare una tradizione più prestigiosa nel magistero cattolico. Forse questa realtà sembra ad alcuni indebolire l’immagine di una Chiesa monoliticamente impegnata nella difesa di verità e valori non negoziabili.
Ma è un prezzo accettabile, per mantenere in vita non una persona, ma una teoria filosofica traballante, mettere a repentaglio non solo una sentenza pontificia, ma la consolidata dottrina magisteriale che poggia su di essa, quella sulla liceità dei trapianti, e sulla quale (o proprio per il fatto che?) vi è un’importante convergenza con gran parte del pensiero etico non religioso?
L’interrogativo che forse tocca di più il senso comune è se davvero la teologia stia svolgendo, al momento, un buon servizio per le persone e per la Chiesa stessa.

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  1. Il Tempo di Nessuno
    7 ottobre 2008 alle 18:19

    Le rispondo nello stesso tono: lei non è affatto trombonesco, espone le sue conoscenze in maniera appropriata e corretta senza interpretazioni aleatorie, la mia biblioteca contiene molti più volumi di filosofia, religione, etica ed antropologia di quelli di medicina e quindi sono sufficientemente in grado di percepire la sua onestà intellettuale. Mi piacerebbe indubbiamente riuscire a cogliere nei suoi più fini distinguo la finezza di pensiero dei molti autori, ma indubbiamente la cruda esperienza di un tavolo anatomico (in senso figurato) mi pone difronte alla brutalità della realtà e per non cadere in una schizofrenica interpretazione del vissuto devo necessariamente aderire al quotidiano che sia coerente con le mie convinzioni. Certamente le sue argomentazioni non sono sterili, esprimono un punto di vista tanto più autorevole quanto più sono correlate al pensiero di collaudati autori: tutto da imparare e su cui riflettere. Continuerò a leggerlo nei suoi vari interessanti argomenti.
    A proposito di Preghiera conoscerà certamente “I racconti di un Pellegrino Russo”, la Filocalia e l’opera e il pensiero di John Main, mi piacerebbe sapere cosa ne pensa della Meditazione.

  2. 8 ottobre 2008 alle 17:39

    Bene, sembra che siamo giunti al termine di questo nostro dialogo su alcune questioni concernenti la fine della vita personale. Desidero che lei sappia che è stata un’esperienza molto proficua, per me e, credo, anche un bellissimo esempio di quel ponte che la bioetica vorrebbe essere, ma non sempre con successo, tra medicina, scienze umane, diritti ed etica. Grazie.
    Ho in mente da qualche tempo una nuova iniziativa del blog, la pubblicazione cartecea dei migliori post e commenti. Sarebbe un bell’esempio di scrittura collettiva e di applicazione del metodo dialettico alla bioetica. Chissà…
    Per quanto riguarda “I racconti di un Pellegrino Russo” e la Filocalia non ho specifiche conoscenze e soprattutto non da studi recenti, ma il tema che lei propone è affascinante. Di J. Main non conosco nulla: perché non lo fa conoscere ai lettori di TdN?
    Spostiamo la discussione su Scuola di preghiera.

  3. 14 ottobre 2008 alle 9:07

    @ il tempo di nessuno

    Ci sono sviluppi sul caso Englaro.
    Cosa pensa delle dichiarazioni del Card. Tettamanzi?

  4. Il Tempo di Nessuno
    15 ottobre 2008 alle 13:28

    “L’uomo propone e Dio dispone”, l’episodio della emorragia della povera Eluana ha rivelato aspetti insospettabili e inattesi in grado di dare vita a nuove realtà che la sensibilità del card. Tettamanzi mi sembra abbia percepito ed interpretato in maniera illuminata dal momento che lascia dimessamente alla coscienza del rapporto medico-paziente la maniera migliore per gestire il dramma.
    Certo contemporaneamente emerge in tutta la sua stupidità l’affermazione del vicepresidente degli ordini dei medici che barricato dietro motivazioni medico-legali paventa l’omissione di soccorso e quindi l’obbligo di procedere alla trasfusione; ciò mi fa essere pessimista circa la possibilità che venga raccolto con la dovuta sensatezza il suggerimento del Cardinale; al giorno d’oggi il medico vede nel suo “mentore” solo il giudice a cui affida irresponsabilmente la sua coscienza.
    Devo anche registrare di aver trovato purtroppo provocatorio ribadire da parte della conferenza dei vescovi ancora una volta l’opposizione all’eutanasia, non tanto perché non sia giusto affermarlo in un contesto di magistero, ma perché inevitabilmente esprimere in maniera ripetitiva senza una opportuna discussione ciò che tutti conoscono, rischia, come avviene, che il tutto venga banalizzato a notizia di cronaca e di costume accrescendo l’incomprensione tra le parti.
    Le racconto un fatto recente di questa mattina: ho una paziente olandese le cui condizioni sono veramente drammatiche per l’aspetto destruente della neoplasia, ha voluto rassicurazioni circa il rischio di evitare un accanimento eventuale. “Certamente” ha aggiunto “purtroppo non sono in Olanda dove potrei chiedere l’eutanasia” . Dal colloquio che è emerso , è bastato ascoltarla per capire che in effetti la richiesta di eutanasia era subordinata alla paura di abbandono nell’evoluzione della malattia e nelle modalità di gestire la sua fine, quando le ho assicurato che il “nostro contratto” non prevedeva alcuna “risoluzione” e un impegno che non avrebbe prevaricato la volontà né sua né mia, si è rasserenata tanto da prospettarmi progetti sulla gestione del suo immediato futuro. Come vede basta intendersi, sarà proprio quel rapporto medico-paziente nelle more auspicate dal Card. Tettamanzi che regolerà la mia relazione con la paziente rispondendo alle sue volontà pur non rinunciando alle mie convinzioni, questo mi sembra qualcosa di più che una obbediente ma stereotipata adesione al pensiero della CEI, di cui sia ben intenso riconosco l’autorità.

  5. 15 ottobre 2008 alle 13:45

    Mi pare perfetto.

  6. Sebastian
    15 ottobre 2008 alle 15:26

    Mi chiedo dove siano finiti i sostenitori della tesi che Eluana sia “viva e vegeta” quando si è scelto di non sottoporla a trasfusione. Con un valore di emoglobina così basso qualsiasi paziente ne viene sottoposto se non mi sbaglio e… non è accanimento terapeutico. Se ritengono Eluana persona viva come le altre, dovevano farsi pur sentire per spingere alla pratica del trattamento infusionale. Confusi o incoerenti?

    Con molte probabilità penso che l’affermazione del vicepresidente dell’ ordine dei medici sia stata esclusivamente di natura provocatoria e non stupida.

    Dionigi non è illuminato. Predica l’ovvio!

  7. Il Tempo di Nessuno
    15 ottobre 2008 alle 19:33

    Caro Sebastian,
    se voleva essere una provocazione doveva essere più chiaro magari ribadendo la problematica del testamento biologico, a me è parso la solita difesa per i soliti colleghi che non hanno molto coraggio delle proprie responsabilità.
    Mi dispiace ma si può vivere con valori bassissimi di emoglobina molto di più di quelli raggiunti da Eluana… io ero molto amato dai testimoni di Jehova perchè facevo tutti gli interventi di neurochirurgia senza sangue e andavano tutti benissimo, certo il sangue è un supporto che diminuisce i rischi intrinseci degli interventi di elezione ma che si può tecnicamente e scientificamente non utilizzare . Vedo che poi ancora non si vuole capire la differenza tra il rispettare la vita sapendo rinunciare a mezzi che offrono, non la certezza, ma solo probabilità maggiori di sopravvivenza (come la trasfusione) contro invece il non voler sospendere mezzi (idratazione) la cui mancanza sono invece causa-effetto al 100% di cessazione della vita.

  8. Sebastian
    15 ottobre 2008 alle 21:32

    Caro amico,

    aumentare il rischio, per “prendersi le proprie responsabilità” è un gioco pericoloso. Se con un piccolo impegno di risorse lo si può orientare verso un valore molto basso, a mio parere è l’ideale. E’ una questione di coscienza e di consapevolezza delle proprie capacità.

    Sei stato fortunato a lavorare con chirurghi di un certo calibro. Ma sai benissimo che non tutti lo sono, e qualche paziente sanguina più di una altro. Ecco che il sangue serve.
    Sicuramente sai anche il fatto tuo, devi essere in gamba ed hai avuto un ottimo maestro, ma… non puoi essere la regola, il riferimento. Ben vengano i professionisti come te, ma…. Capisciammè!

    Che si possa vivere con bassi valori di emoglobina è vero. Si può fare a meno anche di tanti altri organi, ma, avere l’opportunità di salvaguardare le migliori condizioni possibili di un paziente, e potendolo fare, resta un dovere. Vedi Eluana.

    La differenza tra trasfusione ed interruzione dell’idratazione è chiara. Ma il punto non è questo.
    La vita, o la rispetti per intero o non ci siamo proprio. La provocazione sta in questo. Si ritiene Eluana “viva e vegeta” come altri pazienti? Bene, che si tratti dal punto di vista terapeutico come si fa generalmente con chiunque e, non sperare nella “provvidenziale” emorragia non trattata con trasfusione, affinchè ci si tolga tutti dall’imbarazzo della questione.

  9. Il Tempo di Nessuno
    16 ottobre 2008 alle 9:36

    Caro Sebastian,
    dalla tua risposta mi fai sembrare come uno che si propone come il primo della classe… mi dispiace, descrivo e condivido solo situazioni vissute e commentate con i miei colleghi, dalla cui discussione sono nate le mie convinzioni. Accettare il rischio per aumentare le proprie responsabilità più che un gioco mi sembra materia psichiatrica.
    Il rispetto della persona nella visione etica e costituzionale prevede che nella piena consapevolezza si abbia il diritto di affrontare rischi ove siano possibili probabilità ragionevoli di controllo. Anche la coscienza dei propri limiti fa parte di queste probabilità, quindi non è detto che non sentirsela di far affrontare rischi sia censurabile. E’ censurabile chi si rifugia dietro le gonne di “mamma Giustizia” per mancanza di coraggio delle proprie azioni.
    Quanto alla visione di una difesa della vita “o tutto o niente” come lo prospetti, mi sembra un po’ “manicheo” il che può essere accettato in un ambito di discussione sul principio assoluto, un po’ meno se ci si cala nella realtà quotidiana, nei confronti della quale non si tratta di scendere ad un compromesso ma appellarsi alla ragionevolezza.

  10. Sebastian
    16 ottobre 2008 alle 14:45

    Caro Tempo,

    Il tuo ultimo post rende maggior chiarezza.

    Non ho scritto” Accettare il rischio per aumentare le proprie responsabilità” ma, “aumentare il rischio, per prendersi le proprie responsabilità è un gioco pericoloso”. Intendevo dire che il coraggio di prendersi le proprie responsabilità fine a se stesse aumenta il rischio d’errore. E’ preferibile un orientamento conservativo in questi casi. E su questo mi pare siamo daccordo.

    Quanto alla visione di una difesa della vita “o tutto o niente”, che mi sembra prospetti il vicepresidente dell’ordine dei medici e non solo, nel caso di Eluana, è d’obbligo. Il riflesso mediatico della questione, a questo punto, non può che imporre questo. Ogni azione è adesso mezzo strumentale per pressare verso una posizione anziché un’altra.

    E’ innegabile che il caso sia anche politico e giudiziario e, distante da quella che è la prassi della vita quotidiana.

    La vita di Eluana in questo momento conta meno che il resto. Ben vengano pertanto le dichiarazioni di Dionigi che inconsapevolmente ridà il giusto orientamento al contesto pur non argomentandolo esplicitamente.

  11. 21 ottobre 2008 alle 9:23

    Caro dottor tempo di nessuno,

    cito una sua frase:
    «non si vuole capire la differenza tra il rispettare la vita sapendo rinunciare a mezzi che offrono, non la certezza, ma solo probabilità maggiori di sopravvivenza (come la trasfusione) contro invece il non voler sospendere mezzi (idratazione) la cui mancanza sono invece causa-effetto al 100% di cessazione della vita».

    Dal punto di vista morale il fatto che la sospensione di un’azione causi (materialmente) la cessazione di una vita non è ancora sufficiente per dichiararla illecita. La mancata amputazione di un arto in cancrena è causa certa di morte del soggetto. Eppure amputare senza consenso del paziente rimane illecito (lo so che l’esempio non è perfetto, ma in questo caso la differenza “sospendere” e “omettere” è moralmente irrilevante).
    Infatti l’argomento cui si appigliano i deontologi non è quello da lei espresso nella citazione qui sopra, bensì il carattere non terapeutico dell’alimentazione e idratazione, caratteristica che, a loro dire, impedisce in ogni caso di accusare di accanimento terapeutico chi pratica l’alimentazione e l’idratazione forzate.

    D’accordo con lei e Tettamanzi sulla responsabilità medica: deve decidere il medico: il medico deve decidere.

    Un’ultima cosa: la trasfusione, che in generale non è atto “straordinario”, non lo è neppure nel caso concreto di Eluana?
    Da un punto di vista teleologico praticare la trasfusione ad Eluana sarebbe stato “straordinario” quindi non strettamente dovuto, e, nello stesso tempo, non praticarla non avrebbe affatto violato il principio della difesa della vita “tutto o niente”.

  12. Il Tempo di Nessuno
    21 ottobre 2008 alle 19:04

    Diciamo che concordo, anche se una gamba in cancrena può essere curata medicamente con piccolissime probabilità di successo (ma quasi inesistenti) tali da autorizzare a sperare e chiedere un miracolo… Senza acqua nessuna probabilità di sopravvivenza, tanto da essere totalmente irragionevole il chiedere un miracolo.
    Nei casi come Eluana trovo morale pensare di astenersi da interventi curativi a patto che l’intenzione non sia ottenere la morte, quindi lecito nell’ottica anche di Tettamanzi non procedere alla trasfusione, altrimenti per coerenza si sarebbe dovuto andare avanti prima o poi e trattare chirurgicamente, se ce ne fosse stata l’indicazione tecnica, ecco come si crea l’accanimento.

  13. 21 ottobre 2008 alle 22:01

    Lei vede perfettamente che non può essere un calcolo probabilistico, cioè quantitativo, a determinare la qualità morale di un atto, commissivo o omissivo che sia. Forse che la totale assenza di speranze di vita renderebbe lecito un intervento demolitivo senza consenso da parte del paziente?
    L’appello al miracolo, poi, non è un argomento valido sul piano dell’etica razionale.
    Su tutto il resto che segue, nel suo post, mi trovo più che d’accordo.
    Rimane da chiarire questo:
    – è corretto sostenere che l’idratazione e l’alimentazione siano sempre atti non terapeutici?
    – è possibile stabilire dei criteri oggettivi di demarcazione tra atti dovuti di sostegno vitale e atti che esitano, di fatto, in un prolungamento dei processi di morte?

  14. Sebastian
    22 ottobre 2008 alle 8:07

    Che io comprenda deontologicamente e moralmente è più corretto stabilizzare e normalizzare i valori ematici dell’emoglobina con una trasfusione al fine di garantire una qualità della vita sicuramente migliore ed una sua più consistente difesa della stessa. Non è distante dall’ottica di Dionigi ciò, mi sembra.

    L’atto chirurgico è qualcosa di più complesso che va considerato con maggior riflessione. Il paragone non regge. Non è coerenza questa.

  15. Sebastian
    22 ottobre 2008 alle 8:09

    Che io comprenda deontologicamente e moralmente è più corretto stabilizzare e normalizzare i valori ematici dell’emoglobina con una trasfusione al fine di garantire una qualità della vita sicuramente migliore ed una più consistente difesa della stessa. Non è distante dall’ottica di Dionigi ciò, mi sembra.

    L’atto chirurgico è qualcosa di più complesso che va considerato con maggior riflessione. Il paragone non regge. Non è coerenza questa.

  16. Il Tempo di Nessuno
    22 ottobre 2008 alle 10:02

    Forse non mi ritrovo nel dedalo della dialettica, ma un conto è la speculazione astratta e un conto è la realtà, allora forse mi ripeto ma rispondo per la cortesia che dimostrate nel leggere e commentare ciò che scrivo: un atto medico è razionale se offre una probabilità pur minima di raggiungimento di un obiettivo prestabilito, a patto che tale obiettivo non sia volontariamente lesivo a 360° (danni fisci e/o morali) e che costituzionalmente ottenga il consenso del paziente. Ritengo che oltre che razionale in questo modo l’atto sia anche morale.
    L’idratazione non è un atto medico, sulla alimentazione si può discutere in quanto oggi l’alimentazione artificiale è meglio definita farmaconutrizione: qui ognuno si può sbizzarrire come la pensa. E’ chiaro che tuttavia la sospensione dell’alimentazione al pari dell’idratazione provoca la morte, ma si può sottilizzare che anche la rinuncia ad un antibiotico o un farmaco salvavita provoca la morte quindi teoricamente qualsiasi intervento che per omissione causi morte non è morale. Questo in assoluto, ma è pacifico che determinate condizioni cliniche suggeriscono l’opportunità di astenersi dalla somministrazioni di farmaci non tanto per la loro inefficacia, quanto per la totale o molto prossima mancanza di probabilità di raggiungere obiettivi razionali per il bene del paziente. Seguire questa condotta non mi sembra condannata soprattutto se ci si rapporta alla coscienza individuale di chi la sceglie.
    Sono i criteri che definiscono il livello di probabilità su cui ruota il tutto. Sul cancro avanzato sono tutti d’accordo dell’assenza di probabilità riferito all’obbiettivo sopravvivenza, ragione per cui il farmaco è lecito solo ai fini “analgesici” in senso lato, altrimenti niente da dire se non si somministra. Sulle lesioni cerebrali irreversibili non si è d’accordo: quelle che interessano anche le strutture sottocorticali hanno dato vita ai criteri di Harvard, e gli interventi medici di sostegno sono considerati a probabilità zero di efficacia e quindi lecita la sospensione, la vitalità invece delle strutture sottocorticali è ritenuta comunque vita a tutti gli effetti pur mancando la funzione relazione e da qui si sconfina nel territorio dell’opinabilità in base alle proprie convinzioni ma anche all’intima onestà determinata dal livello di conoscenza. E’ qui che dice la sua parola il cardinal Tettamanzi, lascia appunto a chi oggettivamente ha maggior scienza decidere con coscienza: si ritorna in definitiva al criticato aspetto paternalistico del rapporto medico-paziente oggi sostituito da quello regolato da norme giuridiche formulate sulla base dei diritti fondamentali dell’esistenza che a me sembra non abbia offerto sinora soluzioni miracolose.
    Bisognerebbe conoscere meglio uno sconosciuto argomento della matematica, la logica “fuzzy” (sembra che il maggior esperto in Italia sia un giovane fisico siciliano) che molto sinteticamente si occupa di definire quale è il numero di granelli di sabbia affinchè si possa affermare che formano un “mucchio” di sabbia.

    L’essermi riferito all’atto chirurgico non è un paragone, se c’è una perdita di sangue massiva e questa è determinata da una lesione (esempio ulcera dello stomaco) non ha senso fare una trasfusione e poi non ricorrere all’intervento chirurgico. Quindi nel caso di Eluana se si fosse deciso di trasfondere sarebbe irrazionale se individuata una lesione d’organo questa non fosse riparata.
    Infine il miracolo: a me sembra in una visione cristiana un criterio fondamentale (o meglio un aiuto per saggiare l’onestà delle proprie convinzioni) : infatti le condizioni di speranza razionalmente ispirate conducono a chiedere un miracolo lecito anche per una gamba in cancrena o un un cancro avanzato: non è impossibile che la cancrena si arresti e si demarchi, o la massa tumorale arresti la sua crescita, ma con la sospensione totale di acqua nessuno si sente autorizzato a chiedere un miracolo di sopravvivere nonostante, se non chi abbia l’arroganza di voler mettere alla prova la potenza divina.

  17. Sebastian
    22 ottobre 2008 alle 12:09

    Si doctor Time,

    in linea di principio hai perfettamente ragione, anche se nell’ulcera dello stomaco gli inibitori della pompa protonica oggi fanno miracoli.

    Resta il fatto che per Eluana d’intervento chirurgico non mi sembra se ne parli, ed i valori ematici normalizzati avrebbero dato il giusto contributo alla conservazione del suo seppur precario stato di salute. Mah!

  18. Il Tempo di Nessuno
    7 novembre 2008 alle 13:59

    Caro professore
    ho avuto l’occasione di essere presente al discorso di Benedetto XVI sui trapianti. Ne ha ribadito tutta la validità a patto che si rispettino i principi etici rappresentati fondamentalmente dalla gratuità del dono e soprattutto che risulti un atto consapevole del donatore da interpretare quale atto d’amore. Quindi sembra escludere che, stante la carenza e la necessità d’organi, si possano prelevare organi a solo titolo utilitaristico senza il consenso informato.. Circa la condizione di morte del donatore, il Pontefice non respinge i criteri determinati dalla Medicina, raccomanda però che nell’incertezza debba prevalere il principio di precauzione. Quindi con questo discorso ritengo che sia stato detto tutto sul pensiero della Chiesa sul tema dei trapianti e coloro che temevano un ripensamento potranno dormire sonni tranquilli.

  19. 8 novembre 2008 alle 21:55

    Caro Dottore,

    Grazie, anche a nome degli utenti di Terra di Nessuno, per la sollecitudine nel darci questa notizia, praticamente in diretta. Solo a tarda sera ieri la notizia è stata diffusa dai tg. La dottrina del magistero in materia non cambia, ma noi lo sapevamo già, e ne eravamo certi.

    Un caro saluto.

    P. S. Per ben due volte oggi su questo blob mi si rassicura di poter dormire sonni tranquilli. Do veramente questa impressione d’essere così agitato?

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