Ricordo di 3P

E’ trascorso un mese dall’uccisione di P. Puglisi. Credo non sia trascorso invano questo tempo, perlomeno non per quanto riguarda il senso religioso e civile di questo sacrificio. Per esempio, penso sia utile cogliere retrospettivamente le ripercussioni della morte di Padre Peppino sull’opinione pubblica. Non è sfuggito a nessuno che un oscuro fatto di cronaca interna, col trascorrere dei giorni, abbia conquistato le prime pagine dei giornali e si sia fatto strada nella mente degli osservatori più attenti, come un fatto di primaria importanza. Alcuni amici francesi, in questi giorni, mi hanno riferito della risonanza avuta dalla morte di P. Puglisi nel loro paese e nelle loro comunità cristiane. Tutto ciò che sapevano di lui quelli che ebbero la fortuna di conoscerlo personalmente, il suo umorismo garbato, la sua intelligenza pedagogica, la sua fede immensa, sono ormai di pubblico dominio. L’assassinio di un anonimo prete di periferia ha così portato alla luce l’anima di un profeta.
Non deve sfuggire neppure il fatto che questo episodio contiene elementi importantissimi per capire come cambia la mafia e quali sono le sue nuove strategie.
La mafia non commette mai crimini “ideologici”, è vero; nel senso che uccide per scopi assai precisi: vendetta, interesse o “prevenzione”. Nella simbolica del crimine mafioso rientra però sempre un aspetto “pedagogico”, dimostrativo, logica alla quale non sfugge neppure l’uccisione di P. Puglisi.
Tutti gli omicidi di mafia di una certa importanza vengono “autorizzati” da un organismo centrale. Dunque l’assassinio di P. Puglisi, anche se plausibilmente legato ad un episodio contingente ed eseguito immediatamente per la particolare facilità dell’obiettivo, può avere avuto, e certamente ha avuto, il benestare dei capifamiglia, anche in vista di altri e ben più ampi scopi. Alla cupola non potevano certamente sfuggire le ovvie conseguenze del loro gesto. Essi hanno messo già in conto, ad esempio, le possibili reazioni del clero palermitano e in particolare del successore di P. Puglisi; hanno calcolato la risonanza cittadina e nazionale di una tale esecuzione; hanno insomma freddamente valutato costi e benefici di tutta l’operazione. Hanno studiato specialmente il modo di trarre il massimo vantaggio possibile da questa morte, nel senso, di cui prima si diceva, della simbolica della violenza mafiosa: chi hanno voluto avvertire? I cittadini di Brancaccio, sicuramente; i preti, pure, forse. Ma ritengo plausibile anche l’ipotesi che i veri destinatari dell’avvertimento siano persone molto, molto precise.
C’è tuttavia una domanda, se possibile ancora più inquietante, che nasce leggendo insieme l’assassinio di P. Puglisi e gli attentati di Firenze, Roma e Milano: quale eccezionale posta in gioco ha indotto la mafia a far cadere il tabù delle persone e delle cose sacre, questa ultima foglia di una mentalità tribale? La mafia sa ormai di dover fare da sola, se non vuole scomparire, senza più appoggi o paraventi di nessuno. Perciò persegue una nuova strategia tremendamente ambiziosa: quella di rispondere all’offensiva dello Stato andando per la prima volta direttamente contro di esso, cercando di forzarne la disgregazione istituzionale, politica e sociale. Perciò Cosa Nostra nei prossimi mesi tenterà di colpire quei politici e quegli uomini delle istituzioni che rappresentano o garantiscono fattivamente l’unità nazionale. Il fine potrebbe essere quello di rafforzare la presenza sul territorio che è già di loro dominio e consolidare così il potere che mafia, camorra e ‘ndrangheta esercitano sull’Italia meridionale. La posta in gioco, come si vede, è altissima: siamo tutti noi meridionali, la nostra dignità di uomini e credenti liberi in uno Stato e in una Chiesa liberi.
Ci conforta tuttavia la certezza della nostra vittoria. Dovendo sbrigare alcune faccende burocratiche, ho rimesso piede, giorni fa, nel mio vecchio liceo, il Vittorio Emanuele II, dove P. Peppino ha insegnato per anni. Sulle pareti, molte foto di P. Puglisi accompagnate da frasi dei suoi ragazzi; il metodo di 3P, come lo chiamavamo affettuosamente, temi essenziali, tempi lunghi, impegno pedagogico, ha lasciato un segno profondo. Il clero palermitano, tutto il clero, nel glorioso martirio di P. Puglisi ha trovato un suo momento di unità; ha potuto valutare la resistenza oggettiva opposta dalla mentalità e dai codici comportamentali mafiosi all’evangelizzazione della cultura siciliana, ma ha anche avuto prova dell’immensa energia del Vangelo. Intanto cresce, nella coscienza collettiva della comunità ecclesiale, la consapevolezza di avere avuto tra noi un santo, così come per Chinnici, Falcone, Borsellino maturò in noi la coscienza di avere avuto tra i nostri concittadini persone dall’umanità eccezionale.
Esistono cose che il mafioso può e cose che non può capire, né mai potrà. Ci sono cose che la mafia coglie immediatamente sfoggiando una intelligenza strategica straordinariamente sottile e perversa. Ma la perversione stessa del loro cuore malvagio li porta a sottostimare le capacità del cuore umano. In particolare, uccidendo P. Puglisi, quest’uomo mite e dolcissimo, non hanno capito che il suo sangue avrà contro di loro una forza deflagrante.

Annunci
  1. Sebastian
    8 giugno 2009 alle 14:00

    Senti, non fare lo gnorri.
    L’unico vero modello a cui tendere è Cristo. A Lui va ogni onore e gloria. La verità è questa. Tanto più che Lui, è vivo e presente in mezzo a noi.
    Puglisi avrà fatto la sua parte di buon prete, “santo” se vuoi, non lo discuto, non m’interessa più di tanto, buon per lui. Mettiti il suo santino vicino a quello di P. Pio sulla colonnetta vicino al comodino, e sbaciucchiatelo quanto vuoi prima di andare a dormire. Ognuno è libero di fare ciò che vuole. Pieno rispetto. All’inferno non ci andrai per questo.

    Bacioni +

  2. 8 giugno 2009 alle 17:27

    Ho torto quando dico che non leggi? Io invece ti consiglierei di stare accorto ché all’inferno rischi di andarci davvero: girone dei lagnusi muro con muro con Diego Cammarata.
    Ora mi ragioni alla Francesco Arco: hai una tale precomprensione delle banalità che ti aspetti di sentir dire che credi di averle sentite effettivamente. Qualcuno qui ha detto che Puglisi è il Salvatore? Credo che se l’avessi fatto, ai tempi, Puglisi mi avrebbe dato un calcio nel sedere, o, peggio, mi avrebbe dato del “monsignore”. Basterebbe quello che ha scritto Fabio nel suo commento di stamattina per chiudere la questione, ma se non leggi…
    Puglisi non è “santo”, ma santo, della prima categoria, quella dei martiri. In altre parole la sua esistenza dà a pensare teologicamente. La santità nella Chiesa è communio sanctorum, è segno sacramentale: in parole povere è sempre la stessa santità di Cristo, partecipata e diffusa . Il martire, in particolare, è un’esistenza umana perfettamente cristificata, un battesimo di sangue nel Crocifisso, è una stimmata nel corpo della Chiesa esattamente come le stimmate nel corpo di Francesco d’Assisi.
    Detto questo basta leggere un qualsiasi documento di Puglisi per trovare questo afflato cristocentrico non accidentalmente, ma consapevolmente radicato al centro della sua ispirazione presbiterale, pastorale, pedagogica e spirituale.
    C’è infine una prova, oserei dire oggettiva, della sua santità, cioè del suo essere un esempio esistenziale di una conformazione a Cristo pienamente riuscita: il fatto che la Chiesa palermitana lo patisce, fa fatica ad accettarlo. Il santo infatti è un appello alla metanoia, una prova esistenziale del fatto che Cristo è capace di cambiati radicalmente la vita. Per sempre. E ciò è doloroso come una corona di spine (so di parlare a uno che capisce) sulla testa della Chiesa. Perciò la Chiesa non lo vuole. Pur di sfuggire al pentimento, attraverso sottili meccanismi di sublimazione (proprio quelli ai quali tu ti riferisci, attribuendomeli) la Chiesa istituzionale tende a trasformare il santo in santino, a monumentalizzarlo, a trasformare la corona di spine in corona di regina.
    Un abbraccio.

  3. Sebastian
    8 giugno 2009 alle 18:50

    Senti, non me la rigirare con una compilescion vintage cristificata di fregnacce brevettate. Tenetevi il vostro martire cristificato Puglisi stimmata della Chiesa del quale non me ne frega un fico secco (con rispetto parlando), onoratevelo, celebratevelo, santificatevelo, e fateci pure un po’ di euri già che ci siete. Ho già detto cosa avevo da dire ed espresso a dove puntare per uscire da una dimensione da bassa pianura. Non ho tempo da perdere.

Comment pages
  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: