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Embrione umano/2: il caso serio dell’antropologia

J. Bosch, Salita al calvario, particolare, Vienna, Kunsthistorische Museum

J. Bosch, Salita al calvario, particolare, Vienna, Kunsthistorische Museum

Riguardo all’inizio della vita personale si pone lo spinoso problema dello statuto ontologico dell’embrione umano: cos’è l’embrione umano? A partire da quando possiamo considerare l’embrione titolare di una dignità personale e avente diritto alla tutela e al rispetto della sua vita fisica?

Quale modello epistemologico?

Un primo rilievo da fare è di natura epistemologica. Le matrici culturali da cui deriva la tradizione morale dell’occidente, sia essa la cosiddetta morale “laica” che quella cosiddetta religiosa, sono di stampo individualistico, fissista e naturalistico. Entrambe le famiglie morali, che si contrappongono quasi su tutto, concordano nel cercare l’inizio della persona nel flusso del suo divenire biologico (o nel mitico “primo istante del concepimento”, o nell’impianto in utero, nell’abbozzo del sistema nervoso centrale, nell’inizio dell’attività elettrica del cervello o dell’attività motoria ecc.). Il terreno di questo accordo è tutt’altro che solido ed è facilmente esposto alla taccia di biologismo. In altre parole, è come se la cultura etica dell’occidente, impregnata di individualismo e di naturalismo, fosse ormai disabituata a vedere nella persona una storia di libertà e di relazionalità fondanti ma niente più che una cronaca di fenomeni fisiologici.
Le ragioni per le quali affermiamo la dignità personale sono invece da ricercare nel patrimonio storico di questo individuo umano concreto, piuttosto che nel suo patrimonio genetico. Non “quando” inizia la persona, dovremmo chiederci, ma “perché” ci percepiamo moralmente vincolati di fronte ad essa, sottoponendo ad analisi il fenomeno dell’obbligatorietà delle relazioni interpersonali.

Quale antropologia?

Storicamente il problema dello statuto dell’embrione umano è il problema cruciale di ogni antropologia perché ne fa emergere le contraddizioni latenti; ma né la morale laica né quella religiosa mostrano di disporre di un adeguato modello antropologico per risolverlo.
La morale laica è condizionata da una visione della verità che coincide con la controllabilità di principio, perciò tende a cercare la soluzione a questo problema in un dato di fatto oggettivo, dunque sul piano scientifico-biologico. In questo quadro fattualista, il pregiudizio scientifico che preferisce differire il momento dell’ominizzazione rispetto al concepimento (cosa che consentirebbe d’intervenire tecnologicamente sui processi riproduttivi in maniera moralmente lecita) esplode in tutta la sua paradossalità. La tesi dell’animazione differita, infatti, è stata storicamente un cavallo di battaglia delle teorie spiritualiste (da Porfirio a Tommaso d’Aquino) perché dimostra oltre ogni ragionevole dubbio la trascendenza dell’anima, il suo esser totalmente altro rispetto ai processi materiali. Accortisi di questo paradosso, molti hanno sostenuto che l’inizio dell’essere umano non è legato tanto a qualcosa che sopraggiunge, ma piuttosto a un processo materiale che si estingue o cessa (es. la cessazione di totipotenza delle cellule embrionali). Qui però sono le evidenze scientifiche, curiosamente, a opporre resistenza. Le tecniche di clonazione dimostrano che la totipotenza è solo uno stato accidentale della cellula, che può essere ricreato in qualsiasi momento: dunque non è mai “perso” dalle cellule, neppure da quelle adulte più specializzate.

La morale cosiddetta religiosa non si trova in condizioni più comode di quella laica. Le attuali posizioni del magistero cattolico si sono sviluppate, a partire dal XIX secolo, di pari passo con la medicalizzazione della maternità e con le sempre più precoci possibilità d’intervento sulla gestazione. Ossessionata dal tuziorismo, cioè il lasciare il più ampio margine di sicurezza possibile alla norma, quando si tratta di tutela della vita umana innocente, la dottrina cattolica ufficiale ha abbandonato la teoria più approfondita, raffinata e complessa mai elaborata nel campo dell’embriologia razionale, quella di Tommaso d’Aquino, perché quest’ultimo sostiene la tesi dell’animazione differita.
La soluzione tomasiana al problema dell’ominizzazione si avvale di un certo numero di innovazioni, che egli stesso apporta alla psicologia di Aristotele. Il concetto di “forma sussistente”, in particolare, che trasferisce dalla materia alla forma, nel caso della sostanza umana, il principio dell’individuazione; o anche il concetto di forma potenziale, che dà luogo ad un’altra ardita novità rispetto ad Aristotele. In definitiva l’unità del processo di sviluppo dell’embrione umano è garantita proprio dal fatto che potenzialità ed individuazione risiedono, nel caso dell’individuo umano, nella forma, piuttosto che nella materia.
Tommaso d’Aquino propende per la tesi dell’animazione mediata, ritenendo che su di essa convergano ragioni di varia natura, empirica, metafisica, teologica: si adatta meglio all’evidenza di una gradualità nello sviluppo dell’embrione; collima con la dottrina della materia sufficiente, cioè la necessità che la materia raggiunga un grado sufficiente di complessità atto a reggere il “peso” metafisico della forma…
Ma la spiegazione dell’animazione data da Tommaso funziona altrettanto bene sia nell’ipotesi di un’animazione differita quanto nell’ipotesi opposta. Quello che veramente conta, per l’Aquinate, è solo assicurare l’unità del processo di sviluppo embrionale implicandovi strettamente l’origine trascendente dell’anima, in modo da rendere insostenibile qualsiasi forma di traducianismo. Tale unità, nell’essere umano, è garantita dalla sussistenza della forma e di tutto ciò che questa contiene, in primo luogo il principio di finalità.
La morale cattolica ha abbandonato la complessa visione tomista credendo di aver trovato il colpo del fuori combattimento con la scoperta nello zigote del DNA umano. Ma le cose non si sono mostrate così semplici dal punto di vista di una disamina rigorosa dal punto di vista filosofico e giuridico. Intanto il cosiddetto “primo istante del concepimento”, da identificare al tempo stesso come inizio della vita umana, è, appunto, un mito. La scienza mostra che anche il concepimento è un processo, una successione di istanti, che il DNA si forma nello zigote impiegando un certo tempo e attraversando un certo numero di fasi.
In effetti, non si vede quale rilevanza possa avere da un punto di vista metafisico, per chi è abituato a cogliere la problematica in una prospettiva ontologica, la diversità di durata tra il processo del concepimento, così come descritto dalla biologia contemporanea, e quello, per quanto assai più lungo, teorizzato da Aristotele in base alle sue osservazioni empiriche, cui Tommaso si attiene. Anzi, propriamente parlando, da un punto di vista essenzialistico i termini e la questione stessa della “mediatezza” o dell’“immediatezza” dell’animazione, così come il cosiddetto “istante” del concepimento, in quanto implicano una successione cronologica, forse non hanno neppure un senso.
Dal punto di vista filosofico-giuridico, poi, l’attuale cultura dei diritti si è sviluppata storicamente nel quadro di una particolare concezione dell’essere umano come soggettività compiuta: essere umano è il soggetto consapevole di sé, della propria dignità, capace di esprimere e rivendicare i propri diritti. Non basta dunque affermare che l’embrione è biologicamente umano perché tutti debbano razionalmente convincersi, dentro questa concreta cultura giuridica, che è la nostra, che l’embrione sia persona e titolare di diritti.

Quale soluzione?

Pare che la soluzione possa venire rovesciando la tradizionale visione del rapporto tra natura e persona in favore del primato della persona sulla natura.
L’embriologia di Tommaso ha alle spalle l’antropologia biblico-sapienziale dell’«Immagine di Dio». Quest’ultima presenta la persona umana come un centro di relazionalità radicate nella dimensione corporea individuale. In tal senso la persona è, appunto, “immagine”, realtà visibile, concreta.
La lezione è ripresa nella dottrina tomasiana per la quale l’anima, come si è detto, è una forma sui generis capace di sussistere anche priva della propria materia: da ciò la sua capacità di trascendere la materia stessa, cogliere l’universale ed aver cognizione di sé.
L’anima è dunque una forma sostanziale, individuata a prescindere dalla materia, verso la quale tuttavia è inclinata -come, del resto, ogni cosa tende a stabilizzarsi in forza di una interna necessità metafisica- quale termine naturale di quella intrinseca tendenza alla sostanzialità che le è propria infinitamente di più di quanto accada a qualsiasi forma non sostanziale.
La stabilità del rapporto materia-forma, il grado di sostanzialità, se così si può dire, ed individualità dell’essere umano sono tanto più elevati, ed intensa la forza che solidarizza anima e corpo, proprio in virtù del carattere di sostanzialità che, in noi, sta dalla parte della forma e dunque risulta incomparabilmente più essenziale che in qualsiasi altro ente mondano. Dunque: in quanto è forma, l’anima si esprime in una materia, ma in quanto è sostanza, contiene in sé la propria specifica potenzialità e precede ontologicamente la materia, con la quale entra tuttavia in una relazione assolutamente singolare, partecipandole la propria sostanzialità ed individualità.

Sotto questo aspetto, tradotto in termini a noi oggi più familiari, ciò che noi chiamiamo “dignità di persona” non è altro che l’obbligazione prodotta in noi dall’accadere particolare dell’essere umano, cioè dal singolo individuo concreto; la figura di valore rivestita dall’esistenza dell’essere umano concreto.
L’essere di persona è un valore a suo modo assoluto, assolutezza consistente nell’essere una creazione singolare, voluta per se stessa e degna di continuare ad esser voluta per se stessa, indipendentemente dalle sue situazioni esistenziali (sano, malato, innocente, colpevole, consapevole o no, adulto, bambino o organismo unicellulare) . Nell’esserci della persona fatto e valore coincidono senza residui. E’ dunque il concetto di dignità umana che deve trovare il proprio fondamento nell’immediatezza di valore della persona, non viceversa. In quanto persone, siamo in possesso di una dotazione genetica specificamente umana, non viceversa. La coincidenza di fatto e valore nella persona è la base di ogni futura affermazione di diritti in capo all’embrione e il presidio alla surrettizia reintroduzione di diseguaglianze tra esseri umani. Per l’embrione, il semplice fatto d’esistere è titolo sufficiente per continuare ad esistere e a veder rispettato tale diritto, a prescindere da qualsiasi altra considerazione di valore, sulla base della semplice constatazione della sua condizione universale di figlio dell’uomo.

Per approfondire:

L’embriologia di Tommaso d’Aquino

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  1. Sebastian
    3 febbraio 2008 alle 8:52

    da La Repubblica del 03.02.08 – Pagina III – Palermo

    DIFESA DELLA VITA E ABORTO QUANTE VERITÀ DIMENTICATE

    Di Vincenzo Borruso

    Quasi sempre le battaglie politiche del mondo cattolico sono «per la difesa della vita». Un valore cui si richiama l´appello a una «moratoria sull´aborto» lanciata da Giuliano Ferrara e in nome della quale anche a Palermo, ieri pomeriggio, è stato organizzato un corteo all´ospedale Civico. Sulla difesa della vita nessuno ha dubbi, tranne quando si tratti di problemi riguardanti la sfera della vita riproduttiva. Perché in queste occasioni diviene poco chiaro quale vita si voglia difendere e a quale prezzo. Non si tratta di tornare al nostro Settecento e alla “Embriologia sacra” di padre Francesco Emanuele Cangiamilla, canonico teologo della Chiesa metropolitana di Palermo. Per il quale «l´eterna salute de´ bambini racchiusi nell´utero» andava difesa anche con la morte della madre, dato che quest´ultima, in quanto battezzata, aveva la certezza, morendo, di andare in Paradiso. Al contrario del proprio figlio che, per non essere relegato nel Limbo, doveva essere tratto dalle viscere della madre, con qualunque mezzo e con qualunque conseguenza, e battezzato.

    Tuttavia, sul piano della rivendicazione religiosa, non siamo distanti da quelle antiche posizioni teologiche, poiché il gran parlare su embrioni e feti, ancora «non persone» sia giuridicamente sia nel sentire comune dei cittadini, cattolici e no, dimentica l´altro componente della dualità riproduttiva: la madre, che è già «persona» e ha diritto alla difesa della sua vita. Come dice sostanzialmente una sentenza della Corte costituzionale del 18 febbraio 1975. Da un rapporto dell´Organizzazione mondiale della sanità si rileva che nel mondo le morti di donne per complicanze di gravidanza e parto, nel 2005, sono state più di mezzo milione. Per ogni donna che è morta, altre venti hanno contratto ferite, infezioni e malattie durante il parto. Sono cifre che, nella maggior parte dei casi, hanno riguardato popolazioni del Terzo mondo; ma sono anche cifre che ricordano quanto dimostrato negli anni a ridosso dell´approvazione della legge 194.

    Anni in cui l´aborto clandestino in Sicilia, ma anche in buona parte dell´Italia meridionale, veniva effettuato con il decotto di prezzemolo, con le stecche d´ombrello introdotte nell´utero, con i mattoni caldi a permanenza sulla parete addominale, con le sonde di “mammane” addestrate a operare nella complicità di povere madri che non sapevano a chi rivolgersi.

    Riguardo ai bambini, il rapporto dell´Oms riferiva che, in quell´anno, quattro milioni di bambini erano morti nel primo mese di vita e dieci milioni prima di aver compiuto i cinque anni di età. Anche questi dati ci sono tanto vicini: siamo riusciti ad abbassare gli indici di mortalità infantile, tanto che oggi possiamo ritenerci un Paese europeo con una sanità avanzata. Ma non siamo stati capaci di ridurre significativamente la mortalità neonatale, che ancora ci affligge.

    La legge 194 del 1978 è stata una legge di valore inestimabile. Negli anni in cui fu varata si partiva da un dato che era quello di 600 mila aborti l´anno, con una mortalità materna particolarmente elevata. La cifra ridimensionava le ipotesi di due milioni di aborti clandestini l´anno: una stima, nata dal mio piccolo campo di ricerca in Sicilia fra il 1965 e il 1966, e confermata in seguito da autorevoli ricercatori cattolici. L´intervento della legge ha evitato, stando a quelle cifre, che in questi venticinque anni di applicazione venissero effettuati almeno quindici milioni di aborti clandestini, con una sequela di morti di donne facilmente immaginabile.

    Oggi l´Italia vanta, in Europa, un indice di mortalità materna per gravidanza e parto fra i più bassi. Siamo un Paese nel quale, dal 1982 a oggi, gli aborti legali sono diminuiti quasi del 45 per cento. Pur con l´apporto di donne extracomunitarie e dell´Est europeo che, in atto, rappresentano il 30 per cento delle interruzioni volontarie di gravidanza effettuate nei nostri ospedali. Nel 2006, come si rileva dai rapporti dei ministeri della Salute e della Giustizia, gli aborti clandestini non hanno superato i ventimila e, come scrive il ministro, «non rappresentano più un problema criminoso di rilevanza sociale». Quando la legge 194 fu approvata, in Italia guardavamo agli indici dei Paesi europei che ci avevano preceduto e disperavamo di poterli uguagliare. Oggi invece siamo all´ultimo posto in Europa per numero di aborti ripetuti: nel 2005 solo il 26 per cento delle donne italiane ha abortito più di una volta, contro il 32 per cento delle inglesi, il 32 per cento delle olandesi, il 38 per cento delle svedesi. Si vede che il contatto delle donne con i nostri consultori e servizi ha un grande valore educativo e rappresenta un buon sistema di prevenzione. Inoltre, il tasso di abortività annuale (numero di aborti per mille donne fra i 15 e i 44 anni) ci vede ugualmente all´ultimo posto: undici donne italiane hanno abortito nell´anno, contro le 14 della Danimarca, le 15 della Norvegia, le 17 della Francia, le 18 dell´Inghilterra, le 20 della Svezia.

    Tutto questo è stato realizzato con una rete di consultori che in Sicilia e in tutto il Meridione soffrono di mali come l´insufficiente numero, la scarsa attrezzatura, la poca disponibilità di personale, spesso operante a scavalco o decisamente incompleto. Realizzato a onta di una “obiezione di coscienza” che ha costretto le donne a viaggi fuori dalle proprie regioni e ha impedito ai servizi ospedalieri di operare realizzando gli aspetti educativi della legge, non meno importanti di quelli sanitari.Vogliamo parlare di modifiche alla legge 194? Parliamo, in primo luogo, delle colpe coscienti e della neghittosità di una classe politica e di un ceto medico che hanno impedito alla legge di esplicare una serie di effetti la cui mancanza, oggi, solo artatamente e in malafede può essere imputata alla sua inadeguatezza.

    Pax +

  2. Sebastian
    5 febbraio 2008 alle 9:37

    da La Stampa.it del 4/2/2008

    INTERVISTA A UMBERTO VERONESI

    “Così la Chiesa perde credibilità”

    «La legge 194 è stata una conquista importante per la salute delle donne»

    Chiara Beria di Argentine

    MILANO – «Mi sembra si voglia fare un gran polverone. Che cosa c’entrano le nascite premature con l’aborto?». Nella domenica in cui Papa Benedetto XVI celebra «La giornata per la Vita» invitando a tutelare anche quella più fragile, il professor Umberto Veronesi, convinto difensore della legge 194 sull’interruzione di gravidanza («è stata una delle conquiste più importanti per la salute e la libertà della donna negli ultimi 30 anni», ha sempre sostenuto) si dichiara alquanto sconcertato dal clamore suscitato dal documento dei direttori delle cliniche di ostetricia e ginecologia delle facoltà di Medicina delle università romane. «Per quello che ho letto sui giornali è una sciocchezza», è la prima reazione di Veronesi, l’ex ministro della Sanità che come medico tra le tante battaglie vinte può vantare anche quella di aver fatto nascere centinaia di figli e reso felici le sue pazienti malate di tumore.

    In che senso, professor Veronesi, sarebbe una sciocchezza?
    «Non c’è il tema. Con mia moglie Susy che è pediatra ne abbiamo appena parlato: non c’è niente di nuovo, non capisco di cosa si voglia discutere. Si sostiene che quando un bambino nasce prematuro bisogna rianimarlo: ma lo sappiamo benissimo! E’ ovvio che un medico debba soccorrere un neonato prematuro. Se sta morendo lo aiuterà a morire, se ce la fa a sopravvivere lo deve aiutare a vivere. Mi sembra implicito. Piuttosto quello che mi sconcerta è l’accostamento che si fa con l’aborto. L’aborto è altra cosa. Aborto significa un’interruzione di gravidanza in cui la madre decide che non vuole far crescere il feto. Nell’aborto il bambino nasce morto. Vogliono rianimare un aborto?»

    La sua posizione sulla 194 è comunque diversa da chi pensa che la vita inizi dal concepimento. Per fare ancora più chiarezza, tra tante strumentalizzazioni, le leggo una frase del documento: «Un neonato vitale, in estrema prematurità, va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio e assistito adeguatamente». Condivide?
    «Ma, certo: un neonato va trattato per farlo vivere; perché dovrebbe essere candidato a essere ucciso? E’ come scoprire l’acqua calda, nella legge è già così; quindi, come ha dichiarato la senatrice Paola Binetti basta applicare la legge. Io sono a favore del neonato e, del resto, chi si sognerebbe di non esserlo? Ripeto: se da una nascita normale, pur se prematura, il neonato nasce vivo vuol dire che merita di essere rianimato. Se poi il neonato è a rischio è chiaro che bisogna stare attenti. E’ il medico che deve decidere cosa fare se il neonato è malformato, se gli manca mezzo cervello…E’ una decisione da prendere secondo coscienza».

    Questa decisione spetta ai medici a prescindere dai genitori?
    «Sì. I genitori non contano o almeno non devono contare. Li si deve ascoltare ma non hanno rilevanza. Quando un bambino è nato, non è più tuo. E’ il discorso che vediamo con i Testimoni di Geova: hanno le loro convinzioni rispettabilissime. Ma un neonato è un altro essere vivente, un altro cittadino che ha diritto di essere tutelato e difeso».

    Cosa pensa di questa nuova stagione di polemiche degli anti abortisti?
    «E’ un’offensiva senza speranza».

    E della campagna per una moratoria dell’aborto?
    «Non so proprio cosa voglia dire», risponde Veronesi. Pausa. Poi: «Sono tutti tentativi in extremis di una Chiesa che sta valutando e verificando la sua perdita di credibilità. E si attacca, purtroppo, sempre di più a posizioni indifendibili».

    Pax +

  3. 13 febbraio 2008 alle 11:45

    We publish here below the letter to the United Nation Secretary General that has been already supported by international personalities.
    Spread it through the English -speaking world and make people support it. Accessions could also be sent to moratoria@ilfoglio.it

    Dear Dr Ban Ki-Moon
    Secretary General of the United Nations
    Dear Honourable Prime Ministers and Heads of State of the United Nations

    Over the last 60 years, notable measures have been adopted and efforts made to strengthen the legal framework designed to ensure the ideals expressed in the Universal Declaration of Human Rights that was approved in Paris on 10 December 1948. Over the last thirty years, more than a billion abortions have been performed, at an average of roughly 50 million a year. According to the latest report by the United Nations Population Fund, in China, tens of millions of unborn children are in danger of being aborted – through incentives or coercion – in the name of family planning and national demographics. In India, millions of babies have been eliminated prior to birth over the last 20 years for sexist reasons. In Asia, the demographic balance is threatened by mass infanticide, which is taking on extraordinary proportions. In North Korea, the use of selective abortion is leading to a radical way of eliminating all forms of disability.
    In the western world, abortion has also become the tool of a new form of eugenics that is violating the rights of unborn children and equality among mankind. Originally, prenatal diagnosis was designed to help people prepare and care for their unborn children, but it is becoming a way a improving the human race and, in doing so, destroying the universalistic ideals that underlie the Universal Declaration of 1948.
    We are calling on you to look at our request for a moratorium on public policies that encourage any form of unjustified or selective enslavement of a human being in the womb through the arbitrary use of the power to annihilate, which violates the right to birth and to motherhood. Article 3 of the Universal Declaration states that “Everyone has the right to life, liberty and security of person”. We are calling on the representatives of national governments to back a key amendment to this part of the declaration, by adding in, after the first comma, the words “from conception to natural death”. Indeed, the Universal Declaration refers to “equal and inalienable” human rights and solemnly proclaims the “inherent dignity…of all members of the human family” (Preamble). Science has shown us – and some of the major discoveries in the field of genetics come after the declaration – the irrefutable presence from the first stage of development of the human genetic pattern in the embryo, a pattern that is unique and unrepeatable. In 1984, the Warnock Commission in the UK determined that 14 days after conception an embryo is not only a human being, but also entitled to the right not to be used for experimental purposes.
    Governments must preserve and protect these natural rights, which include “the right to inherit a genetic pattern which has not been artificially changed”.
    The 1948 Declaration was the response by the free world and international law to the crimes against humanity that had been prosecuted at Nuremberg three years earlier. In 1948, in response to the eugenic practices of the Nazis, the World Medical Association adopted the Declaration of Geneva, which stated: “I will maintain the utmost respect for human life from its beginning”. Article 6 of the United Nations’ International Covenant on Civil and Political Rights (1966) sets out that “Every human being has the inherent right to life”. Today, selective abortion and selective in vitro engineering are the main ways in which eugenic, racial and sexual discrimination are perpetrated against human beings.
    These are the same human being who are protected by article 6 of the United Nations charter of rights. Sixty years on from the Universal Declaration of Human Rights it is necessary to renew the primary basis of our humanitarian inspiration through an amendment to article 3. As such, we call on all governments to truly ensure the respect of the rights of people, including above all the right to life.

    Yours faithfully
    René Girard, anthropologist member of Académie française,
    Lord David Alton, member of the House of Lords
    Roger Scruton, British philosopher at Birbeck College
    John Haldane, Philosphy professor at St. Andrews University
    George Weigel, biographer of Karol Wojtyla and Joseph Ratzinger
    Robert Spaemann, Philosophy professor emeritus at Universität of Munich
    Sister Nirmala Joshi, General mother superior of Missionaries of Charity
    Josephine Quintavalle, director of Comment on Reproductive Ethics
    Paola Bonzi, Center for life help at Mangiagalli Clinic of Milan
    Pierre Mertens, president of the International Federation for Spina Bifida, Jean-Marie Le Mené, president of Fondation Jérôme Lejeune
    Alan Craig, president of British Christian Peoples Alliance
    Richard John Neuhaus, chief editor of di First Things
    Carlo Casini, president of Movimento per la vita Italy
    Lucetta Scaraffia, professor of history at Università La Sapienza di Roma
    Bobby Schindler, Terri Schiavo’s brother

  4. Sebastian
    13 febbraio 2008 alle 14:25

    Da La Repubblica del 13.02.2008

    ABORTO, BLITZ DELLA POLIZIA IN OSPEDALE LA DONNA: “TRATTATA IN MODO ASSURDO” IRRUZIONE DELLA POLIZIA AL POLICLINICO II DI NAPOLI DOPO UNA TELEFONATA ANONIMA CHE PARLAVA DI “FETICIDIO”. MA L’INTERVENTO ERA LEGALE. LA SIGNORA SOSPETTATA: “UNA DECISIONE DOLOROSA, MI HANNO FATTO UN TERZO GRADO”

    La crudeltà dell’ideologia – di Francesco Merlo

    Cosa avrebbero fatto i sette agenti di polizia se in quell’ospedale di Napoli fossero arrivati durante l’operazione e non subito dopo? Avrebbero rimesso il feto dentro la donna? “Fermi tutti, in nome della legge: controabortisca o sparo!”.

    Davvero la polizia che a Napoli irrompe in sala operatoria e sequestra un feto malformato è roba da teatro del grottesco e della crudeltà, da dramma di Artaud. Sembra un episodio inventato per dimostrare la stupidità dei fanatici della vita ad oltranza, per far vedere a quale ferocia si può arrivare in nome di un principio nobile e astratto ridotto ad ossessione e sventolato come un’ideologia, persino elettorale.

    È difficile anche ragionare dinanzi a questa violenza che è stata commessa a Napoli. Una violenza contro la legge, innanzitutto, perché l’aborto era terapeutico e quindi legittimo, nel pieno rispetto della 194. Anche se va detto forte e chiaro che l’oscenità dell’irruzione non sarebbe cambiata di molto se quell’aborto fosse stato ai limiti della legge o persino fuorilegge, come si era arrogato il diritto di credere il giudice napoletano, informato – nientemeno! – da una telefonata anonima.

    Ed ecco la domanda che giriamo ai lettori: perché un giudice, che ha studiato il Diritto laico e che sa che la giustizia mai dovrebbe muoversi in base ad una qualsiasi convinzione religiosa; perché un giudice che si è formato in un’Italia civile e tollerante non capisce che ci sono ambiti delicatissimi nei quali comunque non si interviene con i blitz, con le sirene, con le manette e con le pistole? Amareggia e addolora che questo signor giudice di Napoli si sia comportato come il burocrate di quella ferocia ideologica che si sta diffondendo in Italia su temi sensibili – e l’aborto è fra questi – che invece richiedono silenzio, rispetto, solidarietà. È come se un diavolo collettivo, un diavolo arrogante che presume di incarnare la morale pubblica, avesse spinto giudice e poliziotti a trattare un’intera struttura ospedaliera – dagli amministratori ai medici, dagli anestesisti agli infermieri – come un covo sordido di mammane abortiste.

    Solo il fanatismo, che come sempre nasce da un’intenzione apparentemente buona, può fare credere che i medici di Napoli non siano persone per bene ma stregoni sadici, allegri assassini di nascituri. Il signor giudice, mandando la polizia in sala operatoria, ha trasformato un luogo di lenimento della sofferenza in un quadro di Bosch. E alla fine invece di mostrare il presunto orrore della professione medica, ha mostrato tutta l’asfissia di un’altra professione, della sua professione.

    Quante telefonate anonime riceve un giudice a Napoli? Davvero ad ogni telefonata ordina un blitz in tempo reale? E come ha misurato l’urgenza dell’intervento? E quali rei stava cercando? La mamma? Il papà? I medici e gli anestesisti? Cosa voleva mettere sotto sequestro preventivo: l’utero di quella donna? Adesso, a quella signora che, appena uscita dalla sala operatoria, è stata sottoposta ad un incredibile interrogatorio, bisognerebbe che lo Stato chiedesse scusa. L’hanno trattata come un’omicida, come una snaturata che si vuole sbarazzare di un feto alla ventunesima settimana. Hanno inventato per lei il reato di feticidio, hanno applicato contro di lei il loro stupido estremismo che inutilmente vorrebbe deformare e deturpare il buon cattolicesimo italiano in schemi da sermoneggiatori fondamentalisti, con tutto questo parlare di Dio e dividersi su Dio.

    La polizia non ha sorpreso una gang di infanticidi ma una donna provata da un terribile dramma personale, costretta ad abortire per non mettere al mondo, nel migliore dei casi, un infelice menomato. Per questa signora come per tutti gli italiani, di destra e di sinistra, l’aborto è, qualche volta, una disgrazia necessaria. Perché il diritto all’aborto, in questo caso terapeutico, risponde sempre e comunque a una legislazione d’eccezione. Speriamo dunque che serva questo orribile episodio di Napoli a mostrare tutta la miseria di un’idea che attribuisce alla sinistra di questo infelice paese la voglia matta di abortire e alla destra invece la difesa della vita. Non è così. Non ci sono in Italia da un lato gli abortisti che ballano attorno ai feti e dall’altro gli antiabortisti che si organizzano in squadre di polizia. In questo paese per tutti, e anche per la legge, l’aborto è sempre una tragedia.

    Ecco perché, prima che il clima diventi infernale, ci permettiamo una volta tanto nella vita di esser d’accordo con Silvio Berlusconi che ha sconsigliato a Giuliano Ferrara di presentare una lista elettorale “per la vita”. C’è forse in Italia qualcuno “per la morte”?
    Berlusconi ha aggiunto ieri che secondo lui il dibattito sull’aborto andrebbe tenuto lontano dalla campagna elettorale. Ha ragione. E non perché il dibattito non meriti l’attenzione e il rispetto che anche Ferrara merita.

    È stato Ferrara a dichiarare al “Corriere” che mai egli vorrebbe incriminare una donna che ha abortito, e che non è a cambiare la legge 194 che aspira con la sua battaglia. Chi allora, secondo lui, ha armato di ferocia l’interventismo del giudice e dei poliziotti di Napoli? Si sa che i cattolici sostengono che la vita va protetta sin dal concepimento, col risultato estremo di giudicare ogni aborto come una violazione del quinto comandamento. I protestanti invece considerano la nascita come la soglia decisiva senza tuttavia negare che la morte del feto sia un danno per i genitori. Per gli ebrei lo statuto del feto è una questione controversa perché un feto nel ventre della madre è un progetto di vita in corso d’opera. Per i musulmani il feto diventa un persona umana a quattro mesi dal concepimento anche se si tratta di “una persona umana allo stato vegetativo”.

    Come si vede – e ci scusiamo per il necessario schematismo – le religioni si dividono. E anche la scienza si divide. Ma nessuno stato laico, nessun legislatore laico può risolvere per legge questa disputa e nessuna sentenza di qualche Cassazione può fissare il momento in cui il nascituro diventa un individuo da proteggere giuridicamente. Senza arroganza dunque lo stato laico ha stabilito quel giorno e quell’ora nell’atto di nascita. Prima, il feto e la donna che lo porta in grembo vengono tutelate da un legge che, per quanto carente, è una buona legge, che ha fatto progressivamente diminuire il numero degli aborti, ha insegnato alle italiane che il diritto all’aborto è una drammatica conquista, un’angosciosa soluzione d’eccezione, e che la destra e la sinistra per una volta non c’entrano nulla.

    Pax +

  5. Sebastian
  6. Sebastian
    15 febbraio 2008 alle 8:39

    Aborto, le donne in piazza “Nessuno tocchi la 194”

    Manifestazioni a Roma, Napoli, Milano, Bologna, cortei spontanei e sit-in
    Momenti di tensione nella capitale: sfondato il blocco della polizia

    Aborto, le donne in piazza “Nessuno tocchi la 194”

    Il corteo a Milano

    ROMA -Donne (e uomini) in piazza a Napoli, Milano, Roma, Bologna, sit-in e cortei in difesa
    della legge 194 e per protestare contro il blitz (http://napoli.repubblica.it/dettaglio/articolo/1422900) della polizia al Policlinico Federico II di Napoli per una presunta interruzione di gravidanza illegale. E’ stata la giornata della protesta, sfociata in cerrti casi anche in momenti di tensione. Come nella capitale, quando centinaia di manifestanti hanno sfondato lo schieramento delle forze dell’ordine per dirigersi verso il centro storico. La mediazione di parlamentari, in particolare di Franca Rame, ha contribuito a rasserenare il clima. Le manifestazioni hanno avuto le adesioni dei ministri Livia Turco, Giovanna Melandri, Paolo Ferrero, e di numerose associazioni, come l’Arcigay. E non sono mancati slogan e striscioni contro Giuliano Ferrara.

    Tensione a Roma. Nella capitale gli incidenti sono iniziati quando le donne, riunite sotto il
    ministero della Salute per un sit-in, hanno forzato il blocco della polizia per dirigersi dal
    Lungotevere verso piazza Argentina. Lì si sono avuti i momenti più forti di tensione, con il fermo
    di una donna e il traffico bloccato da parte delle manifestanti. La strada è stata liberata quando la
    giovane fermata è stata rilasciata. Franca Rame ha invitato le donne a liberare la strada e, come
    atto pacificatore, ha baciato sulle guance un dirigente del commissariato di polizia. La
    manifestazione, alla quale -seecondo gli organizzatori -hanno partecipato quattromila persone,
    è poi proseguita in modo pacifico. In precedenza, il ministro Turco aveva incontrato le donne
    sotto il suo ufficio: “Quanto accaduto a Napoli non deve più succedere. Sono contenta che le
    donne siano qui -ha detto -per difendere una legge importante, applicarla bene e riaffermare un
    valore, quello della responsabilità e dell’autonomia delle donne”.

    La protesta a Napoli. Alcune centinaia di donne hanno partecipato alla manifestazione indetta
    dall’Udi. Piazza Vanvitelli, nel quartiere del Vomero, è stata occupata da gruppi di donne dei
    partiti di sinistra e di movimenti femministi. Presenti anche le senatrici di Prc Lidia Menapace,
    Maria Luisa Boccia, Olimpia Vano e Erminia Emprin. Tra i parlamentaro, anche Raffaele Tecce e
    Tommaso Sodano (Prc) e Maria Fortuna Incostante (Pd). Cartelli e slogan contro il Vaticano,
    contro Papa Ratzinger e contro Giuliano Ferrara, definito “il talebano italiano”.

    Corteo spontaneo a Bologna. E’ nato come un presidio, davanti al reparto di ginecologia del
    policlinico Sant’Orsola-Malpighi, è diventato un blocco del traffico e poi un corteo di diverse
    centinaia di persone che, partito da fuori le mura del centro storico, ha raggiunto piazza
    Maggiore. La protesta ha coinvolto donne e uomini di tutte le età: tanti i cartelli e gli slogan, è
    ricomparso anche lo storico “Tremate tremate / le streghe son tornate”, o “La 194 non si tocca /
    la difenderemo con la lotta”. Anche qui cori contro Giuliano Ferrara e contro l’arcivescovo di
    Bologna, Carlo Caffarra. Iniziato con alcune centinaia di persone, il corteo ha superato il migliaio
    di partecipandi. Fra questi, anche la parlamentare Katia Zanotti (Sd) e il collega Franco Grillini
    (Sdi).

    Gli “indignati” a Milano. Anche a Milano erano centinaia le donne, e anche gli uomini, scesi in
    piazza San Babila per denunciare la loro “indignazione sia riguardo i fatti di Napoli, sia riguardo
    chiunque voglia toccare la normativa”. Analoga protesta si è tenuta davanti alla clinica
    Mangiagalli, vicino al Policlinico. Protagoniste dell’iniziativa sono state molte associazioni
    femminili fra cui la “Rete regionale lombarda”. Presenti anche esponenti del mondo sindacale e
    politico, fra Cgil, Sdl, Prc, Verdi, Pd.

    (14 febbraio 2008 La Repubblica)

    P.S. – Certo che a DIVIDERE E SEPARARE non ci batte nessuno!! Adesso Ruini per coerenza come fatto per la storia della Sapienza dovrebbe chiamare a raccolta le fedeli all’Angelus per sostenere il Papa, suppongo! Non va…

    Pax +

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