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Embrione umano: il dialogo possibile

Disegno di Leonardo da VinciDisegno di Leonardo da Vinci

Il dialogo tra laici e cattolici italiani sui temi cosiddetti eticamente sensibili ha ultimamente ripreso vigore. Se, dopo la polemica sul caso Welby, la vicenda dei DiCo, le prese di posizione di Benedetto XVI, intellettuali laici come Gian Enrico Rusconi, Gustavo Zagrebelsky ed Eugenio Scalfari ritenevano ormai alla fine la stagione del dialogo, dopo il successo della moratoria sulla pena di morte le cose sembrano cambiate. In particolare da quando il direttore del quotidiano “Il Foglio”, Giuliano Ferrara, ha inaugurato una campagna per giungere ad una moratoria dell’interruzione della gravidanza. Obiettivo: dichiarare inesistente il diritto di aborto, contrastare certe prassi abortive eugenetiche che si vanno affermando in Paesi asiatici ed africani, giungere ad una definizione internazionale sull’intangibilità della vita umana dal concepimento al suo esito naturale.
Anche in passato intellettuali laici hanno affermato il dovere della difesa della vita umana fin dal concepimento rimanendo su un piano squisitamente razionale. Sarebbe sufficiente citare Ippocrate, nel cui giuramento il medico dell’Antica Grecia si impegnava a non procurare aborto. Ma per rimanere a noi più vicini nel tempo e nello spazio possiamo indicare i nomi di Pier Paolo Pasolini e Norberto Bobbio. Pasolini ritiene l’aborto moralmente inaccettabile in nome di un sentimento della sacralità della vita che informa di profonda umanità le nostre tradizioni popolari. Diversamente, per Bobbio (che è tuttora considerato da molti la massima autorità, anche morale, del pensiero laico, non solo italiano, del novecento) i diritti umani, in primo luogo alla vita, non hanno bisogno d’essere fondati ma d’essere difesi. L’affermazione del diritto alla vita stabilisce, tra il no alla pena capitale e quello all’aborto, un legame di stretta coerenza razionale. La difesa del diritto alla vita dell’embrione era per Bobbio «un onore da non lasciare ai soli cattolici». Penso che con questa frase egli intendesse dire che, com’è storicamente accaduto per ogni diritto umano, anche il diritto alla vita dell’embrione umano, che oggi può apparire incerto e controverso, domani risulterà evidente e indiscutibile. Alcuni commentatori hanno addirittura voluto vedere in alcune dichiarazione di Benedetto XVI un’adesione alla proposta di moratoria di Giuliano Ferrara. Questi ha giustamente precisato che è stato piuttosto lui ad approdare alle stesse conclusioni del Pontefice. La vera novità, infatti, nell’impegno di taluni intellettuali laici, come Ferrara, sul fronte della difesa del diritto alla vita dell’embrione consiste nel fatto che oggi si pone il problema sugli stessi punti di partenza in cui tradizionalmente si colloca l’antropologia cristiana: la questione dello statuto personalistico dell’embrione umano.

I principi etici cui, in materia di aborto, si richiama l’attuale magistero della Chiesa cattolica sono:
-La persona umana trattata sempre come fine e mai come mezzo
-Intrinseca malvagità della soppressione della vita umana innocente.

Lo stato della questione sull’aborto, si trova attualmente definita, in campo cattolico, dalla enciclica Casti Connubii di Pio XI (1930), ripresa e ribadita dal concilio nella Gaudium et Spes (1965) nell’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI e in numerosi altri pronunciamenti del magistero ordinario di Giovanni Paolo II. Con Pio XII, la posizione della Chiesa è stata precisata, con l’applicazione ad alcuni casi del teorema del duplice effetto (es.: caso dell’isterectomia in stato di gravidanza; e dell’asportazione della tuba in gravidanza ectopica).
Si sente dire talvolta che la valutazione della Chiesa sia radicalmente mutata nel tempo. Si tratta di un’opinione errata, che confonde due distinte questioni: la valutazione morale dell’aborto procurato e la questione ontologica degli inizi della vita umana nell’embrione. L’illiceità dell’interruzione volontaria della gravidanza, in realtà, ha sempre avuto un alto grado di certezza nel corso della storia della Chiesa, nonostante il fatto che la S. Scrittura non presenti alcuna norma di diritto divino positivo nella specifica materia. Nella Chiesa primitiva l’aborto, come l’infanticidio, rientravano sotto la proibizione di uccidere contemplata nel Decalogo (cfr. Didaché; Lettera di Barnaba; Minucio Felice; Tertulliano). Le argomentazioni fondavano la norma sul comando dell’amore del prossimo e sull’atto creativo di Dio.
Nel Medio Evo la condanna dell’aborto viene mantenuta e codificata a partire dal Decreto di Graziano. Nella ricerca teologica, tuttavia, intervengono due novità: la riflessione sulla questione della cosiddetta “animazione” del feto e la riflessione sulle eccezioni al quinto comandamento (legittima difesa; condanna a morte; uccisione in guerra). Quest’ultima perviene alla conclusione che non sempre in tali casi, l’uccisione è peccato, anche se non tutte le vittime di queste eccezioni sono colpevoli. Per ciò che riguarda la questione dell’animazione del feto, che, secondo la teoria aristotelica accettata da S. Tommaso, avverrebbe a 40 giorni dal concepimento per i maschi e a 80 per le femmine, diremo che essa non apportò nessuna novità per ciò che riguarda il giudizio etico sull’aborto, quanto piuttosto sulla valutazione della gravità: Tommaso pensa che prima dell’animazione non possa trattarsi di vero omicidio. La sua posizione fu accettata dal papa Gregorio IX, che la codificò canonicamente. La questione dell’animazione differita condusse alcuni teologi a sostenere la liceità dell’aborto, entro i 40 giorni, limitatamente ad alcune circostanze (per salvare la vita della madre, nel caso di minacce di morte, ad es., se si fosse scoperta la gravidanza, ma non semplicemente per sfuggire al ludibrio). Così ad es. Sanchez e S. Alfonso de’ Liguori. Ancora il Catechismo romano (1566) lascia aperta la discussione su questo punto.
Con Sisto V (1585-1590) si ha una svolta. La legge canonica pone sotto pena qualsiasi abortus provocatus. Gregorio XIV ritrattò questa condanna limitandola all’aborto dopo il terzo mese di gravidanza e mitigando le pene, ma Innocenzo XI ripristinò la decisione di Sisto V (1679), che entrò nel codice del 1917. Intanto si fa strada il superamento della teoria dell’infusione differita dal concepimento (Th. Fienus; P. Zacchia XVII sec.). Le scoperte biologiche del XIX e XX sec. hanno quasi universalmente imposto la teoria dell’infusione immediata.
La teoria dell’animazione differita, anche se occasionalmente ripresa da teologi del secolo scorso, come K. Rahner) non ha fornito alcun decisivo apporto riguardo al giudizio morale sull’aborto, ma solo a mitigare il giudizio sulla gravità dell’atto (non equiparato all’omicidio). La teoria dell’animazione differita, infatti, non sembra in grado di replicare adeguatamente alle due principali difficoltà sollevate contro di essa: l’antropologia rudimentale, dal punto di vista biologico, che le fa da sostrato e la conseguente impossibilità, in ogni caso, di determinare con oggettiva esattezza il momento dell’animazione.
Ma anche sullo sfondo di un riconoscimento di principio del diritto alla vita sin dal concepimento non sarà sbarrata la strada verso un più articolato giudizio sull’atto; per esempio, verso il possibile riconoscimento della liceità di alcune indicazioni mediche dell’interruzione di gravidanza.

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  1. rickinca84
    18 gennaio 2008 alle 17:53

    La mala sanità è un conto…
    certo è che una “campagna pubblicitaria lanciata ieri dai Centri per la pianificazione familiare: «Viviamo in una società giudeo-cristiana che trasmette una certa morale e colpevolizziamo sempre le donne che vogliono abortire: sono percepite come irresponsabili o in situazione disperata. L´aborto dovrebbe essere qualcosa di normale, banale»”

    è veramente abominevole. Definirla battaglia ideologica è poco. Sta diventando un pò come gli stadi: insultarsi a vicenda è più perchè l’altro è diverso, ha la maglia di un’altro colore, che non perchè ha fatto qualcosa di sbagliato.

    La Ru-486 oltra ai problemi morali di un qualsiasi aborto, ha dei “problemi tecnici” di uccidere, in taluni casi, madre e figli… per questo molti stati non l’hanno accettata. Ma non importa: ogni occasione è buona per darci sotto contro la chiesa.
    Se volessimo usare la loro stessa moneta, allora potremmo definirili antisemiti (morale giudeo-cristiana) e poi li si che so dolori!
    ciao belli
    @ seba
    sarò rincretinito ma io non ho capito che volevi dire prima
    io, scherzando, dicevo ke se ti far star bene essere insultato, ti posso scrivere tante parolacce via email.
    ciao

  2. rickinca84
    21 gennaio 2008 alle 0:41

    Ecco un reportage con tanti articoli che denunciano le morti causate dalla RU486

    http://www.stranau.it/reportages/RU486/ru_486.htm

  3. Sebastian
    22 aprile 2008 alle 15:26

    22.04.2008

    RELAZIONE SULL’INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA – 2006-2007

    Il Ministro della Salute Livia Turco ha trasmesso al Parlamento la Relazione annuale sull’attuazione della legge 194/1978, contenente “Norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria della gravidanza” che contiene i dati preliminari per l’anno 2007 e i dati definitivi per l’anno 2006.

    I dati relativi al 2007, con un totale di 127.038 IVG, evidenziano un ulteriore calo del 3% rispetto al dato definitivo del 2006 (131.018 casi) e un decremento del 45,9% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all’IVG (234.801 casi).

    Il tasso di abortività (numero delle IVG per 1.000 donne in età feconda tra 15-49 anni), l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza al ricorso all’IVG, nel 2007 è risultato pari a 9,1 per 1.000, con una diminuzione del 3,1 rispetto al 2006 (9,4 per 1.000) e del 47,1% rispetto al 1982 (17,2 per 1.000).

    Continua la diminuzione delle IVG tra le donne italiane: i dati definitivi relativi all’anno 2006 evidenziano infatti 90.587 IVG, con una riduzione del 3,7% rispetto al 2005 e di oltre il 60% rispetto al 1982, anno in cui più numerose sono state le IVG. Viceversa, le IVG sono incrementate tra le donne straniere: in totale 40.431 nel 2006 (+4,5% rispetto al 2005), pari al 31,6% del totale (nel 2005 erano il 29,6%).

    In merito al fenomeno degli aborti clandestini, nella Relazione di quest’anno viene presentata una nuova stima aggiornata del 2005 che si ferma ad un’ipotesi massima di 15 mila aborti effettuati al di fuori della legge 194, correggendo al ribasso le precedenti stime che indicavano tale soglia attorno ai 20 mila aborti clandestini. Il dato riguarda solo le donne italiane, in quanto non si dispone di stime affidabili degli indici riproduttivi per le donne straniere. Si conferma, quindi, la contemporanea diminuzione dell’abortività legale e clandestina tra le donne italiane.

    Rispetto all’aborto effettuato dopo i 90 giorni, la situazione è invariata. La percentuale di IVG dopo tale periodo è stata complessivamente nel 2006 del 2,9%. Di queste, il 2,2% è relativo alle IVG tra 13 e 20 settimane e lo 0,7% a quelle dopo 21 settimane.

    Infine, sono stati presentati i dati reali relativi all’obiezione di coscienza, aggiornati dalle Regioni (i precedenti risalivano all’anno 2003, in taluni casi all’anno 1999), che mostrano un forte incremento in tutta Italia. L’obiezione è infatti aumentata per i ginecologi dal 58,7% al 69,2%; per gli anestesisti, dal 45,7% al 50,4%; per il personale non medico, dal 38,6% al 42,6%.

    Nel Sud l’aumento è ancora maggiore e in alcune Regioni addirittura i dati raddoppiano. In Campania l’obiezione per i ginecologi passa dal 44,1% all’ 83%.; per gli anestesisti dal 40,4% al 73,7%; per il personale non medico, dal 50% al 74%. In Sicilia, per i ginecologi dal 44,1% al 84,2%; per gli anestesisti dal 43,2% al 76,4%; per il personale non medico, dal 41,1% al 84,3%. Ma anche nel Nord, come ad esempio in Veneto, l’obiezione è superiore al dato nazionale: per i ginecologi, 79,1%; per gli anestesisti, 49,7%; per il personale non medico, 56,8%.

    Nelle conclusioni alla sua relazione il Ministro della Salute Livia Turco sottolinea che: “la legge 194/78, con la legalizzazione dell’aborto, ha favorito la sostanziale riduzione della richiesta di IVG, grazie alla promozione di un maggiore e più efficace ricorso a metodi di procreazione consapevoli, alternativi all’aborto, secondo gli auspici della legge” e che “la legge 194/78 ha permesso un cambiamento sostanziale del fenomeno abortivo nel nostro paese, nonostante la sua applicazione possa essere ulteriormente migliorata”.

    Il Ministro Livia Turco, ribadendo che “il dettato della legge affida alle istituzioni centrali e regionali il compito del governo del sistema” e quindi sottolineando che “la relazione al Parlamento non intende essere un atto formale, ma lo strumento istituzionale per indirizzare coerentemente le scelte programmatorie di sanità pubblica, al fine di correggere e risolvere le criticità, pianificare gli interventi più adeguati di prevenzione, raccomandare le procedure più appropriate in termini di maggiore tutela della salute della donna e di maggiore efficienza, precisa che “come Ministro della Salute ho il compito di promuovere specifiche raccomandazioni alle Regioni su alcuni aspetti salienti”.

    In particolare “si raccomanda di adottare specifici interventi di prevenzione rivolti alle donne straniere, attraverso la formazione degli operatori socio-sanitari finalizzata ad approcci interculturali per la tutela della salute sessuale e riproduttiva; di organizzare i servizi per favorire l’accesso e il loro utilizzo; di promuovere una diffusa e capillare informazione per la popolazione immigrata.”
    “Si raccomanda altresì di promuovere il potenziamento dei consultori, quali servizi primari di prevenzione del fenomeno abortivo”.
    ”Si raccomanda inoltre di adottare misure idonee a ulteriormente ridurre la morbilità da IVG e per il miglioramento dell’appropriatezza degli interventi, anche attraverso l’aggiornamento del personale preposto, come previsto dall’art. 15 della legge 194/78”. “Si raccomanda ancora di monitorare l’adeguata offerta delle prestazioni, anche in relazione all’aumento del fenomeno dell’obiezione di coscienza da parte del personale dei servizi, al fine da una parte di garantire la libertà di obiezione –riconosciuta dall’articolo 9 della legge 194/1978- e dall’altra di garantire la continuità assistenziale. Infatti in alcune Regioni l’obiezione di coscienza ha raggiunto livelli tali da prefigurare un’oggettiva condizione di grave difficoltà per le donne nell’accesso ai servizi. In questo senso si ribadisce che sono le Regioni –in applicazione del medesimo articolo 9 della legge- che devono controllare e garantire l’attuazione della legge, anche attraverso la mobilità del personale”. “Si raccomanda anche l’adozione e il raggiungimento di standard uniformi su tutto il territorio nazionale in relazione all’appropriatezza e alla qualità nel percorso della diagnosi prenatale e in particolare nei casi di anomalie cromosomiche e malformazioni, al fine di garantire l’immediata e reale presa in carico dei bisogni della donna e della coppia, nel rispetto e in applicazione degli art. 6 e 7 della legge 194/78”. “Si raccomanda, infine, in merito all’applicazione degli articoli 2 e 5 della legge 194/1978, l’implementazione delle misure necessarie alla rimozione delle cause che potrebbero indurre la donna all’IVG, sostenendo le maternità difficili e la promozione dell’informazione sul diritto a partorire in anonimato, nonché su tutta la legislazione a tutela della maternità”.

    In conclusione, il Ministro Livia Turco sottolinea che “assumendo la piena applicazione della legge 194/1978 come priorità delle scelte di sanità pubblica, non si ravvisa la necessità di una sua modifica, ma viceversa si sottolinea la necessità di un rinnovato impegno programmatorio e operativo da parte di tutte le istituzioni competenti e delle/degli operatrici/operatori dei servizi”. Il Ministro Turco, inoltre, “evidenziando la complessità dei valori etici che i legislatori hanno consegnato alle istituzioni e alla società nel suo insieme, ribadisce che la legge è stata e continua a essere non solo efficace, ma saggia e lungimirante, profondamente rispettosa dei principi etici della tutela della salute della donna e della responsabilità femminile rispetto alla procreazione, del valore sociale della maternità e del valore della vita umana dal suo inizio”.

    Pax +

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