Il Pastore smarrito

Ignoto, Trionfo della morte, 1446, Palermo

Ignoto, Trionfo della morte, 1446, Palermo

”Quelli che pensano troppo prima di muovere un passo
trascorreranno tutta la vita su un piede solo”
Pino Puglisi

Per comprendere l’importanza del Cardinale Pappalardo per la Chiesa e la società siciliana di oggi, occorre leggere il personaggio alla luce della vita e del martirio di Puglisi, che di fatto ne concluse la parabola storica. Il modo, più intuitivo che sistematico o dottrinale, in cui Pappalardo vedeva e affrontava i problemi, ne rende più complessa l’interpretazione, più sfaccettata e interessante la sua figura di pastore, di quella consegnata alla cronaca dai media. La celebre citazione di Livio che risuonò nell’omelia durante i funerali del Generale Dalla Chiesa, “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur […] povera Palermo”, pronunciata pensando alla città come corpo civile, potrebbe funzionare benissimo anche come epitaffio del quarto di secolo occupato nella storia della Chiesa di Palermo dal ministero dello stesso Cardinale Pappalardo.

Aveva una personalità insicura e perplessa, segnata da profonde fragilità affettive. Si faceva portatore di una visione non carismatica, quasi sociologica della Chiesa. Si sarebbe detto che credesse, più che in Cristo, nell’istituzione ecclesiastica; che avesse fede nella Chiesa come un alto ufficiale dei carabinieri avrebbe potuto averne nei confronti dello Stato. Forte della propria formazione nella leggendaria diplomazia ecclesiastica e dell’esperienza maturata come Nunzio Apostolico in Indonesia, Pappalardo fu inviato a Palermo quasi in partibus infidelium.
Il suo predecessore, il Cardinale Carpino, fu arcivescovo di Palermo per due soli anni, succedendo al Cardinale Ruffini, e può essere considerato il vero iniziatore del rinnovamento conciliare a Palermo. E’ convinzione diffusa, negli ambienti del clero, che la brusca interruzione di questo processo, avvenuta con le drammatiche dimissioni di Carpino, fosse legata agl’insanabili conflitti con quel manipolo di preti che, negli anni ’60, aveva fatto del Palazzo Arcivescovile la roccaforte del collateralismo tra Chiesa e politica nazionale. Preso possesso della Diocesi, Pappalardo trovò, saldamente insediato in Curia, dai tempi del Cardinale Ruffini, proprio quel pugno di monsignori destinato a resistere all’avvicendarsi sulla cattedra di San Mamiliano di ben tre cardinali.
Pappalardo era considerato un montiniano, aderì infatti alla cosiddetta “scelta religiosa” di Paolo VI nel rapporto tra Chiesa e politica, ma sostanzialmente fallì nel tentativo di opporre una diversa declinazione del modello clericale della Curia palermitana.
L’ultimo dei Monsignori fu estromesso solo dal successore di Pappalardo, il Cardinale De Giorgi, e uscì di scena umiliando pubblicamente quest’ultimo.
Lungo tutto l’episcopato di Pappalardo i due modelli di Chiesa (quello ufficiale, del Cardinale, e quello dei curiali) vissero vite parallele, giunsero ad un compromesso, si ignorarono reciprocamente e finirono per convivere da separati in casa. Questa situazione era ciò cui esattamente alludeva Puglisi, quando scherzosamente rispediva al mittente il saluto di chi gli si rivolgeva col titolo di “monsignore”.
Pappalardo non avversò Puglisi, né favorì i monsignori della Curia; ma, se è ovvia la contrapposizione tra il modo d’essere nella Chiesa di Puglisi rispetto quella dei “monsignori”, spesso non si coglie abbastanza chiaramente l’incompatibilità anche tra il modello di Chiesa di cui si fecero rispettivamente portatori Pappalardo e Puglisi.

A Palermo, Pappalardo attuò una sempre più ampia integrazione delle prassi collegiali. La sua formazione giuridica, la mentalità diplomatica (il Cardinale De Giorgi, nel corso di conversazioni private, vi contrappose più volte la propria provenienza pastorale) davano alla sua azione una dimensione tutta orizzontale. Aveva la tendenza a cogliere la novità del Concilio piuttosto attraverso i suoi riflessi sugli assetti organizzativi della Chiesa locale, che sul piano teologico.
Il “movente ecclesiologico” della prassi pastorale di Pappalardo presenta, così, un taglio culturalista e antropocentrico, particolarmente evidente nelle Costituzioni della maggiore realizzazione del Cardinale, la Facoltà Teologica di Sicilia. Lo stesso sfondo marcatamente umanistico che egli impresse alla cultura pedagogica del Seminario di Palermo, di cui spesso amava occuparsi personalmente, ma che traspare anche da certa vaghezza di indirizzi formativi e insicurezza nel discernimento.

Il tipo di prete che si andava formando nel Seminario diocesano maggiore ereditato da Pappalardo appariva del tutto estraneo ai requisiti conciliari per i candidati al sacerdozio. Gli allievi vi venivano addestrati a compilare a dovere le carte del processicolo matrimoniale, come disse icasticamente un vescovo siciliano. I modelli erano pedagogicamente sprovveduti, spiritualmente poveri, poco esigenti dal punto di vista culturale.
Anche se Pappalardo prendeva le distanze da tutto ciò, in definitiva il modello di pastore che egli impersonava e proponeva rimaneva pur sempre di tipo clericale. In campo formativo, dall’azione del Cardinale si ricava una sensazione di insicurezza, di mancanza di chiarezza.
Nella seconda metà degli anni ’70 si verificavano, nel seminario maggiore palermitano di via Incoronazione, gravi episodi di omosessualità. Lì uno degli allievi aveva infine tentato il suicidio. Lo scandalo si allargò, fino a lambire alte personalità diocesane. In quell’occasione il Cardinale ritenne di non dover impedire l’ordinazione presbiterale dei tali coinvolti nella tresca, o non riuscì a farlo. Si accontentò di lasciare ad altri il compito di officiarla o di lasciare che i protagonisti della vicenda potessero trasferirsi, per ricevere gli ordini sacri in altre diocesi. Rimosse l’incolpevole rettore del seminario.
In quegli stessi anni, dopo aver soppresso il seminario minore, Pappalardo affidava a Pino Puglisi un nuovo progetto di formazione, la “comunità vocazionale”. Puglisi integrò nel suo progetto alcuni elementi di quel vero e proprio esperimento pedagogico post-conciliare, raccogliendo un piccolo gruppo di adolescenti reduci di quell’esperienza, cui si aggiunsero altri. Nella comunità vocazionale confluirono anche metodologie formative precedentemente sperimentate dal sacerdote palermitano, così come sono già visibili prassi e strumenti che ritroveremo nella sua attività successiva, in particolare la riflessione sul Vangelo come strategia di formazione umana ed ecclesiale. A differenza di quello di Pappalardo, il modello pedagogico di Puglisi non era specificamente, e neppure prevalentemente, rivolto a candidati al sacerdozio. Ciò che prevale, nella formazione sacerdotale, secondo Pappalardo, è la visione della funzione istituzionale del ministero; in Puglisi, invece, gli aspetti interiori della vita cristiana battesimale. In Pappalardo l’appartenenza ecclesiale è il supremo criterio regolativo; in Puglisi è la formazione evangelica a dare un giudizio su tutto: sulla vita morale, sulla prassi pastorale ed anche sul discernimento vocazionale.
Molte analisi del discernimento di Pappalardo, ancorché corrette, mancavano di forza, erano lentissime e come esitanti rispetto al nuovo, anche se riconosciuto giusto e necessario. “Se non avessi stimato Padre Pino, non l’avrei nominato direttore spirituale del Seminario Maggiore”, disse Pappalardo nell’omelia funebre del sacerdote assassinato per ordine dei capifamiglia di Brancaccio, con espressione che a qualcuno suonò excusatio non petita. La nomina di Puglisi, infatti, aveva dovuto attendere per due lunghi anni prima che il sacerdote dell’Opus Dei, direttore spirituale uscente, si decidesse a lasciare.
Così, di fatto, Puglisi non s’occupò di formazione al Seminario, neppure per un giorno.
Troviamo l’eredità del metodo di formazione di Padre Pino più in una schiera insospettabilmente vasta di laici, che entrarono in contatto con lui, che nei giovani preti. Per contro, attraverso le istituzioni formative del seminario di Palermo e della facoltà teologica di Sicilia, il modello sacerdotale di Pappalardo è destinato ad influire ancora a lungo sulla vita della Chiesa, non solo palermitana, ma di tutta l’Isola. Non è un caso se ben due dei quattro segretari, di cui si servì nel corso del suo ministero, sono oggi vescovi, e buona parte dell’episcopato siciliano attivo proviene dai vertici della Facoltà Teologica, del Seminario di Palermo, dal gruppo dei più stretti collaboratori di Pappalardo.

La stagione più celebrata del ministero episcopale di Pappalardo, quella delle omelie contro la mafia, negli anni a cavallo tra ’70 e ’80 è anche quella che meno ha inciso sulla futura Chiesa palermitana. Essa rappresenta più un tratto nella biografia personale di Salvatore Pappalardo che un vero e proprio tema del suo modello di Pastore. La sua proposta di lotta fu definita “la rivoluzione degli onesti”: la necessità di opporre, «all’ingiustizia di molti […] la propria personale giustizia». Nelle omelie antimafia del Cardinale gli accenti squisitamente religiosi sono rarissimi. Cataldo Naro, storico della Chiesa e, in seguito, Arcivescovo di Monreale, sottolineò l’inesistenza persino di una strumentazione linguistica capace di cogliere gli aspetti specificamente religiosi del fenomeno mafioso. Quella di Pappalardo è, piuttosto, una proposta morale, non particolarmente originale, debitrice com’era di Peruzzo, Ruffini e Petralia, e, in generale, del tradizionale magistero sociale del Mezzogiorno d’Italia, che inglobava il fenomeno nel complesso quadro della promozione umana. Suonò però come una novità dirompente soprattutto per l’intensità del momento storico e la copertura mediatica che ricevette.
Le denunce di Pappalardo crearono una situazione di radicale conflitto col partito cattolico al potere; fin quando non fu chiaro, intorno alla metà degli ’80, che occorreva o riformulare complessivamente il sostegno dell’episcopato nazionale al partito unico dei cattolici o tacere. Si tornò così alla vecchia difesa apologetica di un’astratta sicilianità, alla retorica del “siciliano onesto”. Lo stesso celebre grido di Giovanni Paolo II, nella Valle dei Templi di Agrigento, contro la mafia, fu un atto spontaneo del Papa, non previsto nel testo ufficiale dei discorsi che il S. Padre avrebbe dovuto tenere nel corso di quel viaggio apostolico in Sicilia. Ancora C. Naro, in una conversazione privata, sostenne che parole assai simili a quelle pronunciate da Wojtyla erano già presenti, invece, nella lettera della S. Sede che annunciava la visita del Pontefice e che il vescovo di una diocesi siciliana, tra quelle che il Papa avrebbe visitato, saltò proprio quel pezzo, nel darne notizia al proprio presbiterio.
Il cavallo di battaglia di Pappalardo si rivelò come qualcosa che riguardava la propria visione e la Chiesa in maniera, tutto sommato, tangenziale.
Al contrario, in Puglisi l’impegno contro la mafia, nasce dal centro del suo orizzonte pastorale, come sfida all’asserita efficacia salvifica del vangelo. Ai suoi occhi è ovvio che il fenomeno mafioso, in quanto esplicitazione di un’antropologia aberrante, ha una sua rilevanza morale, ma anche teologale. La scelta della più radicale non violenza deve saper mostrare con chiarezza di provenire dall’interno stesso dello sviluppo ecclesiale, di quel progetto di convivenza umana sanata alla radice dalla presenza di Gesù Cristo. La pregiudiziale antimafiosa diventa, per lui, sempre più preliminare in qualsiasi progetto di nuova evangelizzazione che voglia applicarsi seriamente a ricristianizzare i siciliani. Per Puglisi occorre fare riferimento ad una scelta pedagogica dei poveri e dei fanciulli come parte sostanziale dell’intera prassi di liberazione di Gesù, sull’ispirazione delle richieste avanzate da Cristo nel Discorso della Montagna. La mafiosità rappresenta, rispetto all’evangelizzazione, un vero e proprio controprogetto, che persegue interessi e scopi programmatici diametralmente opposti a quelli della comunità ecclesiale e rappresenta perciò un oggettivo impedimento per la salvezza integrale dell’uomo. In definitiva, anche le stesse esigenze antropologiche sono colte meglio nella prospettiva religiosa di Puglisi che in quella di Pappalardo.
Dall”82 in poi non si riscontra, nella Diocesi di Palermo, nessuna pastorale organica che tenga conto del radicamento storico e sociale della mafia e del suo impatto sull’evangelizzazione, nessuno strumento nuovo, nessuno sforzo per superare il ritardo culturale che gli intellettuali cattolici in genere registrano sul fenomeno mafioso. Nel suo progetto di rievangelizzazione, con lo strumento del centro sociale, Puglisi rimase isolato e vulnerabile.

Nell’omelia delle esequie, il Cardinale gridò che Padre Pino fu ucciso non perché “antimafia”, ma perché era un vero sacerdote.
“E com’è” sentii mormorare da un giovane prete che mi era accanto “che io e te siamo ancora vivi?”

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  1. 24 settembre 2007 alle 10:51

    In quell’intervista Aldo Naro mostra il suo consueto rigore intellettuale. Ma allora egli era pur sempre il Preside della maggiore istituzione accademica ecclesiastica in Sicilia e rimane molto controllato su alcuni punti. Qui, ad esempio, Naro asseconda l’intervistatore dilungandosi sull’humus della formazione e dell’impegno di Puglisi; ma l’affermazione più interessante, che il martirio è anche un appello all’esame di coscienza collettivo ed al pentimento, rimane non approfondita. Vedi anche dove dice “la lezione di Puglisi va ancora assorbita pienamente”.

    Nelle conversazioni private e nella produzione scientifica era più sciolto e anche più illuminante. Anche se il problema è di natura principalmente pastorale, sono stati in primo luogo gli storici della Chiesa ad avviare una riflessione critica.

    “perché la chiesa sia segno di una nuova cultura e di limpidezza evangelica, non si può ancora difendere in ogni caso il vecchio sistema ecclesiastico, poco attento alla libertà ed alla dignità della persona, più preoccupato della difesa dell’autorità che della verità […] rimangono da riesaminare meccanismi di potere, organismi di partecipazione, scelte nelle nomine dei vescovi e degli altri responsabili ecclesiastici, rispetto della persona all’interno della stessa comunità ecclesiale, contenuti della predicazione” (M. Stabile, 1993, citato da Naro in una conferenza, nel 1995).

    Poi ci sono affermazioni di Naro sulle quali non mi sento di concordare. Che il modello sacerdotale di Puglisi richiamasse quello leonino, per via dell’impegno sociale e di Pio X, per ciò che riguarda invece l’insistenza di Puglisi sulla formazione, e di Pappalardo, per quanto riguarda, infine, l’attenzione al territorio, forse perde di vista l’influsso, più potente su Puglisi, anche perché più immediato nel tempo, del Vaticano II e del rapporto diretto con il Vangelo.
    Infine, mi sembra di poter cogliere tra le righe, una critica, che condivido, al ritardo di riflessione anche da parte degli intellettuali cattolici sulla questione Chiesa-mafia, e soprattutto nella comunità scientifica teologica. Naro non nascondeva la convinzione che il nocciolo religioso della vicenda di Puglisi non solo non era ancora stato toccato ma spesso veniva rimosso. Sempre nel 1995, Naro scrive: “Il teologo Giuseppe Ruggieri ha scritto di “un’effettiva provocazione” per la coscienza cristiana rappresentata dal fatto che il fenomeno mafioso “alligna proprio in una società ‘cristiana’ e non pare entrare in contrasto con una sensibilità religiosa “in cui la chiesa ha avuto un’incidenza secolare””. Le parole di Ruggieri citate da Naro sono praticamente identiche a quelle urlate da Giovanni Paolo II ad Agrigento nel 1993, ma risalgono al 1986.

  2. Piero
    24 settembre 2007 alle 17:55

    PROF. TRE RE, MI SEMBRANO FUORI LUOGO LE IMMAGINI CHE UTILIZZA IN TUTTI POST CHE RIGUARDANO ARGOMENTI DI CHIESA, NON E’ GRADEVOLE PERCEPIRE ALLUSIONI.
    INOLTRE , NON LEGGO DA NESSUNA PARTE LE SUE IDEE RISOLUTIVE ALLE VARIE TEMATICHE, IL FINE DEL DIALOGO LASCIA IL TEMPO CHE TROVA!
    CONSIDERATO IL FATTO CHE LEI COMMENTA E/O FA COMMENTARE SENZA SCRIVERE POSSIBILI RISOLUZIONI.
    ATTENDO UNA SUA RAPIDA RISPOSTA, NON SI PREPARI LA SOLITA LEZIONE DI FRASI FATTE, LA RINGRAZIO PER L’ATTENZIONE.
    Sig. Piero.

  3. Piero
    24 settembre 2007 alle 17:56

    CAMBI LE IMMAGINI SE POSSIBILE!

  4. 24 settembre 2007 alle 19:07

    Gentile Piero,

    Le porgo il mio benvenuto in Terra di nessuno.
    Sulla scelta delle immagini ho già risposto due volte. Vedi:

    https://terradinessuno.wordpress.com/2007/07/23/lorco-che-ce-nella-chiesa-degli-angeli/#comment-456

    https://terradinessuno.wordpress.com/benvenuti/about/#comment-869

    Non le piace questa immagine? L’ho scelta con un intento metaforico, per le figure a sinistra, poveri e miserabili che, ignorati dalla morte, la invocano come loro salvezza, le cadaveriche figure di ecclesiastici, al centro, mentre in alto, spensierate figure di gaudenti, in un giardino di delizie, ignorano di stare per essere colpite (per vederle, clicchi sull’immagine). Ricorda certe possenti pagine del profeta Geremia. Solo guardando la morte per quella che è si può davvero capire che significa il martirio, o che la nostra salvezza ha richiesto la morte di Dio. L’altra ragione per cui ho scelto quest’immagine: è la prova che persino nel Medio Evo, anche a Palermo, c’è stata gente libera di esprimersi, forse più di noi, oggi.
    Al webmaster è certamente possibile cambiare le immagini, ma non intendo farlo, così come non ho mai cancellato i commenti di nessuno. Tutti gli utenti in Terra di nessuno sono liberi e si assumono la responsabilità di quello che dicono o fanno. Ovviamente, anch’io.
    Il dialogo è aperto, per sua natura: non ha alcun fine che se stesso. Sicuramente non ha il fine di dare risposte preconfezionate o di placare ansie. Chiudere il dialogo è esattamente ciò che non voglio. I lettori leggono, ascoltano questo e quello e poi si formano un loro giudizio.
    A quali mie frasi esattamente si riferisce, chiamandole “fatte” e “solita lezione”?
    Lei attende una risposta, ma che sia rapida. Suppongo, sull’argomento che è qui sul tappeto.
    Ecco. La questione, ormai, sta nel capire perché un’ideologia così antievangelica come la mafia alligna nella cultura siciliana, non già “nonostante” la sua secolare tradizione cristiana, ma proprio “in forza” di quest’ultima.

  5. Piero
    24 settembre 2007 alle 21:03

    L’INTENTO DEL MIO COMMENTO ERA QUELLO DI VOLER SAPERE DA LEI, QUALI PROPOSTE RISOLUTIVE PROPONE PER LE PROBLEMATICHE TRATTATE IN ” TERRA DI NESSUNO”. E’ FACILE COMMENTARE SENZA PROPORRE, O MI SBAGLIO?
    LE RISPONDO CON ESTREMA FACILITA’ ALLA SUA DOMANDA:

    A PAROLE TUTTI POSSONO DIRE DI AVERE FEDE E DI ESSERE DISCEPOLI DI CRISTO, MA IL VERO DISCEPOLO E’ COLUI CHE VIVE LA PAROLA DI DIO, NEL PROFONDO DEL CUORE E NELLA VITA QUOTIDIANA.
    TUTTO IL RESTO E’ PAGANESIMO, FALSA CRISTIANITA’.

    LEI MI VUOLE COMINICARE CHE LE IMMAGINI SONO UNO,NESSUNO,CENTOMILA (PIRANDELLO) ?
    NON CONCORDO, LEI COMANDA QUI E SE LE TENGA STRETTE.
    PERSONALMENTE AVREI MESSO IMMAGINI DI SPERANZA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

    (COME WEBMASTER LEI DOVREBBE MODERARE SEMPRE I COMMENTI,PRESUMO!)

  6. 24 settembre 2007 alle 21:53

    Signor Piero,

    Questo sito cerca di offrire spazi di dialogo tra persone, indipendentemente dalle loro credenze, sulla base della comune natura discorsiva dell’intelletto umano, l’universale capacità di amare, e soprattutto nella convinzione che la parola e la vita di Gesù di Nazareth costituiscono pur sempre le radici comuni dell’universo spirituale dell’Occidente.
    Se lo ritiene utile, faccia un giro in Terra di nessuno, legga, prenda quello che vuole, si faccia un’idea e parliamone, se vuole; di tutto ciò che vuole. La risposta che lei cerca è nel dialogo stesso. Spesso la domanda di uno può essere risposta per un altro.

    Le immagini sono polisemiche, certo. Però ammettono un numero limitato di significati, per quanto grande. Infiniti significati, infatti, equivarrebbe a nessun significato.

    Ognuno ha un suo stile, anche nel comunicare, tutto qui.
    Come webmaster potrei anche non ammettere commenti, ma io voglio mettere in discussione quello che penso e dico…

  7. L.
    25 settembre 2007 alle 0:29

    CARO SIG. GIAMPIERO, HO LETTO I SUOI RECENTI COMMENTI QUI ESPOSTI CIRCA IL RAPPORTO MAFIA-CHIESA (ANZI:MAFIA-CRISTIANESIMO) E DEVO DIRE CHE IN ESSI C’E’ QUALCOSA CHE NON MI CONVINCE. LEI CITA RIGGIERI, DICENDO CHE IL TEOLOGO CATANESE ANTICIPA CIò CHE HA DETTO GIOVANNI PAOLO II AD AGRIGENTO E CIOE’, COME LEI POI ANCORA RIBADISCE FACENDO SUA LA TESI, CHE LA MAFIA C’E’ IN SICILIA NON SOLO NONOSTANTE MA PERFINO A CAUSA DEL CRISTIANESIMO E DELLA CHIESA. NON MI PARE AFFATTO CHE IL PAPA AD AGRIGENTO ABBIA DETTO O ABBIA VOLUTO DIRE QUESTO. ESORTANDO SEVERAMENTE I MAFIOSI A CONVERTIRSI, HA DETTO CHE I MAFIOSI NON SONO VERI CRISTIANI. ANCHE IL COMMENTO ALLE TESI DI MONS. NARO MI LASCIA PERPLESSA E MI FA PENSARE CHE LEI FORSE NON LE ABBIA CAPITE, PRIMA ANCORA DI NON CONDIVIDERLE; ANZI: LEI NON LE CONDIVIDE PERCHE’ FORSE NON LE COMPRENDE NELLE LORO PIU’ PROFONDE MOTIVAZIONI: PER MONS. NARO, MI PARE DI CAPIRE, RINTRACCIARE L’HUMUS FORMATIVO DI DON PUGLISI SIGNIFICA CAPIRE CHE CIO’ CHE LO HA MOTIVATO E SOSTENUTO FINO AL MARTIRIO E NELLA SUA TESTIMONIANZA CIVILE E’ STATO PROPRIO IL VANGELO; INFATTI, ANDARE A RINTRACCIARE I SUOI CONTATTI CON IL MOVIMENTO “PRESENZA DEL VANGELO” DI PLACIDO RIVILLI E DI LIA CERRITO, CI METTE IN CONDIZIONE DI CONOSCERE LE RADICI DEL SUO SPIRITO EVANGELICO. “INDUGIARE” SU QUEL RETROTERRA FORMATIVO NON E’ ASSECONDARE SEMPLICEMENTE L’INTERVISTATORE, MA E’ COGLIERE LA SPECIFICITA’ DI DON PUGLISI. A ME SEMBRA CHE IL MODO DI ARGOMENTARE DI MONS. NARO, PUR NELLA SUA SEMPLICITA’, RISULTA COERENTISSIMO ALLA REALTA’ DEI FATTI E ALLA REALTA’ SICILIANA, ANCHE SE CI SONO ALTRI STORICI SICILIANI E ALCUNI TEOLOGI SICILIANI CHE NON LEGGONO GLI STESSI FATTI ALLA STESSA MANIERA E, SOPRATTUTTO, CON LA MEDESIMA CHIAREZZA.

  8. L.
    25 settembre 2007 alle 0:59

    SCANNERIZZO E METTO QUI UN’ALTRA INTERVISTA DI MONS. NARO PUBBLICATA SU JESUS DEL 2005: L’INTERVISTA VERTE SU UNA RICERCA SOCIOLOGICA REALIZZATA A PALERMO, CON QUESTIONARI RIVOLTI AI PRETI; RIGUARDA ANCHE IL NOSTRO TEMA: PUGLISI, PAPPALARDO, MAFIA E CHIESA IN SICILIA: SPERO SIA UTILE A TUTTI LA LETTURA DI ESSA E MI SCUSO SE OCCUPO TANTO SPAZIO NEL RIPORTARLA.

    «Non so dare una valutazione sulla scientificità della ricerca. Ho ascoltato giudizi di competenti piuttosto perplessi in proposito. Non mi meraviglierei tanto, però, se questi dati corrispondessero grosso modo alla realtà»: monsignor Cataldo Naro non ama le etichette e i luoghi comuni. In particolare quando il binomio mafia-Chiesa siciliana viene tirato in ballo come unica categoria per definire l’azione pastorale. Arcivescovo di Monreale dal dicembre 2002, già preside della Facoltà teologica di Palermo, autore di diversi volumi di storia siciliana, commenta i risultati dell’indagine proponendo precise osservazioni.

    Il primo rilievo è sul fatto che la ricerca è centrata sul prete. Il sacerdote resta una figura centrale nella Chiesa, ma di fatto oggi non è più esclusiva. Se si vuol sapere come la Chiesa di Sicilia o, in particolare, quella di Palermo abbia recepito la lezione di don Puglisi la domanda è da fare a tutto campo, dev’essere rivolta anche ad altre figure ecclesiali. Mi riferisco particolarmente a quelle figure laicali che nella comunità hanno un peso e un’influenza non raramente maggiore dei preti. Penso ai responsabili dei movimenti e delle aggregazioni, ai laici direttori di uffici della curia, a quelli docenti nella Facoltà teologica, agli opinionisti che scrivono sui giornali regionali e nazionali e che a Palermo non mancano. Lo stesso don Puglisi ha potuto rendere la sua testimonianza di resistenza alla mafia, fino al sacrificio della vita, anche perché alimentava la sua spiritualità nell’appartenenza a uno di tali movimenti, quello della Presenza del Vangelo, fondato dal francescano p. Placido Rivilli e che ha contato tra i suoi responsabili la bella figura della laica Lia Cerrito. Insomma, ritengo che bisogna indagare questi diversi mondi che compongono il più vasto mondo della Chiesa, altrimenti si ha una percezione incompleta della realtà. Inoltre va detto che oggi come nel passato il prete, come altre figure della Chiesa, risente del giudizio diffuso sulla mafia. Se la società civile vive una stagione intensa di rigetto della mafia, la Chiesa vi partecipa. Se c’è un calo di attenzione, i vari mondi ecclesiali ne risentono. La Chiesa non è staccata dal quadro più complessivo della società. In un mio saggio di qualche anno fa sul “silenzio” della Chiesa siciliana sulla mafia ho mostrato come il giudizio sulla mafia del cardinale Ruffini non si discostava da quello che le autorità giudiziarie e di polizia del suo tempo davano sullo stesso fenomeno. Ed anche le affermazioni del cardinale Pappalardo, con la loro forte carica di denunzia, non sembrano distaccarsi molto dalle analisi di politici e intellettuali, cattolici e non, lungo gli anni Ottanta.

    Ma il sacerdote oltre a risentire dei movimenti della società, in qualche caso deve farsene promotore o procedere autonomamente?

    La domanda tocca una questione delicata: la specificità dell’analisi ecclesiale sulla mafia e la possibilità di un linguaggio sul fenomeno che attinga le sue categorie alla tradizione cristiana. A mostrare una tale possibilità è stato, a mio parere, Giovanni Paolo II. Nel suo famoso “grido” nella Valle dei Templi ad Agrigento, egli ha contribuito a dotare la Chiesa di un linguaggio “proprio”, non legato esclusivamente alle categorie “civili”, cioè un linguaggio che attinge i suoi termini alla tradizione della stessa Chiesa: giudizio di Dio, conversione, martirio. La testimonianza esemplare di don Puglisi che, come parroco, si fa carico dei problemi del territorio con una attenzione tutta particolare all’educazione delle nuove generazioni, mi sembra, da un lato, legata alla lezione del cardinale Pappalardo sul nesso pastorale-territorio e, dall’altro, profetica dell’indicazione di Giovanni Paolo II di una più fiduciosa valorizzazione della capacità formativa della tradizione cristiana. Credo che la Chiesa siciliana dovrà assumere con crescente consapevolezza e in maniera più diffusa l’insegnamento che le viene da don Puglisi.

    Ritornando all’inchiesta, cosa significa il fatto che risulta che diversi sacerdoti sono confusi, incerti o tradizionalisti disattenti?

    Significa, certo, come sembrano dedurre i ricercatori, che c’è cattiva informazione, che non c’è tanta voglia di impegnarsi o che permane una visione della salvezza cristiana meramente individuale; ma significa anche altro. C’è piuttosto evidente la registrazione del fatto che il clero è un gruppo umano piuttosto stratificato in senso generazionale. Ha qualche importanza che a rispondere alle domande sia un sacerdote formato negli anni cinquanta o negli anni settanta o agli inizi del nuovo millennio. Ma c’è un altro dato che mi sembra piuttosto chiaro: la resistenza dei sacerdoti, nel loro complesso, a farsi definire esclusivamente dall’impegno riguardo alla mafia. Questa percezione secondo cui il ministero ecclesiale è per la comunicazione della vita divina che abita nel cuore degli uomini e non primariamente per il cambiamento delle strutture della società rispecchia certamente una concezione “tradizionale”. Ed essa è tale semplicemente perché coerente con la grande tradizione cattolica. Ma va aggiunto con forza che deriva dalla stessa tradizione che l’offerta del dono della vita divina raggiunga gli uomini nella concretezza della loro situazione e divenga germe, storicamente visibile, dell’umanità nuova redenta nel Cristo.

    E nella concretezza del vissuto siciliano c’è appunto il problema mafia. Come inquadrarlo rispetto all’azione pastorale?

    Sì, è vero: in Sicilia l’annuncio cristiano non può non comprendere la proclamazione dell’assoluta incompatibilità tra l’appartenenza alla Chiesa e l’appartenenza alle cosche mafiose, tra l’esperienza cristiana e la condivisione di progetti di sopraffazione e di morte quali coltiva la mafia. Non può esserci reticenza in proposito. Come intuì don Puglisi, la via obbligata dell’evangelizzazione in Sicilia, su questo particolare punto, non può non essere quella dell’educazione dei ragazzi e dei giovani. Bisogna partire o ripartire dalle nuove generazioni nella convinzione che è possibile staccarle da una radicata mentalità secondo cui è possibile essere mafiosi o, comunque, essere conniventi con l’organizzazione mafiosa e, nello stesso tempo, partecipare alle processioni e perfino pensare di vivere un rapporto con Dio. È questa la via che la Chiesa siciliana è chiamata a percorrere con costante impegno pastorale.

    Quale deve essere l’atteggiamento di un prete rispetto alla richiesta di assistenza spirituale di un “uomo d’onore”?

    Mi sembra che la sua domanda riguardi il problema, che è stato tanto dibattuto, della richiesta che venga ad un sacerdote di celebrare il sacramento della confessione o l’eucaristia da parte di un mafioso “latitante”, cioè ricercato dalla polizia, spesso da parecchi anni. La mia risposta è semplicemente: non farsi strumentalizzare, come purtroppo è facile che accada in questi casi. Fu questa, sostanzialmente, la risposta che si ricava dal “parere” che, come docenti della Facoltà teologica di Sicilia, quando ne ero preside, abbiamo dato al cardinale De Giorgi che ci pose la questione allorché scoppiò il caso Frittitta. Non sto qui a dire le argomentazioni di quel parere. Ne riassumo le conclusioni: se il sacerdote viene richiesto dei sacramenti in articulo mortis (se, cioè, il latitante sta per morire), il sacerdote deve andare, anche a costo di incorrere nei rigori delle norme civili. Se, invece, non c’è questo pericolo della vita, il sacerdote può andare, una volta, due volte, per sostenere ed accogliere la volontà di conversione del latitante che non può non comportare un’effettiva rottura con la cosca mafiosa e un serio impegno di riparazione del male compiuto. Ma se il sacerdote dovesse registrare che non c’è una tale volontà e che, anzi, c’è un tentativo di strumentalizzazione, è evidente che conviene che egli si sottragga a tale tentativo. Mi sembra che quel parere resti valido, perché prudente ed equilibrato.

    Perché a suo parere l’80 per cento degli intervistati dà un parere negativo sui collaboratori di giustizia?

    Non mi sembra che ci sia una valutazione sull’efficacia dell’utilizzo o dell’apporto dei “pentiti” sul piano delle indagini di polizia e dei procedimenti giudiziari. C’è semplicemente, da quanto mi pare di capire, un giudizio sulla differenza tra conversione cristiana e collaborazione con la giustizia al fine di usufruire dei vantaggi che la legge assicura in termini di sconti di pena e altro.

  9. 25 settembre 2007 alle 12:24

    Cara Lory,

    si prenda pure tutto lo spazio che le serve. Credo che i lettori trovino comunque interessante il ricorso a documentazione di prima mano.
    Veniamo alle sue obiezioni, cominciando dalle ultime.
    Quello che c’è in un’intervista può anche essere il risultato di un lavoro redazionale (selezioni, tagli, scelte da parte del giornalista o della redazione) e comunque le domande rispecchiano gli interessi del giornalista, il quale pensa a ciò che ai lettori presumibilmente interesserebbe sapere dall’intervistato e alla linea editoriale della propria testata. Nei lavori scientifici le domande se le pone l’autore stesso e rispecchiano (o dovrebbero) la logica interna dell’argomento. Nell’intervista di Jesus a Naro, che lei ha riprodotto (https://terradinessuno.wordpress.com/2007/09/15/il-pastore-smarrito/#comment-919) non c’è uno sviluppo del tema: “C’è qualcosa in questa Chiesa che non è secondo una testimonianza di fedeltà piena al Vangelo”, che rimane al livello di enunciazione. Perché questo sviluppo qui non compaia, non lo so, fatto sta che Naro non lo sviluppa in quell’intervista. Quello che ho detto a corredo è che, certamente, in lavori scientifici Naro ha sviluppato l’argomento, andando anche più lontano di molti altri, per quella strada.
    La formazione di Puglisi. Non so quanta conoscenza diretta Naro avesse di Puglisi, se lo abbia mai personalmente incontrato. Quello che posso dire è che il modello sacerdotale di Puglisi è di ispirazione tipicamente conciliare e montiniana, senza bisogno di risalire tanto indietro, fino a Pio X o Leone XIII. Se queste influenze ci sono, in Puglisi, secondo me ci sono attraverso la mediazione del Vaticano II. Per quanto riguarda, poi, la presunta influenza di Pappalardo su Puglisi ho già detto. Penso di poter aggiungere che Pappalardo avesse rispetto del lavoro di Puglisi e lo lasciava fare, ma non mi risulta lo sostenesse. Puglisi era snobbato dai “monsignori”, ed erano questi, in ultima analisi, che avevano in mano il portafogli della Diocesi. L’azione pedagogica e pastorale di Puglisi doveva apparire loro molto “spirituale”, nel senso di astratta e un po’ evanescente. Ma l’azione pastorale davvero efficace, ai loro occhi, è economia: tutta un’altra cosa.
    La formazione evangelica di Puglisi non rileva solo dall’apparenenza a “Presenza del Vangelo”, ma dall’insieme del suo articolato mondo spirituale. Puglisi ha collaborato con molti movimenti e istituti: universitari cattolici, Camminare Insieme, Missionarie del Vangelo e tanti altri. Non dimentichiamo neppure la Parrocchia di Godrano. Puglisi, lui, non ha mai fondato né inventato nulla. Il suo genio pastorale consisteva nel discernere i semi evangelici lì dove c’erano e nell’aiutarli a crescere, mentre li assimilava. Puglisi fu straordinario in quest’opera di contaminazione tra esperienze diverse a partire dal Vangelo. Oltre a Rivilli, ricordato da Naro, potremmo citare anche la straordinaria figura del salesiano Rocco Rindone, fondatore del centro sociale di S. Chiara all’Albergheria, il cui metodo di formazione umana dei poveri attraverso il Vangelo anticipa quello di Puglisi, ma anche l’esperienza di risanamento umano del centro sociale S. Saverio di Cosimo Scordato.
    Il “grido” di Wojtyla ad Agrigento. Per Naro è giustamente un momento storico dell’impegno della Chiesa contro la mafia. Il Pontefice disse esattamente quello che lei riporta: intimò al mafioso di tornare alla Chiesa in nome della sacralità della vita (“diritto santissimo di Dio”) e del giudizio finale. L’accenno al popolo siciliano “che ama la vita” sottende il drammatico presupposto: la compresenza, nella stessa cultura, di mafia e Chiesa. Il teologo Ruggieri, già nel 1986, si pone la stessa domanda, che Naro rilancia, sostenendo pure che un simile interrogativo si trovasse nella lettera preparatoria di quel viaggio del Papa in Sicilia, ma che misteriosamente sparì poi dai documenti ufficiali: come mai un fenomeno così palesemente antievangelico alligna in Sicilia nonostante la sua quasi bimillenaria evangelizzazione?
    Il grido di Wojtyla è del maggio del ’93; l’uccisione di Puglisi, del settembre. Il Papa condanna la mafia connotandola come violenza omicida; il martirio di Puglisi dimostra che l’omicidio è solo l’espressione dell’appartenenza a una comunione che è essa stessa peccato e antitipica rispetto alla Chiesa. Il Vicario di Cristo chiede conversione ai mafiosi; col sacrificio del martirio, Cristo chiede la conversione della Chiesa stessa.
    Io dico: è tempo di chiedersi se le cause di questo fenomeno così anticristiano, in questo popolo così cristiano, siano da ricercare proprio nella storia, nelle modalità, nelle parole della sua cristianizzazione.

  10. L.
    25 settembre 2007 alle 23:45

    CONTINUO A NUTRIRE PERPLESSITA’. NON TANTO SULLA SULLA SUA DISAMINA DEL PROBLEMA QUI IN QUESTIONE (CHE PUR IN CERTI PASSAGGI NON CONDIVIDO, ANCHE PERCHE’ TALVOLTA MI PARE CHE LEI CHIAMI CON NOME LEGGERMENTE DIVERSO ELEMENTI COMUNQUE IDENTICI, COME PER ES. LA “PRESENZA DEL VANGELO” E LE “MISSIONARIE DEL VANGELO”: SI TRATTA DI DUE REALTA’ PALERMITANE STRETTAMENTE COLLEGATE E IN TANTE PERSONE CONVERGENTI), QUANTO SUL SUO MODO DI INTERPRETARE IL PENSIERO DI ALTRI (COME IL PENSIERO DI MONS. NARO, E DICO QUESTO ANCHE SULLA SCORTA DELLA LETTURA DELLA SUA PRODUZIONE STORIOGRAFICA, NON SOLO DELLE SUE INTERVISTE).
    SOPRATTUTTO MI PARE CARICATO DI ECCESSIVA ENFASI L’ULTIMO INTERROGATIVO CHE LEI SI PONE: MA DAVVERO PENSA CHE UN BORROMEO A MILANO ABBIA USATO “PAROLE” E “MODALITà” PIU’ AUTENTICHE E PERCIO’ PIU’ EFFICACI DI UN TORRES A MONREALE? (ENTRAMBI FURONO PROTAGONISTI DELLA RIFORMA CATTOLICA POST-TRIDENTINA, AMBEDUE AMICI E DISCEPOLI DI SAN FILIPPO NERI, A ROMA)… OPPURE DAVVERO PENSA CHE LE PAROLE DI ALFONSO DE’ LIGUORI, UN PO’ PIU’ TARDI, SIANO STATE POCO “CRISTIANE” TANTO DA “CAUSARE” IN CAMPANIA L’INSORGERE DELLA CAMORRA COME QUI IN SICILIA LE CANTATE E IL CATECHISMO IN DIALETTO DI BINIDITTU ANNULERU AVREBBERO, PER LA LORO “DEBOLEZZA” EVANGELICA, CAUSATO L’INSORGERE DELLA MAFIA? DAVVERO PENSA CHE UN ORATORIANO FILIPPINO COME GIORGIO GUZZETTA A PALERMO E A PIANA DEGLI ALBANESI NEL SETTECENTO, O UN D’ACQUISTO A MONREALE, O UN GALEOTTI E UN TURANO A PALERMO, O UN TACCHI VENTURI SEMPRE A PALERMO, O UN CUSMANO SEMPRE A PALERMO, UN ANNIBALE MARIA DI FRANCIA A MESSINA, UN DUSMET A CATANIA, NEL CORSO DELL’OTTOCENTO, ABBIANO AVUTO “PAROLE” (PREDICATE E VISSUTE!) COSI’ POCO EVANGELICHE RISPETTO A UN COTTOLENGO O A UN DON BOSCO IN PIEMONTE? E NEL NOVECENTO I DUE FRATELLI STURZO: IL VESCOVO MARIO (FILOSOFO E MAESTRO DI SPIRITUALITA’) E LUIGI (POLITICO, POLITOLOGO E SOCIOLOGO), ABBIANO PROPOSTO AI CATTOLICI SICILIANI “DISCORSI” COSI’ POCO EVANGELICI? O VESCOVI COME GUARINO A SIRACUSA E A MESSINA E COME INTRECCIALAGLI A CALTANISSETTA E A MONREALE SIANO STATI MENO GRANDI DI SCALABRINI A PIACENZA?
    MI SEMBRA CHE IL SUO INTERROGATIVO, PER OTTENERE UNA CORRETTA RISPOSTA, DEBBA ALLARGARSI E ARTICOLARSI NON POCO. IO ESTENDEREI QUEST’INTERROGATIVO “ETIOLOGICO” (MI SI DIA IL PERMESSO DI USARE FORSE “FUORI LUOGO” TALE TERMINE) ANCHE A DINAMICHE PU’ INTERNE AL VERSANTE CIVILE-SOCIALE-POLITICO CHE NON A QUELLO ECCLESIALE (ANCHE SE L’INTERROGATIVO, NEL SUO COMPLESSO, INVESTE UN’EPOCA IN CUI CHIESA E SOCIETA’ SONO RIMASTE STRETTAMENTE UNITE E DI FATTO CONFUSE PER TANTI SECOLI FINO, PRATICAMENTE, ALL’ALTRO IERI. A TAL PROPOSITO, NEL CASO DELLA SICILIA, SI DOVREBBE ANCHE VALUTARE MEGLIO UNA SUA SITUAZIONE STORICA SPECIFICA: LA LEGAZIA APOSTOLICA, “REGIME” ECCLESIALE ABROGATO PRIMA DAL PAPA NEL 1866 E POI DISMESSO ANCHE DAI SAVOIA NEL 1870, MA DURATO PER SECOLI, DAL TEMPO DEI NORMANNI; REGIME IN CUI LA CHIESA SICILIANA DIVENTAVA UNA CHIESA “DELLO”STATO, IMBOCCANDO UNA STRADA DI SUBALTERNITA’ AL POTERE POLITICO, SUBALTERNITA’ PIU’ TIPICAMENTE CESAROPAPISTA CHE NON TEOCRATICA).
    DAL MIO PUNTO DI VISTA PENSO CHE DOVREMMO PRENDERE IN ESAME TUTTA QUESTA COMPLESSITA’, CHE HA LA PROFONDITA’ LUNGA DELLA STORIA. CONVENGO CON LEI, SIG. GIAMPIERO, NEL SENTIRE DI DOVER METTERE IN CONTO ANCHE TANTI RITARDI E TANTE DISFUNSIONI PROPRIAMENTE ECCLESIALI, QUI IN SICILIA, SOPRATTUTTO NEL POST-CONCILIO: IL VATICANO II E’ GIUNTO IN SICILIA CON RITARDO E CON LENTEZZA E QUESTO PROPRIO “GRAZIE” A UN CETO EPISCOPALE IN GRAN PARTE SORTO SOTTO PAOLO VI (PERCHE’ L’EPISCOPATO SICILIANO DAL 70′ AD OGGI E’ STATO TRA I PIU’ “ASSOPITI” DELLA TERRA? CHI LI “FECE” TUTTI QUEI VESCOVI? E AMMESSO CHE LI ABBIA “FATTI FARE” IN MAGGIOR PARTE PROPRIO PAPPALARDO -E QUESTA MI PARE LA SUA PIU’ GRANDE RESPONSABILITA’ STORICA!-, ROMA NON NE HA SEMPRE AVALLATO LE DECISIONI, FINANCO QUELLE “POSTUME”? DAVVERO LE CAUSE SONO TUTTE “ENDOGENE” ALLA SICILIA?).

  11. 26 settembre 2007 alle 9:38

    Cara Lory,

    Vorrei complimentarmi, anzitutto, per la sua tecnica argomentativa e per i contenuti che mette in campo. Li trovo davvero interessanti. Proverò a rispondere.
    In primo luogo un mea culpa: ho chiamato “Missionarie del Vangelo” (che come lei correttamente dice sono legate a “Presenza del Vangelo”) quelle che sono in realtà le “Assistenti sociali missionarie”. Mi scuso con i lettori e con le amiche “Assistenti sociali missionarie” per la svista.
    Ciò tuttavia non cambia la sostanza: se si vuol dire in due parole la vocazione di Puglisi si deve dire che fu un evangelizzatore. In molti lo ricordano, insegnante di religione al Vittorio Emanuele II di Palermo, girare per le classi con uno scatolone pieno di vangeli in formato tascabile. Una “strategia” che Puglisi aveva assimilato dal salesiano P. Rocco Rindone, che fu suo predecessore in quella stessa scuola, o addirittura dalla fiorente comunità evangelica di Godrano, ai tempi in cui vi lavorò da parroco? In questo, allo stretto, consisteva la sua lezione. La sua azione era dunque esattamente come ce l’aspetteremmo in chi evangelizza: prescindeva da ogni denominazione, ceto ecclesiale e sociale, età, convinzioni politiche, e persino confessionali…

    Debbo amichevolmente lamentarmi con lei, Lory, perché continua a rimproverarmi l’errore di attribuire a C. Naro la tesi che la mafia abbia anche cause religiose, da ricercare nella storia dell’evangelizzazione di una regione più o meno vasta del nostro Paese. Credo di non meritare il rimprovero. So bene che Naro non si è mai spinto sino alla suddetta tesi, essendo quella una mia tesi. Finora ho solo sostenuto che cercare le radici della mafia anche tra i processi di inculturazione del vangelo non è in contrasto con i risultati di Naro e altri, anzi, ne rappresenta uno sviluppo.

    Infine, il suo argomento più forte. Lei elenca tutta una serie di gigantesche figure di portatori del vangelo, pastori, teologi, intelletuali, campioni della carità cristiana e afferma, in modo assolutamente impeccabile, che tali personaggi non sono mai mancati in nessun’epoca, in nessuna comunità cristiana, neppure nel meridione d’Italia. Questo basta per sgombrare il tavolo della discussione dal problema che ci tiene occupati? Non credo. La stessa esistenza teologale degli eccezionali evangelizzatori che lei ha citato rappresenta un’implicita riserva profetica nei riguardi dell’evangelizzazione “normale”. E’ la loro stessa eccezionalità una critica alla normalità, esattamente come accade ancora oggi con Puglisi. Se tutti gli evangelizzatori fossero sempre stati “veri” come lui, Puglisi sarebbe vivo e la mafia sarebbe morta, almeno in quanto fenomeno dal profondo radicamento nella cultura religiosa del siciliano.

    Elencare le glorie della Chiesa siciliana non è, in fondo, un altro modo di porsi la domanda: “Come mai la mafia nonostante secoli di Vangelo” (che, si è visto, è una strada che non conduce a nulla)?

    In un primo momento lei respinge la tesi delle cause religiose del fenomeno mafioso con una foga quasi impulsiva, poi, a poco a poco, le si avvicina, fino all’ultima parte del suo commento, dove parla dell’episcopato siciliano contemporaneo e si dichiara d’accordo con me: perché ciò che ritiene possibile sia accaduto di recente lo nega tanto risolutamente per il passato?
    In realtà, le nostre rispettive posizioni sono molto meno distanti di quanto lei mostra di credere. Il fenomeno mafioso è troppo diffuso e culturalmente radicato per potersi spiegare senza pensare a cause complesse e remote, anche nel tempo, quale che sia la risposta che intendiamo dargli. La scientificità di una futura indagine in questa direzione esigerebbe anche di liberarsi di resistenze pregiudiziali, legate al fatto che ognuno di noi istintivamente protegge la credibilità delle proprie ascendenze culturali come qualcosa di infinitamente sensibile e di enorme valore. E’ un fatto di cui anche Gesù è consapevole quando considera: “Nessuno vuole neppure assaggiare il vino nuovo, perché dice: il vecchio è migliore”.

    Infine, un controllo rigoroso di una tesi non si fa accumulando conferme, ma andando in cerca di elementi di falsificazione. Che la storia della Chiesa siciliana sia piena di santi di per sé non significa nulla, se non, in un’ottica di fede, che lo Spirito Santo non si è ancora stancato di noi. Ma dal punto di vista culturale, che è l’ottica propria in cui dovremmo qui situarci, occorre tenere presente che i processi che dovremmo studiare, e i fenomeni, sono lunghissimi, lenti, conflittuali.
    Il criterio di demarcazione da cercare dev’essere un fenomeno discriminante. Per me, questo criterio può essere la presa d’atto di ciò che fa della mafia siciliana qualcosa di diverso da ogni altra organizzazione criminale, cioè che essa è anche un fenomeno religioso.

    Roma? Lì discutono. E’ qui che dobbiamo evangelizzare i siciliani. Ora. Ricominciando da capo (dalla metanoia).

  12. 26 settembre 2007 alle 10:54

    Pubblico volentieri la lettera di un carissimo amico che chiede ospitalità su Terra di nessuno.

    Giampiero

    Caro Giampiero,

    mi inserisco sul dibattito in terra di nessuno cercando di dare il mio modestissimo contributo.
    Avendo conosciuto personalmente Puglisi ho sentito di dover intervenire.
    Per capire chi è stato Puglisi, credo si debba partire da molto lontano, da quando era ancora un ragazzo.
    Puglisi aveva dei genitori che avevano forte il senso dell’onestà, del senso della giustizia e della dignità dell’uomo anche se povero.
    Queste due figure ebbero una grande importanza per il giovane Pino. Il padre, uomo onesto, lavoratore, attento ai bisogni di chi, come lui, era povero e la madre, Giuseppina, una donna sempre sorridente che si immedesimava nei bisogni degli altri.
    In questo ambito familiare così pervaso di semplicità, di onestà, di senso della giustizia, di riscatto dei più poveri, Puglisi imparava dai genitori ad amare Dio e a confidare nella Provvidenza.
    Spesso don Pino ricorreva alla Provvidenza sicuro (perché così gli era stato insegnato) di avere una risposta, di avere un sostegno.
    Questa convinzione, o meglio fede, si sintetizza nelle parole scritte dietro nell’immagine della madre fatta fare per la sua scomparsa “mi sono sempre posto davanti agli occhi del Signore; Egli è alla mia destra, non posso vacillare. Perciò ne gioisce il mio cuore: c’è da saziarsi di gioia alla tua presenza, di delizie senza fine vicino a te” dal Salmo 15(16).
    Un’altra figura importante per il giovane Puglisi è stata, per l’esempio di vita sacerdotale, Padre Messina che dedicò tutta la vita ai giovani.
    Queste persone ebbero un ruolo importante per la sua scelta alla vita consacrata. A questo proposito ricordo che, tra la miriade di libri accatastati tra gli scaffali, uno mi colpì per il fatto che all’interno non c’era la solita scritta “3P” che ne attestava l’appartenenza, ma una data e una firma con scritto: sacerdote Giuseppe Puglisi; il titolo del libro: San Filippo Neri.
    Basta leggere la storia di questo Santo per conoscere chi era Puglisi.
    Io credo che il nostro don Pino poco avesse a che fare con un tipo di Chiesa quale fu quella prima del Concilio Vaticano II, se non per il fatto di essere stato ordinato sacerdote proprio in quel tempo e per le mani di un Arcivescovo, il Card. Ruffini, conservatore.
    Puglisi è stato un vero testimone del Concilio Vaticano II.
    Ci sono tante cose che ci fanno dire così. Si percepiva che il Concilio aveva dato risposte ai suoi tanti interrogativi e lo dimostra il fatto che ne consultò e ne studiò continuamente i documenti. Puglisi fu tra i primi che valorizzò il laicato dandogli un ruolo di grande valore all’interno della Chiesa.
    Una Chiesa vicina alla gente e per la gente; una Chiesa voce dei poveri, ai quali non bisognava dare solo il pane ma anche la Parola. E’ nella Sacra scrittura la chiave di lettura della missione di questo Profeta.
    La Parola riusciva ad essere elemento di congiunzione nel rapporto con Dio anche attraverso mille povertà e tanta sete di giustizia. E’ la Parola di Dio che ci salva e che ci renderà, un giorno, giustizia.
    E la parola non è ad uso esclusivo di una casta, di una cerchia ristretta di uomini, ma è per tutti coloro che la cercano, mafiosi compresi. Sappiamo tutti come lui chiese fortemente un incontro: incontriamoci, parliamoci…
    Cosa lo teneva lontano dal “palazzo” se non una visione di Chiesa che stentava, faticava ad accettare un ruolo di primo piano che doveva essere dato, come avevano pronunciato i padri del Concilio, ai laici.
    Questa prospettiva, secondo Puglisi, avrebbe dato l’opportunità al popolo di fare conoscenza delle cose di Dio, di fare esperienza di una salvezza che è per tutti.
    Quindi, come dicevo prima, Puglisi è stato un’espressione del Concilio Vaticano II.
    Un modo di essere sacerdote, calato nei problemi del popolo ma alla luce del Vangelo, vero strumento di salvezza.
    E’ la pedagogia della Parola che ha fatto di Puglisi un sacerdote da imitare, un martire della Chiesa, un Profeta che ha alzato la sua voce.

  13. Lory
    26 settembre 2007 alle 11:40

    LA RINGRAZIO ANCORA PER QUESTA SUA ULTERIORE RIFLESSIONE E PER LA LETTERA DELL’AMICO DI DON PUGLISI SOPRA RIPORTATA (APPRENDERE CHE DON PINO SI LASCIAVA ISPIRARE ANCHE DALLO STILE DI SAN FILIPPO NERI E’ PER ME UNA BELLA CONFERMA DI CIO’ CHE PENSO CIRCA L’INFLUSSO POSITIVO DEL FILONE “FILIPPINO-ORATORIANO” NELLA SICILIA OCCIDENTALE, DAL TORRES IN POI…).
    CIO’ CHE IO INTENDEVO RIMARCARE NEI MEI ULTIMI POST E’ CHE TRA FINE OTTOCENTO E NOVECENTO E’ SUCCESSO QUALCOSA DI EPOCALE UN PO’ OVUNQUE (IN ITALIA L’UNIFICAZIONE CON TUTTO IL SUO CARICO DI SECOLARIZZAZIONE NELLA SECONDA META’ OTTOCENTO E POI IL VATICANO II NELLA SECONDA META’ NOVECENTO): QUI IN SICILIA NON TUTTI SIAMO STATI ALL’ALTEZZA DEGLI EVENTI E PERCIO’ ABBIAMO PERSO TERRENO; MA QUANDO SI PERDE TERRENO OGGI, IN QUESTA NOSTRA TARDA MODERNITA’, E’ COME PERDERE CHILOMETRI E CHILOMETRI: OGNI INCERTEZZA E OGNI PUR MINIMO RITARDO, OGGI, IN UN TEMPO IL CUI IL MONDO CORRE A MILLE, EQUIVALE A UN GAP MACROSCOPICO.
    SONO D’ACCORDO (MA NON DA ORA) CON LEI CIRCA LA PORTATA NECESSARIAMENTE PROFETICA DI CIO’ CHE DI BUONO C’E’ STATO E C’E’ NELLA NOSTRA STORIA ECCLESIALE, COMPRESO IL MARTIRIO DI DON PUGLISI. MA PROPRIO QUESTA INEVITABILE E ANZI COSTITUTIVA PROFETICITA’, GARANTISCE DELLA COERENZA DI QUESTE “FIGURE” E DI QUESTE VICENDE CON LA “FIGURA” E LA VICENDA DI CRISTO GESU’: IO NON DICO, COME INVECE MI PARE FACCIA LEI NEL SUO POST QUI SOPRA, CHE SE TUTTI GLI EVANGELIZZATORI (TUTTI NOI BATTEZZATI, TUTTI NOI DISCEPOLI -TALVOLTA PURTROPPO SOLO ANAGRAFICAMENTE- DEL SIGNORE GESU’) FOSSIMO COME DON PUGLISI, EGLI SAREBBE ANCORA VIVO E LA MAFIA NON CI SAREBBE E SAREBBE IN VIA DI ESTINZIONE; IO DICO PIUTTOSTO CHE PROPRIO PERCHE’ DON PUGLISI E’ STATO COSI’ PROFETICO E COSI’ AUTENTICO EVANGELIZZATORE, E’ MORTO MARTIRIALMENTE, ALLA MANIERA DI GESU’. ANCHE SE NON MI ESIMO DAL CHIEDERMI PERCHE’ IL SIGNORE FINORA NON MI CONDUCE VERSO LO STESSO DESTINO, E MI CHIEDO SE FORSE NON SIA IO A FARE RESISTENZA E A NON ARRENDERMI A LUI COME FANNO I MARTIRI E I TESTIMONI VERI (RICORDO QUI LA TEMATIZZAZIONE DI QUESTA QUESTIONE FATTA NEL SUO EPISTOLARIO DAL CARCERE DI TEGEL DA D. BONHOEFFER), E MI CHIEDO INFINE SE IL SIGNORE NON MI STIA GIA’ CONDUCENDO VERSO QUELL’ESITO, NEL MIO PICCOLO, MAGARI PER ALTRE SITUAZIONI ECCLESIALI E SOCIALI DIVERSE DALLA MAFIA, SOTTO ALTRE FORME, DIFFERENTI MA NON DISPARATE RISPETTO ALLO SPARGIMENTO DEL SANGUE.
    DEL RESTO IO HO COMINCIATO A INTERVENIRE IN QUESTO BLOG PROPRIO PARTENDO DALL’ANALOGO INTERROGATIVO FORMULATO A BASSA VOCE E IN TERMINI UN PO’ AMBIGUI (NEL SENSO DI NON CHIARI, ALMENO PER ME) DA QUEL GIOVANE PRETE DA LEI CITATO ALLA FINE DEL SUO ARTICOLO…

  14. M
    27 settembre 2007 alle 16:19

    Per un cristiano, il martirio è una eventualità da considerare all’interno della propria fede. La Prima lettera di Giovanni dice infatti che “Dio ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli”.
    IDa san Giovanni de Brebeuf e i martiri canadesi (gesuiti uccisi dagli Irochesi nel XVII secolo) a sant’Andrea Dung-Lac ed i vietnamiti (XIX secolo), da san Paolo Miki e i martiri giapponesi (XIX secolo) a santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) e Massimiliano Maria Kolbe (morti nei lager nazisti) tutta la storia del Cristianesimo è piena di figure di persone che hanno dato la vita per Cristo in ogni parte del mondo e di ogni nazionalità.
    Ancora oggi missionari, sacerdoti e fedeli di tutte le confessioni cristiane muoiono in molti paesi del mondo, per aiutare i poveri e gli oppressi.
    Gesù ha detto:”Se il mondo vi odia sappiate che ha odiato me prima di voi,
    ricordatevi della parola che vi dissi, Non c’è servo più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, anche la vostra”
    Adesso la mia domanda è questa: evangelizziamo come i discepoli di Gesù di un tempo? Abbiamo la stessa fede? La missione salvifica della Chiesa di oggi come viene attuata?
    Con stima e affetto
    M

  15. Lory
    28 settembre 2007 alle 14:12

    MI PERMETTO DI RIPROPORRE QUI LA SCANNERIZZAZIONE DEL TESTO DI UN INEDITO DI MONS. CATALDO NARO APPARSO OGGI, AD UN ANNO DALLA SUA MORTE, NELLE PAGINE PALERMITANE DE “LA REPUBBLICA”.
    LEGGENDOLO MI APPARE ANCORA PIU’ CHIARO CHE, SECONDO LUI, IL RAPPORTO CHIESA-MAFIA IN SICILIA E’ PURTROPPO SEGNATO (NEGATIVAMENTE) NON DALLE PAROLE STESSE DEL CRISTIANESIMO ANNUNCIATE DALLA CHIESA, MA DALLE PAROLE NON PECULIARMENTE CRISTIANE CHE LA CHIESA SI E’ LIMITATA A DIRE RIGUARDO ALLA MAFIA, PUR PARLANDONE, SOPRATTUTTO NELLA SECONDA META’ DEL NOVECENTO E ANCOR OGGI. C’E’ STATO SI’ UN DEFICIT ECCLESIALE DI FRONTE ALLA MAFIA, MA TALE DEFICIT E’ STATO SOPRATTUTTO UN DEFICIT DI PAROLE AUTENTICAMENTE EVANGELICHE: MAGARI ESSA HA GRIDATO CHE I MAFIOSI SONO DELINQUENTI DELLA PEGGIORE SPECIE, MA NON HA GRIDATO CHE ESSI SONO PECCATORI; MAGARI HA PROCLAMATO CHE ESSI DEVONO ANDARE AL CARCERE DURO, MA NON HA PROCLAMATO CHE ESSI POSSONO E DEVONO CONVERTIRSI; MAGARI QUALCUNO DEI SUOI UOMINI, SPECIALMENTE A PALERMO, TUONANDO NEI CORTEI CONTRO LA MAFIA CON LE STESSE PAROLE DI FALCONE E DI VIOLANTE, HA AVUTO NECESSITA’ D’ESSERE PROTETTO DALLA SCORTA ARMATA DEI CARABINIERI, MA NESSUNO -PARLANDO COME DON PUGLISI AI BAMBINI NELLE AULE DEL CATECHISMO E NEI CORTILI DEGLI ORATORI- E’ PU’ FINITO UCCISO COME IL PARROCO DI BRANCACCIO.

    «Il progetto diocesano denominato Santità e legalità è un progetto di natura educativa che attiene ai compiti propri della Chiesa: formare le coscienze. Fenomeni come la mafia non si vincono con la semplice repressione. Questa è necessaria ma non sufficiente. E la Chiesa deve fare la sua parte attraverso la cura delle anime, affinché i fedeli prendano sempre più consapevolezza di ciò che sono: battezzati e quindi persone che aderiscono e vivono il Vangelo. Questo progetto si inserisce quindi nel lavoro quotidiano, ordinario della Chiesa diocesana di Monreale, qui in Sicilia. Questo lavoro può trovare delle utili collaborazioni perché la Chiesa si rapporta al territorio in cui essa stessa vive e perciò cerca collegamenti, sponde con tutti coloro che hanno a cuore il bene di questo territorio. E per questo sono grato a quanti sono intervenuti. Con loro c’è la possibilità di costruire insieme.
    La Chiesa deve intervenire su questi argomenti non ripetendo semplicemente e solamente le parole della società civile. Deve fare anche questo, certamente, per mostrarsi consapevolmente e convintamente partecipe di una sensibilità civile che è finalmente condivisa nella società oggi. Ma se vuole veramente essere efficace e lasciare il segno, non può non fare ricorso al suo patrimonio più peculiare: il Vangelo, secondo la tradizione cristiana.
    Qualcuno sostiene che la Chiesa ha mostrato un certo ritardo culturale su questi temi. Quando insegnavo storia della Chiesa, nella Facoltà teologica di Sicilia a Palermo, scrissi un saggio intitolato Il silenzio della Chiesa sul fenomeno mafioso, pubblicato sulla rivista «Studium», in cui da storico cercavo di spiegare le motivazioni di questo silenzio.
    Distinsi una iniziale lunga fase di silenzio spiegabile con una estraneità che la Chiesa sentiva ai problemi dello Stato, un’estraneità polemica nata col risorgimento italiano.
    Poi evidenziai una fase di “parola” che stranamente si apre con Ruffini. È lui a rompere il silenzio. Egli giunge a usare esplicitamente la parola “mafia” e a dire che la mafia è un fenomeno come tanti altri, pericoloso come la delinquenza che si trova a Milano o in Inghilterra… Questo “periodo della parola” arriva fino a tutto il magistero di Pappalardo. È un periodo in cui la Chiesa parla assumendo le categorie della società civile. Le parole di Ruffini non erano diverse da quelle utilizzate dal presidente della regione di allora o dal procuratore della repubblica di quel tempo, i quali ancora, a quell’epoca, sottovalutavano di fatto il fenomeno, o lo interpretavano come un comune fenomeno malavitoso, senza il riconoscimento delle sue specifiche caratteristiche, che avrebbe potuto far avviare una più efficace opera di contrasto contro la mafia stessa. Anche le parole di Pappalardo, più tardi, erano identiche a quelle del sindaco di Palermo e a quelle dei magistrati del suo tempo: c’era ormai, allora, maggiore consapevolezza riguardo al fenomeno mafioso e una maggiore capacità di reazione civile contro di esso. Questa assunzione dei linguaggi tipici delle altre istituzioni impegnate nell’affrontare la mafia in quei decenni, non fu negativo. Anzi. Ci fu una graduale assunzione di responsabilità da parte della Chiesa, che così si accompagnava alla società tutta quanta e alle altre istituzioni nel loro comune cammino di responsabilizzazione. La Chiesa si fa carico dei problemi della società adoperando le sue stesse parole, che sono poi le parole di politici, funzionari, di giudici, di poliziotti che spesso provenivano dalle stesse file del cattolicesimo italiano e che si erano formati anche nell’Azione Cattolica o negli oratori parrocchiali.
    Infine evidenziai una terza fase che inizia con il grido – qualcuno l’ha definito “invettiva” – di Giovanni Paolo II nella valle dei templi, ad Agrigento, nel 1993. Quel discorso non fu importante tanto per l’invettiva in sé, quanto per l’aver usato per la prima volta – e questa è una lezione che la Chiesa siciliana sta assorbendo lentamente – parole e categorie cristiane: pentimento, conversione, giudizio di Dio, martirio… quest’ultima parola confermata in modo impressionante dalla successiva morte violenta di don Pino Puglisi a Brancaccio.
    Finalmente il modo di parlare della Chiesa sul fenomeno mafioso fa riferimento alla sua tradizione. La Chiesa giustamente si unisce al coro che chiede giustizia, legalità, che chiede che la mafia non paralizzi e non mortifichi la popolazione e il territorio siciliano, ma aggiungendo finalmente l’apporto peculiare ricavato dalla sua tradizione evangelica.
    Questo nostro progetto diocesano fa propria questa “ambizione”: l’intento della Chiesa di parlare con parole sue, in maniera da lasciare il segno e risultare efficace nella formazione dei fedeli. Ecco perché la scelta di una parola e di un’esperienza quale la santità connessa alla legalità.
    Concludo dicendo tre cose su tre parole: legalità, santità, resistenza.
    Legalità è l’osservanza delle leggi. Differisce da legalismo, cioè osservare le leggi per se stesse. La funzione dell’osservanza delle leggi è di poter vivere ordinatamente affinché ci sia una convivenza civile. Ma le leggi devono essere ancorate alla giustizia. Quindi legalità, giustizia, bene comune, sono concetti che vanno insieme. Perché la Chiesa deve interessarsi della legalità? Perché la Chiesa ha a cuore la giustizia e il bene comune. Se in un territorio ci sono problemi di legalità, la Chiesa, nel suo compito educativo, non può non farsi carico di questi temi. Se si mettesse da parte, questo sua appartarsi o defilarsi sarebbe la spia di un grave problema ecclesiale. Ma deve farlo, però, mettendo un di più: la charitas, l’agápe, cioè lo Spirito Santo, l’amore di Dio diffuso nei cuori degli uomini. Pertanto il cristiano non può non caricarsi di questi problemi, omettendo di portare il suo specifico contributo. Il cristiano crede di vivere in comunione con Dio e cioè crede che lo Spirito Santo lo ha unito a Gesù Cristo. Il cristiano quindi partecipa di questo corale sforzo della società civile che favorisce la crescita di ogni uomo e ogni donna con lo specifico della carità, del dono dello Spirito, che attinge nella comunità ecclesiale di cui è membro.
    Santità: si può parlare di tre tipi di santità, quella raccontata, quella invocata, quella vissuta. La santità raccontata è quella dei libri dei santi. Ed è nostro compito far conoscere queste figure. La nostra Chiesa diocesana, ad esempio, soprattutto nel Novecento, ha una schiera di figure di santità notevoli. Perché così tante? La santità, quella esemplare, è un dono di Dio. Dio dà ad alcune persone una tale carica carismatica che la loro vita ordinaria diventa esemplare. Puglisi, ad esempio, faceva il parroco e non aveva altre ambizioni. Non si è piegato alla pressione dei mafiosi di Brancaccio e ha accettato consapevolmente la morte pur senza cercarla. Questo è il martirio cristiano. E il martire non va mai a cercare la morte con un desiderio masochistico o per superomistico. Quindi il martirio e la santità esemplare, essendo doni di Dio, sono una sorta di appello che il Signore fa alla sua Chiesa. Vuol dire che quella Chiesa ha bisogno di quei santi. Se è venuto Puglisi è perché il Signore vuole che questa Chiesa superi se stessa, si trasformi. Ecco perché, anche a Monreale, abbiamo tutte queste figure di santi. Sono un appello a noi. Se non ci fosse bisogno, Dio non le susciterebbe. A me piacerebbe che la santità raccontata fosse in grado di cogliere questo appello. I processi di beatificazione sono una miniera di notizie per la storia dei nostri territori. E perciò vorrei che la santità raccontata fosse questo: il racconto della nostra storia attraverso queste personalità esemplari. Poi c’è la santità pregata. Il nostro popolo ecclesiale prega i santi. Io vorrei, soprattutto dai fedeli della diocesi di cui sono vescovo, che si pregassero i santi anche su questi temi. Perché certi problemi così radicati e così terribili devono sì essere risolti con l’iniziativa umana, ma per un credente è necessario anche un intervento di Dio. Una preghiera ai nostri santi legata al tema della legalità è sicuramente una preghiera ben fatta. Infine c’è la santità vissuta. Prima la santità era solo da pregare e ammirare. Dopo il concilio Vaticano II, con l’affermazione vigorosa dell’universalità della vocazione alla santità, la situazione cambia. Giovanni Paolo II afferma che la santità è misura alta della vita ordinaria. E se è vero che il cristiano agisce nella storia col dono della carità, allora abitando in un territorio come questo, il cristiano non può non vivere con questo intento: essere santo, santo ogni giorno. E questo vale per tutti: per il carabiniere, per il politico, per il professore, per il bidello, per la guardia municipale…
    L’ambizione della Chiesa, il desiderio principale della Chiesa è questo: che tutti coloro che si riconoscono nella Chiesa e scoprono il significato del loro battesimo, si impegnino a vivere nella santità. Se ciò accade, è il contributo più vero e più efficaceche la Chiesa può dare alla lotta alla mafia e più in generale a creare una società più giusta.
    Resistenza: è qualcosa di estremamente profondo. Esiste una raccolta di lettere e poesie del pastore protestante Bonhoeffer, che morì impiccato in un campo di concentramento nazista nel 1945, intitolata Resistenza e resa. Questo titolo va così interpretato: resistenza al male e resa a Dio. Il caso Puglisi è esemplare di questa logica cristiana. Lui sapeva di andare alla morte, ma non si rassegnava alla vittoria del male. Capiva, però, allo stesso tempo, che il Signore gli chiedeva anche questa resa, cioè consegnare la sua vita. In lui c’è stata la resistenza fino all’ultimo, nel suo piccolo, per quel che poteva, al male; ma nello stesso tempo la resa a Dio. Questo è l’apporto specificamente cristiano. Cioè la capacità di armare il cuore degli uomini a resistere sino alla fine al male, ma arrendendosi e consegnandosi a Dio.»

  16. Sebastian
    19 luglio 2010 alle 11:57

    A proposito di pastori smarriti.

    A Cagliari in questi giorni, l’ Arcivescovo è stato direi duramente contestato dai parrocchiani di Sant’Eulalia che non hanno gradito il trasferimento del titolare della chiesa, don Mario Cugusi, che ha sempre combattuto per la valorizzazione del rione cagliaritano e per l’integrazione tra le diverse etnie che animano il quartiere.
    Grande prova di dialogo…

  17. 16 giugno 2011 alle 9:47

    La Repubblica, edizione di Palermo, 14 giugno 2011

    CASE AI PRIVATI, LA CURIA SOTTO ACCUSA
    Monsignor Pecoraro, ex economo della diocesi: “Un patrimonio gestito male”

    UN DOSSIER di 28 pagine sta agitando la Chiesa di Palermo. È stato spedito al cardinale Paolo Romeo, al suo vicario generale Carmelo Cuttitta e agli altri vicari diocesani. Ma non solo. È arrivato anche a una quarantina di sacerdoti, con un’intestazione che è già preludio di temi delica¬ti: «Mi rivolgo a quei confratelli che possono influire positivamente al corso della storia palermitana di questo secolo», ha scritto l’autore del dossier. Perché il tema che promette di affrontare entra nelle viscere non solo della Chiesa di Palermo, ma anche della città. È il tema del patrimonio milionario della diocesi, alimentato da donazioni ed eredità che si perdono nella notte dei tempi. Come è stato gestito questo grande patrimonio? Com’ è gestito oggi?
    Queste sono le domande che si pone l’autore del dossier, che è uno dei nomi più noti della Chiesa di Palermo: monsignor Giuseppe Pecoraro, che dal 1976 al ’95 è stato l’economo della diocesi e ha lavorato al fianco del cardinale Pappalardo. Lo hanno spesso dipinto come un potente della Chiesa, ma adesso che non è più neanche parroco monsi-gnor Pecoraro cerca un appartamento da prendere in affitto, e intanto è ospite di parenti.
    Nei mesi scorsi ha scritto al delegato per i beni temporali, monsignor Giuseppe Randazzo, chiedendo di poter usufruire di uno degli appartamenti che la diocesi possiede in Via Bonello, all’angolo con Vicolo del Pellegrino. Ma non gli è arrivata risposta. Così è nata l’idea del dossier. E il primo capitolo è proprio quello riguardante gli appartamenti che nel corso degli anni erano stati acquistati per i sacerdoti. Nel 1980, durante la gestione Pappalardo, un privato ne donò quattro. Altrettanti furono acquistati in via Os l, nei pressi di Corso Tukory. Ai sacerdoti senza casa aveva pensato anche il cardinale De Giorgi, il predecessore di Romeo, che aveva destinato allo scopo una palazzina di piazza Sett’Angeli, pure questa acquistata da Pappalardo.
    Pecoraro lamenta che tutti questi appartamenti sarebbero oggi affittati a privati e non ai preti che ne hanno bisogno. Nel suo dossier, l’ex economo parla anche di altri immobili della dio¬cesi: «Via Novelli, Corso Vittorio Emanuele 486 e 488».
    A chi sono affittati dunque gli appartamenti destinati ai sacerdoti senza casa? E, soprattutto, a quale canone mensile? Monsignor Pecoraro lamenta il fatto che da cinquant’anni non esista una vera e propria casa del clero nella diocesi. E la conclusione del dossier è destinata a innescare un dibattito: «La Chiesa non può farsi guidare unicamente dalla logica del profitto. Ecco perché continuo ad attendere una risposta alla richiesta di affittare un appartamento. Non si può accettare che il clero anziano o ammalato sia considerato rottame».
    Salvo Palazzolo

    • 16 giugno 2011 alle 10:09

      La Repubblica, edizione Palermo, 14 giugno 2011

      “IN QUEI CONTI C’ERANO DUE MILIARDI MA A PADRE PUGLISI SOLO 20 MILIONI”
      di Salvo Palazzolo

      MONSIGNOR Pecoraro, grazie al suo dossier sul patrimonio della diocesi si scopre che i palermitani sono stati sempre molto religiosi e generosi. Come è tata gestita questa generosità?

      «Purtroppo non sempre bene. Basta riflettere su cosa è accaduto a tre grandi patrimoni: anzitutto quello dell’opera pia Monsignor Custo, che era in parte del seminario. Ci fu un periodo in cui fui economo del seminario, ma non responsabile di quel patrimonio. Ebbene, si verificò un contrasto fra il rettore del seminario e il presidente dell’ opera pia. Risultato: il patrimonio fu svenduto. Già prima che io diventassi economo diocesano, invece, erano stati venduti i beni della congregazione di Maria Santissima del Fervore. Tanti anche quelli. Infine l’eredità del principe di Fitalia,che fu lasciata alla Chiesa di Palermo all’inizio del Novecento. Ai tempi della guerra c’era bisogno di soldi. è comprensibile. E qualche bene venne venduto. Ma al seminario resta ancora un volume con i censi dell’eredità che dovrebbero e sere riscossi».

      Nel suo dossier parla anche di un anonimo benefattore che nel 1970 donò 120 mila dollari all’allora cardinale Francesco Carpino. Che fine hanno fatto quei soldi?

      «Il cardinale li utilizzò per creare la fondazione “Santa Rosalia” e li depositò alla Banca Commerciale. Fu stabilito che il reddito annuo derivante dall’investimento dei 120 mila dollari in alcune obbligazioni Enel sarebbe andato ai sacerdoti in situazione di particolare bisogno, ovvero all’arcivescovo in caso di sue dimissioni. La fondazione fu amministrata personalmente dal cardinale Pappalardo: per diversi anni l’allora amministratore, monsignor Sarullo, non seppe addirittura nulla della fondazione. Ne venne a conoscenza nel 1976, e fu motivo di contrasti con l’arcivescovo. Così si dimise».

      Poi arrivò lei. Cosa accadde?

      «Fino al 1980 neanch’io seppi nulla della fondazione Santa Rosalia. Poi il cardinale mi disse che i fondi i trovavano allo lor, in Vaticano, e che dovevano essere amministrati regolarmente dall’ufficio amministrativo. Andai col cardinale a Roma, dove fui presentato a un funzionario dello Ior suo amico. Ci disse che in dieci anni la fondazione aveva raddoppiato il suo valore. Tornando a Palermo, azzardai l’ipotesi di acquistare con quella somma sette grandi appartamenti e di fruire del fitto. Ma il cardinale mi interruppe bruscamente dicendomi: “Pensi sempre a mattoni da edificare. Restano allo Ior e li amministro io”. Da quel momento non seppi più nulla della fondazione».

      Pappalardo le passò mai denaro del fondo da inserire nelle entrate della diocesi?

      «Dal 1983 al 1990, 41 milioni 174 mila 800 lire».

      Ha mai saputo che entità avessero i due fondi?

      «Un miliardo delle vecchie lire era nel “Santa Rosalia”. Altrettanto nel conto aperto al Banco di Sicilia».

      Nel ’93 don Pino Puglisi chiese un aiuto a Pappalardo, per acquistare una palazzina di fronte alla chiesa di San Gaetano, destinata a diventare centro sociale. Al parroco di Brancaccio, che qualche mese dopo fu ucciso da Cosa nostra, arrivarono venti milioni di lire dal cardinale, per gli altri 200 milioni dovette approntare un mutuo.

      «Puglisi me ne parlò, si aspettava un aiuto maggiore da parte della diocesi. lo cercai di aiutarlo dandogli indicazioni per il mutuo».

      Ma allora come furono utilizzati i due miliardi gestiti dal cardinale?

      «Sono state fatte altre opere di bene. lo so che c’era un sacerdote che aveva molti debiti di gioco, per un centinaio di milioni, e Pappalardo li ripianò. Altri soldi furono utilizzati per le necessità della facoltà teologica. Duecento milioni di lire, invece, per l’acquisto della sede del seminario».

      Nel ’93 la polizia trovò un assegno firmato da Pappalardo negli uffici del costruttore di mafia Salvatore Sbeglia: quali rapporti la Curia intratteneva con lui?

      «Io non ho mai avuto alcun rapporto diretto con la ditta di Sbeglia. Poi ho appreso che era il factotum cui ci rivolgevamo per tanti piccoli lavori ad avere rapporti con quell’imprenditore».

      Si sente di fare autocritica per alcuni rapporti economici intrattenuti durante la sua gestione con alcune aziende palermitane?

      «Siamo stati sempre molto prudenti. E non è mai accaduto nulla».

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  1. 3 settembre 2008 alle 23:12

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