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L’orco che c’è nella Chiesa degli angeli

big_dipintiseicento-santantonio1137750337.jpgLa Chiesa di Los Angeles pagherà 660 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali a sfondo pedofilo perpetrati da ecclesiastici o personale comunque legato a enti ecclesiastici. In totale le cause per abusi sessuali sono finora costate alla Chiesa cattolica statunitense qualcosa come un miliardo e mezzo di dollari. Domenica 15 luglio l’arcivescovo di Los Angeles, Roger M. Mahony ha pronunciato un importante discorso in cui porge alle vittime le scuse a nome della propria diocesi ed annuncia le misure che intende prendere perché si possano prevenire fatti del genere in futuro. Per far fronte ai risarcimenti, la Chiesa di Los Angeles dovrà procedere, tra l’altro, alla vendita di “beni non essenziali”, e non sarà più in grado di garantire “ministeri e servizi […] allo stesso livello di prima”. Verrebbe da pensare che se la Chiesa non ha voluto essere povera per amore e giustizia, adesso dovrà esserlo per forza. Uno sguardo un po’ più approfondito, però, potrebbe giungere a vedere in questa vicenda, apparentemente relegata ad un contesto umano comunque ristretto, un particolare effetto di un’inadeguata valutazione scientifica del problema.

La letteratura scientifica sulla pedofilia non è tanto abbondante quanto si potrebbe credere. Giocano a sfavore stereotipi scientifici che solitamente vedono nella pedofilia un tipo di perversione sessuale. Ciò ha abituato a considerarla piuttosto un problema individuale e, in un certo senso, “occasionale”. Questo difetto di prospettiva ha alimentato, per un verso, la falsa percezione mediatica del problema da parte dell’opinione pubblica, cristallizzata nella fobia e nella mitologia del “mostro”; per un altro verso, non ha aiutato l’indagine scientifica a cogliere nei termini appropriati il significato autodifensivo celato nei processi collettivi di tabuizzazione della vera natura del fenomeno, quello di “perversione della cura”.
Non mi è possibile qui definire adeguatamente il concetto di perversione della cura, per cui mi permetto il rimando ad una pagina di questo stesso blog; ma leggere la pedofilia come perversione della cura, piuttosto che come perversione sessuale, può aiutarci a comprenderne più profondamente alcuni aspetti. Per esempio a comprendere la pedofilia sotto il suo peculiare profilo di relazione patologica; oppure la tendenza della vittima ad intestarsi la colpa, ad introiettare la relazione malata, ad interpretarsi come partner e seduttore a propria volta; oppure quel fenomeno del cosiddetto “ciclo della violenza”, un dato che sembra emergere in maniera statisticamente significativa dalle biografie dei sex offender, in cui riscontriamo spesso un vissuto vittimale in età infantile.
Vedere la pedofilia (o meglio, un certo tipo di pedofilie) come una perversione della cura può esserci utile anche nell’analisi di certi fenomeni. Per esempio può aiutarci a capire perché la pedofilia assume un suo peculiare profilo proprio nella comunità ecclesiale, la quale si struttura essenzialmente come un’istituzione della cura.

La pedofilia non è affatto un problema che riguarda solo alcune Chiese d’Oltreoceano. Per sua natura la pedofilia può disseminarsi ovunque si instaurino relazioni di cura: famiglie, scuole, comunità educative. Ciò rappresenta, certamente, un invito all’opinione pubblica a rimettere in primo piano l’emergenza educativa quale questione architettonica dell’intera società; ma per le comunità ecclesiali europee, ed italiane in particolare, significa l’urgenza di abbandonare la pigrizia mentale e la pregiudiziale difesa della propria appartenenza, che porta a credere, quando si parla di pedofilia dei preti di casa nostra, che possa trattarsi solo di pasticciacci brutti ed isolati di pastori che si sono smarriti. Comunque sarebbe incauto minimizzare, cullandosi sul fatto che la diffusione della pedofilia tra il clero “tocca statisticamente percentuali molto piccole”, come ha dichiarato di recente il Card. Segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone, perché i fatti di pedofilia sono caratterizzati da un elevato numero oscuro. In altre parole, le dimensioni reali del fenomeno sono assai più importanti di quelle che emergono nelle statistiche ufficiali.
Ma qui vogliamo chiederci: perché la scarsa comprensione della vera natura del fenomeno della pedofilia, in quanto perversione della cura, lo rende particolarmente insidioso all’interno delle comunità ecclesiali, specie di quella cattolica? Principalmente per il fatto che nella Chiesa latina esiste da secoli un particolare sistema rigidamente istituzionalizzato di selezione e formazione del clero. Questo sistema, basato sul modello dei collegi romani, risale al Concilio di Trento e nasce sull’esigenza di fare del celibato l’architrave dell’intera organizzazione ecclesiastica.
L’impostazione educativa assegna priorità assoluta alla formazione spirituale e, al centro di essa, un ruolo preminente alla castità. Il Concilio Vaticano II, nonostante vaghi accenni sulla necessità di perfezionare l’educazione cristiana con l’apporto della moderna psicologia e pedagogia, è passato lasciando immutata questa impostazione, nella sostanza e nella prassi. Nel decreto Conciliare Optatam Totius sulla formazione sacerdotale, nn. 10-11, ad esempio, ciò che colpisce è che la formazione alla castità venga distinta dall’educazione alla maturità umana e trattata a parte, anche rispetto alla povertà e all’obbedienza, le altre due virtù tradizionalmente indicate come “consigli evangelici”: la castità è essenzialmente un dono soprannaturale. I principali riferimenti sono l’enciclica Sacra Virginitas e l’esortazione Menti Nostrae, entrambe di Pio XII. In questo modo la castità sembra non aver nulla a che vedere con la sfera sessuale, semmai è confrontata col sacramento del matrimonio, rispetto al quale è addirittura dichiarata superiore. Una visione fin troppo angelica della castità. Significativamente, vengono citati Matteo 19,12 (“C’è chi si fa eunuco da sé per il Regno dei Cieli”) e Luca 20,36 (“[I Figli di Dio] non si sposano […] perché sono uguali ad angeli”).
Nella semplificazione della prassi educativa dei seminari, il risultato è che orientamenti omofili e pedofili generalmente non sono stimati di per sé incompatibili con il dono della castità e neppure di ostacolo allo svolgimento del ministero sacerdotale. Chi è chiamato a valutare l’effettiva adesione interiore al dono della castità da parte del candidato al sacerdozio non sarà lo psicologo, ma il direttore spirituale, la cui competenza sotto il profilo psicologico e pedagogico è del tutto accessoria o non è affatto richiesta. La familiarità e l’esperienza della Chiesa con realtà come il peccato, la colpa e il perdono, poi, possono giocare un ruolo paradossalmente negativo. In peccati ricorrenti nel comportamento sessuale possono nascondersi alterazioni della personalità o manie ossessivo-compulsive che vanno riconosciute nella loro specificità e trattate con gli strumenti terapeutici appropriati, senza i quali l’uscita dal tunnel sarebbe impossibile. La propensione ad annullare al proprio interno le colpe della comunità con gli strumenti tradizionali della confessione sacramentale e della remissione dei peccati può pertanto occultare complesse ambivalenze di autocensura e autoassoluzione che possono formarsi in entrambi gli attori umani del sacramento, rimandando a forse mai un autentico percorso di guarigione.
Anche le reazioni di contrasto alla diffusione della pedofilia nel clero, da parte delle autorità ecclesiastiche cattoliche, rivelano tuttora la tendenza ad inquadrare la pedofilia tra i comportamenti moralmente cattivi o sotto la categoria degli abiti viziosi. L’indole individualistica di quest’impostazione ha qui un suo peso.
La ricetta annunciata dall’arcivescovo Mahony per prevenire futuri casi di pedofilia, è basata, ad esempio, su un irrigidimento dei criteri di selezione del personale, sia laico che clericale, impiegato nelle istituzioni educative della Diocesi e su nuovi programmi di formazione e di informazione specifica sul fenomeno.
Occorrerebbe conoscere più da vicino in che cosa effettivamente consistano questa selezione e questi programmi; l’individualismo qui si vede tuttavia nel fatto che le condizioni ecclesiali ambientali-relazionali vengano considerate “neutre” nella genesi e nello sviluppo della perversione della cura. Le soluzioni prospettate lasciano credere che, in fondo, le dimensioni del fenomeno siano circoscritte a realtà locali. Sembra sfuggire la necessità di una completa ristrutturazione cognitiva del problema, sia sotto il profilo scientifico che sotto quello ecclesiologico, e soprattutto l’urgenza di una profonda riforma dei sistemi educativi dell’intera Chiesa cattolica. Sembra, infine, che la responsabilità che la Chiesa deve assumersi consista solo nel contenere il male, allontanando o isolando le persone le une dalle altre, piuttosto che nel salvarle tutte, siano esse angeli oppure orchi.

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  1. Sebastian
    8 febbraio 2009 alle 8:41

    INCHIESTA DELLE IENE (Mediaset) : “Preti pedofili? Decide la Chiesa” – 06.02.2009

    http://www.video.mediaset.it/mplayer.html?sito=iene&data=2009/02/06&id=5064&from=iene

  2. 13 febbraio 2010 alle 0:07

    Caffarra e la cura del silenzio

    Il più intransigente dei moralisti cattolici, il card. Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, garrulo fustigatore delle intrinsecamente disordinate abitudini contraccettive delle coppie cattoliche, perde il dono della parola di fronte a disordini sessuali di altro genere, che si verificano nel suo presbiterio. Un anziano prete bolognese è stato penalmente riconosciuto responsabile di reiterati abusi sessuali compiuti ai danni di numerose alunne dell’asilo da lui diretto.
    Il silenzio delle autorità ecclesiastiche «offende, stupisce e rattrista, tanto quanto i delitti di pedofilia attribuiti in sentenza al parroco condannato», sostengono in una lettera aperta al Cardinale le famiglie delle bambine abusate.
    Il Cardinale a tutt’oggi risulta afono.

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  1. 3 settembre 2008 alle 23:12

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