Sacre famiglie

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Esistono prove scientifiche di possibili danni alla personalità di un soggetto educato da due genitori dello stesso sesso? La questione ha assunto una certa valenza strategica all’interno della più generale battaglia per i diritti civili in Italia. E’ ormai chiaro, infatti, che il no ufficiale ai DiCo da parte della gerarchia cattolica è motivato dal fatto che essa vi vede il punto di non ritorno verso la vera e propria violazione del matrimonio istituzionale. Questa avverrà, in senso proprio, se, e solo se, l’unione di persone dello stesso sesso verrà posta all’origine di un legame giuridicamente riconosciuto come famiglia. Anche il pensiero laico attribuisce importanza all’argomento dei possibili condizionamenti che l’orientamento omosessuale delle figure parentali può comportare nell’esistenza di un soggetto. E’ chiaro che la richiesta di introdurre pure in Italia l’estensione alle coppie omosessuali della capacità di adottare solo perché altrove ciò è ammesso è un argomento troppo debole, ad onta del fatto che molti vi ricorrano. Che questo “Altrove”, poi, sia per definizione sempre e comunque un posto più civile del nostro Paese non aggiunge granché alla fragilità dell’argomento comparativo. Nella cultura dei diritti vige da sempre il principio che le rivendicazioni di libertà individuali possono trovare un limite oggettivo solo nelle libertà altrui. Perciò è necessario accertare, con ogni mezzo conoscitivo a nostra disposizione, che riconoscere alle coppie omosessuali il diritto all’adozione non rechi danno ai soggetti personalmente coinvolti dalle decisioni adottive di altri.

Corrado Augias, per esempio, dalle colonne della sua rubrica giornaliera su Repubblica, ha chiamato in causa gli psicologi, chiedendo loro risposte sull’interrogativo formulato all’inizio di questo articolo. Augias ha pure espresso la sua sorpresa nell’apprendere, da psicologi di varie tendenze, che prove scientifiche non ne esistono.
A me sorprende la sorpresa: il fatto che tali prove non esistano può in realtà dipendere da attese inappropriate sulle possibilità e sul tipo di scientificità delle risposte che è possibile formulare riguardo a simili questioni. Può accadere che non si tengano presenti le particolari condizioni formali che ineriscono allo statuto epistemologico (cioè il tipo di conoscenza che un discorso è in grado di conseguire) delle scienze umane, com’è la psicologia. Chiedere alla psicologia prove scientifiche come quelle che è lecito aspettarsi, poniamo, dalla fisica o dall’astronomia, non terrebbe conto della diversità dei rispettivi modi d’essere di dette scienze.
Tale diversità è legata alla particolare natura e complessità dei fatti in oggetto delle scienze umane (l’uomo, appunto) i quali presentano anche aspetti di valore.
Per semplificare, immaginiamo di porre l’interrogativo di partenza nei termini inversi, ossia si chieda di fornire la prova scientifica che la diversità di genere delle figure parentali sia indifferente per l’evoluzione della personalità di un soggetto. E’ probabile che la prima cosa che verrebbe in mente allo psicologo sarebbe che, posto in questi termini, il problema è ancora troppo complesso perché possa ricevere una risposta univoca; che esso andrebbe scomposto in una quantità di interrogativi cui rispondere singolarmente. E’ anche probabile che lo psicologo possa riconoscersi non competente su alcuni di questi aspetti, che andrebbero affidati all’attenzione di scienze confinanti, come la sociologia e l’antropologia culturale. Anche invertendo i termini della questione, insomma, difficilmente le prove “scientifiche” di cui andiamo in cerca potrebbero essere fornite con una formula o con un semplice sì o no.

Il problema, a questo punto, è quello classico dell’onere della prova: non è l’imputato a dover dimostrare la propria innocenza ma l’accusa a provare la sua colpevolezza. Ma nel caso del si o no all’adozione per le coppie omosessuali chi deve dimostrare che cosa?
E’ infatti improbabile che, anche prima della scoperta del metodo scientifico, le società umane si siano affidate semplicemente al caso su questioni in cui fosse in gioco la loro stessa sopravvivenza. D’altra parte, nelle moderne società occidentali, poiché nelle libertà individuali si riconosce l’essenza originaria stessa della dignità umana, la riflessione sui diritti tende a far prevalere questi ultimi anche nel caso di conflitto con i valori basati sulle tradizionali concezioni della natura umana.
Si deve applicare qui, allora, un principio prudenziale (non scientifico, ma piuttosto di ragionevolezza pratica) contenuto, ad esempio, nel brocardo “in dubio, pro possidentis“; che potrebbe essere tradotto (a senso): al di qua di ogni ragionevole certezza deve farsi prevalere lo stato delle cose. Il che non equivale a santificare lo stato delle cose ma a riconoscere una misura razionale, un senso, nella loro evoluzione.

Comunque sia non è la scienza, qui, ad esser chiamata a far da giudice. E’ la sfiducia nella politica a provocare il ritorno di tentazioni scientiste. La scienza non esiste per redimerci dal peso della politica e dell’etica, né dalla fatica di trovare vie praticabili di cooperazione e di consenso tra matrici culturali diverse.

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  1. 19 giugno 2007 alle 11:34

    Concordo sul fatto che la scienza, o il metodo scientifico, non può essere un alibi per l’etica e per la politica, che dovrebbero essere processi speculativi e pratici operanti su livelli “alti” e “altri”.
    Anzi, dovrebbero essere etica e politica a guidare i percorsi scientifici. Penso che nel surplus di intelligenza e di libertà che Dio ha concesso all’uomo valga sempre il criterio che “non tutto ciò che è possibile fare, sia anche sempre lecito fare”!
    Sono convinto che nella massima giuridica tradotta in italiano “al di qua di ogni ragionevole certezza deve farsi prevalere lo stato delle cose”, lo “stato delle cose” non può che essere la genitorialità eterosessuale.
    Infine, mi si permetta di apprezzare comunque qualunque luogo dove sia possibile riflettere e confrontarsi civilmente su argomenti ardui, come può essere questo.

  2. 20 giugno 2007 alle 12:16

    Un ringraziamento ad Andrea Volpe per le sue puntuali osservazioni (anche sull’articolo “La laicità? Un valore cristiano” pure pubblicato in questo blog). Mi piacerebbe approfondire l’argomento del rapporto tra etica, politica, legalità alla luce dell’autonomia della scienza. Penso, infatti, sia possibile sostenere con un certo fondamento che il pensiero cristiano abbia esercitato un’influenza anche nell’affermarsi dell’autonomia della razionalità scientifica come valore.
    Giampiero.

  3. 26 giugno 2007 alle 15:27

    Nella storia del progresso scientifico dell’occidente cristiano e nei sistemi di comunicazione di massa contemporanei spesso scienza e fede appaiono in contrapposizione.
    Ma questa contrapposizione non è sempre fondata, anzi è proprio nel contesto giudeo-cristiano che si perviene alla smitizzazione della natura e quindi alla possibilità di indagarla da parte dell’uomo.
    Per una corretta comprensione del rapporto tra scienza e fede alla luce della dottrina cristiana, almeno per gli eventi che hanno caratterizzato la fine del medioevo e l’inizio dell’era contemporanea (XIV-XIX secc.), è tuttavia indispensabile distinguere tra quanto di per sé afferma la dottrina cristiana e talune posizioni assunte dalla gerarchia ecclesiastica nei secoli passati.
    Per capire immediatamente questo, è sufficiente fare riferimento all’emblematico caso di Galileo Galilei, condannato dalle gerarchie ecclesiastiche del suo tempo ed oggi riabilitato, persino con richiesta di perdono, da parte di Papa Giovanni Paolo II.
    In effetti, la prima grande smitizzazione della natura e l’inizio della secolarizzazione dell’osservazione scientifica si trovano proprio nel primo capitolo della Bibbia: «DIO fece quindi i due grandi luminari: il luminare maggiore per il governo del giorno e il luminare minore per il governo della notte»(Gen 1,16).
    In un contesto culturale e cultuale che identificava negli astri identità divine, il Dio Sole e la Dea Luna appunto, l’autore biblico della Genesi proclama che essi sono banali “luminari” creati da Dio per dar luce e regolare il giorno e la notte!
    La prospettiva secolare è presente pure nel detto di Gesù: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»(Mt 22,21b). Allo stesso modo in Gesù è presente l’attenzione alla natura: «Quando vedete una nuvola venire su da ponente, voi dite subito: “Viene la pioggia”; e così avviene»(Lc 12,54) .
    All’inizio dell’era moderna, la scienza dei giorni nostri è inaugurata da Galileo Galilei, che elabora il metodo ipotetico-sperimentale, mentre la riflessione filosofica contemporanea è avviata da Cartesio con il cosiddetto metodo analitico: la matematica e l’indagine fisica diventano vie alla conoscenza della realtà fisica. Nei cristiani Galileo e Cartesio non c’è dicotomia tra scienza e fede, ma scienza e fede sono vie diverse per ricercare le verità di ambiti tra loro distinti.
    Forse il balzo più grande sul versante dell’indagine sistematica e scientifica lo fa proprio il Magistero ecclesiale, quando, prima Papa Pio XII, con l’enciclica Divino afflante Spiritu del 30 settembre 1943, e, dopo, il Concilio Vaticano II, con la Costituzione dogmatica sulla Rivelazione divina Dei Verbum del 18 novembre 1965, sollecitano il ricorso al metodo storico-critico per la più ampia comprensione della Bibbia.
    No, dal punto di vista dottrinale non c’è contrapposizione tra fede e scienza, tra cristianesimo e metodi scientifici d’indagine!
    Anzi, storicamente, è proprio nel milieu giudeo-cristiano che possono ritrovarsi le radici di un corretto approccio scientifico alla realtà.
    La questione allora si sposta da una presunta contrapposizione tra scienza e fede, che si è visto non esistere in termini strutturali, ad un uso della scienza che non sia conflittuale non tanto e non solo con la fede, quanto con l’etica, la politica e la legalità.
    Tanto per comprendersi immediatamente, si ricorda che la costruzione delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki sono palesemente in contrapposizione non solo alla fede, ma anche all’etica, alla politica e alla legalità!
    Tornando ancora alla dottrina cristiana, il nuovo nocciolo della questione è connesso all’intelligenza dell’uomo e all’uso che l’uomo può fare della sua intelligenza.
    Il Salmo 8 afferma che Dio, in un surplus d’amore, ha creato l’uomo quasi uguale a sé: «Che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi? Il figlio dell’uomo perché te ne prenda cura? Eppure tu l’hai fatto solo di poco inferiore a Dio, e l’hai coronato di gloria e d’onore» (Sal 8,4-5).
    Il dono che rende l’uomo quasi uguale a Dio è, oltre l’intelligenza, la libertà: nell’uomo, per volontà del suo Creatore, c’è un’eccedenza d’intelligenza e di libertà.
    Per l’uomo, differentemente dagli altri esseri viventi, l’eccedenza di libertà comporta che non tutto ciò che è possibile fare è anche lecito fare. Per esempio, l’uomo, se vuole rispettare la volontà creatrice, non può autodistruggersi o distruggere il creato che Dio gli ha posto ai piedi!
    È a questo punto che si inserisce tutto il dibattito etico e politico dei giorni nostri.
    Una legge positiva, cioè approvata da una rappresentanza parlamentare, esprime la volontà di una maggioranza dello Stato.
    Ma il cristiano sente dentro di sé anche la “legge naturale”, che è il progetto che Dio gli ha inscritto nel cuore, quando l’ha creato.
    Che fare se legge positiva e “legge naturale” configgono?
    Certamente, giacché il cristiano è pure un cittadino, ha l’obbligo di contribuire alla formazione della maggioranza nella società dove vive. Da questo punto di vista non può esserci scandalo se i cristiani, nei dovuti modi, esprimono e sostengono le loro convinzioni; anzi questo dovrebbe essere un loro compito fondamentale non delegabile a politici interessati e di dubbio valore!
    Se nell’economia democratica di uno Stato si venisse a strutturare una legge positiva che confliggesse con la “legge naturale”, il cristiano non può che accettarne l’esistenza, anche se a livello personale non se ne avvale.
    Tanto per comprendersi immediatamente, ancora una facile esemplificazione è costituita dalla legge sul divorzio: i cristiani non praticano il divorzio, ma non possono impedire che altri vi ricorrano, qualora questa sia legge dello Stato.
    Lo stesso vale per le norme relative alla fecondazione assistita o per quelle in discussione relative alla ricerca sulle cellule embrionali.
    Resta comunque ai cristiani la missione della conversione e in questo dovrebbe starci tutta l’opera pastorale della comunità cristiana!

  4. 23 luglio 2007 alle 23:57

    Caro Andrea,
    grazie per la tua risposta, come sempre puntuale ed informata, sul rapporto tra etica, politica ed autonomia della scienza.
    Il tuo contributo, se non sbaglio, si articola in due parti: la prima ripercorre la dottrina cattolica sul rapporto tra scienza e fede, dai fondamenti biblici al recente magistero, per concludere che non può esservi contrapposizione. La seconda parte, invece, anche con l’aiuto di esempi storici, si pone l’interrogativo del possibile contrasto tra certe applicazioni di conoscenze scientifiche e l’etica naturale. Mi pare di capire che qui tu indichi un limite all’operatività scientifica non solo in quanto imposto dalla natura, ma che piuttosto consiste in questa stessa natura (sia in senso interno: la natura intelligente e libera dell’uomo; sia in senso esterno: gli enti naturalistici non umani).
    In tal senso la tua è una esposizione essenziale dell’etica razionale neoscolastica cui si è ispirato il più recente magistero.
    Credo che proprio in riferimento ai temi della pace e della guerra, della bioetica e dell’ecologia, cui tu fai cenno, occorra prendere atto della necessità di far compiere un ulteriore passo evolutivo alla classica dottrina della legge naturale, proprio perché la comparsa della scienza e della concezione laica del mondo, che il cristianesimo stesso ha indubbiamente favorito, nel novecento ha avuto come effetto culturale quello di modificare profondamente il modo in cui l’uomo contemporaneo concepisce la natura, e specialmente la propria. L’uomo di oggi non pensa più alla natura come un limite ma come un regno di possibilità inesplorate. L’uomo contemporaneo nei limiti della natura non vede bastioni insuperabili ma frontiere da oltrepassare, sfide che lo attirano irresistibilmente.
    Per altro verso, in riferimento all’impianto ontologista del naturalismo tradizionale, che tu correttamente riconduci alla dottrina biblica della creazione, occorre osservare che esso è condiviso da culture e religioni, come l’Islam, le quali tuttavia non hanno elaborato nessuna visione scientifica e laica delle realtà mondane.
    La dottrina della creazione non basta dunque a spiegare perché la scienza, la concezione laica e i diritti dell’uomo nascano dove e quando effettivamente nacquero. Processi culturali di queste dimensioni hanno avuto bisogno di una lunga serie di svolte epocali, hanno dovuto fare un certo numero di passi, per così dire, nella direzione giusta, per poter giungere alla loro fioritura. Occorre considerare, per esempio, l’effetto prodotto dall’assimilazione culturale del concetto teologico di “immagine di Dio” prolungatosi poi in quello moderno di “persona”. Con la comparsa del concetto di persona quello che viene in rilievo nella riflessione antropologica sono gli aspetti comunicativi, più che quelli ontologici. Quelli che ho chiamato prima i “passi giusti” non si sono verificati per una sorta di determinismo inscritto nella natura ma appunto nella concretezza storica del conflitto psicosociale e dialogo critico. Infine è stata necessaria un’elaborazione della potenza naturale della ragione in maniera del tutto autonoma dalla luce della Rivelazione. Ad esempio la scienza galileiana non sarebbe mai nata senza una ristrutturazione del rapporto tra scienza e tecnologia, che da imitazione della natura diviene, con Galilei, parte integrante del metodo e dunque della struttura formale dei processi cognitivi scientifici. Per quanto riguarda gli aspetti comunicativi ricorderemo che Galilei fu il padre della scienza moderna anche perché fu il primo a porre in termini moderni la questione del linguaggio scientifico e del rapporto tra verità di fede e verità scientifica. Altro esempio: valori come quello della laicità e dei diritti umani hanno dovuto attendere che si trovasse loro un sufficiente fondamento filosofico, cosa che avvenne solo con la riflessione sul soggetto a partire da Cartesio, Rousseau, Hume e Kant e le trasformazioni politiche e sociali della rivoluzione francese.
    La vera natura umana così come appare nella prospettiva della comunicazione, insomma, non è qualcosa di dato come un limite oggettivo, come appare invece nella prospettiva ontologista, ma piuttosto quella che gradualmente emerge nel dialogo interculturale, secondo precise leggi che ne governano la crescita, contemporaneamente come sua condizione trascendentale e suo termine ultimo. Qui si innesta anche la questione etica, che è nel contempo epistemologica. La storia della nascita e dello sviluppo della “terza generazione” delle scienze, tra cui la bioetica, ad esempio, dimostra che il dialogo tra saperi scientifici, reso sempre più necessario dalla crescente complessità delle relazioni umane e dei problemi vitali dell’umanità, manifesta sempre più chiaramente l’esigenza di entrare in dialogo con altre forme non scientifiche di conoscenza, come le politiche e i saperi tradizionali delle religioni e delle famiglie morali mondiali.

    Giampiero

  5. Marisa
    2 agosto 2007 alle 8:18

    Nel sistema di Hegel la famiglia compare come prima tappa dell’ eticità

    (i momenti successivi sono la società civile e lo Stato), vale a dire il momento in cui la norma individuale diventa oggettiva ed universale. Nella famiglia le personalità, distinte per sesso, L’intimità sostanziale fa del matrimonio un legame indiviso delle persone e quindi matrimonio monogamico. L’unione corporale è conseguenza del legame eticamente annodato. La conseguenza ulteriore è la comunanza degli interessi personali e particolari.
    Quindi per Hegel:
    – Marito e moglie sono una sola persona, e non è possibile stabilire gerarchie
    – Il matrimonio è indissolubile
    – Il matrimonio dev’essere monogamico
    – Il matrimonio è fondato sul volersi bene dei coniugi; solo dopo vengono il sesso e il denaro.
    Questo è anche il mio pensiero.

  6. Max
    13 settembre 2007 alle 8:53

    MA CHI HA STABILITO COME DEV’ESSERE IL MATRIMONIO?

    DUE GAY/LESBICHE CHE POSSONO FARE?

    E’ SOLO COLPA DELLA NATURA, QUASI TOTALMENTE SBAGLIATA, GENERA DEVIANZE!

    PERCHE’ LA NATURA CREA QUESTE SITUAZIONI?

    DOV’E’ DIO?

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