La laicità? Un valore cristiano

moneta3_min1.jpgNei valori di fraternità, uguaglianza e libertà della rivoluzione francese il filosofo cattolico J. Maritain scorgeva “virtù cristiane” ancorché “impazzite”; M. Weber dimostrò l’origine del capitalismo nell’etica protestante. L’apporto decisivo del pensiero cristiano è serenamente riconosciuto anche riguardo ad altri pilastri dell’autocomprensione dell’uomo occidentale contemporaneo, dalla forma democratica di governo, ai diritti dell’uomo, al liberismo in economia. L’applicazione di una corretta metodologia storico scientifica dimostrerebbe che la stessa positiva influenza del cristianesimo si trova persino nel tormentatissimo rapporto tra fede e scienza. Del resto, Galilei stesso, quando individua la natura linguistica del problema, e dunque implicitamente riconosce la rilevanza di senso tanto del discorso scientifico che di quello religioso, anticipa di secoli il dibattito epistemologico avviando la soluzione del problema del loro rapporto verso la distinzione dei piani di validità delle rispettive conclusioni.

Quanto al valore della laicità si debbono registrare punti di vista contrastanti. Da una parte, “laico” è termine di origine religiosa, anzi, liturgica: indica il “popolo” (laòs) ossia la parte non appartenente al clero dei partecipanti ad una celebrazione sacra. D’altra parte l’uso comune invalso a partire dalla rivoluzione francese ha imposto un nuovo significato del termine come sinonimo di persona che non si riconosce o non agisce in quanto appartenente alla Chiesa o si fa portatrice di una dottrina che le si oppone. Quanto al valore della laicità, essa di solito viene indicato nel rispetto della separazione di competenze tra lo Stato e la Chiesa. Poiché Stato e Chiesa sono società che insistono sullo stesso popolo (cioè i medesimi laici sono al tempo stesso corpo civile e corpo di Cristo), ci si interroga sulle origini dell’idea di una loro separazione e sul fatto che rispettarla debba essere considerato un dovere. E’ probabilmente osservando che non esiste pressocché nulla di analogo alla separazione tra Stato e Chiesa presso altre religioni, prima e al di fuori di comunità di antica evangelizzazione, che si giunge ad identificarne l’origine nel loghion evangelico: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Ma cosa significa, oggi, questo (quasi) universale riconoscimento? E’ evidente che con quella frase fulminante Gesù fornisce una sua interpretazione della teologia politica della tradizione religiosa in cui egli stesso si riconosce. Sintesi della religione mosaica non è il tanto il monoteismo ma la trascendenza di Dio, che ne è il vero principio. Ciò relativizza le realtà mondane, ma ne definisce anche l’autonomia. I leader religiosi, i pastori, devono rinunciare al potere secolare e ad ogni tipo di privilegio (compresa l’immunità fiscale, come in questo caso). Anche da un punto di vista strettamente religioso, dunque, secondo Gesù l’autorità civile persegue legittimamente autonome finalità. E’ altrettanto pacifico che, nel momento in cui fu pronunciata, quell’interpretazione appariva divergente rispetto alla lettura teocratica, allora dominante, di quella stessa tradizione. Il “date a Cesare” ha avuto bisogno di produrre a sua volta un’immensa massa di materiali culturali e di essere a sua volta sottoposta per secoli a processi ermeneutici, prima di divenire, a sua volta, parte di un bagaglio tradizionale. In questa, come in altre occasioni, Gesù non inventa qualcosa di nuovo, ma semplicemente propone per primo una lettura straordinariamente profonda di esigenze etico-razionali già implicite nelle corde del giudaismo. Difficilmente, tuttavia, il principio del “dare a Cesare…” si sarebbe imposto senza il concorso di altre due condizioni: l’eccezionale autorevolezza di chi pronunciò quella sentenza e il lavoro della ragion pratica compiuto nella collettività che a lui si richiama come proprio capostipite spirituale. Basterà qui citare il concilio di Gerusalemme dell’anno 49, in cui, a meno di vent’anni dalla morte di Cristo, la comunità cristiana decide di separare le proprie sorti dai destini politici dell’Israele terreno. Si legge spesso che religioni che abbiano tra i loro fondamenti la presunzione di essere portatrici di verità assolute, o dogmatiche, non possano che essere attualmente intolleranti, integraliste e violente. E’ impossibile prevedere a lungo termine i possibili effetti di un evento culturale, sostanzialmente per gli stessi motivi che fanno apparire tanto banali certe sbrigative riduzioni di fenomeni culturali contemporanei alle loro presunte “radici storiche”, cui si perviene saltando a piè pari la faticosa onestà del metodo scientifico. In tal senso l’affermazione che una verità che si vuole assoluta debba necessariamente rinunciare alla libertà è pregiudiziale, dommatica, in tal senso non laica. E’ un’affermazione che viene fatta, di solito, in maniera del tutto inconsapevole dell’imponente dibattito epistemologico, storicamente sviluppatosi in un processo durato secoli, che sta alle spalle di un tale concetto di verità e delle conclusioni circa la sua natura analogica. Esistono verità analogicamente diverse, come tutti sanno per esperienza: verità fattuali, verità geometrico-matematiche, verità processuali… Non si tratta di rassegnarsi al conflitto delle denotazioni ma nel prendere atto che la verità, per noi esseri umani, vive solo nel discorso. Il discorso si colloca a vari gradi di senso che rispondono ciascuno a regole proprie, con diversa capacità di “produrre” significati in diversi contesti di comunicazione. Se esistono verità diverse, analogicamente interconnesse, i discorsi che le riguardano risulteranno controllabili con procedure rispettivamente appropriate. La prova di cui il giudice andrà in cerca non sarà la dimostrazione di un teorema o un esperimento di laboratorio, ma piuttosto la deposizione di un testimone. E’ una verità, quest’ultima, che implica un’ermeneutica e un libero convincimento, esclude in radice ogni forma di coercizione e si dimostra nel contraddittorio. La verità di senso che vive nei discorsi religiosi è piuttosto simile a questa verità che emerge nel processo penale e il suo tribunale è la storia umana. L’asserita assolutezza di tale verità, perciò, non implica alcuna violenza; al contrario, suppone la libertà di tutti gli attori del processo e la sua esistenza è condizione di possibilità (in tal senso assoluta) di un dialogo interculturale universale. Che significa questo per l’attuale dibattito pubblico sul valore sulla laicità? Anzitutto che l’affermazione del valore della laicità non rappresenta alcuna minaccia per la Chiesa e i credenti di tutte le fedi in generale e la professione di verità assolute non rappresenta alcuna minaccia per la laicità. Ammettere che una verità assoluta esista non implica che essa sia quella che effettivamente professiamo, ma solo accettare il rischio, connesso alla sua natura trascendentale e alla gradualità dei suoi modi di esistenza, che la cultura cui apparteniamo si lasci giudicare dalla verità emergente dall’impresa collettiva di ricerca nuove e più umane possibilità di esistenza e d’agire.

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  1. 19 giugno 2007 alle 12:36

    Auspico il dialogo tout court tra laici e clero, sia nel caso che “laico” venga inteso come “non chierico”, ma appartenente comunque al Popolo di Dio, sia nel caso che “laico” venga inteso in netta contrapposizione a clericale: confronto e dialogo sono i binari in cui la società contemporanea è stata immessa anche, e soprattutto, dalla predicazione di Gesù di Nazareth e dalla fede della primitiva comunità cristiana!
    Questo è un punto che tutti dovremmo tener bene a mente!
    Tuttavia mi appare evidente che, anche partendo dalla frase gesuana ”Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, non può escludersi una prevalenza del dato valoriale, rappresentato da Dio, nei confronti del dato contingente, rappresentato dal potere temporale. C’è da chiedersi in quale prospettiva nelle parole del Cristo potesse veramente esserci il senso della separazione del potere civile dal sentimento religioso. In effetti, nella frase di Gesù compaiono separati solo i destinatari, appunto Cesare e Dio, ma non la persona, cioè l’uomo di ogni luogo e di ogni tempo, che è tenuto parimenti a rispondere sia a Cesare sia a Dio rimanendo fedele a se stesso e alle sue convinzioni.
    Ancora nella frase «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» l’asimmetria che sussiste tra Cesare e Dio, implica che anche ciò che viene dato a Cesare non può che esser dato secondo Dio: ciò che deve esser dato a Cesare deve essere non solo di sua competenza (cioè, nello specifico, la moneta con la sua effige), ma dato comunque secondo Dio, cioè seguendo i suoi precetti etici. Questo sarà assolutamente evidente qualche decennio dopo, quando i martiri cristiani, ai quali si chiederà di bruciare incenso all’imperatore (gesto scontato per la mentalità dell’epoca), preferiranno morire piuttosto che farlo!
    Infine il precetto di Mt 22,21b è comunque un precetto consegnato da Cristo nell’ambito di una rivelazione più complessiva, che segna tutta l’esistenza del credente e che in questo contesto deve esser letto ed osservato. Anche per i seguaci di Cristo non è accettabile un’osservanza legale in contrasto con i propri principi, se non nell’ambito della responsabilità personale e della libertà di coscienza peculiare di ogni uomo. In definitiva, anche sulla scorta di Mt 22,21b, non appare concepibile uno Stato il cui ordinamento escluda le istanze spirituali dei suoi componenti.
    Ma tutto ciò non può che rafforzare la necessità del dialogo e la repulsa di ogni tentazione di assolutismo escludente verso chi pensa diversamente.
    Al contrario, Gesù, forte della sua verità, ha sempre cercato il dialogo con tutti ed ha sempre invitato alla “conversione”. Penso che questo modello non possa essere disatteso da nessuno, a partire, ovviamente, da chi per ministero è particolarmente soccorso dall’assistenza dello Spirito Santo.

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