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Vita della scuola alla scuola della vita

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Don Milani fa lezione sotto un albero. Barbiana, 1964.

Il caso di M., il sedicenne studente torinese che si è tolto la vita a causa, come sembra, del mobbing da lui subito da parte compagni di scuola, riassume drammaticamente in una sola vicenda due questioni, apparentemente distanti tra loro, che in queste settimane animano il dibattito pubblico nel nostro Paese: da una parte l’evoluzione del conflitto che nasce dalla richiesta di accettabilità sociale dell’omosessualità e dall’altra la crisi del sistema scolastico. Un’indagine recentemente condotta su base cittadina a Palermo ha posto in luce, tra gli altri, un dato assai significativo, al proposito: un giovane problematico per via, ad esempio, di una tossicodipendenza, non si aspetta per lo più di ricevere aiuto dal parroco o dagli insegnanti. Secondo questa stessa indagine, solo la famiglia tiene ancora (ma solo un po’ di più).

Dicevo che la vicenda di M. fa discutere perché le diverse problematiche vi si trovano implicate maniera solo “apparentemente” casuale; in realtà il fatto sottolinea che la crisi del sistema scolastico va inquadrata nella più generale crisi che attraversa tutte le agenzie educative, dalla famiglia, alla Chiesa, alla scuola, appunto.
Se si vuole contribuire ad un’analisi di questo caso occorre dunque tener presente la complessità del problema rappresentato dalla crisi della scuola e la corrispondente complessità delle possibili strategie di soluzione. Osservo anzitutto che, paradossalmente, proprio mentre la cultura aziendalistica scopre il carattere strategico delle relazioni umane, la scuola perde sempre più di vista la propria missione di pratica sociale a mano a mano che una certa cultura manageriale si diffonde nel mondo della didattica. A partire da qui, in qualità di insegnante, vorrei muovere solo qualche rilievo da un punto di vista, diciamo così, antropologico.

I più recenti progetti di riforma della scuola italiana mostrano l’intenzione di investire sulla “formazione” tecnica e professionale. Quantificabilità e misurabilità delle competenze in termini di produttività, impliciti in questo modello, rischiano di ridurre il cittadino alla sola dimensione produttiva, che poi è il tentativo di sempre, una forma subdola di oppressione che già Marx a suo tempo denunciava, di produrre il consumatore adatto al sistema di produzione dominante. Nella scuola oggi le relazioni umane sono frammentate, le esigenze personalistiche sistematicamente sacrificate all’organizzazione scolastica sul modello aziendale. La scuola perde sempre più la propria funzione di luogo ove si costruisce la memoria collettiva di una generazione e luogo dei sentimenti e delle emozioni, come l’amicizia o l’amore. A prescindere dalla questione se un certo modo di concepire la scuola possa cogliere e colga effettivamente i propri obiettivi di formazione, modelli che privilegiano la competizione e la produttività non sublimano l’aggressività che si esprime macroscopicamente nel fenomeno del bullismo e del mobbing, ma l’assecondano e l’esaltano.

La scuola è anzitutto una rete di relazioni tra persone, più che tra istituzioni o organizzazioni. La tendenza a pensare “in grande” (scuola-famiglia; scuola-società; scuola-politica; scuola-mondo del lavoro) sembra dimenticare quello che è il pane quotidiano della scuola: la relazione umana tra i ragazzi e i loro insegnanti. L’attitudine burocratica a immaginare la scuola in termini di cicli, numeri, classi di alunni e classi di concorso, finanziamenti e progetti, ordini, gradi e graduatorie, sembra non possa tener conto del fatto che la scuola è in primo luogo tempo di crescita, col quale siamo ormai abituati a misurare una parte sempre più grande della nostra vita. Si badi, un tempo la cui dimensione essenziale è la qualità, non la quantità; il senso più che i contenuti. Il tempo qui è da intendere heideggerianamente alla luce della relazione di cura, come condizione di possibilità del dispiegarsi della soggettività. I tempi della scuola, sempre più saturi e frantumati in un caleidoscopio di progetti ed insegnamenti dalla dubbia efficacia formativa, sembrano non tenere in alcuna considerazione né i tempi lunghi della didattica né i ritmi della vita.

L’accenno al concetto di cura apre a due osservazioni basate sulla figura di cura rivestita dalla professionalità del docente e dei suoi riflessi sulla relazione didattica. La prima concerne l’inerente socialità del rapporto educativo: la professionalità dell’insegnate non si realizza in un prodotto ma in persone, o, per meglio dire, nel verificarsi o meno di una serie di eventi qualificanti sotto il profilo personalistico. Essere un buon docente passa dall’essere dell’altro come tale; la realizzazione dell’altro come persona, cioè come essere umano concreto, storicamente situato, passa attraverso il lavoro professionale dell’insegnante. Docente e studente sono l’uno di fronte all’altro in assetto relazionale di reciproca formazione. L’interazione didattica è una pratica sociale essenzialmente cooperativa e complementare. Il secondo aspetto riguarda gli scopi: il lavoro di formazione ha la peculiarità di avere al suo stesso interno il proprio fine. In altri termini, l’educatore non può raggiungere il proprio fine professionale senza impegnare e realizzare se stesso come persona.
I modelli di scuola che tendono ad imporsi spingendo la professionalità del docente verso un esercizio sempre più strumentale della propria funzione e lo spezzettamento delle competenze centrate su un addestramento troppo specialistico da impartire ai ragazzi possono condurre ad un vissuto interiore del proprio lavoro condizionato da un atteggiamento eccessivamente fiscale e, in ultima analisi, deresponsabilizzante circa i propri doveri professionali: “non è compito mio”. Ciò può dare luogo a frustrazione e perdita di motivazioni ma soprattutto a un distacco emotivo dall’essere dell’altro come un tutto personale unitario che mi si è affidato, sebbene entro certi limiti di tempo e competenza.
Dal canto loro i giovani accettano sempre meno e tendono sempre più a disconfermare l’immagine della funzione docente quale professionalità della cura, legata a un modello autoritario e superato di relazione educativa, che in passato non ha certo fornito buona prova di sé…
La funzione docente ha già preso congedo dalla sua vocazione alla cura? Mentre mi domando questo praticamente ogni giorno, la storia di M., sedicenne studente torinese e le altre migliaia di storie di disagio giovanile dentro e fuori la scuola, ci danno una severa lezione e annunciano una bocciatura del nostro sistema educativo. Attendiamo l’ennesima riforma.

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  1. 2 marzo 2008 alle 18:18

    Per mia fortuna l’esperienza che ho avuto con il mondo della scuola è stata abbastanza buona,ho avuto un bel rapporto con i compagni e tutto sommato anche con i prof. Sarà stato perchè la scuola non è stata vista nè da noi alunni nè dai nostri insegnati (a parte qualche prof robot che si limitava soltanto a spiegare e interrogare ma che non credo ricorderò ancora a lungo) come una fabbrica di robot da inserire nel mondo del lavoro,sarà stato perchè eravamo una classe unita e ci volevamo bene,sarà stato perchè i prof ,chi più chi meno,si interessavano a noi,si preoccupavano se qualcosa non andava ,si erano affezionati a noi e noi a loro…Durante la lezione capitava il momento di riflessione,di dialogo,non si sono limitati ad insegnarci solo la matematica o l’italiano ma qualcosa di più ce l’hanno trasmessa (non tutti ovvio),qualcosa che poteva essere un motivo di riflessione sulla vita in generale e non riguardante solo le materie scolastiche.
    Forse se fossi capitata in una classe divisa,formata da tanti piccoli gruppetti in competizione tra loro,col bulletto di turno (ecco,non c’era il solito bulletto cretino che voleva comandare),se la maggior parte degli insegnanti si fosse disinteressata a noi…forse avrei avuto una visone più pessimistica della scuola.
    Mi sarebbe piaciuto se ci fosse stata un’ora in cui discutere di attualità,di problemi vari,un’ora di dialogo,di confronto…magari al posto dell’ora di religione che mi sembra ormai inutile in una società in cui non ci sono più tutti quei cattolici di una volta.

    un saluto
    Ariel

  2. 3 marzo 2008 alle 10:18

    Cara Ariel,

    Grazie di essere tornata a farci visita. Qui su Terra di Nessuno abbiamo più volte parlato di scuola.
    Se sei interessata all’argomento puoi vedere:

    https://terradinessuno.wordpress.com/category/scuola/

    e, nella nostra Biblioteca, anche gli articoli di Giorgio Chinnici e Rossella Semplici sul bullismo:

    https://terradinessuno.wordpress.com/biblioteca-di-terra-di-nessuno/chinnici-g-bullismo/

    https://terradinessuno.wordpress.com/biblioteca-di-terra-di-nessuno/rossella-semplici-bullismo-situazione-e-prospettive/

    Per inquadrare meglio il tuo commento: quando sei uscita dalla scuola superiore? Che studi hai fatto? In quale città?
    A presto. Giampiero.

  3. 4 marzo 2008 alle 15:51

    Mi sono diplomata l’anno scorso in un liceo scientifico di Palermo.
    ciao ^_^

  4. 6 marzo 2008 alle 11:29

    Cara Ariel,

    E’ confortante sapere che anche per qualche giovane ex studente i ricordi di scuola siano ancora piacevoli. Penso non abbia una secondaria importanza, da questo punto di vista, il fatto che tu abbia studiato in un liceo. In realtà non tutto ciò che la scuola insegna ha oggi un reale valore formativo. Ciò vale sopratutto per insegnamenti che non mirano ad accompagnare lo sviluppo cognitivo e socio-affettivo degli studenti ma a conferire competenze tecniche uniformanti agli utenti della scuola. (Che sistematicamente fallisce, così, i suoi obiettivi).

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