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Odifreddi, perché non possiamo che essere cretini?

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Il dibattito interculturale tra cattolici e laici si è arricchito, ultimamente, del contributo di Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), Longanesi, Milano 2007, giunto, in soli tre mesi, alla terza edizione.

Del libro, qui, dirò solo che vi si trova più foga emotiva e meno lucidità di quante sarebbe lecito aspettarsene da un matematico. Nelle orgogliose pagine iniziali egli si accredita, quale novello Giordano Bruno, praticamente unico difensore vivente della razionalità e dell’intelligenza contro la marea montante della «religione per letterali cretini» (scil., il cristianesimo, p.10); ma il resto del libro sembra piuttosto la reazione spaventata di uno che si senta minacciato. Ma questo è un argomento ad hominem e dunque una fallacia di irrilevanza, lasciamolo da parte.

Ad una persona che lo schiaffeggiò, durante il processo “canonico” in cui era imputato per aver detto di essere il Figlio di Dio, Gesù non porse l’altra guancia bensì una domanda, che lascia intuire la sua convinta non violenza, la fiducia nel dialogo, il rispetto per l’umanità e l’intelligenza altrui e anche la sua perfetta padronanza della logica e delle regole della dialettica: «Se ho detto male, dimostra dov’è il male; ma se ho detto bene, perché mi percuoti?»

Il punto, qui, è precisamente lo stesso: Odifreddi riesce a dimostrare che il cristianesimo è «indegno della razionalità e dell’intelligenza dell’uomo» (p. 10)? In fondo la tesi di Odifreddi non è poi così originale, né spericolata. Non è forse lo stesso S. Paolo ad affermare, più di mille e ottocento anni prima di Nietzsche che la diversità della proposta cristiana consiste nell’insensatezza della morte di Dio? Ognuno può dunque farsi un’opinione comprando il libro e mi auguro che a nessuno salti in mente di impedire il dibattito, censurando in qualsiasi modo l’opera, come è accaduto di recente con le Pasque di sangue di Ariel Toaff. Solo, si faccia attenzione affinché l’antisemitismo, cacciato dalla porta, non rientri dalla finestra… Mi riferisco al fatto che il titolo del libro chiama in causa i cristiani, e i cattolici in particolare, ma fin dall’inizio si sforza di attaccare la presunta irrazionalità di testi che sono sacri anche per gli ebrei e venerati persino nell’Islam, e non solo dai cristiani e per i cristiani. A dispetto dell’etimo, che vorrebbe riservare a questi ultimi l’esclusiva del cretino.

Per approfondire:

Breve preambolo al dialogo tra credenti e laici

Breve introduzione alla teologia biblica

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  1. 23 dicembre 2007 alle 16:49

    Grazie per aver contribuito al dibattito e per le parole di apprezzamento.

    Giampiero

  2. Sebastian
    23 dicembre 2007 alle 17:00

    Bingooooooooooooooo!!!!

    Ringraziamo il Signore…

    Pax +

  3. umbopiergio
    25 dicembre 2007 alle 19:19

    Un saluto a Sebastian , ci si è concentrati sul dilemma Barabba- Gesù con spiegazioni certo erudite, ma nessuno ha spiegato qual’è l’azione salvifica che lo stesso Gesù avrebbe svolto sull’umanità intera. Altra contraddizione, perchè mai il Dio fatto uomo è stato concepito senza atto sessuale (sic),
    – forse voleva sottolineare la sua discendenza divina, ma allora non è più vero uomo;
    – oppure l’atto sessuale viene considerato (assurdo) atto impuro e quindi non degno di un figlio di Dio. Buon Natale. Umberto

  4. Sebastian
    25 dicembre 2007 alle 20:35

    Ciao Umberto, piacere di conoscerti e naturalmente un Buon Natale anche te anche se per quest’anno visto l’orario siamo agli sgoccioli!! 🙂

    Non avresti una domanda di riserva? Personalmente al momento mi trovi a corto di benzina! Ad ogni modo abbi pazienza, niente niente che qualcosa arriverà lo stesso!!

    Ti abbraccio…

    Pax +

  5. 26 dicembre 2007 alle 14:53

    Caro Umberto,

    A te non è sfuggito che il racconto evangelico del processo a Gesù è una profonda riflessione, pervasa da un’amara ironia, sul rapporto tra potere e salvezza. La caratteristica che viene qui in primo piano è l’autoreferenzialità della salvezza. Tutti si fanno portatori di una pretesa salvezza ma in realtà la salvezza di ognuno dipende sempre da qualcun altro. Pilato, che dice a Cristo di avere un potere di vita o di morte su di lui, cerca in realtà di salvare la propria carriera politica, Gesù (“Salvatore”) Barabba (soprannome chiaramente messianico) viene salvato dalla folla, i capi religiosi hanno bisogno di sobillare la folla e guadagnarsi il consenso popolare per salvare la loro leadership e ricattare Pilato. Il popolo stesso è prigioniero delle proprie contraddizioni: da una parte non può essere salvato senza il proprio consenso, dall’altro proprio mentre esprime il proprio volere dimostra la propria incompetenza salvifica perché si lascia facilmente manipolare da Pilato, che poi perde, e dai capi religiosi che sembrano, alla fine, riuscire a salvare la propria autorità sacrale.

    Perché si è imposta una certa lezione del testo di Matteo, piuttosto che quella contemplata nella recensione della comunità di Cesarea? Plausibilmente, per evitare che si possa credere che la condanna di Gesù sia stato il frutto di un errore giudiziario o un banale scambio di persona. C’è una storia di Dio, che si realizza in Gesù e che nella vicenda di quest’ultimo rivela una sua precisa logica salvifica. Con l’attuale versione di Matteo, però, la dimensione drammatica della salvezza risulta indebolita. Ciò che la salvezza è difficilmente lo si può dire con una risposta secca ma piuttosto interpretando lo svolgersi di un dramma sotto i nostri occhi. Il male contro cui si esprime la salvezza non è un “qualcosa”, neppure la morte, intesa come somma dei mali umani, può essere questo qualcosa. La salvezza di Cristo è “drammatica” nel senso che si realizza non direttamente rispetto al male, ma attraverso una strenua lotta contro ogni altro progetto alternativo di salvezza. I poteri forti coalizzati contro Gesù sono tutti poteri sacrali, ciascuno portatore di una promessa salvifica: da lì nasce “il male”, che si esprime oggettivamente in menzogna, violenza, perdita della libertà e dignità umana delle masse.
    Diciamo che Dio ci salva da una visione falsa e violenta di sé finalizzata all’esercizio dispotico di potere di alcuni uomini su altri. Il culmine del paradosso del processo e della condanna di Gesù sta nel fatto che Dio non può salvare se stesso senza salvare noi e non può salvare noi senza perdersi. «Chi vuol salvarsi la vita, la perde; chi perde la vita per me, la salva per sempre». Cristo è personalmente la salvezza nel senso che la sua vicenda personale dimostra che veramente l’amore può vincere ogni male in tutte le sue forme.

    Giampiero.

    P. S. Sulle altre questioni, un’altra volta.

  6. Sebastian
    26 dicembre 2007 alle 16:44

    Fin dalle prime formulazioni della fede, la Chiesa ha confessato che Gesù è stato concepito nel seno della Vergine Maria per la sola potenza dello Spirito Santo, ed ha affermato anche l’aspetto corporeo di tale avvenimento: Gesù è stato concepito « senza seme […], per opera dello Spirito Santo ».

    Nel concepimento verginale i Padri ravvisano il segno che si tratta veramente del Figlio di Dio, il quale è venuto in una umanità come la nostra:
    Così, sant’Ignazio di Antiochia (inizio II secolo): « Voi siete pienamente convinti riguardo a nostro Signore che è veramente della stirpe di Davide secondo la carne, Figlio di Dio secondo la volontà e la potenza di Dio, veramente nato da una Vergine; […] veramente è stato inchiodato [alla croce] per noi, nella sua carne, sotto Ponzio Pilato. […] Veramente ha sofferto, così come veramente è risorto ».

    I racconti evangelici considerano la concezione verginale un’opera divina che supera ogni comprensione e ogni possibilità umana: « Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo », dice l’angelo a Giuseppe riguardo a Maria, sua sposa (Mt 1,20). La Chiesa vede in ciò il compimento della promessa divina fatta per bocca del profeta Isaia: « Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio » (Is 7,14), secondo la versione greca di Mt 1,23. (dal Catechismo della Chiesa Cattolica)

    Pax +

  7. Sebastian
    27 dicembre 2007 alle 7:48

    Umberto,
    a proposito di processi all’imputato Gesù, vorrei proporti la lettura di un estratto dal libro di Carlo Maria Martini “Le tenebre e la Luce, il dramma della fede di fronte a Gesù” ed. Piemme. Il Vangelo di Giovanni indicherebbe la decadenza dell’istituzione che giudica Cristo. Sarebbe la prova che le tradizioni religiose possono diventare non autentiche e quindi devono essere superate.

    Gesù è davanti al sommo sacerdote, probabilmente ancora Anna, che lo interroga sui suoi discepoli e sul suo insegnamento. Egli risponde che ha parlato sempre in pubblico, ha insegnato nelle sinagoghe, nel tempio dove tutti si radunano; non comprende dunque perché viene interrogato, mentre si dovrebbero interpellare coloro che l’hanno ascoltato. E’ interessante notare che l’evangelista riferisce brevemente e in forma indiretta ciò che dicono gli accusatori, mentre fa parlare a lungo Gesù, presentandolo come colui che ha in mano la situazione, che insegna quale sarebbe stato il procedimento corretto, dando così una lezione al sommo sacerdote. Ma mentre parla, una delle guardie lo schiaffeggia e gli dice: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gesù replica: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?».

    Nel Discorso della montagna aveva insegnato: Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra. (Matteo 5,39). Ora tuttavia egli, con libertà somma, pacatamente e dignitosamente si difende, dimostrando la sua superiorità sulla situazione e di poterla dominare, pur se sta per essere sempre più schiacciato e umiliato. Questo schiaffo è di fatto il primo dei colpi che Gesù riceverà, il segno che non è intoccabile, che è possibile scagliarsi contro di lui impunemente; è un incoraggiamento per tutti coloro che in seguito vorranno colpirlo. Egli tuttavia rimane saldo nella sua serenità e nella sua forza interiore.

    Termina qui il processo religioso. Ci viene riferito che «Anna mandò Gesù legato a Caifa, sommo sacerdote», ma di un’azione processuale da parte di quest’ultimo non si fa parola, Soltanto si aggiunge, dopo una nuova interruzione su Pietro, che Gesù viene condotto dalla casa. Caifa al pretorio e si accenna al fatto che, poiché era l’alba, “essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua”.

    Con questo accenno culturale, di carattere piuttosto ipocrita, si chiude il processo religioso. Davvero brevissimo.
    Ora vorrei tuttavia interrogarmi soprattutto sulla povertà del processo così come è presentato da Giovanni. Mentre è più plausibile nei sinottici, nel IV vangelo è una vera farsa, una caricatura. Mi pare che Giovanni intenda probabilmente sottolineare un indice di decadenza religiosa e giuridica: Gesù viene portato davanti a chi non è autorizzato né a interrogarlo né a condannano e tocca a lui spiegare come andrebbe condotto processo. Ci troviamo davvero di fronte ai crollo di una istituzione, una istituzione – notiamo – che avrebbe avuto il compito primario di riconoscere il Messia, verificandone le prove. Sarebbe stato questo l’atto giuridico più alto di tutta la sua storia. Invece fallisce proprio lo scopo fondamentale. Certamente i sommi sacerdoti hanno molti titoli di discolpa. Possiamo comprenderlo considerando tutta la storia di Gesù e il modo con cui egli si è presentato; soprattutto oggi si è molto sensibili alle scusanti del popolo ebraico e anche, in qualche modo, dei capi del popolo. Ciò non toglie che Giovanni ci mette di fronte a una istituzione che ha perso l’occasione provvidenziale in vista della quale era sorta.

    Si pone qui un problema gravissimo, quello della possibilità che un’istituzione religiosa decada: si leggono ancora i testi sacri,però non sono più compresi, non hanno più forza, accecano invece di illuminare. Molte volte ho insistito sulla necessità di giungere a superare le tradizioni religiose quando non sono più autentiche. Solo la parola di Dio, rappresentata qui da Gesù,è normativa e capace di dare chiarezza. E ho pure affermato, a proposito della necessità di imparare a convivere tra diversi, la sfida più urgente della nostra civiltà, che non dobbiamo tanto insistere sulla ortodossia religiosa delle singole parti, ma spirando che ciascuno sia religioso al meglio secondo la sua tradizione. Le tradizioni, comprese le nostre, possono conoscere infatti anche delle forme di decadenza. Occorre piuttosto fermentarci e vivificarci a vicenda, al di là dell’appartenenza religiosa, così che ciascuno sia aiutato a rispondere di fronte a Dio.

    Personalmente non sono favorevole al dialogo religioso quando considera le religioni come monoliti, realtà che devono dialogare restando immutabili. L’uomo è fatto per superare se stesso; come diceva pascal: l’uomo supera infinitamente l’uomo. Occorre dunque lasciarci fermentare a vicenda da parole vere e autentiche, non collegate a una tradizione religiosa precisa, le troviamo soprattutto nel Discorso della montagna. Parole che toccano ciò che di più sensibile c’è nell’esistenza umana la fedeltà la lealtà, l’umiltà – non sappia la destra ciò che fa la sinistra – il perdono, il non preoccuparsi delle cose di questo mondo, non accumulare tesori, non giudicare per non essere giudicati, fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi. Questo è un insegnamento sicuro per tutti, che tocca nell’intimo il nostro cuore e ha la forza di rinnovare un ebreo, un cristiano, un musulmano, un indù, un buddhista proprio in quanto attinge le profondità dello spirito. Dunque, rimanendo necessario un dialogo a livello delle grandi religioni,pur se spesso un pò formale, il nostro cammino interreligioso deve consistere soprattutto nel convertirci radicalmente alle parole di Gesù e, a partire da esse, aiutare gli altri compiere lo stesso percorso.

    In proposito mi colpisce un’analogia interessante con la cosiddetta «meditazione dei due vessilli» degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, dove si dice che Gesù raccomanda ai suoi discepoli di predicare la vera dottrina. Ora “dottrina” era la parola classica per indicare la Scrittura, la tradizione teologica cristiana. Ignazio invece propone come vera dottrina la povertà, l’umiltà, l’amore delle umiliazioni, il non ricercare se stessi: «Considerare il discorso che Cristo nostro Signore fa a tutti i suoi servi e amici che invia a tale lavoro,raccomandando loro di aiutare tutti col portarli, prima, a una somma a povertà spirituale e, se piacerà alla sua divina maestà e li vorrà scegliere, anche alla povertà materiale; in secondo luogo a desideri di obbrobri e disprezzi, perché da queste due cose nasce l’umiltà. Sono le verità di fondo del Discorso della montagna, assolutamente autentiche e affidabili, perché contengono anche la giusta critica alle tradizioni religiose degradate.

    Ci rendiamo conto che il compito del discepolo è grande, è un compito di sincerità e di autenticità, e adesso noi siamo continuamente spinti da una grazie superiore alle nostre forze, dalla grazia dello Spirito Santo, che ci guida ci stimola e ci sorregge.

    Ti abbraccio…

    Pax +

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