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Pace e guerra come problema ecologico

crossroads-bikini-1946.gifOperazione Crossroads, test atomici, Atollo Bikini, luglio 1946

Operazione Crossroads, test atomici, Atollo Bikini, luglio 1946, cartolina postale

In questi giorni si sono infelicemente compiuti quattro anni dall’inizio della guerra in Iraq, una guerra il cui imprimatur di moralità era dato, come si ricorderà, contro il diritto internazionale, dalla congiunzione di un cambio di strategia globale (dottrina della guerra preventiva) con la volontà di esportare il modello democratico e con l’identificazione degli interessi economici di certi gruppi più o meno vasti con quelli dell’intera umanità. Non mancò allora chi, forse alludendo alla dottrina agostiniana della guerra giusta, sostenne che l’idea che tutte le guerre siano di aggressione fosse un’idiozia. Si portarono esempi di “guerre giuste”, tipicamente, quella di liberazione o quella contro la barbarie nazifascista. Si tratta di una vecchia idea della guerra (quella di battaglia per la civiltà) che induceva a concepire la guerra come confronto globale, guerra di sistemi economici e conoscenze tecnico-scientifiche, ma anche contrapposizione di corpi di idee e di valori. Un’idea che dev’essere considerata tramontata per sempre con l’unico caso in cui l’espressione “battaglia per la civiltà” , applicata a una guerra, non celasse un’ipocrisia, quella contro il nazifascismo, appunto. Quest’ultima non fu, innanzi tutto, un’esportazione della democrazia, ma una guerra per restaurare regimi democratici, Stato di diritto e cultura dei diritti in vaste regioni d’Europa in cui, dopo essere stati faticosamente conquistati, erano stati messi in discussione in nome dei particolarismi di sovranità nazionali mitizzate e santificate. Così come la più sistematica negazione dei diritti umani mai concepita ed attuata, la Shoah, diede luogo ad una reazione altrettanto epocale, che finì per consacrarli definitivamente come principi universalmente riconosciuti, non a caso la seconda guerra mondiale fu l’ultima guerra combattuta dagli europei. Lo sviluppo della tecnologia, che ormai mutua dal suo nuovo rapporto privilegiato con l’universalità del sapere scientifico la sua pretesa di far valere la sua capacità di dominio sulla natura come modello operativo universale, ha definitivamente impresso un significato globale alla distruttività della guerra. Dalla guerra totale, a quella finale, insomma, oltre la quale può esservi solo l’autodistruzione dell’intero genere umano.

Qualche giorno fa, il Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha dichiarato: «Ci vuole un’idea forte per prendere le armi». Ce ne vuole una molto più forte per deporle; occorrerebbero motivazioni ed idee capaci di vincere le ragioni che indussero a prenderle. Questa idea non può essere la sopravvivenza della specie come vorrebbe Hans Jonas nel suo saggio Il principio responsabilità. “Cos’hanno fatto – pensa l’uomo della strada – le generazioni future per me?”: in quanto fa leva, in fin dei conti, sull’utilitarismo e su un finalismo concepito come convergenza e somma d’interessi individuali, corporativi, nazionali, comunque particolaristici, l’argomento della sopravvivenza, in fondo, non fuoriesce dalla logica del clan, e, se vogliamo far tesoro della lezione freudiana, lungi dall’assicurare cooperazione, stimolerebbe la pulsione autodistruttiva. Quest’idea può essere, invece, una motivazione forte e sopratutto presente: la giustizia. Rinvenire il legame tra guerra e crisi ecologica, tra ingiustizie sociali globali e catastrofe ambientale planetaria è la più grande sfida che la ragione morale si è mai trovata a dover fronteggiare.

Solo a causa di una vecchia idea dei diritti dell’uomo (la cui universalità è interpretata, banalmente, in modo aritmeticamente individualistico e non nel senso della loro indivisibilità e della loro appartenenza ad un patrimonio universale di civiltà) non riesce di coglierli in insanabile contraddizione con la guerra quale metodo di risoluzione delle controversie internazionali e l’applicazione della teoria dei diritti all’ecologia risulta ardua e infruttuosa, né, infine, viene colto il nesso strettissimo tra ingiustizie sociali e crisi ecologica. Occorre saper leggere i processi di sviluppo immanenti ai diritti umani. Le democrazie non si fanno guerra tra loro, tendono a risolvere le questioni sul piano del diritto internazionale a ridurre le disparità e ad uniformare i loro standard di qualità della vita. Per lo stesso motivo non è possibile esportare la democrazia con la guerra. I processi storici possono essere lunghi e tortuosi ma hanno una loro logica. La guerra radicalizza situazioni di disparità e rallenta i processi di sviluppo dei diritti. Lo sviluppo ecologicamente sostenibile non è cosa diversa dallo sviluppo dei diritti umani. Parafrasando l’enciclica di Paolo VI, Populorum Progressio, possiamo dire: vuoi la pace? Realizza condizioni di giustizia; vuoi l’equilibrio dell’ecosistema? Realizza condizioni di pace.
Le sovrastrutture culturali riflettono un’autocomprensione nell’orizzonte ecosistemico. Oggi possiamo affermare che a modelli sociali dispotici e autoritari corrisponde un’epistemologia del dominio sull’ecosistema, così come il giovane Marx, a suo tempo, vedeva una relazione tra l’alienazione oggettivata nell’ingiusta organizzazione del lavoro e il degrado della dignità umana dei soggetti più deboli, i lavoratori e, soprattutto, le donne. Con lo stessa capacità di risposta sistemica con cui si concepisce la moderna difesa di una democrazia avanzata dovrebbe essere affrontata la crisi ecologica: stabilendo in primo luogo relazioni tra ecosfera e la sfera antropica; ricorrendo a tutte le risorse, coordinando tutti i saperi, diffondendo universalmente la cultura e il rispetto dei diritti, combattendo le nuove forme di violazione, abolendo le condizioni storiche di conflitto sociale e internazionale.

Come si vede, occorre lasciar cadere l’idea di una soluzione rapida della crisi ecologica, il mito di una sorta di rivoluzione culturale in senso ecocompatibile. È infinitamente più ecologico e più utile alla causa della pace il microcredito di Yunus o la nuova medicina antimalarica di medici senza frontiere, libera da brevetti e a bassissimo costo, che qualsiasi nuova tecnologia per il risparmio energetico o conferenza internazionale. Sarà un cammino dai tempi lunghi, per quanto urgente, che può passare solo attraverso una presa d’atto della gradualità dei processi culturali.

Per approfondire:

Natura e città. Un percorso ecologico

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  2. 21 marzo 2007 alle 21:12

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