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Cosa c’è di universale nel caso Welby

Giampiero carissimo,

Sono stata toccata profondamente dalla storia del signor Welby perchè questo è il percorso di tutte le persone affette da patologie neuromuscolari. Conosco persone che sono morte per questa malattia e altre che hanno il respiratore. Ora che sto abbastanza bene ti posso dire che vivere attaccata ad una macchina, senza poter uscire, stare seduta, girarmi su un lato, perfino non poter parlare… questa non è vita. Ma nel momento stesso in cui il catarro ti riempie i bronchi e l’aria non arriva più, allora desideri solo vivere e faresti di tutto per continuare a farlo. Io ho uno spirito di sopravvivenza quasi animale, per cui spero di non dovermi mai accorgere di quello che sta avvenendo. Il Dottor Sciarra, il pneumologo di Welby è anche lo specialista della U.I.L.D.M. dove lavoro io, non avrebbe potuto mai farlo perchè in questo momento a Roma solo lui segue almeno altre trenta persone nelle stesse identiche condizioni di Piergiorgio. E se queste hanno ancora la speranza di vivere, lui dopo aver compiuto pubblicamente un tale atto non gli avrebbe infuso più coraggio. Secondo me Piergiorgio ha voluto cercare un modo per rendersi utile ad altri che non avevano la capacità di gestire tale situazione, ma avevano desiderio di compierla. Se avesse voluto compiere un atto egoistico avrebbe potuto farlo nel privato e nessuno avrebbe mai saputo niente. Per quanto riguarda la posizione della Chiesa capisco che deve mantenere la sua posizione dottrinale, ma molto spesso ha chiuso tutti e due gli occhi su situazioni veramente vergognose.

Un bacio, Gaia.

Adesso, dopo la morte di Welby, vorrei, come tutte le persone di buon senso, credo, che se ne rispettasse almeno il diritto a riposare in pace; ma ciò purtroppo non avverrà. Suo malgrado, egli fu uomo di rissa in questo mondo, come lamentava di sé il profeta Geremia. Il problema del trattamento medico dei malati terminali è già di per sé drammatico anche senza che se ne faccia un campo di scontro politico. E’ un problema paradossale perché tocca un numero crescente di persone quanto più le tecnologie bio-mediche consentono di salvare vite umane. Il caso Welby è una storia universale nel senso che l’impiego crescente di tecnologia in medicina rende sempre più moralmente ambigua la prassi medica ed accresce le probabilità che la stessa cosa accada anche a noi. Temo perciò che invece che ad un aumento degli sforzi se non per risolvere quanto meno per mitigare o non peggiorare il problema, assisteremo a una caccia al colpevole.

Ritengo un errore non aver consentito le esequie liturgiche per Welby. L’autorità ecclesiastica ha molto più a cuore la propria coerenza dottrinale che la propria immagine. La scelta di non benedire la salma di Welby guarda ai rischi che le società corrono quando si indebolisce la percezione del dovere di difendere la vita. Si può persino ammirare questa severità nel richiamare al dovere di difendere la vita in ogni circostanza, soprattutto quando la si misuri con altre prassi e altri poteri, che sembrano alimentarsi di sola immagine, demagogia e opportunismo. Eppure… sul un piano dell’intelligenza pastorale dei problemi già papa Giovanni XXIII invitava a distinguere la condanna del peccato dalla misericordia dovuta alla persona. Lasciar prevalere la dottrina sulla pastorale, la norma sulla misericordia rappresenta, ritengo, un passo indietro.

Su un piano più strettamente dottrinale, la teoria deontologica cui parte del magistero si attiene perché considerata più sicura nelle questioni che toccano la difesa della vita, è comunque un’opzione filosofica. Altre opzioni, pure ammissibili, consentono margini di maggiore clemenza e di evitare un’inutile severità. Spesso chi crede di difendere la vita difende in realtà soltanto una teoria di fondazione della norma.

A coloro che reclamano la testa del medico che (con orribile espressione giornalistica) ha “staccato la spina”, esprimo sommessamente l’opinione che stabilire l’equazione morale tra sospensione del trattamento terapeutico e suicidio assistito è immensamente pericoloso perché potrebbe accentuare irresistibilmente l’inclinazione del medico verso l’accanimento terapeutico e quindi rappresentare un incalcolabile pericolo per la collettività.

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  1. 26 giugno 2007 alle 18:13

    Concordo sui due seguenti aspetti dell’esposizione di “Terra di nessuno”:
    1) Non potevano esser negate le esequie nell’edificio ecclesiale al sig. Welby! Infatti, qual’è quell’uomo, laico o chierico, che oggi può comunicare a noi viventi la sorte escatologica di Welby? C’è forse qualcuno dei viventi che oggi possa garantirci che nell’istante della morte il sig. Welby non si sia ravveduto, anche nei termini intesi dalla gerarchia ecclesiastica? Nessuno deve dimenticare che le possibilità di redenzione dell’opera di salvazza operata da Cristo e la misericordia di Dio sono incoparabilmente più grandi del giudizio di un prelato, alto o prestigioso che sia! Onestamente non riesco a convincermi che lo Spirito Santo offra la sua assistenza e abbia così marcatei preferenze da comunicare in modo esclusivo la misericordia del cuore di Dio a qualche membro della gerarchia ecclesiatica italiana.
    Per queste ragioni io sono per la celebrazione delle esequie per tutti, compresi i suicidi, i mafiosi e i peccatori dichiarati di ogni specie.
    La Sacra Scrittura ci insegna che l’unico a conoscere il cuore dell’uomo è Dio e non ci può essere uomo, per quanto santo esso sia, che possa sentirsi autorizzato ad entrare in competizione con Dio.

    2) Penso che gran parte dei problemi connessi all’eutanasia risieda nelle azioni terapeutiche intraprese dal medico, che praticamente esulano da qualunque controllo legale. Se la scienza progredisce in modo rapido, può anche accadere che le possibilità d’intervento del medico conducano il paziente ad una situazione contro natura, cioè contro le “leggi naturali” della vita! Questi interventi definibili come “accanimenti terapeutici” spesso sono applicati al di fuori di ogni norma etica e senza la dovuta informazione al paziente stesso. E’ singolare che quando si prendono in esame i casi tragici di eutanasia, generalmente non si esamini la gestione medica pregressa e non ci si chieda se l’azione innaturale è attribuibile ad una volontà di sperimentazione piuttosto che ad una volontà di guarigione.

  1. 4 marzo 2007 alle 23:44

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