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Pena di morte: perché è giusto abolirla ovunque e per sempre

Foto di Steve RhodesSul piano puramente tecnico dell’argomenazione giuridica si deve convenire con eminenti studiosi di diversa tradizione filosofico-giuridica, come N. Bobbio o F. D’Agostino, i quali dimostrano che in tema di pena di morte non esiste l’argomento invincibile, il colpo del knock-out in grado di sbaragliare la tesi avversa. Non è possibile in questa sede esporre e discutere nel dettaglio le armi a disposizione nel repertorio degli uni e degli altri, semplicemente qui si ammette l’equilibrio delle ragioni pro o contro la pena di morte.

Le ragioni che faranno prevalere il no alla pena di morte vanno cercate sul piano antropologico, cioè ad un livello pre-giuridico, in quella sorta di biografia collettiva cristallizzata nei miti di fondazione delle civiltà. Tali ragioni affondano le radici nel sentimento diffuso della giustizia che solo gradualmente emerge in forme giuridicamente consapevoli seguendo le tipiche leggi di crescita insite nei processi di individuazione ed elaborazione dei valori. Torna utile qui la lezione di R. Girard, perché è appunto sul piano antropologico che vediamo sopravvivere, anche in civiltà giuridiche avanzate, residui di pensiero mitico, che contempla la possibilità di ricostituire la coesistenza umana, negata nell’attuazione del crimine, grazie all’espulsione del colpevole non solo dalla convivenza civile ma da qualsiasi relazione e dall’esistenza stessa degli esseri umani viventi. Da un punto di vista psicosociale il fenomeno può essere descritto come una prassi ritualistica per mezzo della quale le società tribali tentano di controllare e contenere la presenza del male e le tendenze autodistruttive presenti nel loro stesso seno. Detto nei termini, a noi oggi più congeniali, del linguaggio dei diritti, è la qualifica stessa di umanità che viene negata alla vita ed agli atti del colpevole nello sforzo di ristabilire la dignità dell’offeso e dell’intera collettività.

Nella nostra civiltà è il fallimento della giustizia nel processo a Socrate, ma più ancora nel processo che si conclude con la condanna a morte di Gesù, come recentemente ha dimostrato G. Zagrebelsky, all’origine non solo degli aspetti processualpenalistici e più in generale giuridici del rapporto tra stato e individuo ma anche del rapporto tra forma del potere politico e diritti umani. La lezione storica che sta alle basi della tradizione morale dell’occidente è che è meglio subire l’ingiustizia che compierla, è preferibile non punire il colpevole che colpire l’innocente. Tradizionalmente questa consapevolezza morale si è espressa nella forma di vari principi prudenziali che tengono conto della fallibilità umana e dunque del fatto che un errore giudiziario è sempre possibile. Ma ciò cui oggi assistiamo è l’emergere progressivo, sul piano antropologico, della ben più radicale consapevolezza della non eliminabilità del male dalla convivenza umana attraverso lo strumento della norma, umana o divina che sia. Emerge gradualmente e sarà sempre più evidente anche sul piano della civiltà giuridica l’idea che un passo decisivo di giustizia dev’essere compiuto non ripetendo all’infinito il tragico rituale dell’autoliberazione dal male, che alimenta se stesso attraverso l’eliminazione fisica del colpevole. Eliminare la pena di morte stessa.

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  1. Don V
    15 settembre 2007 alle 10:36

    Non uccidere (Es 20,13).
    Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio”. Ma io vi dico: Chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio » (Mt 5,21-22).

    La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l’azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente.

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