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Caso Welby, un kairòs per pensare

Lisippo, allegoria dell'opportunità (kairòs)

Il caso Welby continua ad offrire occasione di riflessioni alla società civile ed alla pubblica opinione, ma meglio sarebbe dire alla “collettività morale” cui apparteniamo. La prima riflessione riguarda l’ambiguità dei termini che ha spesso alimentato la confusione ed ha oggettivamente danneggiato Welby e continua a danneggiare molti malati in fase terminale. La parola eutanasia ha il pregio-difetto di essere fortemente evocativa e valutativa. Si cerca per questo di sostituirla con espressioni meno perturbanti, ma finché essa è usata nei discorsi etici che riguardano i trattamenti medici della persona morente dovrebbe essere chiaro che essa è generica ed indica un certo numero di soluzioni mediche possibili al problema di porre fine alle sofferenze del malato, soluzioni dal significato morale molto diverso. Neppure la classica distinzione tra eutanasia passiva/attiva, diretta/indiretta risulta davvero chiarificante perché in origine fu pensata per permettere di modulare il giudizio morale non per distinguere una prassi medica dall’altra. “Eutanasia” comprende dalla sospensione dell’accanimento terapeutico, alla sospensione di trattamenti futili, alle cure palliative, fino al suicidio medicalmente assistito e probabilmente altro ancora. Ognuna di queste pratiche merita un giudizio morale a sé e occorre attenzione nell’uso dei termini: solo quella eutanasia che indica il suicidio medicalmente assistito raccoglie un giudizio quasi generale di illiceità sia nella prassi etica diffusa che negli ordinamenti giuridici. Su tutte le altre la discussione è aperta. In materia etica la scelta dei termini e delle argomentazioni è tutt’altro che casuale; al contrario, rivela le opzioni preliminari delle diverse teorie di fondazione delle norme. Allo stesso modo, la confusione terminologica e il disordine argomentativo sono indici di una inconsapevolezza dei propri presupposti epistemologici e teorici. Quando poi si tratta di prendere decisioni urgenti sulla pelle delle persone questa confusione diviene moralmente intollerabile in chi queste decisioni deve tradurre in prassi quotidiana. Si continua, ad esempio, nel dibattito pubblico nel nostro Paese, a perdere tempo con schematizzazioni del tipo etica della qualità/sacralità della vita oppure addirittura semplificazioni caricaturali come etica laica/cattolica. Tutti abbiamo visto, in questi giorni, che intellettuali di estrazione cattolica, e quindi tutti astrattamente ascrivibili allo schieramento per la sacralità della vita, esprimere giudizi morali reciprocamente opposti circa il tipo di eutanasia che è in gioco nel caso Welby. Ciò vuol dire semplicemente che il cosiddetto principio della sacralità della vita (e il suo corrispettivo della “qualità della vita”) in realtà non consente conclusioni univoche nel giudizio pratico. La ragione risiede nel fatto che il credente non dispone di particolari norme rivelate, in questo campo, e si lascia guidare, come tutti, dal lume naturale della ragione. In altri termini, ogni essere umano, e dunque ogni credente per proprio conto, abbraccia, in maniera più o meno consapevole, una delle fondazioni della norma che la ragion pratica mette a disposizione. E’ vero che tradizionalmente la funzione magisteriale delle comunità cristiane, e in particolare di quelle cattoliche, in fatto di tutela della vita, predilige autorevolmente un’impostazione deontologica (basata sulla gravitas materiae, ossia sull’intrinseca natura, sul significato intrinseco dell’atto umano) perché ritenuta tuziorista, ma, non trattandosi di dogmi o verità rivelate, altre fondazioni etiche, come ad esempio la teleologica (basato sul giusto ordine di mezzi rispetto al fine ultimo, rappresentato dalla persona umana) hanno avuto ed hanno diritto di cittadinanza nelle comunità ecclesiali e spesso risulta prevalente presso quei gruppi di laici con un’alta competenza intellettuale e morale. Riguardo al caso Welby l’argomentazione teleologica è in grado di concludere sulla liceità del distacco dal respiratore automatico, giacché nessun intervento medico può perfezionare il suoi scopi di servizio alla persona del malato prescindendo dal consenso di quest’ultimo. La tecnica imprime valore alle cose. Questa è la ragione per cui quello che sfugge alla tecnica sembra sfuggire al mondo umano, tutto ciò che essa conquista appare conquistato alla verità ed al buon senso. L’adagio spesso citato: «tutto quanto tecnicamente si può, moralmente si deve», esprime appunto il carattere autoreferenziale della tecnologia in quanto fattrice di valori. Tuttavia, la parabola della razionalità tecnologica, per tutta l’antichità fino all’Umanesimo considerata un agire moralmente indifferente ed in seguito, con la nascita del pensiero scientifico, intrinsecamente buono, non di rado incontra oggi un giudizio che sempre più di frequente vi vede una forma intrinsecamente ambigua dell’operatività umana. Applicata alla vita, la (bio)tecnologia di volta in volta aggiunge valore all’umano, lo viola o addirittura lo pone come proprio prodotto. Anche riguardo a quest’ultimo aspetto il caso Welby deve far riflettere. L’alimentazione e l’idratazione non sono tradizionalmente contemplate come attività terapeutiche e per questo, secondo l’impianto argomentativo deontologico, non si configurerebbe mai un accanimento terapeutico in questi casi. Dopo aver mostrato il suo potere di cambiare la qualità della vita, la razionalità poietica sembra adesso volgersi ad un cambiamento qualitativo della vita, ad una mutazione tecnologica del significato morale di atti come il semplice dar da mangiare e da bere. Una volta di più, non tutto quanto è tecnicamente possibile lo è anche moralmente, non nel caso di Welby, quando la tecnologizzazione di atti umani naturalmente finalizzati a tutelare la vita e la dignità della persona (dar da mangiare all’affamato, da bere all’assetato), li disumanizza dando loro il senso snaturato di un insopportabile prolungamento e di una privazione della dignità del morire.

 

Per approfondire

 

https://terradinessuno.wordpress.com/dispensa-di-bioetica/

 

Sullo stesso argomento, vedi

 

https://terradinessuno.wordpress.com/2007/01/10/lamentazioni-di-un-uomo-di-rissa/

 

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  1. Eleonora Ajello
    20 gennaio 2007 alle 23:10

    Congratulazioni per il sito e per gli argomenti trattati.
    Consentimi di inviarTi una personale riflessione sul caso Welby.
    Eleonora Ajello

    INTORNO A PIERGIORGIO WELBY
    Intorno a Piergiorgio Welby si è eretto un circo mediatico in cui i dibattiti pubblici hanno prevalso su un rispettoso silenzio e una silenziosa partecipazione al dolore di una persona malata.
    E’ questa l’unica realtà oggettiva che ci è rimasta!
    Tutti si aspettavano che durante l’agonia di Piergiorgio Welby il dibattito sollevato dal caso e reso di dominio pubblico dai media, avesse un corso democratico arrivando ad una conclusione legislativa, sia pure nella convinzione che la valutazione sul piano etico è ben diversa dalla regolamentazione sul piano giuridico. Purtroppo, non solo non si è giunti in tempo a causa del precipitare degli eventi, ma non sembra che si stia facendo molto per evitare di doverne riparlare in momenti critici e tragici per altre persone.
    Dove è finito lo sforzo promesso da tutti per stabilire l’arduo confine tra eutanasia e accanimento terapeutico? Confine che a dire il vero è difficile stabilire, dipendendo da caso a caso, ma che sicuramente è essenziale fissare con certezza in termini legislativi. L’esistenza di una legge, sia pur minima e perfezionabile per quanto possibile, è sempre meglio di un vuoto legislativo; nel vuoto legislativo, infatti, ciascuno può fare come meglio ritiene, fatto salvo che, a posteriori, può essere avviata un’indagine giudiziaria e/o deontologica per il professionista che ha prestato la sua collaborazione.
    Ma un’indagine condotta a posteriori che beneficio porta a chi soffre e si aspetta, nel momento in cui la chiede, una soluzione alla propria sofferenza?
    Sicuramente, dal punto di vista etico, la contrarietà all’accanimento terapeutico è comune a chiunque si voglia cimentare con l’argomento; è per questo motivo che è necessario, dopo il clamore mediatico, che l’argomento torni ad essere discusso fra i bioeticisti, i medici e i legislatori, cercando di arrivare ad una normativa che, nel pieno rispetto dell’autonomia del paziente, nel pieno rispetto della professionalità dei medici e, soprattutto, nel pieno rispetto del valore vita, possa rendere un servizio al cittadino malato: proprio dal punto di vista etico, è essenziale rendere questo servizio! Anche la Chiesa, giustamente contraria a qualsiasi forma esplicita o implicita di eutanasia, ha il dovere morale di spingere verso l’identificazione legislativa del confine tra questa e l’accanimento terapeutico. La Chiesa è Madre e come tale ha il dovere di non lasciare i suoi figli nell’incertezza di una scelta difficile!

    Probabilmente l’incomprensione di molti credenti, consiste proprio nel dubbio che nel caso in questione si potesse parlare di accanimento terapeutico; Welby dipendeva in tutto dalle macchine, esse non erano un supporto a funzioni fisiologiche ancora esistenti in quell’uomo, ma erano esse stesse, cioè le macchine, le vere funzioni fisiologiche di Welby.
    In questo contesto è difficile non pensare che le cure consistenti nel dipendere ininterrottamente da una macchina, l’essere continuamente attaccati alla macchina in una condizione di perdita di qualsiasi capacità fisiologica a prescindere dalla lucidità mentale, non fossero sproporzionate ai risultati che si sarebbero potuti attendere: non vi era alcuna possibilità di miglioramento medico del paziente, né possibile reversibilità dello stato, né alcuna possibilità di miglioramento della sua quantità e qualità di vita.
    In questa ottica, se è doveroso, da parte di chi in quanto medico si è assunto specificamente, professionalmente, umanamente e deontologicamente questo compito, curare facendo tutto ciò che è in suo potere per difendere la vita umana, sia in senso quantitativo che in senso qualitativo, è ugualmente doveroso rifiutare l’attuazione di cure sproporzionate rispetto ai benefici ottenibili. Si configurerebbe così l’accanimento terapeutico che non intende più promuovere il bene globale della persona, ma va nella direzione di un’illusoria volontà di controllo totale sulla vita, al punto da imporla oltre i limiti regolamentati dalla natura umana, che è notoriamente finita e mortale.

    Solo un accenno alla questione, non sempre di immediata comprensione, della negazione dell’ingresso della salma di Welby all’interno di una chiesa (con la “c” minuscola) per la benedizione; vero che Welby ha desiderato l’interruzione della sua vita (eutanasia per alcuni o accanimento terapeutico per altri – è proprio in questa incertezza che sta il nocciolo della questione) dichiarandolo in maniera esplicita, ma è pur vero che, nell’insegnamento cristiano, è il peccato che va condannato esplicitamente, mai il peccatore. Il peccatore, proprio perché tale, va accolto come un fratello che “forse fino all’ultimo” ha sbagliato! E’ essenziale per un cristiano ribadire il “forse fino all’ultimo” perché nessun uomo può impedire che Dio nella Sua immensa bontà e misericordia non abbia concesso all’uomo Welby, macchiatosi forse del peccato di eutanasia, nel suo ultimo ed estremo momento di vita, un barlume di luce che ne abbia provocato il ravvedimento.
    L’accoglienza della salma di Welby all’interno della chiesa non sarebbe stata percepita dall’opinione pubblica come un’assoluzione del peccato – assoluzione che avrebbe richiesto un atto volontario ed esplicito di rinnegamento e contrizione della colpa commessa da parte del peccatore, così come avviene nel sacramento della confessione – ma sarebbe stata esclusivamente una benedizione e un momento di preghiera a Dio, proprio perché quel Dio che i cristiani professano “Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, Es.34,6” possa avere provato pietà di un figlio.
    Solo Dio, l’unico che conosce nell’intimo l’animo del singolo uomo, può giudicare con rettitudine le vicende umane. Non spetta all’uomo, sia pur gerarchicamente autorevole all’interno della Chiesa (con la “C” maiuscola) il giudizio definitivo, ma solo a Dio; nessuno, infatti, può arrogarsi il diritto a un tale giudizio; a maggior ragione evito di analizzare ulteriormente la vicenda del rifiuto dell’accoglienza della salma nell’edificio-chiesa e mi rimetto a Dio che tutto può nella Sua infinita misericordia.

    Eleonora Ajello

  2. Cirino Privitera
    25 febbraio 2009 alle 18:49

    Complimenti.
    Grazie per la chiarezza e la lucidità dell’esposizione. Mi ha aiutato non poco a riflettere e spero che lo stesso sia accaduto a tanti. Grazie.
    Cirino Privitera

    • 28 febbraio 2009 alle 16:13

      Gentile sig. Privitera,

      preferisco chiamarla così perché il suo cognome e i suoi interessi mi portano alla memoria una persona che in un certo periodo della mia vita mi è stata cara.
      La ringrazio delle sue parole di stima e le do il benvenuto su Terra di Nessuno.
      Se l’argomento è di suo interesse può trovare molto altro materiale tra i saggi (guardi nella barra qui a destra) e gli articoli (provi a cliccare sulla categoria “bioetica” nella barra qui a sinistra).

      Giampiero Tre Re

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