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La doppia sconfitta della democrazia

Stiamo perdendo la guerra contro la fame perché combattiamo (altre) guerre sbagliate?
Secondo l’annuale rapporto della FAO il numero delle persone sottonutrite è in aumento e non si riuscirà a cogliere l’obiettivo di dimezzare il fenomeno entro il 2015.
Nel frattempo la difficoltà di affermare sul piano internazionale il principio di legalità va di pari passo con la lentezza dei processi che dovrebbero riempire di uguaglianza sostanziale le dichiarazioni astratte e formali dei diritti umani. Senza legalità e diritti dell’uomo il modello democratico si riduce ai suoi aspetti procedurali: come potrà presentarsi credibilmente ai Paesi sottosviluppati o in via di sviluppo come condizione di crescita ed umanizzazione e non ridursi piuttosto ad un esercizio di potere dispotico ed arbitrario, sostanzialmente identico a quelli che pretende di sostituire (all’occorrenza giungendo all’uso della forza)?
Le democrazie rischiano così una duplice disfatta: una sul piano militare e politico, sconfitta implicita nell’idea di una democrazia imposta in modo illegale e, in ultima analisi, non democratico, come vediamo accadere in Iraq. L’altra si pone sul piano culturale ed umano con la perdita dell’attrattiva di cui il modello democratico godeva dalla fine dell’ultima guerra mondiale, capace di suscitare ideali e processi di liberazione dal bisogno e dalla paura. Questa seconda sconfitta è ben esemplificata nel fallimento dei programmi di lotta alla sottoalimentazione, ed è, a ben vedere, causa dell’altra.

C’è un lato della questione dell’esportabilità della democrazia che si presta ad una lettura psicologica ed etica e che reclama il ricorso ad un’antropologia nella quale l’elemento dinamico risulti essenziale. Sotto questa luce lo sviluppo appare un bisogno non indotto dall’educazione o dalla cultura o dal mercato, ma una vera esigenza umana originaria. L’ambiente interviene solo nell’orientare la crescita e nel determinarla, nell’agevolarla o nell’ostacolarne il processo, mai nello sviluppo come tale, come impulso all’autocompimento. «La crescita è sintesi dei nostri doveri» (Populorum Progressio, 16) non solo nel senso che prendendoci cura del nostro e dell’altrui sviluppo assolviamo implicitamente tutti gli altri nostri doveri; ma soprattutto nel senso che si cresce, ci si autorealizza, solo sintetizzando, integrando tra loro le nostre attitudini temporali e quel di più di desiderio di autocompimento che ancora sporge oltre il soddisfacimento di ogni bisogno secolare. Significa far affiorare la radice umana del sottosviluppo internazionale, troppo spesso ridotto ai suoi risvolti puramente politici ed economici.

Da questo punto di vista, diciamo così, umanistico appare chiaramente che ogni strategia di soluzione del problema non potrà prescindere da due presupposti: la pertinenza, anzi, la specificità etica del tema dello sviluppo e il carattere obbligatorio della solidarietà sul piano internazionale, di modo che la responsabilità per lo sviluppo di ciascuno e di tutti appaia sotto ogni aspetto come parte integrante di un vero processo globale di democratizzazione.

Su questo argomento vedi anche:

Ecologia e psicologia. Profezie che si autoavverano: la sindrome di Cassandra

Pace e guerra come problema ecologico

Per approfondire:

Natura e città. Un percorso ecologico

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  1. Max
    13 settembre 2007 alle 9:43

    QUI SI PARLA DI FAME, MA COME SI FA AD AIUTARE TUTTI I POPOLI DEI PAESI SOTTOSVILUPPATI SE ALL’INTERNO DELLE SOCIETA’ “CIVILI” CI SONO ELEMENTI CHE CREANO METASTASI? l’IDEA DELLA SOLIDARIETA’ NON SANNO DOV’E’ DI CASA!
    RIPORTO UN ESEMPIO DELLO SCHIFO CHE SUCCEDE (ANDATE SU NEWS DI LIBERO)

    Usa/ Ragazza nera rapita, violentata e torturata da sei bianchi
    Giovedí 13.09.2007 09:37

    I sei responsabili

    Gli Stati Uniti sono sotto choc. Una ragazza di colore è stata rapita, torturata e umiliata sessualmente da un gruppo di sei bianchi, tra cui anche alcune donne, per una settimana intera. Luogo della violenza una casa isolata in West Virginia. La vittima era l’ex fidanzata di uno di loro. La giovane, di appena 20 anni è stata ferita con un coltello, costretta a mangiare feci di animali, stretta al collo con una fune, stuprata e insultata con epiteti razziali. La liberazione è avenuta dopo sette giorni solo grazie ad una telefonata anonima.

    A vivere l’allucinante esperienza Megan Williams a circa 50 km da Charleston (West Virginia), che in passato aveva avuto una relazione sentimentale con Bobby Brewster, uno dei sei bianchi – tre donne e tre uomini – che l’hanno torturata per una settimana.

    La ragazza durante la prigionia è stata costretta a leccare le scarpe dei suoi rapitori e a bere acqua dalla tazza della toilette. Le violenze sessuali sono avvenute sotto la minaccia di coltelli e durante gli abusi la vittima è stata bruciata con acqua bollente.

    Alla guida del gruppo c’era Frankie Brewter, 49 anni, madre dell’ex-ragazzo della vittima. La donna ha una lunga fedina penale, compresi cinque anni di prigione per omicidio.

    2°PAGINA
    Usa/ Ragazza nera rapita, violentata e torturata da sei bianchi
    Giovedí 13.09.2007 09:37

    La casa delel violenze

    Quando gli agenti, accorsi dopo una telefonata anonima, si sono recati nell’abitazione della donna, l’hanno trovata seduta sotto il portico. Mentre la Brewter diceva alla polizia che non c’era nessuno in casa, si è aperta la porta e la vittima è uscita barcollando, con le braccia tese, gli occhi pesti ed evidenti ferite alle gambe, gridando “Aiutatemi!” ai poliziotti.

    La vittima ha raccontato alla polizia dettagli orribili sulle torture subite dai sei bianchi, compreso l’obbligo a nutrirsi di feci di cani e di ratti. I torturatori le hanno tagliato anche i capelli e l’hanno più volte pugnalata a una gamba.

    I sei rapitori – che comprendono coppie madre-figlio e madre-figlia – sono in età tra i 20 ed i 49 anni ed hanno tutti dei precedenti penali (per un totale di 108 incriminazioni). “Come è possibile che degli esseri umani possano fare quello che è stato fatto a mia figlia?”, ha chiesto Carmen Williams, madre della vittima, che è finita in ospedale. La donna ha autorizzato i media americani, che nei casi di abusi sessuali non identificano la vittima, ad usare i loro nomi perchè “questa vicenda deve essere una lezione per tutti”.

    I sei bianchi sono stati incriminati per reati che vanno dal rapimento alla violenza sessuale, dagli abusi fisici ai crimini razziali. La vittima ha raccontato che durante le torture venivano usati in continuazione termini dispregiativi razziali. I sei sono stati incarcerati. Ma per ognuno il giudice ha fissato una cauzione di 100 mila dollari.

    http://canali.libero.it/affaritaliani/cronache/usachocseibianchitorturanodonnanera.html?pg=1

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