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Se c’è una terza via tra accanimento terapeutico ed eutanasia

Il dibattito che di recente si è riacceso in Italia sui problemi bioetici connessi all’eutanasia mette in risalto alcune importanti questioni inerenti l’ambiguità del ruolo culturale giocato oggi dalla tecnologia. Basti pensare al fatto che le dimensioni assunte dalla medicalizzazione nei Paesi occidentali è tra le cause principali del prolungamento della vita e dell’innalzamento della sua qualità ma, nel contempo, anche della crescita del tasso di cronicizzazione delle malattie e dell’esplosione dei problemi sanitari e morali connessi alla cura dei pazienti terminali. Quest’ambiguità investe in primo luogo i soggetti: a chi spetti il potere di decidere se operare l’eutanasia e perché; se un tale immenso potere non sia del tipo “tutto-o-niente” e non renda dunque impossibile qualsiasi politica pubblica in materia o, all’opposto, non annulli l’autonomia morale di chi è chiamato ad esercitarlo; chi abbia diritto ad un’eventuale assistenza medica al suicidio ed alla piena “informazione”; se tali diritti del paziente non si traducano, nel concreto di certe situazioni estreme, in una sorta di “accanimento burocratico”, in un danno per la sua libertà e in un’accentuazione, a suo svantaggio, dell’asimmetria di potere esistente nel rapporto col medico.

Quest’ambiguità ha esiti particolarmente penosi quando si riflette su una sorta di disorientamento etico diffuso: all’estremo opposto rispetto al tema dell’eutanasia e del suicidio medicalmente assistito, preoccupa il problema dell’accanimento terapeutico, spesso equivocato come un dovere dettato dal rispetto della vita umana, mentre si registrano casi in cui i pazienti o le loro famiglie rifiutano cure palliative scambiandole per pratiche eutanasiche. Non sorprende affatto, dunque, la difficoltà di esprimere coerenti politiche pubbliche in questo settore.
Non possiamo ragionevolmente ignorare che il giudizio sulla singola azione è sempre emesso inserendola in una struttura globale di credenze e insieme di valori, il cui scopo è quello di soddisfare la domanda di senso di una certa collettività morale. In altri termini, ciascuna di queste espressioni, ovviamente, reca implicito anche un pre-giudizio morale sugli atti umani.

Qualsiasi giudizio si ritenga di dover esprimere circa l’eutanasia e l’accanimento terapeutico, una terza via, equidistante tra accanimento terapeutico e suicidio assistito, sarà comunque possibile trovarla solo smascherando quello che potremmo definire un nuovo pregiudizio, un pregiudizio indotto proprio dall’irruzione massiccia della tecnologia sulle fasi terminali della vita umana: l’idea che vi siano vite indegne di essere vissute e che persone costrette irreversibilmente al di sotto di certi standard qualitativi di salute non possano desiderare altro che smettere di vivere. La tentazione di rinunciare alla ricerca ed alla giustificazione etica di questa terza via, è legata non ad una qualche intrinseca impervietà metafisica del problema, ma al tentativo di respingere precisamente la domanda sull’essenza e il senso ultimo degli atti umani.

Per approfondire

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Categorie:Bioetica
  1. Don V
    15 settembre 2007 alle 10:31

    La Chiesa Cattolica è contraria sia all’eutanasia che all’accanimento terapeutico, mentre è favorevole alle cure palliative, anche nel caso in cui il ricorso ad esse possa avere come effetto secondario il rendere più breve la vita del paziente

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