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Categorie:Zibaldone
  1. 24 ottobre 2006 alle 16:28

    Hi, this is a comment.
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  2. fabaita
    25 dicembre 2006 alle 23:35

    Grazie Giampiero, il tuo blog è una goccia d’acqua nel deserto, la voce diversa dal frastuono generale su argomenti seri trattati dalla comunicazione come chiacchiere tra comari.

  3. ester
    1 maggio 2007 alle 23:53

    vorrei capire cosa significhi indissolubilità del matrimonio per i cattolici. come può il sacramento del matrimonio divenire più forte, ossia prevaricante, della volontà di sciogliere quel matrimonio. Non è forse la paura della precatietà della vita che ha portato le religioni a parlare di eternità, indissolubilità?

  4. 2 maggio 2007 alle 11:59

    Gentile Ester,
    grazie per il suo contributo a Terra di Nessuno.
    La sua domanda richiederebbe una risposta articolata. Spero di riuscirci senza apparire evasivo ma neppure pedante. Il filtro dei media, infatti, lascia di solito passare solo alcuni aspetti della questione, e spesso neppure quelli essenziali, temo.
    Occorre chiarire, anzitutto, che “indissolubilità” è termine prescrittivo: non “descrive” ciò che il matrimonio di fatto è, ma la sua essenza progettuale, ciò che può-dunque-deve essere con l’impegno umano totale delle persone coinvolte. Indissolubilità significa, sotto questo profilo, responsabilità, impegno dell’intelligenza, volontà e libertà; ma anche responsorialità quindi l’amore, i desideri e le emozioni. In quanto prescrittivo, il termine gode della principale proprietà delle proposizioni di questo tipo: non può essere falsificato dai fatti. Il fatto che tutti i giorni vengano compiute ingiustizie e calpestata la dignità delle persone non rende meno vera la proposizione che afferma che la giustizia e la dignità umana non possono essere violate. Allo stesso modo, il fatto che i matrimoni, anche sacramentali, falliscono non rende meno vera, se è vera, l’indissolubilità del matrimonio.

    Ma l’indissolubilità del matrimonio è una verità? La fonte principale delle affermazioni dei cristiani (dunque anche dei cattolici) è la parola, l’esperienza e l’autocoscienza di Gesù presentata nei documenti canonici del Nuovo Testamento. Ciò vale anche per quanto riguarda le loro affermazioni sul significato ultimo del rapporto uomo-donna. Gesù, oltre che un rabbi, un taumaturgo, un predicatore itinerante e un riformatore, fu anche un mistico. Le sue chiare parole su questo punto “chi sposa la ripudiata commette adulterio”, e poche altre, anche se ammettono un’eccezione (Matteo 5,32) intendono richiamare la forza originaria dei dieci comandamenti, in difesa della dignità delle donne e dei più deboli, contro le vecchie interpretazioni teologiche convenzionali. L’indissolubilità del matrimonio, come il sabato e le altre leggi, è per l’uomo, non l’uomo per la legge.

    Gesù di Nazareth oltre che un predicatore, fu un mistico. Accanto alla parola scritta nei vangeli, i sacramenti, e tra questi il matrimonio, sono la traccia che rimane ancora oggi di questa sua speciale relazione con Dio. Essendo una relazione che Gesù descrive come figliolanza, essa è esclusivamente sua, personale e incomunicabile. I sacramenti sono simboli che rendono comunicabile la singolarità di quella esperienza perché immettono personalmente il credente nel flusso della relazione filiale di Gesù con Dio. In quanto sacramento, il matrimonio è indissolubile perché Gesù è per sempre figlio e ci partecipa, attraverso l’indissolubilità dell’alleanza uomo-donna, l’unicità della sua straordinaria esperienza d’amore con Dio.

  5. ester
    9 maggio 2007 alle 22:44

    Nel ringraziarla della sua spiegazione, purtoppo non trovo condivisibile l’accostamento tra dignità della persona e indissolubilità del matrimonio. la persona ha diritti naturali in quanto persona; il matrimonio, o il sacramento del matrimonio, è una istituzione, per così dire, di Cristo, e non è, pertanto, assimilabile, quanto alla sue esistenza, alla dignità della persona, dignità che è ‘intuibile’ per la sua naturalità, indipendentemente dall’adesione o no a una fede religiosa. Temo che il dialogo di un laico(a) – di origine israeliana- in cerca di Autore e di un cattolico sia un dialogo tra persone che utilizzano, le prime, categorie di pensiero razionali, le seconde, categorie di pensiero tutt’uno con le certezze della loro fede. Grazie, comunque.

  6. 11 maggio 2007 alle 12:59

    Per Ester 9.5.07

    “Ragione” e “fede” non sono entità confrontabili. La ragione, infatti, è la forma specifica dell’intelletto umano e dice la natura discorsiva, processuale, della mente creata; mentre la fede è una virtù, cioè una fonte di sapere che ha a che fare con la prassi. In altri termini, la fede è un genere di conoscenza, non scientifica ma sapienziale, che procede da un’esperienza. Il confronto, dunque, può avvenire, se si vuole, tra le le diverse fonti di conoscenza, per esempio fede e scienza.
    In definitiva gli esseri umani “pensano” tutti allo stesso modo (anche se “la” pensano ciascuno a proprio modo) perché la loro essenza formale è ovunque identica a se stessa; l’intelletto procede allo stesso modo (ratio) ovunque vi sia una mente umana (universalità e unità della natura razionale).
    In conclusione, i credenti (di qualsiasi religione) formulano le loro proposizioni facendo uso della ragione, esattamente come tutti gli altri. E’ ciò che, da ultimo, garantisce la possibilità di principio del dialogo di tutti con tutti.

    La dignità della persona è certamente “intuibile”, per usare la sua bella espressione, da ciascun uomo, come dall’interno della propria natura. Ciò non toglie che questa cognizione istintiva avvenga sempre, per dire così, nel divenire della costruzione storica dell’umano; dentro una tradizione culturale e sistemi di relazioni che rendano pensabile, comunicabile, concretamente praticabile il senso di questa dignità. Ciò che noi oggi vediamo della dignità della persona è il punto d’arrivo di un lunga stratificazione culturale. Per esempio, tendiamo a pensare la (le) libertà in termini di liberalità (jus uti et… abuti) o di autonomia, servendoci della metafora della libertà di movimento. Quest’ultima è un’immagine roussoviana, piuttosto recente, che ha contribuito alla costruzione dell’attuale concetto di libertà, ma non riassume l’immensa massa di materiali prodotti nel corso della sua elaborazione culturale. Un’archeologia della dignità della persona porterebbe alla luce l’apporto, tra gli altri, della religione giudeo-cristiana. Qui si forma un modello di “libertà relazionale”, i cui luoghi d’origine sono l’alleanza sinaitica e il discorso della montagna, si esprime nelle categorie teologiche di “immagine di Dio” e di “persona”, pone al centro il valore della cura dell’altro e della responsabilità di fronte ad un “tu” e assume come metafora l’icona sponsale.

    Quando Cristo si appella all’”inizio” (in senso teologico, be reshit) per riaffermare l’indissolubilità dell’alleanza uomo-donna, egli non pone una norma disciplinare; il “suo” comandamento nuovo non è una legge positiva, come egli non è un legislatore in senso moderno e non agisce neppure, con ogni probabilità, in veste di fondatore di istituzioni o religioni. Egli ha l’inaudita pretesa di rivelare, nel proprio speciale rapporto con Jahweh, il fondamento stesso di tutto ciò che di autenticamente umano vi è tra gli uomini.

    Gianpiero Tre Re

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