Da questa terra di nessuno. Breve preambolo al dialogo tra credenti e laici

 

Giampiero Tre Re

 

 

 

Non vi è altro accesso al Padre se non per mezzo di me

(Vangelo di Giovanni)

Nessuno conosce il Padre se non il Figlio
e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare

(Vangelo di Matteo)

 

Tutta la teologia è cristologia

È possibile un dialogo tra laici e cattolici su Dio e, se sì, su quale terreno? Quale statuto dovrebbe avere questo confronto; sulla base di quali fonti fondarlo? Quale criterio può essere offerto come controllo delle conclusioni di tale discorso?
In passato simili protocolli di dialogo si appellavano al lume naturale della ragione o all’universalità della legge naturale. Qui di seguito si propone la persona del Cristo come contenuto, principio unitario e struttura formale di questo dialogo, sulla base della considerazione iniziale circa la speciale relazione di Gesù di Nazareth con Dio.
Il motivo di tale scelta risiede principalmente nello straordinario interesse ed affetto che lega a Gesù moltissimi non cristiani, non credenti, atei, agnostici. Un altro motivo è dato dalla costituzione kenotica dell’evento Cristo, che, secondo il cristiano, definisce in maniera paradossale questa speciale relazione di Gesù con Dio: se Gesù è davvero il Figlio di Dio, allora Dio è morto e i credenti devono profondamente ripensare il proprio rapporto col divino; se invece Gesù non è Figlio di Dio, la morte e l’esistenza di Dio sono tuttora in dubbio, dunque gli uomini non hanno ancora chiuso i conti con lui (o, per meglio dire, col sacro).
È proprio l’eccezionalità di tale costituzione ad adombrare l’ipotesi che parlare di Gesù sia possibile anche prescindendo dalla fede, in una situazione storica che si pone in una sorta di deserto o terra di nessuno della fede, ma che non si possa comunque più parlare di Dio senza parlare di Gesù, né si possa parlare di Gesù senza far teologia. La domanda su Gesù e sulla sua dignità messianica, dunque, non è solo il contenuto e il principio unitario del discorso su Dio, ma ciò che determina ogni possibile teologia – anche questa qui, ad limina fidei, per dir così – fin nella sua struttura formale. Così come non si può non comunicare, non si può non fare teologia facendo discorsi su Gesù. Per le stesse ragioni tutta la teologia è cristologia. Si può parlare di Dio senza fede, mai senza Cristo.

L’oggetto del dialogo tra chi crede di dover credere e chi crede di non poter credere

La teologia ha un rapporto del tutto paradossale con l’oggetto del proprio discorso, al quale non può accedere direttamente, ma solo attraverso la conoscenza che di esso ha una singola e ben precisa persona, storicamente vissuta. L’iniziativa, dunque, nel discorso teologico, non ricade tra le cose che dipendono da noi, è una ricerca di cui ci sfugge persino il cominciamento. Il socratico principio d’ignoranza trova nella teologia una singolare applicazione, poiché l’ignoranza circa l’oggetto della teologia è infinita, e non conosce neppure il limite minimo rappresentato dal sapere di non sapere. Si direbbe, piuttosto, un discorso che cerca uditorio e che elegge il proprio interlocutore. In teologia è l’oggetto che saggia il soggetto.
Ad ogni modo, in questo dialogo teologico ciò che conta è trovare un contesto di senso comune in cui gli interlocutori possano riconoscere se stessi e riconoscersi vicendevolmente. Tale contesto può essere il bagaglio morale della tradizione occidentale – come proponiamo qui – di cui Gesù è l’indiscusso fondatore? Il primo problema che incontriamo è il rapporto tra essere e storicità nella sua rilevanza etica e teologica, che fu posto per la prima volta nei termini problematici di quello che S. Kierkegaard chiamò “il dilemma di Lessing”:

«Ci può essere un punto di partenza storico per una coscienza eterna? Questo punto di partenza può avere un interesse diverso da quello storico? Si può fondare una beatitudine eterna sopra un sapere storico?».

Il problema agitato è quello della presunta inconciliabilità teoretica della verità di fatto e della verità di ragione applicato alla singolarità storica dell’evento-Cristo, con la sua pretesa di significanza per la condizione umana universale, che ne rende così affascinante la figura.
La stessa difficoltà si presenta ogni volta che si tenta di esplicitare un contenuto universalizzabile da una fondazione cristocentrica del discorso teologico. È, in ultima analisi, la ragione che spinge il magistero cattolico a fondare il discorso ecumenico sull’opera della Creazione, piuttosto che sulla Redenzione, o a cercare il dialogo con i non credenti sul piano della comune natura razionale.
Vi è poi una seconda questione preliminare: quella dell’impossibilità di raggiungere il nucleo storico del messaggio di Cristo attraverso la spessa coltre costituita dalla storia delle sue interpretazioni ecclesiali.
Le caratteristiche dei discorsi su Gesù (ivi compresa la cristologia) li fanno includere tra le teorie trascendentali, ossia quel genere di discorso che si pone le “domande ultime” sul significato globale e conclusivo dell’esistenza umana. Ora, tutte le teorie trascendentali sono teorie di fondazione del senso: in esse un orizzonte globale di senso è costituito sempre attorno ad un evento, in riferimento al quale un gruppo inizia una propria memoria storica e ad esistere come collettività comunicante, quale cominciamento di ogni possibile successivo comprendere. Quando la verità in oggetto di un discorso non è una verità qualsiasi ma la verità dell’uomo, nessuna verità di ragione può concretamente sussistere né essere compresa se non inserita in un orizzonte di fatto significante, verso il quale converga tutta una comunità comunicante.
L’universalità dei significati, in questo modo, più che un orizzonte già dato, è una sfida continua, giocata sulla capacità dell’evento-Cristo di suscitare sempre nuove risposte alla domanda di senso e nuove prassi di liberazione, nei vari determinati luoghi storici e culturali in cui si pone il kerygma, l’annuncio cristiano.
Il dialogo stesso tra credenti e laici è, nell’arena secolarizzata del mondo occidentale, parte di questa sfida.

Metodo e linguaggio quale problema della fondatezza epistemologica del cristocentrismo nel dialogo interculturale

I problemi del metodo e del linguaggio rientrano nell’ambito della formulazione dello statuto epistemologico di questa nostra proposta di dialogo.
Il metodo è il problema della fondatezza del discorso. La richiesta avanzata dal Concilio Vaticano II in Optatam Totius 16 e Gaudium et Spes 46 individua nella cristologia il metodo della scienza morale teologica7. Non è il caso di sottacere che la proposta conciliare, pur con eccezioni di notevole portata, incontrò le perplessità, quando non l’ostilità, della gran parte dei teologi moralisti per i problemi epistemologici di cui si è già detto. Non di meno, la soluzione prospettata poco sopra non solo servirebbe a superare le difficoltà incontrate nell’incentrare sul Cristo la teologia pratica ma servirebbe ad aprire canali di dialogo interculturale anche fuori della comunità ecclesiale.
Il metodo che andiamo cercando per il dialogo interculturale dev’essere realmente pratico, deve consentire la circolarità tra teoria e prassi. La fondazione del dialogo sull’evento-Cristo richiede un metodo che sia nel contempo fenomenologico e trascendentale, consistente cioè nella ricerca della fondatezza del modello di vita eticamente compiuto, incarnato da Gesù, attraverso la deduzione delle sue condizioni formali-universali di possibilità. Tale metodo riformula il procedimento midrashico seguito nell’esegesi giudaica ed anche da Gesù stesso, quando applica la sua ermeneutica teologica alla prassi veterotestamentaria per lasciare che essa ispiri nuove e più umane possibilità dell’agire. Il midrash interpreta un fatto del passato attraverso le chiavi dei suoi effetti storico-salvifici. Il compimento della coscienza di sé avviene al culmine della storia nella modalità di un comprendersi compreso dentro questa stessa storia. Si sfrutta in tal modo la struttura prolettica della rivelazione, basata sul dinamismo di promessa e compimento e viene a stabilirsi il fenomeno della reciproca attribuzione di senso nella relazione circolare tra l’autocomprensione del soggetto (nel nostro caso, Gesù), la sua ermeneutica attualizzante, il fatto attualizzato ed infine il lettore, che è provocato a sua volta a pronunciarsi su se stesso e compiere la propria autocomprensione. È in quest’ambito che dobbiamo inquadrare il ruolo della morale positiva biblica e magisteriale. La storicità di questa elaborazione etica non va intesa come una destituzione di parte della loro capacità di vincolare universalmente ma piuttosto quale elemento essenziale della loro tipicità epistemologica. Si diceva dell’accostamento al midrash del metodo fenomenologico trascendentale che mira ad estrarre le condizioni universali dell’atto umano soggiacenti alla concretezza dell’agire storico ed all’autocomprensione di Gesù di Nazareth. La prima di tali “forme” è appunto quella dell’immagine dell’uomo riflessa nell’agire di Dio, che si rivela «concretamente», cioè operando attraverso Gesù gesti salvifici di portata storica. Questo agire storico significa l’irruzione dell’Assolutamente Altro nel tempo umano, dando luogo alla fondamentale dialogica fra immanenza e trascendenza. La seconda di tali strutture formali, del resto strettamente connessa alla prima, proviene dalle precise coordinate culturali semitiche dell’autocomprensione del Cristo, per le quali il dato che promana immediatamente dal fenomeno umano non è affatto la dialettica anima-corpo, ma piuttosto la temporalità.
Da qui la concezione dell’uomo come totalità integrata e la visione del corpo come simbolo radicale dell’unità sostanziale della persona, intesa, ancora una volta, nella concretezza del suo permanere nel tempo: il corpo è principio unificante la persona che nella sua presenza di segno storico attesta e riassume un passato mentre con la sua costante progressione promette e anticipa un futuro. Una concezione del tempo lineare e, in un certo senso, “secolare”, plasmato dalle scelte di una libertà drammatica, oltre che dalla Provvidenza divina, apre letteralmente le possibilità della storia, cioè di un tempo “umano”, significante, in quanto orientato verso un futuro assoluto assunto razionalmente. Il modello lineare del tempo soppianta, infatti, il modello “ciclico” che rinserra la libertà umana nel fatale determinismo dell’eterno ritorno.
Una terza forma fondamentale si ripercuote da queste premesse antropologiche sul piano etico: rivelandosi, Dio instaura con l’essere umano una relazione dialogica, la quale fonda la costitutiva interpersonalità del suo interlocutore.
All’interno del campo tracciato da questo dialogo Dio-uomo l’universo si dispiega come un sistema aperto. Il mondo è in un certo senso desacralizzato: spazio dell’incontro col Dio della storia, cessa di esser popolato da divinità che presiedono i cicli naturali e regolano l’attività umana, per divenire specchio della sapienza divina e luogo di un patto libero tra Dio e l’uomo.
Il modello di obbligazione morale che ne scaturisce non è altro che il rispetto del carattere interpersonale di tutte le relazioni umane. Immorale è il chiudersi al rapporto personale; l’amore divino, invece, in quanto modello di ogni apertura all’altro, è “salvezza” e contemporaneamente ideale morale.

La parola diventa persona

Con l’adozione del metodo fenomenologico-trascendentale si fa spazio, all’interno della nostra proposta di dialogo tra credenti e laici, alle varie forme e funzioni linguistiche del discorso morale8: narrativa, normativa, parenetica, metaetica, ma soprattutto, performativa. Il famoso prologo svolge, nel vangelo di Giovanni, la stessa funzione dei racconti del kerygma nei sinottici. In quanto si accampa nel mondo in maniera kerygmatica e kenotica, il “farsi carne del logos” suggerisce che l’evento Cristo è anzitutto evento linguistico. Che cosa avviene esattamente nella comunicazione teo-dialogica? Come abbiamo già detto, l’evento-Cristo, quale irruzione del trascendente nel tempo umano, produce una visione “lineare” del tempo stesso -una storia- una visione “seria” e drammatica della libertà e la concezione del mondo come sistema aperto, dialogico, dove l’elemento antropologico è caratterizzato da una autonomia relazionale in dialogo personale con l’Assoluto. Nella comunicazione etico-teologica trasmettiamo certamente contenuti, vale a dire norme, ma anche “forme”, principi strutturali, quali i presupposti antropologici impliciti nella prassi teologale e convalidati nella tradizione cristologica di quella particolare collettività morale che è la Chiesa. Questo schema generale della dialettica tra immanenza e trascendenza ha creato storicamente le condizioni di pensabilità dei pilastri della cultura etica dell’Occidente: l’autonomia delle realtà mondane, l’irripetibilità e l’unicità di valore della persona, l’universalità della natura umana. Il dialogo che qui viene proposto assume che tale processo non è ancora esaurito.
Accanto alla funzione contenutistico-normativo (in quanto si tratta di un discorso orientato alla prassi) oggi prevalentemente assegnata all’annuncio cristiano, si apre ancora la possibilità di un recupero dell’etica narrativa e della parenesi (in quanto ci troviamo nel contesto di un discorso trascendentale) anche nella comunicazione interculturale. La prassi dialogica, anzitutto, è normativa, capace di vincolare: è il dialogo stesso ad essere imperativo. Le condizioni che lo rendono possibile sono le condizioni minime di condivisione etica richieste agli interlocutori. In secondo luogo, il kerygma ha una sua essenziale proiezione escatologica: il futuro è il contesto di senso dato dalla tradizione morale che si riconosce nel modello di vita eticamente compiuta, offerto da Gesù. Dall’assetto prolettico di tale comunicazione ricaviamo il suo carattere “promettente”, la sua vocazione profetica, la sua capacità di precorrere i tempi attraverso l’ermeneutica esistenziale dei segni dei tempi. Ciò non avverrà senza una reciproca confidenza sull’affidabilità e veracità altrui. Ricordiamo, infine, il carattere performativo di ogni comunicazione morale, e anche del kerygma di Gesù. Non si vuole dire qui soltanto che, per essere autentici, i modi della comunicazione devono rispettare la loro coerenza col carattere kenotico dell’annuncio, ma anche e soprattutto che una “metanoia linguistica”, cambiare la propria prassi di comunicazione etica, è cambiare prassi tout court. Una radicale non violenza procede dai modi della comunicazione e permea di sé i contesti relazionali che la comunicazione stessa instaura.

Ortoprassi e controllabilità del dialogo tra credenti e laici

La critica alla progressiva neutralizzazione, operata nel corso dello sviluppo ideologico della cristianità, della carica provocatoria e rivoluzionaria della figura di leader incarnata da Gesù di Nazareth viene avanzata spesso, e non solo da laici. Molti studiosi, credenti e non, hanno colto un’eterogeneità nella storia della “lettura” dell’evento-Cristo da parte della Chiesa, all’insegna dello spostamento dell’interesse per Gesù dal piano storico-salvifico a quello metafisico-dommatico. Questa versione alienata, fornita dalla Chiesa fin dai primi secoli, sarebbe funzionale ad un processo di normalizzazione del potenziale “eversivo” dell’annuncio originario, al punto che non sarà mai più possibile rinvenire il profilo biografico di Gesù di Nazareth. Naturalmente sono state elaborate anche delle risposte al tentativo di confinare il cristianesimo nel mito, mettendo in chiara evidenza la “pertinenza” etica del discorso teologico, la sua efficacia politica. Quella di E. Schillebeeckx, ad esempio, rappresenta un percorso esemplare di teologia “militante”, in tal senso. L’assunto del discorso di Schillebeeckx è, invece, che l’universalità di valore dell’agire storico di Cristo non è affatto evidente a priori. Si tratta di trovarne un fondamento, che il teologo olandese crede di potere individuare nel rapporto intercorrente tra le cristologie neotestamentarie e le prassi ecclesiali di cui sono espressione, come elaborazione di un’esperienza particolare dell’evento-Cristo. Il nocciolo del discorso, e cioè che «non vi è altro accesso a Dio se non attraverso Cristo» è da intendere nel senso della normatività della prassi concreta di Gesù di Nazareth per la salvezza umana. La contrapposizione tra il Cristo del dogma e Gesù di Nazareth non solo non appare sufficientemente provata, né storicamente né esegeticamente, ma soprattutto non è affatto necessaria crearla appositamente allo scopo di salvare la pertinenza etica e politica del messaggio di Gesù. La storia di Gesù è inevitabilmente anche la storia della cristologia; questa si prolunga prima e dopo l’apparire temporale del Figlio di Dio, proprio perché l’autocoscienza di Gesù è avvertita come normativa dal credente non meno della sua prassi. La portata etica della cristologia è dunque essenzialmente legata al suo particolare status di discorso definitivo sul senso. La pertinenza etica non è conseguente ma immanente al discorso cristologico. C’è una pertinenza etica della cristologia non perché è cristologia ma perché è scienza trascendentale, che ha per oggetto il destino ultimo dell’esperienza umana nella sua totalità di senso. Qui torna utile spendere qualche parola al riguardo del ruolo della filosofia e dell’etica in teologia. Esse, oltre che da terapia del linguaggio teologico-religioso, fungono da dispositivo intersoggettivo di controllo delle sue conclusioni, messo a disposizione dell’intelligenza anche dei non cristiani e dei non credenti. Nel dialogo interculturale, filosofia ed etica svolgono il ruolo di strumentazione critica di garanzia della comunicabilità del discorso, della sua costante riconducibilità materiale e formale al suo fondamento epistemologico.

Nella categoria biblica e antropologica di “Immagine di Dio” non è custodito soltanto un concetto o un fatto, ma piuttosto un compito per gli esseri umani, a prescindere dalle loro credenze il loro esser radicalmente simbolo dell’assolutamente Altro e assolutamente Medesimo, dell’Indicibile, del Dio nascosto e Ignoto, indizio muto al quale la Trascendenza, chenoticamente spogliandosi del proprio silenzio e della propria gloria, dà la parola ed un nome. Ma se tale approssimarsi della Trascendenza non venisse inteso non solo come eventualmente possibile ma come storicamente avvenuto, la carica drammatica della Rivelazione si disperderebbe in un freddo misticismo speculativo. Dovremmo estromettere dai nostri interessi cose come la memoria e il narrare: non esiste storia dove non c’è svolta e dramma, attesa e compimento. P. Ricoeur, vedendo nel “desiderio di essere” il luogo d’origine del discorso etico, si spinge fino all’affermazione che il filosofo può giungere a istituire nel kerygma il simbolo, il quasi-evento del Figlio di Dio come rappresentazione del desiderio umano, del suo continuo invocare l’essere. Compito del credente è mostrare che il kerygma atteso è quello cristiano e questo termine compiuto del desiderio umano è un evento effettivo nella storia di Gesù Cristo.

  1. Gennaro
    18 dicembre 2011 alle 17:28 | #1

    Kaloscam, io vado in chiesa la domenica e recito insieme agli altri:” questo sacrificio a te gradito”. Ci rferiamo al sacrificio di Cristo.E anche:” ti offriamo il sangue preziosissimo di Gesù Cristo”.
    Quanto al fatto del bambino dovresti sapere che noi nasciamo col peccato originale e quindi con la colpa originaria che viene lavata attraveso il battesimo. Così insegna la chiesa, la quale conoscerà le scritture, almeno credo. Se vuoi la citazione delle scritture devi rivolgerti a un prete oppure a Gian Piero, lui le conosce bene. Per il resto se ho detto che me lo hai suggerito tu il nome di Odifreddi e solo che io non lo conoscevo, forse mi sono espresso male, ti chiedo scusa, se è stato così. Mi riservo in ogni caso di citarti le scritture appena avrò il tempo di farlo. Senza rancore. Ciao

    • 18 dicembre 2011 alle 19:07 | #2

      Mi dispiacerà che tu l’abbia preso con un attacco; rancore è una parola grossa. Fine della premessa.
      Sul sacrificio: si certo. L’umanità é linea di persona che si immolano per gli altri, non c’é bisogno di scomodare la telo già per questo; e i sacrifici sono appunt graditi dalle persone a favore delle qual son fatti. Come non sono le persone beneficate dal sacrificio che lo chiedono e pur gradendolo non ne gioiscono affatto. Lo stesso si può. Dire per Dio, posto che non sapendo come parole dobbiamo ricorrere a vari artifizi retorico-linguistici per parlar di lui. La questione è chiarita in Efesini, 2,1-22. Era necessario ( in senso teologico) uccidere Dio per uccidere il peccato. Definitivamente. E comunque Gesù liberamente su lascia uccidere.

      Sul peccato originale: esso rappresenta semplicemente la condizione umana rispetto a quella divina. Narrata ne tempo con una mitologia allora facilmente comprensibile.
      Il battesimo per cosí dire “riavvicina” L’uomo alla iniziale comunione con Dio. Cioé la dimensione originaria a cui usiamo chiamati a tornare. Originale viene da origine, sorgente, inizio..quindi peccato nell’origine dell’uomo. Mela Eva e serpente sono racconti.

      In coda.
      Bisognerebbe ricordare che Dio non è un Piparo, e a cominciare dalla Madonna e finire per Gesù son tutti ati volontari. Atti umani. La madonnan avrebbe potuto ben dire no alla arcangelo Gabriele e Gesù avrebbe potuto fuggire e non andare a Gerusalemme. Sono atti umani. Così come lo sono stati tortura e crocifissione. Fatti e creat dall’uomo non da Dio.
      Ti dico di più dall’uomo lontan da Dio. Il male è solo assenza di bene, non un prodotto della creazione.

      Odifeddi. Lo considero un povero mentecatto. Per questo non volevo passare per uno che ne suggerisce la lettura; fermo restando che è bene leggere tutto per conoscere.

  2. Gennaro
    18 dicembre 2011 alle 19:07 | #3

    Caro gian Piero,questo argomento l’avevamo già affrontato e io ho premesso ” non vorrei ripetermi”, ma, a quanto pare l’ho fatto.
    Ho letto le tue qualifiche, se così posso chiamarle,e so che sei esperto di filosofia, teologia e altro.
    Se usi la tua dialettica e la tua filosofia puoi fare apparire il nero bianco e il bianco nero. Io sono una persona semplice, con me dovresti parlare come Gesù parlava alle folle, con semplicità. Le argomentazioni complicate non le comprendo, non ho studiato filosofia. Le mie convinzioni sono frutto di sofferenze e di travagli interiori e non le cambio facilmente. Gesù ebbe a dire: il vostro parlare sia si si, no no. E’ per questo che ti chiedo di rispondermi francamente con un sì o con un no alle seguenti domande:1) Quello di Gesù Cristo è un sacrificio umano? 2) Dio gradisce i sacrifici umani? Così avremo modo di stabilire qualcosa con certezza. Riconosco di ripetermi ancora una volta, ma ritengo sia necessario chiarire. Con me devi avere pazienza. Te ne sono grato. Ciao

    • 20 dicembre 2011 alle 9:47 | #4

      Rispondo con due no. E aggiungo una citazione che non lascia dubbi: Luca 23:34 «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».
      Quello di Gesù non è un sacrificio umano da nessun punto di vista e uccidendo Cristo i suoi assassini non fanno cosa gradita a Dio, dal momento che Gesù invoca per loro il perdono del Padre. Nello stesso tempo la stessa frase di Gesù lascia capire che il “sacrificio gradito a Dio” è proprio il perdono, la scelta non violenta, la contestazione dell’uso sacrale della violenza, la rinuncia radicale alla vendetta e all’odio, il rifiuto di qualsiasi immagine di un Dio sanguinario come profana.

      Però, caro Gennaro… Tutte queste cose le avevo già dette. Semplicemente hai preferito non prenderle in considerazione. Non è così?
      La tua insistenza nel ripetere che sei una persona semplice mi appare sospetta. Non ti concedo che tu con “semplice” possa fare intendere “sincero” o addirittura “verace”, mentre io, che secondo te non sarei “semplice” in qualità di “esperto di filosofia, teologia e altro”, faccia “apparire il nero bianco e il bianco nero”, cioè di fatto stravolga la verità.
      Uno può benissimo essere semplice ed essere, in tutta buona fede, in errore. Come per esempio nel tuo caso che dalla frase “sacrificio gradito a Dio” trai la conclusione del tutto congetturale e biblicamente infondata e francamente bizzarra che il Dio dei cristiani pretenda sacrifici umani.
      Io non ti voglio convincere affatto di nulla. Neppure potrei, trattandosi di fede. Ti ho solo mostrato che quello che tu ritieni essere parte del credo cattolico non corrisponde al vero.
      Un abbraccio.

  3. Gennaro
    20 dicembre 2011 alle 14:28 | #5

    Caro Gian Piero, con la tua cultura e con la tua eloquenza riesci a dare un senso diverso alla mia domanda. Io intendo che Gesù Cristo ha sacrificato la sua vita a Dio per la salvezza del genere umano e questo lo ritengo un sacrificio umano.Se avesse pensato che Dio padre abborrisse tale sacrificio, non l’avrebbe fatto. A me viene il dubbio che Gesù fosse un uomo e che fosse in buona fede nell’offrire la sua vita. Sono convinto quanto te che Dio non gradisca i sacrifici umani. Proprio oggi mi è capitato un detto di Hermann Hesse che dice:” La fede e il dubbio si corrispondono e si integrano. Non c’è vera fede senza nessun dubbio”. Io di dubbi ce n’ho insieme alla fede naturalmente. Approfitto dell’occasione per farti i migliori auguri per Natale e per un felice anno nuovo.

    • 20 dicembre 2011 alle 16:17 | #6

      Rimane comunque la frase di Gesù sulla croce: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno», che non avrebbe senso se in realtà Gesù si stesse servendo di quell’ignoranza per fare un sacrificio umano di sé. Quindi anche intendendo la specificazione in senso soggettivo, e non oggettivo, la preposizione “di” della frase “sacrificio di Gesù” (cioè “il sacrificio che Gesù fa di sé”, non già “l’atto di sacrificare Gesù, compiuto da altri”) non cambia niente: 1) “il sacrificio che Gesù fa di sé” non è un sacrificio umano 2) Dio (il Padre di Gesù) non gradisce i sacrifici umani. Prevedendo che si potesse dare un senso soggettivo all’espressione “di Gesù”, nella risposta precedente avevo espressamente scritto: “Quello di Gesù non è un sacrificio umano da nessun punto di vista“.
      In verità se quello di Gesù fosse un sacrificio umano, come dici, allora non avrebbe salvato salvato il genere umano, non più di quanto possa il sacrificio di un agnello o di una pagnotta. Perciò, con buona pace di Hermann Hesse, non ritengo ci siano vie di mezzo possibili tra questi due estremi: o Gesù è un povero cristo vittima della propria folle superstizione o è davvero chi dice di essere, il Cristo figlio di Dio. Ma mai e poi mai un sant’uomo in buona fede.

  4. Gennaro
    21 dicembre 2011 alle 9:54 | #7

    Caro Gian Piero, le parole di Gesù sono parole di un uomo appeso a una croce. Quand’era in vita ebbe occasione di dire:” ho il potere di prendere e dilasciare la vita” esprimendo l’intenzione di sacrificarsi. Comunque non è necessario omologarci e pensarla allo stesso modo. Possiamo pensarla diversamente su questo argomento e nutrire reciproca stima. Tu sei convinto che Gesù sia la seconda persona della Trinità, cioè il figlio di Dio. Ma se rifletti, cosa se ne fa Dio di un figlio? Ha forse problemi di discendenza? Non dovrebbe averne essendo Eterno. Io lo considero un uomo. Scusa se mi esprimo un pò ruvidamente, ma ho riflettuto a lungo e mi sono formato una convinzione. Sarò sempre lieto di dialogare se lo riterrai utile e interessante. Ciao

    • 21 dicembre 2011 alle 20:46 | #8

      Citi a mente Giovanni 10:17s, ma quest’ultimo suona abbastanza diversamente: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (corsivi e grassetti sono miei).
      Gesù parla qui del proprio sacrificio, su questo si può essere d’accordo. Ma da dove si evincerebbe che il suo sia un sacrificio umano? Questo è esattamente il punto in discussione.
      Poi osserviamo che Gesù non dice affatto, come tu sostieni, “prendere e lasciare” ma “offrire” (CEI) oppure “deporre” (Diodati, per cui si può accettare anche “lasciare” come traduci tu) e “riprendere di nuovo” o “riprendere poi”. Ma, soprattutto, prima “lasciare” (la vita) poi “riprenderla”. Non viceversa, come ricordi tu, allo scopo di avallare la tua stessa ipotesi, cioè che Gesù stia pensando a fare di sé un sacrificio umano. Gesù allude chiaramente qui alla propria Resurrezione; niente sacrifici umani. Anzi, se Gesù parla qui del proprio sacrificio, anche la Resurrezione fa parte di questo sacrificio di Gesù, in quanto fa parte della sua vita, che egli offre. Tutta la vita di Gesù, non solo la sua morte, è un sacrificio gradito al Padre. Si vede bene anche, sempre da questi versetti che tu citi, che il vero sacrificio di Gesù è di natura spirituale: sta nell’obbedienza al Padre (“Questo comando ho ricevuto dal Padre mio”) da cui ha ricevuto questo “potere” o libertà di decidere che fare della propria vita, libertà che Gesù dichiara di voler rimettere al Padre, insieme alla propria vita.
      Il pensiero di Gesù è espresso in forma ellittica, come spesso in Giovanni, ma appare chiarissimo: Ho ricevuto dal Padre il potere di disporre della mia vita (“comando del Padre mio”), ma rimetto liberamente questo potere (“nessuno me la toglie, la vita”, dunque neppure il Padre) alla volontà del Padre. Per questo “il Padre mi ama” (cioè, se si vuole, il Padre gradisce la sottomissione a lui, da parte di Gesù, della propria libera volontà).
      Si tratta di una prospettiva leggermente diversa, come si vede, rispetto a Luca: “Padre perdonali perché non sanno quel che fanno”. Per Luca, come abbiamo visto, il sacrificio di Gesù è il perdono, mentre in Giovanni è l’obbedienza al comando del Padre. Ma nella sostanza, nel vedere tutta la vita di Gesù come un’offerta spirituale al Padre, i due evangelisti concordano.
      Niente sacrifici umani, comunque, per nessuno dei due.

  5. Gennaro
    21 dicembre 2011 alle 12:27 | #9

    Kaloscam, ho letto efesini 2 – 1,22 e non ho trovato l’espressione:” E’ stato necessario uccidere Dio per uccidere il peccato”. Forse fai confusione cn un altro passo. Comunque se fossi un ingenuo potrei pensare che Dio è il peccato, ma capisco che tu o San Paolo intendete dire che Lui si è caricato del peccato.
    Se uno fa un sacrificio per un altro , l’altro dovrebbe beneficiarne e gradire. In efesini 2 al versetto 14 e seguito leggo: Sulla croce, sacrificando se stesso, Egli ha distrutto ciò che li separava”. Si riferisce agli ebrei e i pagani. Quindi ha sacrificato se stesso di sua volontà. Questo potrebbe essere un punto a sfavore di Gian Piero che cita “Padre perdona loro che non sanno quello che fanno”. Siccome Gesù ne parla molto tempo prima, di questa sua intenzione essa presuppone un progetto a monte e quelli che l’hanno ucciso potrebbero essere stati strumenti della sua volontà, o almeno la loro colpa non sarebbe eccessivamente grave, non essendo cosapevoli.
    Abbiamo opinioni diverse, ma non siamo necessariamente avversari. Alla prossima.

  6. Gennaro
    23 dicembre 2011 alle 10:04 | #10

    Caro Gian Piero, nella genesi leggiamo che Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza. A me pare che sia successo il contrario. L’uomo ha antropomorfizzato Dio. Infatti questi ha una madre e a Dio ha dato una madre, la Teotocos; normalmente l’uomo ha una moglie e allo Spirito Santo ha dato Maria vergine in funzione di moglie; L’uomo ha dei figli e ha dato a Dio un figlio, Gesù. La saggezza degli antichi padri considerava Dio uno. Con l’avvento di Gesù è diventato uno e trino. Nell’antico testamento chi vedeva Dio moriva, col nuovo abbiamo voluto vederlo toccarlo e restarne guariti.
    Io credo fermamente in Dio creatore, lo leggo in ogni sua opera, ma quello che mi propone la chiesa mi fa dubitare. Qui da noi c’è un proverbio che dice:” Ognuno saluta col cappello che ha”. Quindi ognuno onora Dio secondo le proprie tradizioni. Madre teresa di Calcutta, con molta onestà, disse in una intervista :” io non ho mai incontrato Dio”. Perciò io mi limito a contemplare il mistero. Alla prossima occasione.

    • 23 dicembre 2011 alle 17:11 | #11

      Un altro brusco cambio di argomento. Ora vuoi parlare della Trinità. Devo supporre che Giovanni 10:18, che tu stesso avevi citato, ti abbia alla fine persuaso sul fatto che quello di Gesù non è un sacrificio umano?
      Osservo anzitutto che dici “Dio” ma in realtà parli di “Cristo”. E’ significativo il fatto che li identifichi senza farci caso, e proprio mentre affermi che Cristo non è Dio. Sicuramente mi starai obbiettando: “La Chiesa li identifica, non io”. Beh, non è così, per quanto ciò forse ti sorprenderà non poco. E’ vero, Maria di Nazareth è venerata col titolo di Theotokos, cioè Madre di Dio, ma nessuno ha mai detto che fosse Madre del Padre o che a morire sulla croce sia stato lo Spirito Santo. La concreta esistenza personale del Figlio nel mondo ci obbliga a pensarlo realmente distinto dalle altre Persone della Trinità anche nella sua esistenza trascendente. L’unità della sostanza divina è dovuta all’indivisibilità dei Tre nell’unicità della Filiazione eterna, l’atto col quale eternamente il Padre genera il Figlio donandosi totalmente a lui nell’Amore.
      Caro Gennaro: quello che ti propone la Chiesa ti fa dubitare. E il dubbio fa bene alla fede, perché la spinge a cercare ancora. Ma non tutti dubitiamo delle stesse cose. Ciò che a te convince, l’evidenza delle cose create, magari per un altro è dubbio, perché non vi vede altro che l’imperfezione di una casualità evoluzionistica. “Ognuno saluta col cappello che ha”, appunto, sia che questo cappello si chiami “fede” sia che si chiami “dubbio”. Perché mai, infatti, saremmo obbligati a pensare che tutti gli uomini si facciano un Dio a propria immagine, tranne Gennaro? Non è forse possibile che in realtà tu abbia già in mente un’idea di Dio che trova conferma in ciò che credi di poter leggere nel libro della Genesi e non nei Vangeli? Alla fine non starai facendo del tuo insindacabile giudizio personale l’unico criterio di verità assoluta?
      Però hai scritto una cosa bellissima, nell’ultimo tuo commento:
      “Nell’antico testamento chi vedeva Dio moriva, col nuovo abbiamo voluto vederlo toccarlo e restarne guariti”.
      Pensa per un attimo: e se fosse tutto vero?

      • 15 gennaio 2012 alle 16:54 | #12

        «Un credente continua a sussurrare al non credente che è in me: “Forse è vero”; un non credente invece continua a sussurrare al credente che è in me: “Forse non è vero”. E in questa tensione si svolge il nostro pensare e la nostra ricerca, qualunque sia l’approdo».
        Martin Buber

  7. Gennaro
    25 dicembre 2011 alle 18:30 | #13

    Caro Gian Piero, Salomone dice:” Il folle è nel giusto ai suoi propri occhi.” Proprio per questo cerco il confronto con gli altri per ciò che riguarda le mie idee. Altrimenti sarei un matto convinto di avere ragione. Ho pensato che tu sia la persona più adatta con cui discutere, nel mio ambiente non trovo molte persone interessate agli argomenti religiosi. Ho cambiato argomento per non essere troppo seccante. Tu mi fai notare che io dico Dio, ma in effetti intendo Gesù Cristo, è vero, però è stato lui a dire ai discepoli che gli chiedevano di mostrargli il padre:” chi ha visto me ha visto il padre, io e il padre siamo una cosa sola.” Quindi è Lui che dice di essere Dio, non voglio colpevolizzarlo, dicendo questo.Mi riesce proprio difficile credere che sia vero, anche se quando lo credevo e ho vissuto l’inferno, mi sono attaccato alla figura di Gesù con tutte le mie forze. Ci sono stati dei momenti in cui avrei dato la vita per Lui. Si dice che in India ci sono dei santoni che lanciano una fune per aria e poi vi si arrampicano. E’ stato qualcosa di simile, col risultato che puoi immaginare.Oggi non chiedo niente a Dio e so che quando è il momento di vivere il male bisogna accettarlo e soffrire pazientemente. Esso non viene per niente. Nell’altra risposta ti sei meravigliato perchè ti avevo detto che le tue risposte erano state chiare ed esaustive. In effetti pensavo di non intervenire più e volevo che ci lasciassimo in armonia e da buoni amici, scusami per questa bugia detta a fin di bene per non alimentare polemiche. In effetti stai certo che le tue parole non sono cadute nelle spine, mi aiuteranno a meditare. Ti ringrazio e ti saluto.

    • 26 dicembre 2011 alle 16:08 | #14

      E siamo al nocciolo della questione. Ti piace citare Giovanni. Fai bene. L’inadeguatezza del linguaggio ad esprimere l’identità di Gesù è forse il maggiore indizio che potremmo trovarci, in quel Vangelo, di fronte a quella che è probabilmente l’unica eccezione rispetto alla tendenza naturale umana a farsi déi a propria immagine.
      Neppure Gesù ha mai detto “io sono Dio”. Ha invece usato varie formule, per esempio “io sono”, usato assolutamente, senza legami grammaticali o logici col resto della frase (Gv 8,58) oppure esprimendo l’esclusivo modo d’appartenenza a Dio della propria identità personale dicendo la reciproca immanenza tra Padre e Figlio: “io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,10s, i versetti immediatamente successivi a quelli citati da te). Perché? Perché le parole non bastano a dire il trascendente. C’è una radicale insufficienza del linguaggio a contenere la rivelazione. E’ chiaro che qui, dicendo “Io e il Padre siamo una cosa sola”, Gesù non intende che c’è un’identificazione puramente logica con Dio (Dio=Gesù) ma neppure che tra lui e il Padre vi sia una semplice unità psicologica o morale, come quando diciamo che due amici o due coniugi si amano al punto che “sono una cosa sola”.
      Gesù s’identifica con Dio nel senso di una comunione che può essere espressa solo nella vita, non con le parole. Al contrario le parole e le formule trovano una loro possibilità di esprimere il trascendente solo dentro un vissuto credente e un determinato contesto di relazioni interpersonali. Insomma, la reale distinzione delle Relazioni divine non ne contraddice, né indebolisce, la loro unità sostanziale, anzi la fonda.
      Scrivi quando vuoi, senza problemi. Sei a casa tua.

  8. Gennaro
    28 dicembre 2011 alle 13:43 | #15

    Gian Piero, la tua accoglienza mi commuove, sai usare la testa ma anche il cuore. Il Dio dell’universo ti aiuti a realizzare i tuoi desideri e ti renda felice nel nuovo anno che verrà. Ciao

  9. 19 maggio 2012 alle 21:30 | #16

    29 Gennaio 2010 01:58

    Lkshmi Tatma, è indiana e oggi ha 4 anni. Apparentemente sembra una bambina come altre se non fosse per una leggera deformazione alle gambe che riporta alla memoria la sua storia. Infatti, nel villaggio di Bihar, quattro anni fa, una coppia di giovani sposi dà alla luce una creatura con quattro braccia e quattro gambe. Nel villaggio tutti pensano ad una reincarnazione di una dea hindu simbolo di fertilità e ricchezza; in realtà si tratta di un essere umano il cui corpo è un tutt’uno con quello di un gemello parassitario senza testa che ha smesso di svilupparsi nell’utero materno. Non è un racconto mitologico ma una realtà vicina a noi, più di quanto si possa pensare.
    Nel 2007, il chirurgo ortopedico Sharam Patil viene a conoscenza della storia di Lakshmi che a causa di questa malformazione non può camminare né sedersi e decide di operare la bambina senza alcuna ricompensa. L’operazione è molto rischiosa e non si è certi che la paziente possa sopravvivere o che le sue condizioni di vita migliorino, ma dopo 27 ore in sala operatoria Lakshmi ne esce sana e salva, con due gambe e due braccia alla pari dei suoi coetanei.

    http://www.italoeuropeo.it

  10. Gennaro
    5 ottobre 2012 alle 15:39 | #17

    Caro Gian Piero,
    Spesso in chiesa, nelle omelìe mi è capitato di ascoltare le seguenti affermazioni: Gesù Cristo è in mezzo a noi (Lui stesso ebbe modo di dire: quando due o più di voi sono riuniti in mio nome, io sono in mezzo a loro) e Gesù Cristo è il vero capo della chiesa. Personalmente credo che esse siano del tutto gratuite, cioè non corrispondenti al vero.
    Qualche tempo fa ho ascoltato alla radio una conferenza, alla quale prendeva parte anche un vescovo, in cui si diceva che il Tribunale del santo Uffizio, cioè la chiesa, dal 1184 al 1800 ha torturato orribilmente e bruciato vive 10 milioni di persone. Poichè il vescovo non ha obbiettato devo credere che il dato sia verosimile. Ricordo alcuni degli strumenti di tortura: Il ferro rovente, la sedia chiodata, il cavalletto per stirare le membra, la pera che per pudore non dico a cosa serviva. Io mi domando se gesù Cristo fosse stato in mezzo a loro e se fosse stato il vero capo della chiesa non sarebbe intervenuto per evitare simili orrori?
    Perciò sono del parere che Gesù Cristo fosse un uomo ed essendo morto, a suo tempo, non poteva essere in mezzo a loro; era di certo un buon maestro, ma non è il vero capo della chiesa. Un capo prende le decisioni di cui è responsabile. Altrimenti dovremmo ritenerlo responsabile di 10 milioni di omicidi. Cosa questa quanto mai assurda, poichè conosciamo, attraverso il vangfelo, il suo rigore morale.
    Con la stima di sempre ti saluto caramente.

    • 11 ottobre 2012 alle 15:27 | #18

      Caro Gennaro,
      Nonostante sia un’implicazione del libero arbitrio, non sarebbe onesto replicarle che ognuno risponde delle proprie azioni, né, come tuttavia spesso si fa, ribattere che ad ogni orrore compiuto dalla Chiesa corrisponde puntualmente un monumento della Grazia, dell’amore, della civiltà cristiana. E’ la comunità alla quale appartengo e nella quale mi riconosco, quella che mi dà un’identità, che ha fatto tutto questo. Ognuno di noi deve abbracciare la propria storia, accettarla anche con l’enormità dei suoi sbagli. Se neghi la tua storia ne ripeterai gli errori.

      Paradossalmente Cristo fu condannato come bestemmiatore, eretico e capo di una setta eterodossa dalle autorità di quella stessa religione che è la matrice storica dell’ortodossia cristiana, in nome della quale la Santa Inquisizione mandava al rogo gli eretici. Il modo in cui Cristo esercita la sua regalità nella Chiesa è una precisa scelta di campo, la decisione di stare dalla parte di chi è spogliato di ogni potere. Per sua natura ogni religione è portatrice di una volontà di potenza, quindi anche il cristianesimo; ma nella persona stessa del suo fondatore, il cristianesimo reca in sé anche la più radicale contestazione di ogni tentazione di dominio.

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  1. 5 marzo 2008 alle 9:16 | #1
  2. 23 settembre 2008 alle 18:42 | #2

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